Tag: salve

  • La tessitura. Una barchetta sulla nave del tempo

    La tessitura. Una barchetta sulla nave del tempo

    di Melissa Clelia Calo’

    Qui non vorrei morire dove vivere
    mi tocca, mio paese,
    così sgradito da doverti amare;
    lento piano dove la luce pare
    di carne cruda
    e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.

    In questi versi di Vittorio Bodini, tratti da “La luna dei Borboni”, un’immagine altamente poetica è quella del nespolo. Come fa la pianta del nespolo a spostarsi, compiendo un movimento ripetuto e continuo? Forse per nespolo è da intendersi il legno dal quale si ricavava la navetta per la tessitura, o nella parola stessa, nespolo, si ricorda la spola, la “barchetta”, che nel solcare le “onde” degli orditi, lascia dietro di sé la “scia” del filo che si srotola e diventa tessuto.

    Quel che è certo, è che la tessitrice, come i contadini, le tabaccaie, i pescatori, erano delle figure familiari per il poeta salentino, che lo scorrere del tempo e della storia, economica e sociale, ha consegnato definitivamente all’archivio della memoria.

    La tessitura era un’azione complessa perché rispondeva a molteplici bisogni. Ogni donna, all’interno della propria famiglia, era chiamata ad avere competenze tessili per costruire la propria dote e poter contrarre matrimonio. La costituzione del corredo iniziava fin dall’infanzia ed era un processo lungo e faticoso: si tesseva spesso nei ritagli di tempo, dopo aver trascorso una giornata intera lavorando in campagna.

    Nel giovedì che precedeva le nozze, la futura sposa, con una bizzarra mostra alla quale era invitato il vicinato, esponeva lenzuola, bisacce, mutandoni e camicie, i quali venivano minuziosamente contati, valutati, soppesati e approvati (o meno) dalla suocera, ed infine registrati in un documento controfirmato dai testimoni di nozze. Non era importante solo il numero dei “panni” ma anche la preziosità delle fibre o meno, la presenza di applicazioni e ricami e le tecniche usate. Tutti questi elementi rimarcavano il prestigio e il benessere economico della famiglia, che aveva messo a disposizione le materie prime e che l’abilità della ragazza aveva poi trasformato in biancheria. Particolarmente ricercato, ad esempio, era il possesso di coperte realizzate con il cosiddetto “sfiocco” che imitava il velluto forse perché la tecnica impiegata non era abbastanza conosciuta e risultava complessa da eseguire.

    Da un passato più remoto, poi, ci sono arrivati, sempre attraverso i documenti di dote o i lasciti testamentari, dei lunghi elenchi che hanno dei nomi per noi oggi incomprensibili: fanno riferimento a specifici tipi di tessuti o capi d’abbigliamento che, purtroppo, in frequenti casi, non sappiamo a cosa corrispondano. Certo è che nel passato erano molto diffusi i capi in canapa, lino, cotone, seta e lana.

    Abbiamo numerose testimonianze della loro produzione come materie prime ed eravamo in grado di lavorarle trasformandole poi in filato, quello stesso filato con il quale si caricavano le “barchette” del telaio.

    Contributo pubblicato sulla rivista “Salve Saluta” (anno III, n. 6 – marzo 2022).

    Le foto ritraggono alcuni particolari della mostra sulla tessitura salentina, allestita a Salve presso un ambiente di Palazzo Ramirez. Per informazioni: 349.6384350 (Melissa)

  • Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Domenica 14 novembre, alle ore 9, andremo alla scoperta di uno dei territori più interessanti del Salento, dal punto di vista paesaggistico, archeologico e storico-culturale.

    Il paesaggio rurale di Salve, infatti, offre al visitatore uno spettacolo di inimmaginabile bellezza. Il Canale Fano, delimitato dalla dolce collina nota come Serra di Spigolizzi, si sviluppa lungo due rami paralleli che si approfondiscono di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, conosciuto come Canale Fano, si congiunge con il ramo orientale, denominato Tariano, nei pressi della mitica Grotta delle Fate. Si tratta di uno scorcio idilliaco, dalle molteplici peculiarità archeologiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche.
    Il percorso si snoda dal Canale Tariano – tra preistorici ripari, fornaci d’età romana, i ruderi di un antico frantoio, pajare, ulivi secolari e canneti – al limitrofo Canale Fano, con il suo ruscello alimentato da sorgenti, la sua grotta italo/greca affrescata, dove negli ultimi anni la natura ha preso il sopravvento e ha creato scenari inimmaginabili e meravigliosi.
    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2022.
    L’escursione si svolgerà nel rispetto delle normative anti-covid 19.

  • La Via Leucadense. Un percorso storico esperienziale

    La Via Leucadense. Un percorso storico esperienziale

    Sabato 2 ottobre, alle ore 10, si terrà un’iniziativa gratuita, che contempla la rievocazione dell’esperienza di pellegrinaggio svolto lungo il tragitto che collega il santuario medievale di Santa Marina di Ruggiano al complesso monumentale di Leuca Piccola di Barbarano del Capo.
    Si tratta di un percorso caratterizzato da una forte componente ambientale e da caratteristiche uniche, come la presenza di vani-cellette per dormire a disposizione dei pellegrini, nonché diversi altri servizi. L’itinerario, ideato per gli ipovedenti, presenta difficoltà bassa ed è adatto a tutti, anche ai principianti.
    Al termine della passeggiata, condotta da guide abilitate della Regione Puglia, sarà offerta ai partecipanti una degustazione di prodotti tipici del territorio.
    Numero massimo partecipanti: 8 persone.
    Info e prenotazione obbligatoria: 340.5897632 (whatsapp), mail: associazionearches@gmail.com
    “Attività realizzata nell’ambito del progetto Tourism4all finanziato dal Programma Interreg Italia-Croazia 2014/2020 di cui il Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio della Regione Puglia è partner.”
    @tourism4all
    @PiiilCulturaPuglia
  • Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    In occasione della seconda ristampa del volume “Archeologia del Salento”, l’associazione Archès organizza a Salve un’iniziativa che prevede, alle 19, una visita guidata nel Centro Storico, nell’ambito della rassegna Salvestate.

    A seguire, alle 21, sarà offerto un rinfresco sul terrazzo di Palazzo Ramirez e, alle 21.30, sarà la volta di un convegno focalizzato sullo studio e la promozione del patrimonio storico-archeologico ed ambientale salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro. Interverranno gli autori del volume Nicola Febbraro, Anna Lucia Nicolì e Marco Cavalera.

    Prenotazione obbligatoria (solo per la visita guidata) tramite WhatsApp al n. 340-5897632.

     

  • COMUNICATO STAMPA  “SMARRIMENTI 2021”

    COMUNICATO STAMPA  “SMARRIMENTI 2021”

    L’Associazione culturale Archès, nell’ambito del “Programma Straordinario 2020 in materia di Cultura e Spettacolo. Azione 4” della Regione Puglia, è risultata beneficiaria di un contributo a sostegno del progetto “Smarrimenti 2021”.

    Il progetto si pone l’obiettivo di realizzare una rassegna di eventi che abbia come filo conduttore il tema dell’economia del bello in un mondo perennemente legato alle tecnologie e al virtuale e molto spesso stretto da logiche prettamente finanziarie.

    A tal proposito l’Associazione Archés, da anni impegnata in progetti che abbiano a cuore la bellezza, ha scelto come location siti ricadenti in Comuni che hanno rappresentato delle avanguardie su determinate tematiche quali il turismo, l’educazione all’ambiente e al paesaggio, l’archeologia, le tradizioni artigianali.

    La proposta progettuale si articola in attività quali lezioni all’aperto, rievocazioni storiche, dialoghi con autori vari, mostre e seminari e si svolge nei comuni di Tiggiano (capofila del progetto), Salve, Morciano di Leuca Presicce-Acquarica, Muro Lecce e Lucugnano, fino a fine dicembre.

    A Tiggiano, il 13 dicembre, in occasione della festività di Santa Lucia, si svolgerà una  manifestazione sul culto di Santa Lucia. “Il fuoco d’Europa. Santa Lucia e la tradizione salentina”, con attività di promozione della lettura con bambini dell’istituto comprensivo ed un’estemporanea di ventagli con lezione di iconografia sulle figure dei santi.

    A Corigliano d’Otranto, in autunno, si terrà la terza edizione di “CARNE O PESCE. Idee e storie per giovani alla ricerca di sé” con il racconto di scelte di vita di giovani donne che hanno dato vita a progetti importanti.

    A Muro Leccese si svolgerà una rievocazione storica su aspetti della quotidianità in età classica, con rievocatori in abiti e oggetti fedelmente ricostruiti.

    In autunno, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Salve-Patù-Morciano di Leuca, si svolgeranno delle lezioni sulla storia dei Messapi.

    Nel Capo di Leuca è previsto, ad ottobre, un convegno sulle opportunità del turismo industriale del Salento, con gli interventi di docenti ed esperti del settore, casi di studio e confronti con altre realtà territoriali.

    Il programma si conclude con un ciclo di incontri dal tema “Natura e Smarrimento – il paradigma dell’Hortus Conclusus nella Modernità”, tra Salve, Barbarano del Capo, Giuliano di Lecce e Lucugnano di Tricase.

    Il progetto sarà presentato al pubblico il 18 luglio 2021, presso la sede dell’associazione sita in Palazzo Ramirez a Salve, in un’apposita conferenza stampa alla presenza di alcuni partner e collaboratori sia per fare il punto su quanto già realizzato che per illustrare e presentare le attività ancora da svolgere fino al 31/12/2021.

    Alla conferenza stampa prenderanno parte, oltre ai referenti dell’Associazione Archès, il sindaco di Salve, Avv. Francesco Villanova, l’assessore al Turismo e alle attività culturali del Comune di Salve, dott. Francesco De Giorgi e alcuni partner coinvolti nel progetto. L’occasione sarà quella del decennale dell’attività dell’Associazione Archès nel territorio di Salve, che ha visto nel 2011 la pubblicazione del volume “Archeologia del Salento.

    Appuntamento alle ore 20.30 a Palazzo Ramirez a Salve, domenica 18 luglio 2021.

  • Memorie dal sottosuolo. La necropoli a tumuli di Salve

    Memorie dal sottosuolo. La necropoli a tumuli di Salve

    a cura dell’Associazione Archès 

    Salve, l’Uomo e i millenni

    Il territorio di Salve, tra grotte preistoriche, monumenti megalitici funerari protostorici e antichi insediamenti umani, rappresenta una delle aree archeologiche più importanti del meridione d’Italia.
    Fig. 1. Territorio costiero di Salve, con il pianoro tra i due rami del Canale Fano e il sito de La Chiusa (foto di Maurizio Pepe). 

    Nel paesaggio a ridosso della costa elementi come la terra, la pietra e soprattutto l’acqua hanno condizionato lo scorrere della vita fin dall’antichità.

    Fig. 2. Ruscello a carattere pluviale che scorre nel Canale Tariano (foto N. Febbraro).

    Camminando per i campi e per la macchia mediterranea si percepisce una nota sottile di salsedine, indizio di una presenza che rimane nascosta ma costante, sullo sfondo: il mare Jonio. Tuttavia, è una fonte perenne di acqua dolce – che sgorga dal fondo di una gravinella – ad aver reso possibile l’insediamento umano in forma stabile e favorito il proliferare degli animali e delle piante, tanto più apprezzabile in un contesto in cui domina la siccità e la scarsità di approvvigionamento di acque di superficie.
    Fig. 3. Località Macchie Don Cesare, dove è attestata la maggiore concentrazione di tumuli.

    A due passi dal mare…

    Ed è proprio tra le località marine di Pescoluse e Torre Pali, in un’area di circa cento ettari d’estensione, che sono stati individuati ben 91 tumuli funerari, la cui scoperta è avvenuta nei primi anni del nuovo millennio. Da sempre questi mucchi di sassi erano stati considerati semplici spietramenti da parte degli agricoltori e sono rimasti dunque pressoché ignorati per millenni, preservando così il sito.

    Fig. 4. Aparo Valentini e sullo sfondo il mar Ionio.
    Quasi vent’anni fa…

    Paolo Cosi e Nicola Febbraro, esperti conoscitori del territorio, segnalarono alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia alcune strutture di notevole interesse dal punto di vista paletnologico. Grazie a quelle segnalazioni, dal novembre 2005, è stato avviato un progetto di indagine stratigrafica, sotto la direzione della compianta prof.ssa Elettra Ingravallo, docente di Paletnologia presso l’Università del Salento.

    Fig. 5. Fase di scavo del tumulo 6 (fonte: Archeologia del Salento, p. 144).

    Fig. 6. Vasetto inciso eneolitico rinvenuto nel tumulo 6 (fonte: Archeologia del Salento, p. 145).

    Gli scavi archeologici, su 12 tumuli, hanno offerto dei risultati che hanno aggiunto nuovi interessanti dati di rilevanza nazionale.

    Il tumulo 7

    Il tumulo, scoperto nel 2006, è l’unico a essere visibile al pubblico, ben segnalato e illustrato anche da pannelli esplicativi. La struttura messa in evidenza è una cista litica, all’interno della quale sono stati individuati nove livelli relativi, i cui dati attestano che venne usata dal 3100 al 2300 a.C. La stessa servì a contenere i corpi di circa una cinquantina di individui e doveva avere carattere di monumentalità; inoltre, poco distante, una fossa cultuale testimonia come in loco avvenissero dei riti piuttosto articolati.

    Fig. 7. Tumulo n. 7 visto dall’alto (foto tratta dal docufilm “Terrarussa e petre”).

    È in questa struttura funeraria che viene attestata eccezionalmente la compresenza del rito dell’incinerazione e dell’inumazione: i corpi dei defunti venivano cremati oppure sepolti.

    Fig. 8. Cassa rettangolare (ossario) dove sono stati rinvenuti i resti umani inumati e i vasi con gli incinerati nel tumulo 7 (fonte: Archeologia del Salento, p. 155).

    Gli ultimi scavi archeologici

    Nel 2013, in località La Cabina – Masseria Palicelli, venne scavato l’undicesimo tumulo funerario. Secondo la professoressa Elettra Ingravallo – che ha diretto la squadra di ricercatori su concessione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia – la struttura conserva al centro “una specie di vasca con grandi massi rocciosi non squadrati […]. Si tratta di un contenitore di roccia in cui abbiamo ritrovato le ceneri di uno o più individui e frammenti di ceramica. Poi tutto intorno c’è evidentemente un’area in cui si sono svolte le cerimonie che noi possiamo ricostruire, grazie al fatto che su tutta la superficie sono stati sparsi frammenti di ceramica rotta intenzionalmente”. Alcuni elementi, emersi nel corso dello scavo, permettono di ipotizzare la cerimonia funebre legata al tumulo: “prima si bruciava il cadavere, poi ne raccoglievano i resti deponendoli in vasi o, come in questo caso, in un contenitore di pietra. Su questo tumulo, a compimento di questa cerimonia, hanno acceso un ulteriore rogo come dimostra il livello di terra bruciata soprastante. L’incinerazione non doveva avvenire in loco ma nelle vicinanze. Forse il fuoco veniva acceso come purificazione, obliterazione. Un rito che finora non si conosceva per il terzo millennio a.C., una scoperta importante per l’archeologia e lo studio degli usi funerari delle popolazioni protostoriche”.

    Fig. 9. Tumulo funerario in località La Cabina – Palicelli (Salve). Foto di N. Febbraro

    L’area di rinvenimento della necropoli insiste su un territorio ad altissima valenza balneare, a due passi dalle marine di Salve la cui distesa di spiaggia finissima attrae ogni anno migliaia di turisti. Secondo Salvatore Bianco, all’epoca della scoperta funzionario di zona della Soprintendenza, “questa porzione di territorio, o meglio di paesaggio, pervenuto quasi intatto dal mondo della preistoria, rappresenta uno di quegli esempi di aree da salvaguardare, proprio secondo i dettami individuati dal nuovo Piano territoriale Paesaggistico della Regione Puglia. È un paesaggio di pietra, dove in pietra sono stati realizzati i tumuli funerari preistorici che convivono felicemente con le più recenti pagliare tradizionali. È un ambiente incontaminato, che bisogna conservare, un unicum in tutta l’Italia meridionale”.

    Fig. 10. Visita guidata al tumulo 7 organizzata dall’Associazione Archès.

    Note

    È possibile visitare la necropoli a tumuli di Salve contattando le guide archeologiche dell’Associazione Archès.

    Bibliografia

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase 2011.

    Nuovo Quotidiano di Puglia, ed. Lecce, lunedì 28 ottobre 2013 p. 21, Verità e segreti di una necropoli. Tumuli funerari scoperti a Marina di Salve. Intervista di Nicola De Paulis a Elettra Ingravallo.

    Nuovo Quotidiano di Puglia, ed. Lecce, lunedì 28 ottobre 2013 p. 21, Verità e segreti di una necropoli. Tumuli funerari scoperti a Marina di Salve. Intervista di Nicola De Paulis a Salvatore Bianco, ispettore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, responsabile per la Preistoria del Basso Salento.

    Ingravallo E., Aprile G., Tiberi I., I tumuli della necropoli di Salve. Architetture e rituali nell’ideologia funeraria dell’età del rame, Edipuglia, Bari, 2018.

  • Andiamo! Le nuove proposte Estate2020

    Siete pronti?! Noi sì e non vediamo l’ora di riprendere le nostre attività!!!
    Finalmente possiamo presentarvi le nuove proposte per i prossimi mesi estivi. I
    Borghi, centri storici, paesaggi, le più rinomate località del nostro amato Salento fino agli angoli più nascosti: qui troverete tante “golosità” pronte per essere assaporate.

    Naturalmente ci ritroveremo nel rispetto delle nuove normative in vigore per l’emergenza sanitaria e potremmo goderci la gioia di incontrarci, conoscere e fare nuove esperienze in tutta sicurezza.

    Perciò, cosa aspetti?
    Osserva  le nostre proposte scaricando il pdf qui brochure 2020 e scegli quale sarà la tua.
    Noi ti aspettiamooooo!

     

     

  • Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    di Alessio Stefàno

    Masserie in…Finibusterrae

    «A Levante, verso la Serra, c’era, entro una bassura, una vecchia masseria, la Caina. All’esterno la ricingeva un muro di pietre cementate con impasto di calce e bolo. Nei tratti in cui un viscidume di muschi non ne insozzava le commensure, la guazza le faceva rosse come grumi di sangue. Rattoppamenti informi, compiuti in tempi diversi, si sovrapponevano alla superficie, in modo da conferirle l’aspetto di una restaurazione di rovine. Il recinto pendeva verso l’interno sin quasi alla cima, come una corona di ciottoli, accatastati a secco nell’equilibrio più instabile, più che trattenere, era trattenuta insieme da una siepe di sterpaglia. Il muro si difendeva così dalle scalate; ma più che dell’irto delle spine si godeva della stessa debolezza, essendo forte come certi uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li tocca.

    Al centro del recinto sorgeva l’edificio, una torre fosca, massiccia come un sol blocco, senza riseghe che ne delimitassero i due piani. Intorno s’inseguivano a spirale alcune feritoie, lungo il percorso di una scala interna. La merlatura s’allargava al centro di ciascun dei quattro lati, in un piombatoio. Dallo squarcio di uno spigolo si protendeva, trofeo di rovina, un caprifico. Quello dei piombatoi che guardava il mare, scendeva più in basso degli altri, sino a raggiungere i resti corrosi di uno stemma: due ali aperte ai fianchi del torso acefalo d’un uccello di rapina. Più in giù, in un finestrottolo; poi s’apriva il vano della porta, su di un ballatoio di legno. Una volta esso era scorrevole e poteva isolare l’edificio dalla scala di pietra che portava in basso» (Corvaglia 1936, pp. 1-2).

    Ingresso di Masseria Serra del Fico (Tricase). 

    Masseria Resci nel territorio di Tricase (foto di Ingrid Simon).

    È la descrizione della masseria “La Caina”, tracciata nel romanzo storico “Finibusterre” di Luigi Corvaglia, pubblicato negli anni Trenta del Novecento. Pur trattandosi di un luogo immaginario, isolato nel tetro paesaggio di paludi che infestavano l’area jonica del Capo di Leuca, la sua descrizione rispecchia pienamente la realtà di tutte le masserie del Salento: costruzioni semplici, caratterizzate per la maggior parte da volumi severi di torri e torrioni, con recinzioni invalicabili a difesa degli spazi interni, destinati al ricovero delle greggi e alle attività produttive (Costantini 2006, p. 6).

    Ruderi di Masseria San Salvatore a Sannicola (foto di Salvatore Ferilli).

    Masseria Simoni a Presicce.

    Le difficoltà quotidiane del vivere in masseria

    In questo romanzo viene tracciato un quadro drammatico del vivere in una masseria: una vita difficile, dominata spesso dalla fame, dal malessere sociale, dalla malattia, dalle continue incursioni di briganti e pirati, dagli scontri tra nobili e contadini; una vita che non era cambiata nemmeno dopo le Leggi di eversione della feudalità (1806-1808), che i baroni di Terra d’Otranto non intendevano rispettare.

    Un mondo quasi isolato

    La masseria rappresentava il centro di piccole comunità rurali, intorno alle quali ruotavano le semplici vite di massari e capimassari, di fattori e mandriani, di contadini e mietitori, ma anche di artigiani che producevano e riparavano gli attrezzi per il lavoro nei campi. Un mondo quasi isolato, lontano dalla vita del borgo, regolato e scandito dai ritmi del calendario agro-pastorale; un mondo spesso disciplinato da difficili rapporti interpersonali e da una rigida organizzazione gerarchica, durata fino a tempi assai recenti (Costantini 2006, p. 12).

    Masseria in agro di Galatina. 

    La masseria: una forma insediativa rurale con continuità di vita

    In tutta la Terra d’Otranto, la forma insediativa rurale della masseria si sviluppa soprattutto a partire dal XVI secolo, all’interno dei grandi possedimenti feudali e sui ruderi di antichi casali abbandonati (A. Costantini 2006, p. 10). Non accade poi di rado che la masseria vada a svilupparsi sui resti di ville rustiche di età romana, che in qualche modo rappresentano le “antenate” delle nostre masserie.

    Masseria Fano a Salve, costruita nei pressi di un sito archeologico messapico (foto archivio Salogentis, 2012).

    Masseria Nuova nel territorio di Andrano, costruita nei pressi di un insediamento di età romana.

    Già in età bassomedievale (XIII-XV secolo), tuttavia, è testimoniata l’esistenza di alcune masserie, solitamente di proprietà di chiese e monasteri. Le attività che vi si svolgevano erano prevalentemente quelle della cerealicoltura e della pastorizia.

    Apiario Valentini e, sullo sfondo, i ruderi della Masseria Don Cesare a Salve (foto di Fernando Manni).

    Dalle “Pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò” (1292-1508) si apprende che nel 1376 il giudice Francesco de Serrano dona al convento – quale patrimonio delle due figlie, diventate clarisse – alcuni possedimenti, tra i quali spiccano due masserie. Numerose masserie sono poi attestate, sempre nei documenti di Santa Chiara a Nardò, nel corso del Quattrocento (A. Costantini 2006, p. 8).

    Masseria Serrazza, nell’omonima località di Salve (foto di Nicola Febbraro).

    Masseria Carcere nel territorio di Nociglia (foto 2009).

    Le scorrerie, la paura, la difesa

    A partire dal basso Medioevo, l’urgenza di potenziare il sistema di difesa del litorale, esposto alle scorrerie e alle invasioni della pirateria turca, portò alla costruzione di numerose torri costiere, ma determinò anche un profondo mutamento nell’organizzazione dell’habitat urbano e rurale: borghi fortificati (terrae), torri – masserie, castelli e case – torri, costellavano il paesaggio del Salento e testimoniavano l’incubo del nemico turco, costantemente all’orizzonte.

    Torre della Masseria di San Giovanni Malcantone, tra Uggiano la Chiesa e Minervino di Lecce.

    Masseria Borgin nel territorio di Salve.

    Mamma Li Turchi

    «Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto. […] Poiché il sole guastò e consumò in breve la nebbia, gli occhi potevano ormai guardare bene le falci della disgrazia che comparivano e scomparivano a ritmo; quando un cavallone si schiantava sugli scogli, era segno che un momento dopo l’altro sarebbero comparse. […] Poi le prue a una a una si voltarono verso Otranto, e man mano che la distanza diminuiva, si potevano ben distinguere le galee dalle galeotte, i maoni dalle fruste, le quali davanti alle altre vele scavavano con la prua l’acqua. In quella Procomio ce la fece a entrare nel porto col suo carico di pesce e quando, voltatosi sulla barca verso tramontana, vide la cosa, manifestamente per il contrasto dei pensieri dette un grido. Si voltò verso di noi, alzò le braccia, gridò di nuovo: “oohì, i turchi!» (M. Corti 2009, pp. 21-22).

    Così Maria Corti, nel famoso romanzo storico “L’ora di tutti”, descrive con gli occhi di Colangelo Pescatore l’avvistamento delle navi turche dalla costa Otrantina. Ma possiamo immaginare scene di questo tipo ripetersi in molte occasioni, lungo tutte le coste della Penisola Salentina. La presa di Otranto da parte di Turchi, il 14 agosto del 1480, e la distruzione di Castro e Marittima nel 1537, furono episodi di forte risonanza non solo tra le popolazioni dei centri costieri, ma anche tra la gente che viveva nelle campagne. I Turchi, infatti, non limitarono le loro incursioni alla sola fascia litorale; spesso essi si spinsero nelle aree interne: nel 1537 arrivarono a Tricase, dove diedero alle fiamme il convento e le abitazioni, e nel 1543 giunsero fino a Presicce. Neppure la battaglia navale di Lepanto (7 ottobre del 1571), con la vittoria della Lega Santa, era stata sufficiente a mitigare il pericolo delle incursioni (Costantini 2006, pp. 19-20). Ecco cosa accadde tra Salve e Morciano un secolo dopo:

    «Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto salve e Murciano, arrivarono alla masseria nominata del Duca di Murciano, a tempo che li massari mungevano le pecore, s’inpatronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando un vellano tirava le porte un turco li tirò una archibuggita ca una taula che dal pone era rotta e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono dalle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri avevano avvisto niente e questo è il bello governo di questa provincia» (l’episodio è raccolto da A. Costantini 2006, p. 20).

             Territorio tra Salve e Morciano, visto dalla sommità della Masseria San Lasi (Salve).

    Non sorprende allora come – in una situazione di costante paura e precarietà dell’esistenza, nonché di abbandono al proprio destino – sia stata fortemente sentita l’esigenza di edificare delle masserie che abbiano l’aspetto di piccoli fortilizi: sono le cosiddette “masserie fortificate”.

    Come si struttura una masseria

    Queste masserie si strutturano, solitamente, intorno a un fabbricato elementare formato da due unità edilizie: la torre, dove ha sede generalmente l’abitazione del massaro, e un’annessa costruzione a piano terra, riservata ad usi aziendali o per il ricovero del bestiame. Il tutto è circondato da un alto recinto, con la parte superiore aggettante verso l’esterno (“muri paralupi”) in modo impedire l’accesso al cortile di uomini e bestie selvatiche (Costantini 2006, p. 22).

    Muro  di cinta (“paralupi”) di Masseria Cozze a Castiglione d’Otranto. 

    Intorno all’ampio cortile centrale si dispongono magazzini, stalle, fienili, alloggi della manodopera, capanni e ovili. Al primo piano si accede esclusivamente dalla corte, mediante un’unica scala. La difesa della torre e dell’abitazione del massaro è affidata ad una caditoia che sovrasta l’unica porta di accesso, o ancora ad una porta levatoia che interrompe il pianerottolo sommitale della scala.

    Caditoia della Masseria San Lasi (Salve).

    Nelle torri, strutturate solitamente in due piani, la difesa consisteva nel mettersi al sicuro nella parte più alta della costruzione. L’interruzione del collegamento avveniva mediante una botola con scala retrattile: ritirando la scala, ci si metteva al sicuro e dall’alto della torre si poteva segnalare il pericolo alle altre masserie, agli addetti alla difesa del territorio (cavallari), alle torri costiere e ai centri abitati. In caso di aggressione la solidarietà del vicinato garantiva senza dubbio i primi soccorsi e proprio la tragica esperienza di lotte con gli incursori consolidava i legami di mutuo soccorso tra gli abitanti delle masserie (Costantini 2009, pp. 29-30).

    Torre fortificata della Masseria Fano (foto archivio Salogentis, 2012).

    Torre fortificata della Masseria Celsorizzo (foto di Gianluca Tonti).

    Masserie del Capo di Leuca: San Lasi a Salve

    Nel Capo di Leuca, numerose sono le masserie che si possono osservare ancora oggi: alcune di queste si presentano ormai come dei ruderi, altre sono state ristrutturate e rifunzionalizzate. Una delle più importanti è sicuramente Masseria Santu Lasi, ubicata tra Salve e Morciano di Leuca, dichiarata “Bene di interesse culturale particolarmente importante”. La struttura è databile al XVI secolo, con aggiunte de XVIII, e presenta due piani con caditoie in corrispondenza degli ingressi. Il piano inferiore era in origine destinato al massaro e alle funzioni produttive, quello superiore alla residenza stagionale del proprietario. La struttura rappresenta un classico esempio di masseria che sfrutta la preesistenza di una piccola torre (datata al 1577), posta a difesa del territorio (A. Costantini 2006, p. 410).

    Cortile e torre colombaia della Masseria San Lasi (Salve).

    Celsorizzo ad Acqurica del Capo

    Tra le masserie più antiche del Salento Meridionale, possiamo senza dubbio ricordare quella di Celsorizzo, nel territorio di Acquarica del Capo. La monumentale torre, a pianta quadrata e provvista su tutti i lati di feritoie e caditoie, è databile al tardo Trecento e venne inglobata nella masseria costruita verso la metà del XVI secolo.

    Masseria fortificata di Celsorizzo (Acquarica del Capo) con, sullo sfondo, la torre colombaia del 1550. Foto di Gianluca Tonti.

    Nella base della torre è presente una piccola cappella (preesistente alla torre stessa), dedicata a San Nicola, risalente al 1283 e fatta edificare dal feudatario Ioannes de Ogento; questa conserva degli importanti affreschi, tra i quali si distinguono alcune scene evangeliche e la figura del Cristo Pantocratore, con ai lati San Basilio e San Giovanni Crisostomo.

    Abside della cappella dedicata a San Nicola, inglobata nella torre di Celsorizzo. Foto di Gianluca Tonti.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    Bibliografia:

    Luigi Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [1° ed. 1936]

    Maria Corti, L’ora di tutti, Bompiani, 2009 [1° ed. 1962]

    Antonio Costantini, Guida alle Masserie del Salento, Congedo, 2006

    Sitografia

    http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2015/09/la-masseria-di-celsorizzo-acquarica-del.html

     

  • Caverna e riparo sottoroccia (Salve – Lecce)

    Caverna e riparo sottoroccia (Salve – Lecce)

    di Nicola Febbraro, Marco Cavalera e Anna Lucia Nicolì 

    INTRODUZIONE

    La maggior parte delle informazioni e delle immagini presenti in questo articolo sono tratte dal volume “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” (fig 1).

    Fig. 1 – Copertina del volume “Archeologia del Salento”.

    Nel novembre del 2005, grazie ad una segnalazione avuta dal signor Antonio Ricciato di Salve, sono stati individuati una caverna e un riparo sottoroccia[1], in località  Posto Vecchio di Salve, entrambi ignoti alla letteratura locale, speleologica e paletnologica. La caverna non aveva ovviamente un nome con il quale poter essere identificata; le è stato assegnato pertanto quello del proprietario della particella su cui ricade: Foscarini-De Donatis. Il riparo e la caverna sono ubicati in un fondo incolto, posto a 15 metri sul livello del mare, nelle immediate vicinanze del centro abitato di Pescoluse (fig 2).

    Fig. 2 – Rilievo aereofotogrammetrico (foglio 5, comune di Salve) del 1985. Scala 1: 5000. 1 grotta all’interno del camping, 2 Grotta Triscioli, 3 Grotta Cantoro, 4 grotta distrutta dalla costruzione di un’abitazione moderna. 

    IL RIPARO SOTTOROCCIA

    Il riparo sottoroccia – ubicato immediatamente a Sud della caverna – si caratterizza per la presenza di una parete rocciosa, lunga circa 60 metri, il cui sviluppo ha un andamento pressoché regolare. La sua altezza massima, rispetto al piano di campagna, è di 5,5 metri. Alla base della stessa vi è un deposito – di terra rossa, sabbia e pietre calcaree – di incerto spessore, delimitato dalla parete rocciosa e da un muro a secco ad essa pressoché parallelo (fig. 3).

    Fig. 3 – Riparo sottoroccia con in primo piano il muro a secco.

    La notevole presenza di vegetazione spontanea ha reso difficoltoso sia l’accesso nella cavità che la perlustrazione dell’attiguo riparo. L’effettuazione di quest’ultima ha permesso, comunque, di individuare in superficie diversi resti fossili di fauna pleistocenica e alcuni manufatti in selce (fig. 4). I reperti sono stati prontamente segnalati agli organi competenti e posti in sicurezza presso il laboratorio di Paletnologia dell’Università del Salento, dove sono stati oggetto di studio nell’ambito di una tesi di laurea – la cui relatrice è stata la prof.ssa Elettra Ingravallo – discussa nel novembre del 2006.

    Fig. 4 – Strumenti in selce dal Riparo Foscarini-De Donatis: raschiatoi (1 e 2), lametta ritoccata (3) e punta (4).

    Le rocce maggiormente ricercate dall’uomo nel corso della preistoria (selce, ossidiana, quarzite, diaspro etc.) sono assenti nel Salento dove abbondano, invece, le formazioni calcaree. A causa di ciò, ad esempio, nel corso del Paleolitico medio salentino, H. di Neanderthal ha sfruttato anche delle valve di molluschi (callista chione in particolare) per l’ottenimento di manufatti. La presenza nei depositi preistorici salentini di rocce estranee alle nostre formazioni geologiche, come in questo caso, quindi, è indicativa degli intensi scambi fra i gruppi umani a medio e lungo raggio (particolarmente ricercate erano la selce dal Gargano e l’ossidiana dalle isole Eolie).

    Buona parte dei reperti faunistici, individuati nei pressi del riparo, erano indeterminabili (non presentavano cioè elementi tali da poter essere attribuiti ad una determinata specie); sei reperti – invece – sono stati attribuiti a Bos sp. e ad Equus sp. ossia a bovidi e ad equidi (fig. 5).

    Fig. 5 – Reperti di fauna pleistocenica dal Riparo Foscarini-De Donatis: denti di Bos sp. (1-3) e di Equus sp. (4-6).

    Tutti i denti rinvenuti sono appartenenti a degli equini. Non si è potuto stabilire se appartenessero ad Equus caballus o hydruntinus. Il primo è particolarmente presente in stratigrafie archeologiche del Paleolitico medio e superiore iniziale per poi divenire più raro nelle fasi successive. La specie hydruntinus diventa, invece, molto diffusa a partire dal Paleolitico superiore finale. L’hydruntinus (meglio noto come asino idruntino) è un equide di media mole, con gli arti snelli, molto diffuso nei contesti preistorici salentini, in particolare a Grotta Romanelli (Castro) e a Grotta del Cavallo (Baia di Uluzzo, Nardò). A prescindere dalla specie d’appartenenza (caballus o hydruntinus) il rinvenimento di resti fossili d’equidi costituisce un utile riferimento cronologico. Le specie di cavallo selvatico, infatti, scompaiono dai depositi preistorici italiani alla fine del Pleistocene ossia circa 10.000 anni fa. Resti attribuibili a degli equini, con evidenti segni dell’avvenuta addomesticazione, ricompaiono in Italia a partire dalla seconda metà del terzo millennio a.C. ossia nel corso dell’Eneolitico o età del Rame.

    La presenza dei frammenti ossei indeterminabili, prevalentemente di piccole dimensioni, potrebbe essere dovuta a fattori naturali o ad un’attività intenzionale di frantumazione per ricavarne il midollo, ossia una leccornia per i cacciatori-raccoglitori preistorici.

    I dati a disposizione, seppur esigui e frutto di ricognizioni di superficie, hanno permesso di ipotizzare una frequentazione del riparo, da parte di gruppi preistorici, nel corso delle fasi finali del Paleolitico superiore (circa 15/10.000 anni fa).

    LA CAVERNA

    La caverna (fig. 6), costituita da un unico grande ambiente, si sviluppa nelle formazioni calcarenitiche del Pleistocene medio (0.75 – 0.12 milioni di anni fa). Nei pressi dell’imboccatura – di notevoli dimensioni e rivolta a Sud/Est  (in direzione di S.Maria di Leuca) –  vi è un muro a secco, in parte diruto, probabilmente d’età post-medievale, che in origine si sviluppava sino alla volta (fig. 7).

    Fig. 6  – Planimetria e sezione trasversale della caverna. Scala 1: 100. 

    Fig. 7-  Grande imboccatura della caverna – con il muro a secco – che in origine si sviluppava sino alla volta.

    Il piano di calpestio della caverna è costituito, in prevalenza, da banco roccioso affiorante, ad eccezione di alcuni lembi di deposito a terra rossa che colmano delle depressioni. La volta e le pareti sono pressoché piane. A partire dall’angolo orientale della cavità si sviluppa un breve corridoio – scavato artificialmente –  in fondo al quale vi è un’apertura verso l’esterno di modeste dimensioni (fig. 8).

    Fig. 8  – Breve cunicolo che si apre dall’angolo est della caverna.

    Nell’angolo occidentale della caverna – invece – è presente un cunicolo la cui imboccatura, di piccole dimensioni, si sviluppa a circa un metro dal suolo e  non permette l’accesso al suo interno se non a professionisti del settore (figg. 9 e 10).

    Fig. 9 – Cunicolo con stalattiti e concrezioni calcaree.

    Fig. 10 – Imboccatura dello stretto cunicolo.

    Il cunicolo – del quale è possibile seguire visivamente lo sviluppo per circa 10 metri – si caratterizza per la presenza di un lento stillicidio, tuttora in corso, che ha originato numerose piccole stalattiti e concrezioni calcaree, che ricoprono buona parte delle pareti e della volta dello stesso (figg. 11 e 12).

    Fig. 11 – Volta del cunicolo con stalattiti.

    Fig. 12 – Primo piano delle concrezioni calcaree.

    All’interno della caverna Foscarini-De Donatis non sono state rinvenute tracce relative ad una frequentazione umana di interesse paletnologico. Si tratta – comunque – di un’eventualità che non si può escludere, considerando le evidenze individuate nell’attiguo riparo. L’intenso sfruttamento della cavità a scopo abitativo – avvenuto in età storica – può aver causato l’obliterazione delle tracce relative alle eventuali più antiche frequentazioni.

    LA FREQUENTAZIONE POST-MEDIEVALE DELLA CAVERNA

    Ai pastori e ai contadini che hanno abitato la caverna, probabilmente in età post-medievale, sono da attribuire i rifacimenti strutturali della stessa. In particolare: la costruzione del muro nei pressi della sua imboccatura, lo scavo di sedili e di piccole nicchie lungo le pareti, l’incisione di alcuni segni sulle stesse, fra cui alcune croci, e lo scavo del cunicolo che si apre nell’angolo est. In quest’ultimo caso si tratta, probabilmente, dell’ampliamento di una preesistente cavità. Il cunicolo potrebbe essere stato utilizzato come ricovero per i caprovini e magari delimitato da un muro a secco di cui non è rimasta traccia, se non la presenza di diversi blocchi calcarei irregolari sparsi al suolo. Questo spiegherebbe anche le ridotte dimensioni della sua apertura verso l’esterno, non adatta al transito umano.

    LE CAVITÀ NATURALI DI LOCALITÀ CANTORO

    Le cavità naturali annesse alla masseria Cantoro o “delli Rutti”, poco distanti dalla caverna (circa 800 metri in direzione Est/Nord-Est), presentano dei rifacimenti strutturali, a scopo abitativo e per il ricovero degli animali, confrontabili con quelli precedentemente descritti. In questo caso, l’utilizzo delle cavità ipogee a fini pastorali-agricoli è testimoniato dal catasto Murattiano del 1811. Il complesso carsico in questione era costituito da quattro cavità ipogeiche. Attualmente ne sono rimaste tre, poiché una è stata distrutta, nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso, in occasione della costruzione di un edificio moderno. La grotta più ampia è sita all’interno di un camping e le altre due, fra le quali Grotta Triscioli, hanno conservato i rifacimenti strutturali cui si è fatto cenno. All’interno di quest’ultima sono state rinvenute nel 1997, da alcuni membri dell’Associazione Speleologica Magliese, importanti testimonianze archeologiche d’età prei-protostorica. Fra queste si annoverano: dei resti di fauna pleistocenica, un vaso attribuito alla cultura neolitica di Serra D’Alto (IV millennio a.C.) e una ciotola monoansata riferibile alla media età del Bronzo (metà del II millennio a.C.).

    RINGRAZIAMENTI

    Gli autori ringraziano il sig. Antonio Ricciato per la segnalazione della caverna, il sig. Antonio Piccinno e i dott.ri Giuseppe Chiriacò e Alberto Potenza per l’analisi del materiale preistorico.

    RIFERIMENTI  BIBLIOGRAFICI

    BROGLIO A., Introduzione al paleolitico, Roma-Bari 1998.

    CIARANFI N., PIERI P., RICCHETTI G., Carta Geologica delle Murge e del Salento, Tavola I (scala 1:250.000), 1988.

    DE GROSSI MAZZORIN J., La caccia agli equidi nel Paleolitico.

    FABBRI P .F., INGRAVALLO E., MANGIA A. (a cura di), Grotta Romanelli nel centenario della sua scoperta (1900-2000), Atti del convegno di Castro 6-7 ottobre 2000, Congedo, Galatina 2003.

    FEBBRARO N., Ricognizioni di interesse paletnologico in territorio di Salve (Le), tesi di laurea in Paletnologia, Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    FEBBRARO N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011, pp. 89-92.

    FEBBRARO N. e CAVALERA M.,  Caverna e riparo sottoroccia in località “Posto Vecchio in territorio di Salve,  in “Annu novu, Salve Vecchiu”  XV, Alessano (Le) 2005, pp. 28-44.

    INGRAVALLO E., Lontano nel tempo. La preistoria del Salento, Lecce 1997.

    INGRAVALLO E., Il museo racconta. Il Salento e la preistoria, Cavallino (Lecce) 2004.

    MALATESTA A., Geologia e paleobiologia dell’era glaciale, La Nuova Italia scientifica, Roma 1985.

    MELEGARI G.E., Speleologia scientifica e esplorativa, Calderini, Bologna 1984.

    PASSASEO N.,  Grotte-abitazione nel territorio di Salve,  in “Annu novu, Salve Vecchiu”  IX, Salve 1995, pp. 15-18.

    PERONI R., L’Italia alle soglie della storia, Laterza 1996.

    TAGLIACOZZO A., I mammiferi dei giacimenti pre- e protostorici italiani. Un inquadramento paleontologico ed archeozoologico, in A. Guidi e M.Piperno, Italia Preistorica, Laterza 1992.

    [1] Termine con il quale si intende un ambiente all’aperto delimitato da una parete rocciosa che garantisce un parziale riparo dalle avverse condizioni atmosferiche, motivo per cui veniva scelto da alcuni gruppi umani, nel corso della preistoria, per stabilirvisi stagionalmente o per brevi periodi o per svolgere delle specifiche attività (lavorare la pietra, macellare la cacciagione, ecc.).

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  • La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    di Nicola Febbraro e Anna Lucia Nicolì 

    Introduzione

    La Grotta delle Fate (Salve-Lecce), in realtà definirla grotta è improprio, è un inghiottitoio carsico che riceve e canalizza le acque di superficie fino alla falda sotterranea. Venne scoperta, dal punto di visto scientifico, negli anni venti del secolo scorso anche se la sua frequentazione è ben più antica, come dimostrano le numerose iscrizioni presenti sulle sue pareti. La prima esplorazione speleologica è stata effettuata nel 1961 ad opera del Gruppo Speleologico Salentino, autore del rilievo della stessa. Solo di recente è stata oggetto di uno studio multidisciplinare – da parte del Gruppo Speleologico di Tricase e dell’Associazione Culturale Archès – che ha portato alla pubblicazione di una monografia nel 2018 (“Salento Sottoterra”) a cura di Nicola Febbraro e di Marco Piccinni (con i contributi di: Stefano Margiotta, Antonia Belgiorno, Stefano Calò e Stefano Cortese) dalla quale sono state attinte tutte le informazioni e le foto presenti in questo articolo (fig. 1).

    Fig. 1 – Copertina del volume Salento Sottoterra.

    La voragine è ubicata a ridosso del punto di congiunzione fra i due rami del Canale Fano (fig. 2), in un’area ricchissima di testimonianze archeologiche per via della presenza nel fondo dello stesso di numerose sorgenti. Uno studio approfondito della stessa è stato presentato nel 2011 nel volume “Archeologia del Salento” (fig. 3).

    Fig. 2 – Localizzazione di Grotta delle Fate (1) in prossimità della congiunzione del Canale Tariano (2) con il Canale Fano (3). In primo piano la dorsale della Serra di Spigolizzi (4). Foto di Giuseppe Negro (Archivio Fotografico del Comune di Salve). 

    Fig. 3 – Copertina del volume Archeologia del Salento.

    La Grotta delle Fate

    Grotta delle Fate presenta una planimetria abbastanza articolata (fig. 4), si caratterizza per un ingresso oggi ridotto a pochi decimetri di altezza (A2). Lo stesso, un tempo, si ergeva fino ad un paio di metri, prima di essere quasi completamente interrato da detriti alluvionali e, negli ultimi decenni, da rifiuti di vario genere.

    Fig. 4 – La pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino “P. de Lorentis” di Maglie (Lecce).

    Dal suo ingresso ci si immette in un’ampia sala (fig. 5), di dimensioni 25×16 metri per 22 metri di altezza nel punto più alto, parzialmente ostruita da un imponente cono detritico misto a rifiuti (A3). Alcuni grossi massi si sono staccati naturalmente dalla volta, per adagiarsi disordinatamente nella sala. In direzione NO e SE si aprono due prosecuzioni. In prossimità della prima, l’imbocco della prosecuzione è contrassegnato dalla presenza di una croce monogrammatica (A6), che tradisce una frequentazione umana della cavità, seppur occasionale, forse da attribuire al tardo Medioevo (fig. 6).

    Fig. 5 – Primo grande ambiente di Grotta delle Fate (Salve-Lecce). Foto di S. Sammali.

    Fig. 6 – La croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo verso NO.

    La volta si abbassa notevolmente ad arco lasciando spazio all’imbocco di un breve cunicolo (A5), postazione privilegiata da una piccola comunità di chirotteri che in questa porzione della grotta sceglie di trascorrere il periodo del letargo invernale. Superato il cunicolo si accede ad un ambiente che si sviluppa in direzione Nord (fig. 7), di dimensioni 22×7 metri per un’altezza di 4 nel punto più alto (B). Qui sono frequenti i crolli di blocchi di roccia dalle sue pareti. Nella porzione terminale della sala è possibile accedere a due ambienti di modeste dimensioni – dei quali uno raggiungibile dopo aver disceso un pozzetto di tre metri (C3) – tra loro intercomunicanti, dai quali si dipartono due serie di lunghi e stretti cunicoli, che si sviluppano con alcune diramazioni per 55 e 40 metri circa.

    Fig. 7 – La seconda sala che si incontra procedendo verso NO.

    La prosecuzione che dalla sala principale si dirama invece in direzione SE, permette di raggiungere, dopo un ulteriore e drastico abbassamento della volta, un ambiente di 6×5 metri (B) che reca sul lato destro un piccolo pozzetto, 4 metri circa, che porta ad un livello della cavità sovrastato da imponenti crolli. Percorso carponi un breve cunicolo si accede ad un ambiente di 12×6 metri (fig. 8), denominato “Sala Bianca”, ricco di nomi e date che ricordano passate esplorazioni effettuate da non addetti ai lavori.

    Fig. 8 – Ambiente, denominato “Sala Bianca”, sulle cui pareti sono presenti diversi nomi e date. 

    Mosè e i suoi compagni di avventura

    La cavità ha da sempre rivestito una grande importanza per gli abitanti di Salve e dei paesi limitrofi di ogni epoca e sempre fervida ne è stata la fantasia popolare a riguardo. Non mancano, infatti, le leggende che la vogliono abitata, di volta in volta, da orchi, fate ammaliatrici e  scazzamurreddhi dispettosi (gnomi salentini).

    L’insieme delle leggende scritte (a partire dalla fine del seicento) ed orali, che riguardano la voragine, assieme alle oggettive difficoltà di accesso al suo interno, l’hanno resa nel corso dei secoli una fra le più note ed appetibili, del Capo di Leuca e non solo, da parte di folte schiere di persone, che hanno bramato di esplorarla, non tutte riuscendoci.

    Fra i nomi e le date presenti sulle pareti del suddetto ambiente, siamo rimasti colpiti da un’iscrizione in particolare: parla di coraggiosi avventurieri salvesi che hanno esplorato la voragine 70 anni fa. Una firma, realizzata con una matita, così recitava: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco” (fig. 9).

    Fig. 9 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco”.

    Il compianto signor Luigi Ciullo, fotografo di professione, ha immortalato decenni di storia salvese dal 1951 al 2006, anno della sua dipartita. Poco distante da questa prima firma che abbiamo notato ne sono emerse delle altre (B4). Su tutte spiccava quella di un “Vantaggio Cosimino”, con la data: “2-11-950” (fig. 10). Anche in questo caso si tratta di un signore non più in vita e salvese.

    Fig. 10 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Vantaggio Cosimino/2-11-950. Foto di Sandra Sammali.

    Il 2 novembre del 1950, dunque, i tre amici (Luigi, Francesco e Cosimino), hanno deciso di esplorare Grotta delle Fate. Questo era almeno il quadro che emergeva da quanto riscontrato sulle pareti di un ambiente della voragine. Indagini più accurate, svolte una volta rientrati in paese, ci hanno permesso di ricostruire, nel suo complesso, questa pagina di storia salvese, grazie soprattutto al fondamentale apporto di Umberto Lecci (ingegnere originario di Salve ma che vive a Roma), che ci ha fornito un importante fotogramma (fig. 11). Lo stesso ritraeva suo padre (il compianto prof. Alfredo Lecci) assieme agli altri protagonisti di quella meravigliosa avventura, fra i quali vi era il signor Mosè Lezzi (classe 1927), all’epoca (estate del 2016) ancora in vita, che ci ha raccontato l’intera vicenda. La foto era stata ovviamente scattata dal signor Luigi Ciullo.

    Fig. 11 – I cinque intrepidi salvesi, che hanno perlustrato Grotta delle Fate il 2 novembre del 1950. Fra essi vi sono Luigi Ciullo (autore della foto), Mosè Lezzi e il prof. Alfredo Lecci.

    Mosè ci racconta di come sono partiti quantomeno in una cinquantina da Salve (fig. 12). Particolare questo che ci lascia a bocca aperta, considerando le sole tre firme individuate sulle pareti interne dell’invaso carsico e riferibili a questa esperienza. Tutti procedevano a piedi, ci dice Mosè, e qualcuno in bici: fra questi vi era lui. Ci dice anche che nell’occasione forò la ruota ma che dovette comunque “carisciarla” (portarla) con sé sino alla meta e che “eravamo una vera e propria mandria che camminava lungo la via del mare”. Ci tiene poi a precisarci che vi prese parte praticamente tutto il paese. Considerando che vi era quasi un giovane per ogni famiglia. Vi erano, inoltre, persone di ogni estrazione sociale: da un giovane medico ai contadini, dagli artigiani ad un fotografo oltre ad alcuni studenti universitari.

    Fig. 12 – Alcuni fra coloro che presero parte all’avventura del 2 novembre del 1950, ritratti da Luigi Ciullo nei pressi della voragine. Archivio fotografico privato del Signor Antonio Vantaggio. 

    Gli chiediamo poi a chi venne l’idea e come mai scelsero una data così particolare per vivere quell’esperienza. Ci dice che l’idea partì per caso, non ricorda da chi, in una delle “riunioni” serali di paese fra giovanotti, che non avevano a disposizione né cinema, né tv, né android, né qualsivoglia svago 2.0. Ci dice che furono in pochi a decidere di intraprendere questa avventura ma che poi la notizia si sparse a macchia d’olio e che giunsero, in men che non si dica, alla suddetta ed incredibile cifra.

    Riguardo al giorno scelto (la commemorazione dei defunti) ci riferisce che non era vissuto come quello di qualsiasi altra festa paesana: ad esempio quella in onore dei Santi patroni. Bastava recarsi in chiesa o al cimitero, per onorare la loro memoria, per sentirsi liberi da ogni ulteriore vincolo morale/religioso. E fu proprio così che agirono; al mattino si recarono ad ascoltare la messa e nel primo pomeriggio erano tutti in fila in direzione SO: verso il mare. L’alto numero di partecipanti servì a farsi coraggio reciprocamente, considerando che l’avventura, che si apprestavano a vivere, non era della più semplici e che non vi erano precedenti in tal senso, a memoria dei partecipanti.

    Buona parte dei presenti non credeva nelle fate o almeno questo faceva trapelare agli altri, forse per non essere presa in giro. Tutti si dicevano solo curiosi di esplorare quella cavità così fitta di mistero. Non si misero alla ricerca né del tesoro né delle pepite d’oro, in quanto non erano nemmeno al corrente della relativa leggenda.

    Una volta giunti nei pressi dell’inghiottitoio vi fu una prima scrematura. La paura iniziò a farsi sentire, alcune gambe iniziarono a tremare e i cuori a pulsare sempre più forte. Stando a quanto ci riferisce Mosè, i più dichiaravano di avere il terrore dell’eventuale presenza di spiriti malefici al suo interno, alcuni addirittura del demonio in persona. Avrebbero volentieri tenuto nascosto queste loro legittime debolezze ma furono messi spalle al muro dalla realtà dei fatti. In molti, pertanto, preferirono rinunciare ad intrufolarsi nella voragine.

    Appena entrati “imu vardátu all’aria” (abbiamo guardato all’insù), mi dice Mosè, essendo l’ambiente molto più grande di quanto ci aspettavamo. “No sapívane addhú érene scíre” (non sapevamo dove dirigerci) continua, finché uno di noi non ha detto: “Vagnóni! A quái nc’é na carótta!” (ragazzi, qui c’è un buco). Si riferiva al pozzetto che si sviluppa a SE, a qualche decina di metri dall’ingresso, ma ad una quota più bassa (A4).

    Non avevano portato corde con loro e come fonti di illuminazione avevano una batteria di autovettura collegata ad una lampadina, che però non fu molto utile alla causa ed una grossa lampada ad acetilene presa in prestito da qualche pescatore, forse presente tra i cinquanta. Questa era sufficiente ad illuminare a giorno tutto il primo ampio ambiente ipogeo. Calatisi nel pozzetto si sono ritrovati nell’angusto passaggio dove occorre procedere carponi, caratterizzato dalla presenza di qualche grande blocco crollato al suolo, che ha conservato numerose firme incise (B1). Erano tutti molto eccitati, qualcuno forse un po’ impaurito, quando è accaduto l’inaspettato.

    Non si sa bene il perché ma sta di fatto che la lampada si è spenta ed il buio, in un attimo, ha avvolto tutti i presenti. Il panico è regnato sovrano. Alcuni lo hanno manifestato apertamente, altri se lo sono tenuto stretto nel chiuso del loro cuore. Pochi istanti dopo una voce ha rotto il silenzio, la più autorevole presente in quell’ambiente: quella di un giovane medico. Ha chiesto senza esitazioni e con fermezza: “Ci tene nu póspuru an póscia?”(chi ha un fiammifero in tasca?). Seguirono degli attimi di vero panico. Se nessuno avesse avuto un fiammifero a portata di mano, sarebbe stato impossibile percorrere l’accidentata via del ritorno, risalendo il pozzetto fra l’altro, quantomeno nell’arco di poche ore, finché cioè non fosse giunto qualcuno in loro soccorso dall’esterno.

    Fra la concitazione generale, finalmente, uno dei presenti estrasse un fiammifero dalla tasca. Mosè non ricorda chi fu ma di certo si è trattato di un fumatore, che la Provvidenza aveva fatto sì che fosse con loro in quel particolare pomeriggio d’autunno. La fiammella si riaccese immediatamente ed illuminò i visi sbiancati dalla paura dei presenti. Vi fu un gran sospiro di sollievo collettivo ma nonostante ciò la paura, che si era ormai instillata nei cuori di alcuni fra i presenti, suggerì loro di abbandonare mestamente l’ambiente ipogeo. Si assistette, dunque, ad un’ulteriore scrematura dei cinquanta con i quali aveva avuto inizio quest’avventura. Costoro guadagnarono l’uscita e la luce del sole, rassicurati dal fatto che, almeno lei, non li avrebbe di certo traditi. Rimasero così solo in sei a proseguire l’avventura. Si tratta dei cinque ritratti in foto (fig. 11), cui vi è da aggiungere il fotografo: “lu Luigi Ciullo Mozzacane”.

    In quel ramo dell’inghiottitoio giunsero nella sala più interna, quella dalle candide pareti, dove apposero le firme e scattarono la “famosa” foto (B2). Tornarono poi nel primo ed ampio ambiente e da lì proseguirono nell’altro braccio della voragine (C). Ricorda poco Mosè di quest’ultimo, se non che è stato l’unico ad aver avuto il coraggio di intrufolarsi nei lunghi e stretti cunicoli che ne caratterizzano la parte finale, almeno finché ha potuto (D).

    “Prima di noi entrarono altri nella grotta”, ci dice Mosè. “Ricordo bene che me ne parlò in seguito mesciu Totu Siciliano” mentre altri, continua, “mi dissero che all’interno della grotta c’era na ‘cchiatura e che, per poterla recuperare, occorreva recarsi lì con una bella signorina nuda”. Ovviamente non riuscirono a trovare nessuna donna disponibile e del tesoro non se ne seppe più nulla. I pochi temerari rimasti all’interno della cavità, fatto quello che avrebbero dovuto fare, si avviarono soddisfati ed inorgogliti verso l’uscita. Ma mancava ancora un pizzico di pepe finale a quest’avventura.

    Una volta fuori furono accolti dai curiosi, che li avevano aspettati sino a quel momento, nonostante l’attesa fosse durata almeno un paio d’ore. Li subissarono di domande: smaniavano dalla voglia di sapere per filo e per segno cosa nascondesse quel misterioso anfratto. Altri, invece, avevano desistito e si erano avviati col broncio verso il paesello. Qualcuno più accorto, però, si accorse che mancava ancora una persona all’appello. Il mormorio generale, infatti, fu rotto da un perentorio: “E lu Mozzacane addhù stane?” (dov’è Mozzacane?).

    Luigi Ciullo, il fotografo, non era ancora emerso alla luce del sole. Lo stesso, ciondolando sull’uscio, urlò a squarciagola verso l’interno: “Mozzacane!”, “Mozzacane!”. Ma di Luigi si erano perse le tracce. Il tutto durò giusto il tempo che i presenti iniziassero a preoccuparsi sul serio, perché dopo pochi minuti si vide sbucare la sagoma di Luigi dall’imbocco della cavità tra il sollievo di tutti. Con una mano reggeva la macchina fotografica mentre con l’altra, fra lo stupore collettivo, il suo cappello che, per l’occasione, era ricolmo di pipistrelli recuperati, loro malgrado, sulla volta del primo ambiente ipogeo.

    In paese e non solo, nei giorni seguenti, la loro esperienza era sulla bocca di tutti. Ognuno ne raccontò un resoconto alla propria famiglia. Il fascino e la curiosità che aleggiavano attorno a Grotta delle Fate avevano già allora varcato gli stretti ambiti paesani. L’unica verità incontrovertibile che i coraggiosi protagonisti riuscirono a raccontare fu quella che all’interno della voragine non vi era  nulla di particolarmente prezioso ed interessante, a dispetto di favole e leggende.

    Mosè, purtroppo, ci ha lasciati nel gennaio del 2018 e a lui vogliamo dedicare questo articolo.

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    Bibliografia 

    N. Febbraro, M. Piccinni “Salento Sottoterra – Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“, con i contributi di Stefano Margiotta, Stefano Calò, Stefano Cortese, Antonia Belgiorno, Libellula Edizioni, Tricase 2018.