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  • GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    La Guida archeologica “Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C.”, a cura di Marco Cavalera, è una pubblicazione di 64 pagine con ricco corredo di foto ed illustrazioni a colori.

    La guida si articola in tre brevi capitoli.

    Nel primo si focalizza l’attenzione sulla penisola salentina prima del fiorire della civiltà messapica.

    Il secondo fornisce un inquadramento storico del Salento in età messapica, a partire dall’età del Ferro (IX – VII secolo a.C.) fino alla fase ellenistica (IV – III secolo a.C.).

    La terza sezione riguarda i luoghi della Messapia meridionale, con una sintetica descrizione degli insediamenti archeologici di Vaste, Castro, Montesardo, Grotta Porcinara (Santa Maria di Leuca), Vereto (Patù), La Chiusa alla Masseria Fano (Salve) e Ugento.

    Dall’introduzione (di Augusto Cavalera)

    “Raccontare in breve il Salento a dei lettori che, in questo momento, stanno per leggere – per distrazione o per diletto – questa mini pubblicazione, non è impresa semplice. Catturare in poche righe l’enfasi e l’essenza di questo territorio e porgerla all’attenzione di coloro che vogliono scoprirne i caratteri salienti necessita di uno sforzo che si colloca al limite tra un’immaginazione sensibile e personale ed una realtà effettuale e descrittiva, comunque mai banale.

    Forse sarebbe meglio non raccontare alla stregua di una mera didascalia turistica, bensì lasciarsi trasportare dalla semiotica riflessa di una poesia, di un canto, un “cunto”; versi d’altri tempi, verso un altro tempo che, neutro, trapassa la matematica degli anni.

    Il Salento è dinamica immantinenza, è metafisica di planetaria pittura, rubiconda e accesa, sospesa e sublimata, paesaggio indefinito racchiuso tra un’ogiva di terra rossa ed una colata di cielo mediterrae.

    In questo luogo la bellezza è pura stratificazione di tempo, lembi di conoscenza che ancora si nascondono, in attesa di trovare luce. Ed è qui che quell’attesa plasma fascino ed empatia. Dettagli di superficie che rimandano a culture custodite nelle viscere della terra, cocci di ceramiche antiche, come gocce di pioggia emersa e sedimentata, che segnano  i battiti di un passato diventato oramai roccia.

    Archeologia come “antico discorso” che profana le leggi della conservazione ed èleva la ricerca, rendendo la narrazione contemporanea ed intellegibile. Il codice anagrafico ed antologico di un territorio possiede “identità” in virtù del proprio contenuto sotterraneo, perché anche ciò che affiora altro non è che il sotterraneo del suo cielo.

    Ma il Salento non si racconta, si fa raccontare, e la poesia che si crea dal vissuto è solo il sospiro di chi, fermo su uno scoglio o seduto su una radice di ulivo, diventa parte di un’emozione che si custodisce per sempre nel sotterraneo della propria anima, in attesa di essere soavemente trasportata lungo i segreti del tempo“.

    Di seguito il link per scaricarla gratuitamente in formato PDF: guida antica messapia
  • OGGETTO D’ARTE MOBILIARE DEL PALEOLITICO SUPERIORE FINALE DAL RIPARO POZZICHE DI SALVE (LECCE)

    OGGETTO D’ARTE MOBILIARE DEL PALEOLITICO SUPERIORE FINALE DAL RIPARO POZZICHE DI SALVE (LECCE)

    di Nicola Febbraro

    Nel novembre del 2006 è stata rinvenuta, da Nicola Febbraro e dal signor Antonio Piccinno, una pietra calcarea piatta e regolare (dimensioni massime 15 x 10 x 4 cm), che si caratterizza per la presenza, su una delle due facce, di incisioni di tipo geometrico – lineare. La scoperta è avvenuta, nel corso di ricerche sistematiche di superficie svolte nell’ambito di una tesi di laurea in Paletnologia, nei pressi di un riparo sottoroccia individuato in località Sorgente Pozziche, nel territorio comunale di Salve. Il sito è localizzato all’interno della valle terrazzata del Canale Tariano, ramo orientale del Canale Fano.

    Pietra incisa dal riparo Pozziche (Salve)

    La pietra incisa trova confronti con i numerosi esemplari individuati nelle stratigrafie della Grotta Riparo esterna delle Veneri di Parabita, di Grotta Romanelli (Castro), di Grotta del Cavallo (Nardò) e di Grotta Marisa (Otranto). Si tratta di depositi – talvolta provvisti di datazioni assolute – che sembrano costituire delle tappe di un processo evolutivo della produzione artistica, che ha interessato il Salento in un arco di tempo relativamente breve (Romanelliano, Epiromanelliano e Sauveterriano).

    La pietra presenta diverse fratture, forse antiche ed intenzionali, così come gli esemplari rinvenuti nella Grotta Riparo esterna delle Veneri di Parabita. Si tratta, probabilmente, di manifestazioni rituali.

    I motivi decorativi, che coprono totalmente una delle facce del reperto, in alcuni punti sono di difficile lettura, a causa dei processi erosivi che la pietra ha subito. La decorazione consiste in una serie di bande parallele affiancate (delimitate da linee singole o a coppia) riempite – fatta eccezione per una che occupa una posizione pressoché centrale – con una fitta serie di tratti paralleli ad esse ortogonali. Le bande sono combinate con un motivo a graticcio.

    Le interpretazioni degli studiosi, riguardo al significato di tali formule di espressione artistica, sono molto contrastanti. Per alcuni hanno avuto una finalità pratica piuttosto che ornamentale (ad esempio si è potuto trattare di notazioni numeriche, di scansioni temporali, ecc.), per altri si tratta di manifestazioni che rientrano nel complesso universo simbolico dell’uomo.

    L’oggetto d’arte mobiliare rinvenuto in località Sorgenti Pozziche – per concludere – può essere riferito al Paleolitico superiore finale, più esattamente all’Epigravettiano finale di fase romanelliana o epiromanelliana, ossia ad un periodo di transizione tra il Pleistocene e l’Olocene (attorno ai 10.000 anni fa). Delle conferme in tal senso provengono sia dai confronti effettuati in ambito salentino che dall’analisi dell’industria litica e del complesso faunistico rinvenuti in associazione allo stesso.

    (contributo tratto da Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, a cura di N. Febbraro, Tricase 2011, pp. 99-105)

    Bibliografia:

    Aprile G., Dell’Anna S., Febbraro N., Piccinno A., Una pietra incisa da Riparo Pozziche (Salve, Lecce), in Atti della LXII riunione scientifica (I.I.P.P.). L’arte preistorica in Italia, Trento 2007, sez. poster.

    Astuti P., Dini M., Grifoni Cremonesi R., Kozlowski S., Tozzi C., L’industria mesolitica di Grotta Marisa (Lecce, Puglia) nel quadro delle industrie litiche dell’Italia meridionale, in Riv. Sc. Preist., Vol. LV, Firenze 2005, pp. 185-208.

    Cremonesi G., Due complessi d’arte del Paleolitico superiore: la Grotta Polesini e la Grotta delle Veneri, in Mundi B. e Gravina A. (a cura di), Atti (Tomo secondo) del 6° Convegno sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia. L’arte paleolitica italiana nel suo contesto cronologico e culturale (Tavola Rotonda), San Severo (Fg) 1987, pp. 35-45, Tav. XXX-XXIV.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase 2011, pp. 99 – 105.

    Palma di cesnola A., L’arte del Paleolitico superiore in Italia, in Il Paleolitico superiore in Italia. Introduzione allo Studio, Firenze 1993, pp. 461-496.

    Possenti L., Grotta delle Veneri. Arte Mobiliare, in E. Ingravallo (a cura di), La Passione dell’Origine, Lecce 1997, pp. 167-173.

  • ARCHEOLOGIA DEL SALENTO.  Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    ARCHEOLOGIA DEL SALENTO. Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    di Sandra Sammali

    (contributo pubblicato su Progetto Salento, n. 21, anno IV n. 4, settembre 2011)

    Copertina libro Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dove la Terra ci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

    Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

    Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature Straniere – entrambi presso l’Università del Salento – ha presentato un quadro generale della presenza umana nella penisola salentina dai primi abitanti al periodo della romanizzazione, focalizzando l’attenzione sul contesto specifico del territorio di Salve.

    La monografia è frutto di dieci anni di ricerche e studi, iniziati nel 2001, nella quale sono confluiti i reperti già noti di ricerche archeologiche di archivio e bibliografico e rinvenimenti più recenti, quali grotte di rilevanza geologica e tumuli funerari di grande interesse, che hanno apportato un contributo fondamentale nel rivisitare e completare la tradizione preistorica e storica di Salve. Una tradizione a cui contribuì notevolmente lo storico salvese Aldo Simone, con il suo libro Salve, storia e leggende.

    Le ricerche sul territorio, mosse dalla passione di Nicola e dall’amore per la sua Terra, sono state intraprese con un duplice obiettivo: realizzare una carta archeologica  su cui riportare tutte le testimonianze archeologiche del territorio di Salve e ricostruire diacronicamente quella che è stata la frequentazione dello stesso. Uno strumento preziosissimo sia per esperti del settore, sia per l’amministrazione Comunale che, ora, ha  in mano uno strumento concreto per la conoscenza del territorio, la sua  tutela e valorizzazione.

    L’apporto notevole di questo lavoro è costituito dalle nuove scoperte effettuate in territorio di Salve, da Nicola e Marco. “Marco – ci dice Nicola – è una persona semplice e umile, il  miglior collaboratore che avessi mai potuto desiderare”. Originario di Lucugnano, si è dedicato a questo lavoro con anima e corpo, spinto anche lui dalla stessa passione.

    Le scoperte che in assoluto  stanno loro  a cuore, di natura geologica più che archeologica, sono tre cavità carsiche mai rilevate prima e sconosciute agli studiosi:  Grotta Febbraro, Grotta Marzo e Grotta Foscarini de Donatis,  a cui hanno dato il nome del proprietario del fondo in cui ciascuna è situata. All’interno di queste cavità, i due archeologi hanno eseguito rilevazioni che hanno permesso di portare alla luce  testimonianze delle oscillazioni climatiche, e del conseguente innalzamento del livello del mare. Grotta Febbraro si trova oggi a 72m s.l.m., “ma – ci spiega Nicola – la presenza di una spiaggia cosiddetta ‘tirreniana’, costituita da un deposito di ciottoli arrotondati e sabbie fossilifere, testimonia che 100.000 anni fa il mare arrivava fino al suo interno”.

    Diversi tumuli funerari e cultuali, testimoni dell’età dei Metalli, hanno portato alla luce la fasi dell’evoluzione degli abitanti di questa Terra: non più grotte, ma strutture in pietra e terra, muri a secco, monumenti funerari, vasellame, anfore resti ossei umani e animali.

    Poi, sul finire dell’età del Ferro,  piccoli villaggi di capanne sparsi nel territorio “abitati da genti iapigie che diedero origine alla civiltà messapica”. Marco Cavalera, esperto in materia, ha riportato fra le pagine del libro gli aspetti peculiari di questi antenati: evoluzione del sistema insediativo, linguaggio, religione, necropoli, corredi funerari (coppe, bicchieri, trozzelle) e santuari.

    Uno studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve è stato condotto da Anna Lucia Nicolì, collaboratrice e moglie dell’autore. L’indagine toponomastica ha permesso di acquisire informazioni sulla frequentazione antropica del territorio nelle diverse epoche storiche. Sono state individuate sei categorie di toponimi, in base alla loro derivazione (da nomi di famiglia, santi, morfologia territoriale, flora e fauna, centurioni romani e di derivazione sconosciuta) in base alle quali è stato possibile realizzare la Carta Toponomastica del territorio di Salve.

    La presentazione del libro si è tenuta il 9 luglio scorso, presso il Palazzo Ramirez, nell’ambito del progetto “Raccontare il territorio. Giovani idee tra memoria e identità”, a cui era presente il Presidente della Provincia, dott. Antonio Gabellone che, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza storica dell’opera:

    “Libri come questo di Febbraro ci spingono, sapientemente guidati, a lanciare uno scandaglio più in profondità. Si scoprono così aspetti inattesi (…). Un grande lavoro di ricerca tra cumuli di pietre, grotte ed anfratti, pianori e canaloni, condotto con immensa passione e altrettanto rigore tecnico e scientifico (…) Il recupero della storia culturale, tradizionale di un popolo sn fondamentali. (…)”.

    Una passione che accompagna Nicola Febbraro sin dalla giovinezza, come ha voluto ricordare anche il Sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo:

    “Un libro che finalmente vede la luce, un lavoro importantissimo, portato avanti con l’immensa passione che da sempre lo ha legato al nostro territorio e alla nostra comunità. Dalle pagine trasuda tutto l’amore che Nicola ha  per il territorio salvese: ha trovato la nostra storia, la nostra identità le nostre radici. Abbiamo portato avanti questo progetto perché ci crediamo da sempre. Per me, essere qui questa sera non vuol dire svolgere il mio semplice dovere istituzionale, ma sono qui con immenso piacere;  perché siamo tutti convinti che questi lavori debbano essere divulgati, non solo agli esperti, ma alla Comunità tutta, perché essa possa acquisire la consapevolezza e conoscenza della propria storia, delle proprie radici e memorie e custodirle per tramandarle alle generazioni successive”.

    Nicola, con una voce che lasciava trapelare la sua emozione, ha raccontato:

     “ricordo 20 anni fa, quando ero piccolo, passavo il pomeriggio avventurandomi nei meandri di una grotta situata nella campagna di mio zio, in località Montani. Era una grotta buia  che mi accattivava, mi chiamava ad entrare nonostante mi incutesse paura e rispetto al tempo stesso, perché una grotta è qualcosa di ignoto che si sviluppa nelle viscere della Terra.  E ogni volta che riuscivo a fare un passo più avanti, ad entrarvi sempre più in profondità per me era una grande conquista. Poi, a distanza di anni, per me è stata un’emozione indescrivibile trovare proprio lì quello che avevo letto e studiato nei libri”.

    La sua passione, pian piano, lo ha portato oltre i confini da lui conosciuti, a leggere le pietre che solo all’occhio dell’esperto schiudono il proprio segreto. Nicola Febbraro ha vestito  i panni dell’interprete della proprio passato, del passato dell’intera Comunità salvese, che ora, grazie alla sua opera divulgativa, potrà conoscere scoprire la propria identità, il proprio patrimonio ambientale e culturale, e noi tutti gliene saremo sempre riconoscenti.

    “Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

    N. FEBBRARO,  Archeologia del Salento, il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase 2011.

    Contatti:

    associazionearches@gmail.com

    Contributo: 25 €
  • IL FENOMENO DEI DOLMEN NELLA PUGLIA MERIDIONALE

    IL FENOMENO DEI DOLMEN NELLA PUGLIA MERIDIONALE

    di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

    Dolmen Li Scusi presso Minervino di Lecce Dolmen Li Scusi (Minervino di Lecce)

    Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

    L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si inizia ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe (del tipo “a grotticella”) costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

    Una tomba a grotticella, nel Salento meridionale, è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo archeologico, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’Età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

    Tomba a grotticella nel territorio di Cardigliano (Specchia)

    Un’altra probabile tomba a grotticella è presente nel territorio di Montesardo, a poche decine di metri da una moderna casa di riposo. Si tratta di una cavità che presenta un’apertura rivolta ad est, costituita da un breve dromos di accesso che immette in un ambiente di forma ellittica. La volta si caratterizza per la presenza di un foro di aerazione, mentre le pareti laterali presentano numerose nicchie, una sovrapposta all’altra, dall’enigmatica funzione e incerta datazione[4].

     Presunta tomba a grotticella di Montesardo (Alessano)

    Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine bretone, coniato dalla storiografia tradizionale, che significa “tavola di pietra”.

    Dolmen Caroppo in agro di Corigliano d’Otranto 

    La Puglia è l’unica regione dell’Italia peninsulare in cui è attestata una diffusa presenza di dolmen, che si concentra su tre distinte aree geografiche:

    • nel comprensorio a nord di Taranto;
    • lungo il litorale barese.
    • nella penisola salentina;

    I dolmen del barese e del tarantino rientrano nella categoria dei dolmen a galleria (allée couverte), che si caratterizzano per la presenza di suddivisioni interne della camera sepolcrale.

    Nel Salento invece sono attestate piccole strutture a pianta rettangolare, poligonale o irregolare.

    In questi due gruppi rientrano le piccole specchie con una o più strutture dolmeniche ricoperte da pietre e terra (tumuli).

    I dolmen pugliesi avevano probabilmente funzione autocelebrativa a scopo funerario e andavano a sostituire le sepolture collettive in grotta, denotando un nuovo assetto socio-culturale delle comunità che li realizzarono.

    La loro collocazione cronologica è compresa fra le diverse fasi dell’Età del Bronzo medio (circa 3.600 – 3.300 anni fa).

    La datazione dei dolmen salentini è stata offerta non dai materiali archeologici associati (scarsamente attestati), ma da un confronto tipologico e strutturale con quelli presenti sull’isola di Malta, accomunati da numerosi elementi come la planimetria irregolare, le ridotte proporzioni del monumento e l’utilizzo di una tecnica mista per sostenere la lastra di copertura.

    La studiosa Cipolloni Sampò ritiene preminente l’utilizzo funerario dei dolmen, ma non esclude che in momenti storici differenti si siano alternate altre funzioni.

    I dolmen pugliesi presentano alcune peculiarità, come l’asse della struttura rivolto in direzione Est – Ovest, con l’apertura rivolta ad oriente, a parte alcune eccezioni come il dolmen Argentina-Graziadei, rinvenuto nel territorio di Salve, che presenta l’ingresso orientato ad occidente.

    Uno dei primi studiosi che si è occupato del fenomeno del megalitismo nel Salento è stato Cosimo De Giorgi che, a seguito di un censimento capillare, ha constatato che la maggior parte dei dolmen erano concentrati all’estremità sud-orientale della penisola salentina ed ha distinto quelli presenti in Terra d’Otranto in quattro gruppi, a seconda delle aree di localizzazione comprese tra:

    1. Calimera e Melendugno;

    2. Minervino di Lecce, Uggiano la Chiesa, Vaste e Poggiardo;

    3. Giurdignano e Minervino;

    4. versante ionico del tarantino.

    De Giorgi classificò tutti i dolmen individuati come monumenti funerari rientranti, originariamente, nella tipologia delle piccole specchie. La funzione della copertura con pietre e terra doveva, secondo lo studioso, impedire agli animali selvatici di accedere all’interno della cella funeraria. Della stessa, salvo rari casi, non è rimasta traccia a causa dell’azione delle piogge e di alcune attività umane. A questi fattori – in conclusione – riteneva di addebitare l’obliterazione di ogni elemento relativo alle antiche inumazioni e al loro corredo funerario[5].

    Dolmen Placa (Melendugno)

    Dolmen Stabile (Giuggianello)

    DOLMEN NEL TERRITORIO DI SALVE

    1.         DOLMEN COSI

    Giovanni e Paolo Cosi – nell’agosto del 1968 – rinvennero, in località la Cabina, i ruderi di un dolmen ubicati a breve distanza dalla strada provinciale 91, a circa 300 metri dalla linea di costa (4 metri s.l.m.). L’attenzione degli scopritori fu attirata da alcuni ortostati infissi verticalmente nel terreno e da monoliti di grandi dimensioni sparsi al suolo.

    Dolmen Cosi, fotografato nel 1968  Dolmen Cosi visto da sud-ovest (fonte: Cosi 2001).

    Dalla relazione del rinvenimento (indirizzata da G. Cosi all’allora Soprintendente alle Antichità della Puglia: dott. F.G. Lo Porto) si ricava la descrizione della struttura: Il dolmen si presentava composto da due lastre parietali infisse nel terreno: l’una, rivolta a nord, verso la strada, saldamente conficcata nel suolo (largh. 1 m., h 0,8 m., spess. 0,3 m.), l’altra rivolta ad est (largh. 0,9 m., h 0,8 m., spess. 0,22 m.) e da una lastra di copertura adagiata al suolo e leggermente spostata verso ovest (largh. 0,95 m., h 0,95 m., spess. 0,1 m.)[6].

    Giovanni e Paolo Cosi rinvennero al suo interno ossa lunghe umane, sei denti umani, cocci di terracotta grezza e fine e un frammento di ossidiana.

    Orlando, autrice di uno studio sulle strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C., riporta la notizia della presenza, almeno fino alla fine degli anni ’70, di una piccola struttura dolmenica in territorio di Salve, il cui scavo sembra abbia restituito materiale ceramico di corredo e di cui, purtroppo, non si ha nessuna notizia ufficiale, né si conosce l’esatta ubicazione rispetto ai siti del Bronzo medio iniziale di Spigolizzi e Fano[7].

    Franco, in occasione del Convegno Internazionale “Archeoastronomia Credenze e Religioni nel Mondo Antico” tenutosi a Roma nel 1997, ha così presentato il dolmen scoperto da Cosi: A Salve, lungo il litorale jonico nella piccola specchia «Giannella» furono rinvenuti dal Cosi questi due vasi d’impasto riconducibili al Bronzo Antico. Venne trovato anche un frammento di ossidiana – probabilmente liparota – che potrebbe significare il riutilizzo del sito[8].

    L’esistenza della piccola specchia Giannella è ignota sia ad alcuni anziani del posto che agli scopritori del monumento. Franco si limita a citare i due vasi d’impasto rinvenuti senza offrirne una descrizione tipologica. Dalle foto a disposizione si evince che si tratta di una tazza frammentaria monoansata a forma chiusa e di un orlo diritto dal labbro arrotondato e dal collo troncoconico, con un’ansa a nastro verticale (spesso e stretto) che si imposta superiormente sull’orlo.

    I due vasi potrebbero essere riferiti alla fase protoappenninica del Bronzo medio iniziale e trovano confronti con i manufatti ceramici rinvenuti nel vicino villaggio di Spigolizzi.

    2.         DOLMEN ARGENTINA – GRAZIADEI

    In località le Pesculuse – 600 metri ad est dal Dolmen Cosi e 40 metri a sud della strada provinciale 91 (5 metri s.l.m.) – è stato localizzato un altro dolmen in discreto stato di conservazione.

    Dolmen Argentina - Graziadei presso Marina di Pescoluse Dolmen Argentina-Graziadei (Salve)

    Anche la struttura megalitica, denominata da Franco “Argentina-Graziadei”, è stata presentata al già citato Convegno Internazionale del 1997. La studiosa, a proposito di megalitismo nel Salento, ha posto l’accento su due monumenti ipogeico-megalitici. Uno si trova nel territorio di Sanarica, l’altro nell’entroterra di Salve: tali monumenti sono composti da due elementi principali: quello ipogeico che è la tomba e quello apogeico che è l’accesso; trattasi quindi di costruzione a tecnica mista. Franco, riguardo a quello di Salve, fornisce una breve descrizione: Quello di Salve ha un ingresso megalitico formato da ortostati e piattabande che conduce direttamente nella grotticella ipogeica a forma semicircolare, scavata nel banco di roccia. Sinora non sono stati rinvenuti oggetti significativi[9].

    Il primo ad individuare il dolmen Argentina-Graziadei è stato Giovanni Cosi: Nelle immediate vicinanze del Dolmen (Cosi) rinvenni una costruzione che potrebbe essere definita Dolmen a Pozzo. Non essendo certo della peculiarità della scoperta non ne feci cenno al prof. Lo Porto[10].

    Il dolmen consta di una cella apogeica costituita da ortostati, di forma irregolare e di dimensioni varie, che poggiano sulla roccia affiorante e che sorreggono una copertura costituita da quattro grandi lastroni uno dei quali, in corrispondenza dell’ingresso, è stato asportato clandestinamente di recente. L’ingresso del dolmen (larghezza 0,6 ed altezza 0,8 metri) – rivolto ad ovest – permette l’accesso alla struttura ipogeica per mezzo di una breve rampa formata da tre gradini scavati nella roccia. La cavità artificiale – di forma quadrangolare – e la cella apogeica hanno nell’insieme le seguenti misure: altezza e larghezza 1,5 e lunghezza 2 metri. Alla base della piccola grotta è presente una fossa ellittica, scavata nel banco roccioso (profondità 1,15, larghezza 0,65 e lunghezza 1,9 metri), svuotata del suo originario contenuto da ignoti già nel 1968. È verosimile ipotizzare una sua natura funeraria, pur in assenza di manufatti archeologici o reperti ossei rinvenuti da Cosi e da Franco nella cavità ipogeica o nelle immediate vicinanze del dolmen.

    Il Dolmen Argentina-Graziadei presenta le medesime caratteristiche tipologiche dei cosiddetti piccoli dolmen del basso Salento, così come sono stati definiti da Cipolloni Sampò, fatta eccezione per l’apertura orientata ad ovest e per la presenza della cella ipogeica. La sua cronologia – comunque – resta incerta. Franco – invece – conclude il suo articolo scrivendo che, anche se tipologicamente queste strutture presentano strette affinità con quelle rinvenute nella valle del Belice, in Sicilia, con quelle sarde come Cuccuru Crabonis di Maracalagonis, con altri rinvenuti nell’isola di Minorca, risalenti alla fine del III – inizi II millennio a.C., esse sono molto tarde, forse medievali e potrebbero significare il perdurare di modelli diffusi nel Mediterraneo[11]. 

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta da parte degli autori, è vietata.  

    Bibliografia:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase (Le), 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, Martina Franca (Ta), 1989, p. 159.

    Cosi G., Dolmen nell’agro salvese, in Annu Novu, Salve Vecchiu (XII Edizione), Alessano (Le), 2001, pp. 11-15.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase (Le), 2011, pp. 157-164.

    Franco M. C., Brevi note sul megalitismo nel Salento, in Atti dei Convegni dei Lincei (141). Archeo-astronomia, credenze e religioni nel mondo antico (Roma, Maggio 1997), Roma, 1998, pp. 239-246.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, Galatina (Le), 1995, pp. 19-38.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, Galatina (Le), 1997, pp. 290-303.

    Orlando M.A., L’uomo e la pietra nel Salento preistorico. Guida alla comprensione e alle escursioni del territorio, Lecce, 2007.

    Sammarco M., Febbraro N., Nuove testimonianze protostoriche dal territorio di Salve, in Annu novu, Salve vecchiu (XIII edizione), Alessano (Le), 2002, pp. 8-19.

    [1] Orlando 2007, pp. 17 – 22.

    [2] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26).

    [3] Ciongoli 1989, p. 159.

    [4] Sopralluogo effettuato il 17 gennaio 2012 a seguito di una segnalazione di Francesco Greco. La cavità si caratterizzava per la presenza, sia sulla rampa d’ingresso che nel vano interno, di fitta vegetazione spontanea e rifiuti di vario genere, che hanno reso difficoltosi l’accesso e il rilievo. Lo stesso piano di calpestio era riempito da detriti, pietre e spazzatura.

    [5] Febbraro 2011, p. 158.

    [6]ASAP, Deposito, Busta 26, Fascicolo 62, Sottofascicolo 1, 1968; COSI 2001.

    [7]ORLANDO 1995.

    [8] FRANCO 1998.

    [9]FRANCO 1998.

    [10]COSI 2001.

    [11]FRANCO 1998.