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  • Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Di Nicola Febbraro

    Antonio Piccinno, classe 1940, è un decano degli studi paletnologici salentini. È stato un tecnico, in realtà, ma ha pubblicato una serie incredibilmente lunga di articoli e di contributi scientifici. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo presso il dipartimento di Paletnologia dell’Università del Salento, dove ha prestato servizio dapprima in qualità di collaboratore del compianto prof. Giuliano Cremonesi (sino al 1992) ed in seguito, sino al suo pensionamento, della prof.ssa Elettra Ingravallo.

    È stata per me una figura importante, quand’ero impegnato nella stesura della tesi di laurea. In questa occasione ha messo a mia disposizione tutte le sue conoscenze e competenze in ambito paletnologico. È stato fondamentale, quindi, affinché io potessi inquadrare cronologicamente l’industria litica (strumenti in pietra), i frammenti ceramici ed i resti fossili di fauna pleistocenica, che man mano individuavo durante le mie ricognizioni di superficie in territorio di Salve.

    Antonio, assieme al suo gemello Francesco, ha fra l’altro individuato e segnalato agli organi competenti numerosi siti archeologici prei/protostorici in ambito salentino. Nel solo territorio di Salve, a titolo d’esempio, sono stati gli scopritori, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, di diversi siti: Grotta Montani, Grotta Marzo con le sue figure dipinte (fig. 1), l’insediamento di Spigolizzi, alcune cavità nel fondo del Canale Fano, ecc.

    Fig. 1 – Alcuni disegni in ocra rossa presenti all’interno di Grotta Marzo (in alto) e alcune figure presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto). Fonte: Graziosi 2002 (Tab. X, n. 16, Tav. 9b; Tab. X, n. 17, Tav. 9c; Tab. 10, n. 2, Tav. 69b).

    Riguardo a Grotta Marzo mi ha riferito di aver accompagnato per un sopralluogo, effettuato nei primi anni ’70, il dott. Decio De Lorentiis, l’allora direttore del Museo di Maglie, e il prof. Paolo Graziosi. Quest’ultimo è stato un docente di fama internazionale, il più autorevole studioso italiano delle antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. In quegli anni frequentava la nostra provincia in quanto impegnato nello studio dei dipinti neolitici di Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto).

    Ad accogliermi in casa Piccinno, il 2 settembre del 2016, è la signora Maria Concetta, ossia un’insegnante in pensione elegante, riservata e distinta ma soprattutto madre e moglie molto accorta. Solo in poche occasioni sono andato a far loro visita ad Ugento. Antonio, che trovo in fremente attesa del nostro incontro, ha già preparato nel suo studio un po’ di materiale bibliografico da donarmi. È una persona molto schiva e riservata con qualche acciacco fisico, che lo ha allontanato dalla sua grande passione: passeggiare in campagna. Solo dieci anni prima, da neo-pensionato, ha preso parte a tutte le campagne di scavo effettuate nella necropoli a tumuli (III millennio a.C.), ubicata a ridosso di Grotta delle Fate (figg. 2 e 3).

    Fig. 2 – Antonio Piccinno durante una fase dello scavo del Tumulo 1, a cura dell’equipe della prof.ssa Elettra Ingravallo, con sullo sfondo i ruderi di Masseria Fano.
    Fig. 3 – Antonio Piccinno e Nicola Febbraro durante una fase dello scavo dell’urna cineraria del tumulo 1.

    Antonio ha iniziato a frequentare il territorio di Salve negli anni ’50, in particolare il Feudo del Fano. A quell’epoca lo faceva per pura passione, in quanto sarebbe diventato un professionista della disciplina solo qualche lustro più in là[1].

    Mi racconta che l’allora proprietaria di Masseria Fano era la baronessa Winspeare, che il ruscello che scorre nel fondo della gravinella aveva una portata maggiore rispetto a quella attuale e che al suo interno vi erano anche diverse hirudinee (sanguisughe).

    Si incuriosì di quest’ambito territoriale in quanto ne aveva letto le particolari caratteristiche morfologiche sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare di cui disponeva. Quando poi ebbe modo di frequentarlo di persona le sue aspettative non rimasero deluse.

    Si recava ai Fani con la sua autovettura assieme al gemello, oltrepassando il ponte in località Terramascia. In questa fase erano impegnati con delle ricerche di superficie nel deposito preistorico di Grotta Montani (fig. 4), che sarebbe stato, nel corso dell’estate del 1973, oggetto di un’indagine stratigrafica. Mi riferisce che quando lambivano Grotta delle Fate (fig. 5), ignota per loro all’epoca, erano colpiti da un tanfo irresistibile, dovuto alla presenza, nella piccola dolina che ne delimita l’ingresso (fig. 6), di un ragguardevole deposito di sansa. Fu grazie a questo sgradevole particolare che individuarono la voragine.

    Fig. 4 – Il signor Antonio Piccinno, sulla destra, nei pressi di Grotta Montani (maggio 1973), in compagnia di un contadino del posto (archivio fotografico F.lli A. e F. Piccinno, Taviano – LE).
    Fig. 5 – Copertina del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storia e leggende su Grotta delle Fate (Salve)”, a cura di N. Febbraro e M. Piccinni, con i contributi di S. Margiotta, S. Calò, S. Cortese e A. Belgiorno.
    Fig. 6 – Dolina che delimita l’ingresso di Grotta delle Fate.

    Prima di esplorarla hanno pazientemente atteso che il cattivo odore svanisse. Le motivazioni della loro scelta sono facili da intuire. Certamente non erano mossi dalla voglia di incontrare di persona le fate, i satiri o di rinvenire un prezioso tesoro (come accadde ai precedenti esploratori intervistati), quantomeno nel senso letterario del termine.

    I fratelli Piccinno erano già allora dei formidabili “annusatori” di siti di antica frequentazione umana. E questo era l’unico scopo di quella loro esplorazione. Volevano appurare se in quella voragine vi fosse qualche traccia della presenza dell’uomo da riferire ad epoche prei/protostoriche.

    Si limitarono a perlustrare il primo grande ambiente (figg. 7 e 8). Anzitutto, perché non erano attrezzati in quell’occasione (non disponevano nemmeno di una piccola fonte di illuminazione artificiale) ma soprattutto perché ne percepirono da subito l’instabilità e la pericolosità. Intuirono, inoltre, che la voragine non celasse nulla di particolarmente antico, archeologicamente parlando. Un’idea in tal senso se l’erano già formulata in precedenza, considerando che l’area esterna, da loro già minuziosamente perlustrata, non aveva restituito nulla di interessante. Ad ogni modo, l’eventuale presenza di tracce antiche sarebbe stata impossibile da rilevare. Al suolo, infatti, era presente un importante deposito costituito da materiale alluvionale, penetrato dall’esterno, e dai numerosi crolli dalle pareti e dalla volta.

    Fig. 7 – Primo ampio ambiente di Grotta delle Fate.
    Fig. 8 – Porzione del cono di detriti misto a rifiuti situato all’ingresso della voragine.

    Approfittando del fatto di trovarmi di fronte ad uno dei massimi esperti di preistoria salentina, gli ho comunque chiesto se secondo lui fosse o meno mai stato frequentato dall’uomo antico quell’articolato sistema carsico. Antonio, senza pensarci su un attimo, mi ha risposto con un altro quesito: “Secondo te, l’uomo preistorico era «tantu fessa» da scegliere di frequentare un inghiottitoio naturale di acqua piovana, un ipogeo nel quale convergevano centinaia di metri cubi di acqua provenienti dal Canale Fano?”.

    Una volta tornati alla luce del sole si imbatterono in un contadino che era intento a lavorare la terra. Gli chiesero delle notizie riguardo alla voragine, che non sapevano ancora fosse denominata Grotta delle Fate. L’agricoltore disse loro di non essere mai entrato al suo interno, in quanto intimorito da tutto ciò che si vociferava sul suo conto, ma che la curiosità in tal senso non gli mancava. Raccontò loro la leggenda delle fate e dei contadini che avevano assistito alle loro ammalianti danze. Quella fu la prima ed al contempo l’ultima volta in cui i fratelli penetrarono nell’inghiottitoio.

    Antonio e suo fratello, all’epoca, facevano parte del Gruppo Speleologico di Maglie, per il quale segnalavano delle evidenze che insistevano nel Capo di Leuca. Fu così che, poco tempo dopo, vi fu la prima ispezione ufficiale all’interno di Grotta delle Fate da parte di un’équipe di speleologi. La stessa avvenne nel 1961 ed un accurato resoconto fu poi effettuato qualche decennio dopo, dallo stesso Antonio, in un articolo pubblicato nel 1990 su Annu Novu Salve Vecchiu, che riprendeva integralmente quanto pubblicato nel notiziario del gruppo: la rivista “La Zagaglia” (fig. 9). I fratelli Piccinno, invece, si sono concentrati in seguito esclusivamente sull’indagine archeologica delle gravinelle circostanti (i due rami del Canale Fano) e della Serra di Spigolizzi.

    Fig. 9 – Pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino P. de Lorentiis di Maglie (Lecce).

    Ricorda Antonio che in quell’unica occasione, assieme al fratello Francesco, scorse sia il pozzetto che il cunicolo che si aprono nel primo ambiente; ha inoltre bene in mente la presenza di “qualche graffito rappresentante una croce greca, che fa dubitare della esistenza «in loco», di un vecchio tempio” (fig. 10).

    Fig. 10 – Croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo di Grotta delle Fate verso NO.

    Antonio, durante la sua esperienza nel territorio di Salve, frequentò e fece amicizia con la cosiddetta “colonia” di stranieri, ossia con tutti quegli artisti, scrittori, studiosi o in genere personalità di grande cultura che qui si sono trasferite a partire dagli anni ’70, dando lustro al nostro territorio. Fra queste mi cita in particolare Gerhard (detto Gerardo) Cerull, artista originario della Baviera (Germania), che incontrava nei pressi della Masseria Fano, dove alloggiava in una struttura rurale. Ma è stato anche un assiduo frequentatore di Masseria Spigolizzi e non poteva essere altrimenti, considerando la grande passione che nutriva la scrittrice Patience Gray per l’archeologia.

    Terminata la nostra chiacchierata, immortalo i due coniugi Piccinno nei pressi del loro giardino. La signora Maria Concetta, che più volte è intervenuta durante la stessa, è ritrosa a mettersi in posa. Ma io insisto e riesco a raggiungere il mio obiettivo.

    Durante i km che mi separano da casa, percorsi a bordo del mio scooter, passo in rassegna tutti i momenti vissuti con Antonio. Penso alla velocità con cui il tempo scivola via e soprattutto a quando io, giovanissimo studente universitario, varcai per la prima volta e con il cuore in gola l’uscio del laboratorio di Paletnologia, dove lui prestava servizio.

    Rapito da questi pensieri ed attraversato da un brivido di malinconia, in men che non si dica sono colpito da un familiare e rassicurante segnale stradale rettangolare, che recita: “Benvenuti a Salve”. Così, dolcemente, sono riportato nella mia quotidiana realtà.

    BIBLIOGRAFIA

    Febbraro N., Ricognizioni di interesse paletnologico sul territorio di Salve, Tesi di laurea in paletnologia (relatrice: Prof.ssa Elettra Ingravallo), Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011.

    Febbraro N., Storie e racconti di visitatori occasionali in Grotta delle Fate in Febbraro N. e Piccinni M. (a cura di) Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve), Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2018, pp. 224-228.

    Graziosi P., Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Firenze 2002.

    Piccinno A., La Grotta delle Fate. Un patrimonio ipogeo da recuperare e valorizzare (Itinerari speleologici), in Annu Novu, Salve Vecchiu (IV edizione), Melissano (Le) 1990, pp. 21-27.

    Carlo Stasi, Gerhard Cerull, un “salentino per caso“, Nuovo Quotid. di Puglia 31.5.2015, pag. 39.

    [1] All’epoca svolgeva la libera professione di geometra. Nel 1972, poi, vinse il concorso che lo fece diventare un tecnico in ambito universitario. Esercitò questo ruolo dapprima presso la facoltà di Lettere e Filosofia e in seguito presso quella di Conservazione dei Beni Culturali, cattedra di Paletonologia.

  • L’Ape. Un insetto prezioso tra storia, cultura, patrimonio culturale ed archeologia

    L’Ape. Un insetto prezioso tra storia, cultura, patrimonio culturale ed archeologia

    Un’ora sola ti vorrei. Incontri in biblioteca.

    Sabato 17 gennaio, alle ore 18.00, al primo piano di Palazzo Strafella a Morciano di Leuca si terrà un appuntamento dedicato a chi ama la natura, la biodiversità, il paesaggio e l’archeologia, e a chi si impegna nella conoscenza e nella tutela di questi temi.

    Ospite principale dell’incontro sarà l’archeologo Guven Gümgüm, che nei suoi studi ha posto l’attenzione su un piccolo ma fondamentale insetto: l’ape, unendo la ricerca storico-archeologica a una profonda sensibilità per ecologia e ambiente.

    Il dott. Gümgüm sta conducendo uno studio sugli apiari antichi nel mondo mediterraneo. Arrivato in Italia con un assegno di ricerca finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, ha completato la sua specializzazione presso l’Università del Salento

    Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca e a campagne di scavo archeologico in Italia e a Dublino e in Turchia ha insegnato presso l’Università di Uludağ, collaborando con diversi team di ricerca in Anatolia.

    Durante l’incontro conosceremo anche l’Associazione A.Di.P.A. (Associazione diffusione piante amatori) attraverso le dott.sse Maria Luisa Quintabà, responsabile della Sezione Puglia, e Lucia Gagliardi, agronoma e referente del progetto Apiflora Salento.

    I saluti istituzionali saranno affidati al Sindaco di Morciano, Lorenzo Ricchiuti, e Diego Coppola – Consigliere delegato all’Ambiente.

    Un grande spazio anche agli apicultori del territorio, che racconteranno le proprie esperienze e produzioni.

    Evento organizzato e coordinato dall’Associazione culturale Archès, in collaborazione con il Comune di Morciano di Leuca.

  • Salve: Una storia millenaria

    Salve: Una storia millenaria

    L’Associazione culturale Archès, con competenze archeologiche, storiche, artistiche e antropologiche, vi condurrà alla scoperta dei borghi più belli e autentici del Salento e dei colori, profumi, visioni e saperi del paesaggio rurale del Salento.

    mercoledì  6, 13, 20, 27 agosto 2025

    ore 16.30 – Salve: Una storia millenaria

    Le tracce dell’uomo nel territorio di Salve sono molto antiche e numerose. Il suo paesaggio è rigoglioso di vegetazione con uliveti e canneti alimentati da un ruscello d’acqua perenne. Nel corso dell’escursione visiteremo testimonianze diverse e affascinanti raccontate dai nostri archeologi, tra cui una grotta preistorica frequentata 70.000 anni fa, un tumulo funerario, dei monumenti della civiltà contadina. Info e prenotazione obbligatoria: 340-5897632.

    Prenotazione entro le 12 del giorno stesso dell’escursione

  • Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    di Marco Cavalera
    Il Salento tra Uomo e Natura

    La siccità, la terra arida e l’aspra roccia calcarea hanno da sempre messo a dura prova la resistenza delle comunità che hanno abitato il Salento. L’ambiente tuttavia, pur nel suo aspetto ostile, ben accoglie chi è disposto a lottare per viverci. La terra rossa, simbolo di un paesaggio che si surriscalda sotto il sole cocente, si mescola con la poesia della sua attesa delle piogge, che sono viste quasi come una benedizione che allevia il peso di un’avversa condizione.

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    L’uomo e la natura sembrano quasi danzare su una linea sottile, un confine che non è mai del tutto definito, ma che costantemente sfuma tra la civiltà e l’istinto primordiale. La natura, aspra e selvaggia, rappresenta una forza che sfida l’uomo, ma allo stesso tempo lo alimenta, lo nutre e lo mette alla prova. In questo scenario, la “civilizzazione” non è mai separata da questa lotta con l’ambiente: anzi, la sua stessa esistenza è costruita su un rapporto di continua resistenza e adattamento.

    Le abitazioni, le coltivazioni e le tradizioni non sono altro che testimonianze di questa sfida quotidiana, dove l’uomo, pur con la sua capacità di trasformare l’ambiente, non riesce mai a sottomettere completamente la terra. È come se il legame con la natura fosse indelebile, una sorta di richiamo primordiale che l’uomo non può ignorare, ma che non vuole nemmeno perdere. E così, nella durezza della terra e nel caldo inclemente del sole, l’uomo trova il suo posto, ma anche il suo limite: l’assenza di acqua superficiale completa le difficoltà.

    L’acqua e il Salento

    Il territorio salentino, pur essendo caratterizzato da una media annua di circa 700 millimetri di piogge, presenta una rete idrografica superficiale scarsamente sviluppata. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui la geologica del suolo e la sua morfologia. Le rocce permeabili, infatti, favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, impedendo la formazione di fiumi o corsi d’acqua superficiali significativi. Inoltre, la debole inclinazione del terreno contribuisce a rallentare il deflusso delle acque, che invece di scorrere in superficie, tendono a filtrare nel sottosuolo.

    Questo assetto idrografico particolare è una delle ragioni per cui, nonostante le piogge annuali, il paesaggio appare così asciutto e arido. La scarsità di corsi d’acqua superficiali ha anche un impatto sulle coltivazioni e sull’agricoltura, che dipendono in gran parte dalle risorse idriche sotterranee e dalla gestione delle acque piovane.

    L’acqua, quindi, diventa un bene prezioso, custodito e sfruttato con attenzione.

    Fin dall’antichità, la popolazione locale ha sviluppato dei sistemi ingegnosi per raccogliere e conservare le scarse risorse idriche. Le prime evidenze di queste pratiche risalgono all’età romana, quando l’ingegneria idraulica avanzata veniva applicata anche in queste terre, apparentemente lontane dai grandi centri urbani dell’Impero.

    Le vasche per l’approvvigionamento idrico, chiamate anche cisterne o pozzi, erano strutture scavate nel terreno o costruite in muratura, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana. Questi impianti venivano posizionati strategicamente per sfruttare le piogge stagionali e permettere alla popolazione di avere acqua disponibile durante i periodi di siccità. Le cisterne erano spesso collegate a canali di raccolta che convogliavano l’acqua piovana dalle superfici circostanti direttamente nelle vasche.

    Queste, di solito ubicate nei pressi delle ville rurali o delle tenute agricole, erano spesso coperte per evitare l’evaporazione. Le stesse continuavano a essere utilizzate nei secoli successivi, adattandosi alle necessità mutevoli del territorio, ma mantenendo una radice profonda nelle pratiche sviluppate dai romani.

    Queste strutture sono ancora oggi visibili, sebbene molte siano in stato di abbandono, testimoniando un’eredità antica che continua a influenzare la vita del Salento.

    Vasche di raccolta d’acqua in età romana. Il “Cisternale” di Vitigliano

    La cisterna monumentale, ai piedi della collina nella periferia nord-occidentale di Vitigliano, rappresenta un eccezionale esempio di ingegneria idraulica dell’antichità, che testimonia l’importanza dell’approvvigionamento idrico per le comunità rurali del Salento, in particolare in periodi di siccità. Scavata nel banco di roccia, ha una capacità straordinaria, in grado di contenere oltre 162.000 litri d’acqua. La struttura, lunga 12,30 metri e larga 3,05 metri, è sostenuta da pilastri di pietra che sorreggono una copertura di lastre, sormontate da capitelli a forma di piramide rovesciata  (fig. 1, 2).

    Fig. 1: “Cisternale” di Vitigliano.

    Fig. 2: “Cisternale” di Vitigliano (particolare dei pilastri e delle lastre di copertura).

    La presenza di gradini e cavità circolari suggerisce che la cisterna fosse alimentata sia dalle acque di deflusso pluviale tramite canali di scolo, che da eventuali falde acquifere sotterranee. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dei criptoportici romani, che erano usati per creare spazi coperti e protetti per conservare l’acqua in modo sicuro e duraturo. La cisterna non serviva soltanto un nucleo familiare, ma una comunità rurale più ampia, dedita all’agricoltura e all’allevamento, che esportava i propri prodotti in tutto il bacino del Mediterraneo.

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi riguardo alla sua datazione e funzione. Cosimo De Giorgi ipotizzò che la cisterna fosse stata inizialmente utilizzata come ipogeo (tomba sotterranea) prima di essere riadattata per la raccolta dell’acqua, mentre Pasquale Maggiulli suggerì che potesse risalire all’età del Ferro, attribuendole una funzione sepolcrale iniziale. L’archeologo Adriano Prandi, invece, ritenne che la struttura di età romana, dato l’uso di un intonaco impermeabile di cocciopesto e le dimensioni dei blocchi di copertura, che corrispondono al piede romano (29,6 cm).

    In ogni caso, la cisterna aveva una funzione cruciale nel garantire l’approvvigionamento idrico durante tutto l’anno, anche nei periodi di siccità, assicurando un flusso costante d’acqua per gli insediamenti agricoli e rurali situati tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi e Ortelle, dove sono stati individuati numerosi siti di piccole e medie dimensioni risalenti all’età romana e tardo antica. La presenza di simili strutture in tutta la regione salentina e nelle aree limitrofe, come nel tarantino e nel brindisino, rafforza l’idea che la gestione dell’acqua fosse una questione fondamentale per l’efficienza agricola e la prosperità delle comunità.

    L’esistenza di vasche per la raccolta dell’acqua piovana è una caratteristica distintiva degli insediamenti rustici romani, soprattutto quelli dedicati alla produzione agricola.

    Nel tarantino (nella Masseria Fontana), nel brindisino (nella Masseria San Giorgio), e nel leccese, dove è stata individuata una serie di cisterne a Morciano di Leuca, nella località Concagnane (fig. 3, 4). Si tratta di insediamenti, spesso situati lontano dai grandi agglomerati urbani, che dipendevano da sistemi idrici autonomi, costruiti per garantire una fornitura continua di acqua potabile e per l’irrigazione delle coltivazioni.

    Fig. 3, 4: alcune cisterne rinvenute in loc. Concagnane a Morciano.

    In età medievale e moderna

    Il problema della gestione della raccolta delle acque è rimasto un aspetto centrale anche in età medievale e moderna, continuando a influenzare le modalità di vita e di organizzazione degli insediamenti.

    Due esempi significativi si trovano nei pressi di Masseria Don Lattanzio, a Cutrofiano, e a Macurano, nel comune di Alessano (fig. 5, 6). In entrambi i casi, si tratta di testimonianze di canalizzazioni e cisterne che suggeriscono una continua attenzione alla gestione dell’acqua. A Cutrofiano, in particolare, sono stati rinvenuti sistemi di canalizzazione che raccoglievano e convogliavano l’acqua piovana verso una cisterna semi ipogeica.

    Fig. 5, 6: sistemi di canalizzazione acqua in una masseria di Macurano.

    In alcuni casi, a Macurano, sono state utilizzate come vasche delle presunte tombe di età più antica (fig. 7). Questa pratica di riutilizzo di strutture funerarie come serbatoi d’acqua evidenzia non solo una continuità di utilizzo del territorio, ma anche la capacità delle comunità medievali e moderne di adattarsi alle necessità quotidiane, sfruttando le risorse già esistenti in modo pragmatico.

    Fig. 7: cisterna ricavata in una presunta tomba nelle campagne di Macurano.

    Le cisterne medievali e moderne sono quindi una testimonianza di un’eredità che parte dall’antichità e si perpetua nel tempo, con l’adattamento delle strutture preesistenti a nuove funzioni.

    Sorgenti e torrenti naturali nel territorio dei Fani (Salve)

    Nel territorio di Salve esempi di sistemi idrici sono rappresentati dai canali Tariano (fig. 8), Fano (fig. 9) e Muscio.

    I canali Muscio e Tariano sono a regime pluviale e si attivano principalmente in seguito alle precipitazioni. Questo significa che il flusso d’acqua dipende dalle piogge stagionali e dalla loro intensità.

    Fig. 8: fondo del Canale Tariano (Salve).

    Al contrario, il Canale Fano, nel suo ramo occidentale, si distingue per la presenza di un ruscello perenne, alimentato da sorgenti di acqua dolce. La principale fonte di approvvigionamento per questo ruscello è una piccola grotta scavata nel calcare, situata lungo il versante orografico sinistro, a circa 200 metri a valle della Masseria Fano. La sorgente che alimenta il ruscello ha una portata che può variare notevolmente a seconda delle stagioni: durante la stagione delle piogge, la portata media della sorgente è di circa 100 litri al minuto. Tuttavia, nel periodo estivo, quando la disponibilità di acqua nelle falde è ridotta, la portata della sorgente diminuisce drasticamente, fino a diventare quasi nulla, a causa della scarsità di piogge e della naturale riduzione delle falde acquifere.

    Fig. 9: ruscello del Canale Fano (marzo 2022).

    Questo contrasto tra i due canali evidenzia come, nel Salento, l’approvvigionamento idrico possa dipendere da diverse fonti e modalità di raccolta: da un lato, attraverso canali a regime pluviale come il Canale Muscio, e dall’altro, l’approvvigionamento da sorgenti come quello del Canale Fano. La gestione delle risorse idriche in queste aree continua a essere una sfida, in quanto dipende fortemente dalle precipitazioni e dalle condizioni ambientali, con impatti diretti sulle attività agricole e sulla vita quotidiana delle popolazioni locali.

    L’acqua e la morte. Un tragico evento a Salve nel 1615

    A Salve nel 1615 si verificò un evento straordinario, in cui purtroppo perse la vita una giovane fanciulla. La notizia è riportata da padre Luigi Tasselli nell’opera “Antichità di Leuca” (Lecce 1693):

    “l’anno 1615 superchiarono tanto le piogge e l’acque la nostra Provincia, ed in specialità tutto questo Capo salentino, che le profonde voraci e maravigliose di Barbarano si empirono tutte a dismisura; ed in Salve crescendo fuori di modo le acque, in luoco non basso ma alto, si avanzarono otto palmi, per le quali affogata rimase una donzella in età di 10 anni“.

    L’evento descritto da padre Luigi Tasselli si riferisce a una straordinaria inondazione che colpì il Salento nel 1615, in particolare l’area di Salve, uno dei comuni più meridionali della provincia di Lecce. Secondo la testimonianza, le piogge eccezionali di quell’anno provocarono un innalzamento anomalo delle acque, che superarono livelli mai visti prima, mettendo in ginocchio il Capo di Leuca.

    Il testo riporta con grande drammaticità come a Salve, in località Ortomasciu, le acque salirono di ben otto palmi (circa 2 metri), allagando vaste aree (fig. 10, 11). L’evento fu così tragico da causare la morte per annegamento di una giovane fanciulla di soli 10 anni. Questo episodio evidenziava le potenzialità devastanti delle precipitazioni abbondanti che, in mancanza di un efficace sistema di drenaggio o protezione, potevano provocare danni significativi.

    Il racconto di padre Tasselli, infatti, non è solo una testimonianza della forza incontrollata degli elementi, ma anche una riflessione sulla fragilità delle comunità rurali e sull’importanza della gestione dell’acqua. L’evento del 1615 rimane una delle numerose storie che sottolineano il legame tra l’uomo e l’ambiente, e la costante tensione tra la necessità di sfruttare le risorse naturali e la vulnerabilità alle forze della natura.

    Fig. 10, 11: loc. Ortomasciu (Salve) a seguito di forti precipitazioni.

    Stagni temporanei nel Salento. Il comprensorio dei “Paduli”

    Il comprensorio dei Paduli si estende su un’area che coinvolge 12 comuni salentini, tra cui Specchia. Si tratta di un territorio in cui scorrono numerosi canali a carattere pluviale, che giocano un ruolo fondamentale nel raccogliere le acque meteoriche provenienti dalle precipitazioni (fig. 12, 13, 14, 15). Questi canali non sono permanenti, ma si attivano principalmente durante le piogge, raccogliendo l’acqua che altrimenti defluirebbe rapidamente. La geomorfologia favorisce la formazione di stagni temporanei, che possono persistere anche per settimane o mesi. Questi acquitrini hanno una grande importanza ecologica, poiché offrono rifugio e nutrimento a numerose specie di flora e fauna idrofile e di uccelli migratori.

    Pertanto la presenza di zone umide nel comprensorio dei Paduli favorisce una ricca biodiversità, con la presenza di piante acquatiche, anfibi, insetti, uccelli e altri animali che dipendono da questi habitat per la loro sopravvivenza. Questi spazi naturali sono quindi un patrimonio ecologico che necessita di essere protetto e conservato, anche in considerazione dell’intensificazione delle attività agricole e urbanistiche che minacciano questi delicati ecosistemi.

      

    Fig. 12, 13, 14, 15: stagni temporanei nel territorio di Specchia.

    Le acque di Miggiano

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che questo abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dall’età dei metalli, si sono stanziati nel comprensorio. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”.

    Fig. 16, 17, 18, 19: stagni temporanei nel territorio di Miggiano.

    La Padula Mancina (Montesano Salentino)

    L’area di Padula Mancina, situata a nord-ovest di Montesano Salentino, rappresenta uno degli ultimi residui di un’ampia palude che un tempo caratterizzava la zona. Questa area acquitrinosa ospita una serie di elementi di grande interesse naturalistico, tanto da costituire un habitat ricco di biodiversità (sito a interesse comunitario).

    La palude ora è ridotta ad uno stagno di modeste dimensioni, con una superficie di circa 2,5 ettari (fig. 20, 21).

    Nonostante la siccità che ha ridotto in parte l’estensione della palude originale, Padula Mancina rimane una testimonianza importante del passato acquitrinoso della territorio e rappresenta una risorsa ecologica di grande valore. L’area continua a essere un rifugio per una varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali legate agli ambienti umidi e che trovano qui un habitat ideale, da proteggere e tutelare.

    Fig. 20, 21: Padula Mancina (Montesano Salentino).

    Per approfondire i progetti di studio e valorizzazione della Padula Mancina, si consiglia la visione del documentario “Le acque effimere di Padula Mancina. Storie di stagni mediterranei nel Salento”. Una produzione Manu Manu Riforesta! – di Bruna Rotunno e Ada Martella.

    Bibliografia:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase, 2009.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” , Tricase, 2011.

     

  • Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Nel corso dell’incontro l’archeologo Riccardo De Donno racconterà i diversi aspetti della storia del vino nel Salento messapico, grazie allo studio delle fonti storiche ed archeologiche. Sarà analizzato il ruolo del vino all’interno delle comunità messapiche ed il suo utilizzo non solo come bevanda quotidiana, ma anche come elemento centrale delle cerimonie religiose e sociali. Saranno esaminati gli sviluppi delle tecniche agricole, di estrazione del mosto e di fermentazione. L’archeologo infine prenderà in esame i vari impianti di estrazione del mosto di età messapica, ponendo particolare interesse allo studio dei palmenti rupestri, utilizzati sia per la pigiatura che per la spremitura dell’uva.

    L’incontro sarà introdotto dal prof. Francesco Meo, docente di Archeologia presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, direttore scientifico delle campagne di scavo archeologico nel sito messapico di Muro Leccese e del locale museo (Museo Diffuso di Borgo Terra). Modera Marco Cavalera dell’Associazione Archès.

    A seguire è previsto un intrattenimento musicale ad opera del gruppo di musica Blues e rock n roll “Makàri”.

    Evento su prenotazione, presso l’enoteca Melacotogna di Salve (via Persico n. 31), al numero 329.9734812 (degustazione con aperitivo 15 € a persona).

  • Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI NEI PRIMI 20 ANNI DI ATTIVITA’ A SALVE. DALLE PRIME RICERCHE ARCHEOLOGICHE ALLE PROPOSTE DI VISITE GUIDATE SUL TERRITORIO. 

    Sabato 30 dicembre 2023

    L’Associazione Archès, in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Salve, organizza un incontro focalizzato sulla valorizzazione e promozione del patrimonio storico, archeologico e paesaggistico del territorio, presentando un resoconto dell’attività ventennale dell’Associazione che qui ha percorso i primi passi all’alba del nuovo millennio e che è culminata, nel 2011, con la pubblicazione del volume “Archeologia del Salento”, oggi giunto alla seconda ristampa.

    Il programma prevede una visita guidata gratuita che parte dall’area archeologica dei tumuli funerari e si conclude a Grotta Montani, una cavità scoperta dai fratelli Piccinno ed indagata nel 1973 dai compianti archeologi Giuliano Cremonesi ed Elettra Ingravallo, dove sono state portate alla luce tracce della presenza nel sito dell’Uomo di Neanderthal, risalenti a 70000 anni fa.

    La seconda parte si svolgerà, invece, nella saletta di Palazzo Ramirez, palazzo storico di recente acquisito dal comune di Salve, in cui si relazionerà sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro, con interventi di Nicola Febbraro “Vent’anni di ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve“, di Marco Cavalera “Esperienze di Turismo culturale ecosostenibile a Salve e nel Capo di Leuca” e di B. Luigi Nuzzo “Innovazione e transizione digitale del patrimonio culturale. Creazione di nuovi prodotti creativi per lo storytelling”.

    Introdurranno l’incontro il Sindaco di Salve, Avv. Francesco Villanova, l’Assessore all’Ambiente e al Turismo, Ing. Francesco De Giorgi, e la Responsabile Ufficio Promozione e Conservazione dei Beni Culturali, dott.ssa Caterina Stasi.

    Programma di sabato 23 dicembre 2023:

    ore 14.30 – visita guidata all’area archeologica dei tumuli e a Grotta Montani (escursione gratuita con prenotazione obbligatoria contattando il numero 340.5807632).

    Ore 17.00 – ritorno a Salve, a Palazzo Ramirez, visita a Metessi. Piccolo museo sulla tessitura artigianale salentina.

    Ore 17.30 – incontro culturale sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, presso Palazzo Ramirez.

    Il convegno è stato realizzato grazie al contributo concesso dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali. 

  • L’AJARA (AIA) E LA TREBBIATURA DEL GRANO

    L’AJARA (AIA) E LA TREBBIATURA DEL GRANO

    di Nicola Febbraro

    L’uomo e la pietra

    Pietre, acqua, terra e sole. Elementi fondanti nelle civiltà umane succedutesi per millenni nel Salento. Particolarmente quella contadina degli ultimi secoli ha saputo trasformare la pietra da elemento di disturbo per le pratiche agricole – si pensi ai banchi di roccia affioranti un po’ dappertutto in lungo e in largo per la Penisola – a materia prima di costruzione di fondamentale importanza.

    Fra le tante strutture in pietra realizzate dai nostri avi, per lo più a secco, alcune sono particolarmente suggestive ed hanno rivestito una notevole importanza nell’economia, e non solo, della civiltà contadina.

    Un circolo di “piezzi de carparu” (conci di tufo) – più raramente si trattava di un’area quadrangolare – definiva uno spazio che potremmo definire sacro, all’interno del quale, da millenni e sino agli anni ’60/’70 del secolo scorso, si perpetrava, sotto il sole cocente di giugno e più raramente di luglio, un vero e proprio rito per i nostri contadini: la trebbiatura.

    Dalla terra al grano

    A novembre inoltrato, i chicchi di cereali (orzo e grano su tutti), conservati accuratamente dalla precedente stagione agricola, venivano accolti e curati dalla terra rosso fuoco delle nostre latitudini, ricca di argilla e di ossidi di ferro e povera d’acqua. A partire da questo momento ed a seguito di un incessante lavoro, si giungeva alle infinite distese di spighe dorate, accarezzate continuamente da folate incessanti di vento.

    Dalla mietitura alla trebbiatura

    Alle operazioni di mietitura, effettuate rigorosamente senza l’ausilio di mezzi meccanici, ma armeggiando con esperienza la sola falce e con le dita della mano esposta alla tagliente lama opportunamente protette, seguivano quelle della trebbiatura all’interno del “cerchio magico” dell’”àjara”.

    I preziosi covoni di cereali erano meticolosamente disposti attorno alla stessa ed il loro proprietario (o chi ne faceva le veci) ci viveva a fianco, giorno e notte, in attesa del suo turno di lavorazione.

    Le spighe erano sparpagliate sull’aia, battute per mezzo “de lu maju” (grande bastone a sezione quadrangolare) ed in seguito sminuzzate dalla “pasara”, grosso concio di tufo dagli angoli smussati, che era trascinata, in un moto rotatorio incessante, dalla forza motrice di un animale, cavallo in particolare, asino e bue più raramente (fig. 1).

    Fig. 1. alcune fasi della battitura delle spighe per trarne il grano (fonte: Ponzi L., Monumenti della civiltà contadina del Capo di Leuca, Galatina, 1981). 

    A questo punto non rimaneva che separare la pula (pellicola protettiva/involucro dei chicchi di grano) e le spighe dai chicchi di cereale. Operazione, che richiedeva il supporto del sempre presente vento salentino; le aie, infatti, erano realizzate in aree particolarmente ventilate.

    Con l’ausilio “de li furcuni” (attrezzi realizzati in legno, formati da un lungo manico e da un tridente) e di vanghe, sempre realizzate in legno, poi, si lanciava in aria il risultato delle precedenti fasi della trebbiatura (fig. 2).

    Fig. 2. Fase della trebbiatura (fonte: https://areaiblea.blogspot.com/2012/08/la-festa-del-grano.html). 

     

    Il vento trasportava lontano dall’aia gli elementi più leggeri (spighe e pula), mentre i chicchi del prezioso raccolto rimanevano nell’aia, dov’erano accuratamente raccolti e conservati in appositi sacchi di juta.

    Le galline scendono in “campo”

    La scena, a questo punto, era occupata dalle galline, che, per l’occasione, vivevano in dei “puddhari” (pollai), realizzati nei pressi dell’aia (fig. 3-4).

     Fig. 3. Aia di loc. Cupa (Patù), con sullo sfondo un caratteristico pollaio.

    Fig. 4. Pollaio nei pressi dell’aia di Spigolizzi. 

    Vere e proprie strutture a tholos (pajare/trulli) in miniatura venivano aperte e permettevano ad un nugolo di galline affamate di “scarnizzare” (razzolare) qua e là sull’aia, fra i resti della trebbiatura, alla frenetica e vorace ricerca di chicchi, anche di quelli rimasti incastrati fra basolo e basolo. L’aia, così facendo, nel volgere di pochi minuti, tornava ad essere linda e pulita e pronta ad accogliere nuove spighe da trebbiare.

    Le aie: veri e propri monumenti della civiltà contadina

    Di aie ve ne erano di varie tipologie. Si è detto che erano per lo più circolari ma più raramente anche quadrangolari. Singole ma talvolta realizzate in coppia. Disposte su alture o comunque in luoghi particolarmente ventilati. Ottenute spianando il banco di roccia (fig. 5-6) o costruite di sana pianta, sopraelevate, rispetto al piano di campagna, e basolate (fig. 7-8). Delimitate da conci di tufo disposti orizzontalmente ed intervallati da talaltri messi in opera verticalmente, generalmente in corrispondenza dei principali punti cardinali.

    Fig. 5. Aia ricavata regolarizzando il banco di roccia in territorio di Salve.

    Fig. 6. Aia ricavata regolarizzando il banco di roccia in territorio di Morciano di Leuca.

    Fig. 7. Aia sopraelevata coperta da basoli, nei pressi di Masseria San Lasi (Salve). 

    Fig. 8. Particolare del basolato di un’aia. 

    Su questi ultimi, sovente, vi erano incise a rilievo delle croci, simboli apotropaici, molto diffusi nell’ambito della civiltà contadina.

    La trebbiatura avveniva sotto il sole cocente. Alla sua ultima fase si dedicavano sia le giovani donne, con l’ausilio “de lu farnaru” (setaccio rotondo), che gli uomini con le vanghe e “li furcuni”.

    Quando il vento era favorevole, la pula e la polvere del grano si diffondevano nell’aria e birichine si infilavano tra gli indumenti sia delle donne che degli uomini, provocando forti pruriti ed irritazioni. Per questa ragione, gli uni e le altre svolgevano queste operazioni vestiti di tutto punto.

    Gli uomini, ad esempio, indossavano dei lunghi pantaloni, delle camicie a maniche lunghe, foulard avvolti attorno al collo e cappelli a larghe tese.

    L’epilogo

    Memorie di un tempo andato. Di quando tutto era prezioso ed aveva valore. Di quando il pane era frutto di fatica e sudore e la fatica era per tutti (quasi), grandi e piccini, il sale della vita.

     

  • IL LAGHETTO ARTIFICIALE NEL CANALE FANO A SALVE (LECCE)

    IL LAGHETTO ARTIFICIALE NEL CANALE FANO A SALVE (LECCE)

    di Nicola Febbraro

    Ci sono storie, che si fa fatica a credere che siano realmente accadute, nelle quali la fantasia sembra rincorrere la realtà e viceversa.

    Brevi cenni geomorfologici 

    Nel corso degli ultimi milioni di anni, dapprima un corso d’acqua e poi il mare hanno scavato e dato forma, nel territorio di Salve, estremità Sud-occidentale del Capo di Leuca, all’avvallamento di un piccolo canyon: il Canale Fano (fig. 1).

     Fig. 1. Il territorio dei Fani con le due gravinelle (foto di G. Negro).

    La piccola gravinella è un’incisione articolata, che si sviluppa lungo due rami pressoché paralleli, che si approfondiscono di almeno 20 metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, noto come Canale Fano, ha un andamento pressoché rettilineo nel primo tratto, sino alla Grotta delle Fate, laddove si congiunge con il ramo orientale, denominato Taviano-Fano, noto localmente con il nome di Canale Tariano. Quest’ultimo ha origine poche centinaia di metri a NE dalla località Sorgente Pozziche, nel territorio del Comune di Presicce (fig. 2).

    Fig. 2. Grotticella da cui sgorga la sorgente “Pozziche”. 

    Il suo percorso, pressoché rettilineo nel suo tratto iniziale, devia verso sud nei pressi della Masseria Serrazza e, dopo tre ampi meandri, si congiunge con l’altro ramo. Il Canale Fano, nei pressi della Grotta delle Fate, assume una direzione N-S sino alla piana costiera in località la Cabina.

    L’acqua e la roccia

    Riguardo ai fenomeni carsici, cui è da attribuire la presenza di un ruscello perenne nel fondo del piccolo canyon, raramente hanno permesso lo scorrimento di acqua in superficie nel Salento. Il tutto a causa della costituzione calcarea della stragrande maggioranza delle formazioni rocciose ivi presenti.

    L’azione chimica e meccanica delle acque piovane circolanti in superficie, infatti, perpetrata su rocce idrosolubili, come quelle calcaree, ha fatto sì che nei millenni si creasse il tipico paesaggio carsico, privo di idrografia di superficie e per contro ricco di grotte, doline, inghiottitoi, caverne, pozzi naturali, che hanno alimentato una ricca circolazione idrica sotterranea.

    È proprio in località Fano, nel territorio di Salve, che sono state censite  alcune delle pochissime sorgenti di acqua dolce subaeree presenti a livello salentino. L’area è caratterizzata da polle d’acqua perenni, la cui portata media, almeno nel caso della sorgente ubicata nel fondo del canyon ed a breve distanza in linea d’aria dalla Masseria Fano, è di circa 100 litri al minuto (fig. 3).

    Fig. 3. Sorgenti e torrenti di acqua dolce nel territorio dei Fani.

    La sorgente del Fano è stata inclusa in un elenco, redatto dalla Provincia di Lecce (grazie ad un’apposita legge e a vari decreti a partire dal 1884), di 16 fonti di acqua per le quali “l’uso deve essere concesso per le derivazioni di acque pubbliche” (Fosso dei Samari a Gallipoli, Fiume Idro e Lago Alimini Piccolo ad Otranto, Canale Rauccio a Lecce, ecc.).

    Una frequentazione molto antica

    Animali ed esseri senzienti da tempo immemore hanno calcato questi luoghi, ricchi di risorse atte a soddisfare la dignitosa vita di gruppi umani dapprima errabondi e poi stanziali. Si è passati così dai Neanderthal ai Sapiens, dalle grotte ai villaggi, dalla caccia all’agricoltura, dai villaggi di capanne alle cittadine fortificate, dai riti ancestrali ai luoghi di culto cristiani, dalle masserie fortificate e i pirati ai duri lavori agricoli e alle pajare (fig. 4), dagli elefanti in carne ed ossa a quelli “vegetali”, fatti di tronchi e rami secchi rivestiti di foglie e fiori infestanti (ipomea indica): la cosiddetta e ricercatissima “Valle degli EleFàni o Elefanti” (fig. 5).

      Fig. 4. Complesso di pajare sulla collina di Spigolizzi.

    Fig. 5. La valle del canale Fano con gli alberi di ulivo ricoperti dall’ipomea indica. 

    Una ricchezza di frequentazione preistorica, protostorica e storica, accertata da decenni di ricerche archeologiche (sia di superficie che per mezzo di scavi stratigrafici); un’area sfruttata nei secoli a scopi agricoli e, solo di recente, anche per altre finalità. Risale a circa 16 anni fa, a titolo d’esempio, l’organizzazione di un rave party illegale (fig. 6).

    Fig. 6. Foto del rave party ai Fani (fonte: www.salveweb.it). 

    Una storia scoperta (quasi) per caso: il laghetto artificiale e la summer school di Dan Paich 

    Si favoleggiava da tempo, peraltro, su quanto fosse qui accaduto nel corso degli anni ’70 del secolo scorso, per più anni consecutivi e sempre d’estate. Le favole poi sono diventate storia, le ninfe donne in carne ed ossa e si sono materializzati i maghi, ma sotto le spoglie di artisti in erba o già maturi, architetti e musicisti.

    Un articolo rinvenuto quasi casualmente in rete ci ha permesso di delineare questa incredibile pagina della millenaria storia del piccolo canyon.

    Slobodan Dan Paich è un artista nato in Jugoslavia  e vissuto prevalentemente fra l’Inghilterra (dove ha insegnato Storia dell’ Arte a Londra) e gli USA in California. Vinse il concorso francese “Idee per un edificio che promuove l’apprendimento permanente” e divenne il presidente/direttore degli “Studi del Villaggio Educativo della Fondazione Fano” e della “Scuola Estiva Internazionale d’Arte” tenutasi, proprio nel Canale Fano, dal 1975 al 1980 (fig. 7). L’invito giunse dall’allora proprietaria della Masseria Fano e dei fondi ad essa annessi: la baronessa Maria Vittoria Colonna-Winspeare.

    Fig. 7. Alcune fasi della “summer school” ai Fani (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    I partecipanti, nel corso di cinque estati consecutive, ripristinarono le costruzioni a secco presenti in zona, nelle quali vivevano, costruirono una capanna usando tecniche primitive, recuperando materiali naturali, e realizzarono un laghetto artificiale. Queste le parole di Slobodan a riguardo: “È un esperimento di convivenza, in una comunità di apprendimento, che si sfida ricostruendo tutto come da capo” (fig. 8).

    Fig. 8. Alcune fasi della costruzione della capanna primitiva

    (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    Il laghetto fu il frutto di tre anni di lavoro e fu reso possibile solo grazie alla presenza in zona, allora come oggi, del già citato ruscello perenne alimentato da acqua sorgiva. Questo fu temporaneamente deviato, giusto il tempo di scavare l’avvallamento di quello che sarebbe stato il futuro laghetto, di costruirne gli argini, prosciugarne ed impermeabilizzarne il fondo e realizzare due piccole dighe: una anteriormente e l’altra posteriormente al laghetto (fig. 9).

    Fig. 9. Alcune fasi della realizzazione del laghetto artificiale (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    Dopo tutta la costruzione, ogni traccia della mano umana, che aveva lavorato la terra divenne invisibile poiché i processi naturali abbondavano. Terminati i lavori, infatti, il lago era mimetizzato grazie alla piantumazione, nel corso degli anni, di varie piante autoctone. L’intenzione del suo ideatore  era che il lago divenisse un rifugio poetico lontano dal trambusto quotidiano (fig. 10).

    Fig. 1o. Le varie fasi di “costruzione del laghetto artificiale”. 

    L’epilogo

    Oggi non è possibile appurare se sia rimasta o meno traccia dei lavori, che hanno portato alla realizzazione del laghetto, in quanto la vegetazione spontanea ha completamente ricoperto l’area interessata dalla presenza dello stesso. Considerando la portata delle opere, è però facilmente immaginabile che siano ancora visibili. Il ruscello ha comunque ripreso a scorrere seguendo il suo corso naturale di superficie, tornando ad inabissarsi nelle falde freatiche sotterranee, immediatamente a valle rispetto al punto in cui sorgeva il laghetto.

    Opinabile o meno, si è trattato dunque di un intervento reversibile, che ha lasciato inalterato, a pochi decenni di distanza, un delicato e meraviglioso ecosistema, permettendo peraltro un fresco bagnetto ai frequentatori estivi dell’area in quell’epoca (fig. 11).

    Fig. 11. Il bagno nel laghetto (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html).

    Nei paesi vicini, invece, la vita degli uomini continuava a scorrere come al suo solito e tutti (o quasi) ignoravano ciò che stava accadendo a breve distanza da loro.

    Bibliografia

    Febbraro (a cura di), “Archeologia del Salento”, Libellula Edizioni (Tricase, Lecce), luglio 2011 (prima ristampa luglio 2015, seconda ristampa luglio 2021).

    Sitografia

    https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html

  • Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    di Nicola Febbraro e Marco Cavalera

    Le grandi Specchie nel Salento. Premessa

    Il termine specchia[1], in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificate.

    Fig. 1 – Specchia Silva nel territorio di Taurisano.

    Numerosi sono gli studiosi che, a partire dal XIX secolo, si sono interessati al fenomeno delle grandi specchie, molte delle quali sono state nel tempo smantellate[2].

    Gli studi degli storici

    De Giorgi – che ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir – ne ha censite, in Terra d’Otranto, 143[3]. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo[4].

    Jatta – i cui studi sono da riferire agli inizi del XX secolo – considerava le grandi specchie dei monumenti d’età storica. Lo studioso è stato il primo ad effettuarne una distinzione cronologica e funzionale in piccole e grandi specchie, intendendo in questo ultimo caso quelle il cui diametro poteva raggiungere i 35 metri e la cui altezza era compresa, generalmente, fra i 15 e i 20 metri. Jatta – infatti – ha ritenuto che le grandi specchie siano state edificate a scopo sia difensivo che di controllo del territorio. Riguardo alle piccole specchie – invece – lo studioso ha ipotizzato che si sia trattato di monumenti eretti a scopo funerario[5].

    Drago – nel corso degli anni ’40 del secolo scorso – riprese la teoria, proposta da Jatta, secondo la quale occorreva fare una distinzione, dal punto di vista cronologico e funzionale, fra piccole e grandi specchie. Lo studioso procedette allo scavo di tre grandi specchie e di diverse piccole specchie. Dallo scavo delle prime non emersero né ossa umane né manufatti, motivo per cui giunse alla conclusione che non si trattava di monumenti funerari. Lo studioso, a proposito delle piccole specchie, ha osservato che la loro diffusione riguarda tutta la Puglia mentre le grandi specchie sono ubicate esclusivamente nel Salento. Drago – nel 1941 – ha scavato undici piccole specchie (i cui diametri oscillavano fra i 15 e i 30 metri e le cui altezze non superavano i 2-2,5 metri) situate in territorio di Vernole (Le). Lo scavo permise di individuare delle celle dolmeniche con dromos (corridoio) di accesso al cui interno vi erano delle sepolture e dei reperti archeologici: frammenti ceramici ad impasto, manufatti in selce ed in bronzo, frammenti di ossa umane (talvolta bruciate) ed alcuni resti ossei pertinenti ad un fanciullo e ad un individuo adulto rannicchiato. Tali monumenti sono stati attribuiti all’età del Bronzo (II millennio a.C.)[6].

    Neglia, a proposito dell’originaria funzione e cronologia delle grandi specchie, è giunto alla conclusione che si tratta di apprestamenti difensivi di età messapica (I millennio a.C.). Lo studioso, a tal proposito, ha osservato che alcune di esse sono disposte in cerchio attorno ad alcuni centri messapici (Rudiae, Ceglie, Ugento e Oria) a mo’ di anello difensivo avanzato rispetto alla linea delle fortificazioni[7].

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale[8]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni (Manduria) conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[9].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente[10].

    Fig. 2 – ruderi della Specchia Torricella (Supersano). Foto del 24 marzo 2009. 

    Le ipotesi avanzate riguardo ad un’esatta definizione della funzione e della cronologia delle grandi specchie – come visto – sono molteplici e spesso discordanti, cosicché non si è ancora giunti ad una conclusione unanimemente condivisa.

    Lo studio etimologico del termine, unitamente all’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, suggerisce che si sia trattato di monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. Lo loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Fig. 3 – Specchia “de Amygdalis” nel territorio di Specchia.

    Grandi Specchie nel territorio di Salve

    Aldo Simone, storico salvese, a proposito di grandi specchie scrive che “In feudo di Salve ve n’erano alcune: una esiste ancora, un po’ dimezzata, nei pressi della nostra spiaggia (Posto Cantoro), un’altra stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta; ma la più grande era quella della masseria Cucuruzzi, detta anche la specchia dei Fersini”[11]. Fra le grandi specchie esistenti in feudo di Salve la sola Specchia Cantoro è presente negli elenchi stilati da De Giorgi, Teofilato e Palumbo[12] ed è citata – inoltre – da Passaseo[13] in un suo studio.

    La Specchia dei Fersini o Cucuruzzi

    Fig. 4 – Specchia dei Fersini o Cucuruzzi (foto N. Febbraro).

    In località Cucuruzzi, a breve distanza dalle Masserie Spiggiano (Presicce) e Fersini (Salve), sono stati individuati i ruderi della Specchia dei Fersini o Cucuruzzi. La specchia sorge su un altopiano della Serra Falitte ad un’altitudine s.l.m. pari a 142 metri. Dalla sua sommità si domina visivamente un vasto territorio. La Specchia dei Fersini dista circa 2 Km da quella di Pozzo Mauro, ubicata sull’omonima serra in territorio di Presicce, con la quale è collegata visivamente.

    Simone, a proposito della Specchia dei Fersini, scrive che “non è rimasto più nulla: hanno portato via tutto l’ingente materiale per costruzione di massicciate stradali, di vespai e di altro”[14]. La specchia, in realtà, ha sì subito un notevole asporto di materiale, considerando quelle che dovevano essere le sue originarie dimensioni, ma della stessa se ne è conservato un rudere che, delle tre presenti in territorio di Salve, è il più significativo.

    La Specchia di  Spigolizzi

    Fig. 5 – Specchia Spigolizzi.

    Sulla dorsale della Serra Spigolizzi, a circa 100 metri ad est dall’omonima masseria, sono stati individuati i ruderi della Specchia di Spigolizzi. Questa ultima è ubicata  sul ciglio del margine orientale della Serra a circa 105 metri s.l.m. Simone scrive che “stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta”[15]. Dal ciglio della serra, sul quale è ubicata la specchia, si domina visivamente un ampio territorio tanto verso il mare che verso l’entroterra dove è collegata a vista con la Serra di Pozzo Mauro e con l’omonima specchia.

    La Specchia di Spigolizzi ha subito dei notevoli rimaneggiamenti agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso quando, in occasione della costruzione della strada rurale che lambisce l’omonima masseria, dalla stessa è stata asportata una grande quantità di materiale lapideo. I ruderi della specchia hanno subito delle regolarizzazioni da parte di Norman Mommens che, nel corso dei primi anni ’70, ne ha conferito l’attuale forma tronco-conica.

    La  Specchia Cantoro

    Fig. 6 – l’originaria maestosità della Specchia Cantoro (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    In località Macchie Cantoro, alla periferia di Posto Vecchio, sono stati individuati i ruderi della Specchia Cantoro (32 metri s.l.m.). Questa – come detto – è stata censita da Teofilato e da Palumbo. Simone scrive che si “presentava un po’ dimezzata”[16] mentre Passaseo ci fa sapere che “la Specchia Cantoro è diventata nel corso dei secoli un grande ammasso di pietre e oggi, purtroppo, non c’è più essendo stata smantellata alla fine degli anni ’50 per la costruzione di un tratto di strada litoranea”[17].  Della specchia, in realtà, si sono conservati dei ruderi che, sebbene siano poco significativi, rendono l’idea della sua originaria maestosità e permettono – inoltre – di ubicarla esattamente.

    Lo smantellamento della Specchia Cantoro è da far risalire al 1960 quando, in occasione della realizzazione della massicciata del tratto di litoranea che collega Torre Pali a Torre Vado, ha fornito una grande quantità di materiale lapideo[18].

    Fig. 7 – rudere della Specchia Cantoro visto da ovest (Foto N. Febbraro), nel 2007. 

    Tratto da:

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    N. Febbraro e M. Cavalera “Il fenomeno delle grandi specchie nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve“, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, a cura di N. Febbraro (Libellula Edizioni, 2011, prima ristampa luglio 2015).

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampo’ M., Manifestazioni funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Passaseo N., Grotte-abitazione nel territorio di salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, IX edizione, pp. 15-18, Galatina (Le) 1995.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della storia, Bari 2004.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    https://www.associazionearches.it/la-specchia-de-amygdalis-di-specchia/

    https://www.associazionearches.it/il-fenomeno-dei-dolmen-nella-puglia-meridionale/

    Note

    [1] Specchia: frequente toponimo usato nelle province di Bari, Lecce e Taranto. Salentino specchia “grande cumulo di sassi o di pietrame di forma tondeggiante” dal latino specula “luogo alzato”, “posto di guardia” (Rohlfs 1986).

    [2] A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono state distrutte numerose grandi specchie. Lo smantellamento è stato dovuto alla crescente richiesta di materiale lapideo in conseguenza del notevole sviluppo di opere edilizie e stradali. Gli spezzoni informi di pietra calcarea – inoltre – sono stati utilizzati per l’ottenimento di calce (Neglia 1970).

    [3] De Giorgi 1922.

    [4] De Giorgi 1905.

    [5] Corsini 1986.

    [6]   Cipolloni SampÓ 1987.

    [7]  Neglia 1970.

    [8]  D’Andria 1991.

    [9]  D’Andria 1991.

    [10]  Arthur 1997.

    [11] Simone 1981.

    [12] Neglia 1970.

    [13] Passaseo 1995.

    [14] Simone 1981.

    [15] Simone 1981.

    [16] Simone 1981.

    [17] Passaseo 1995.

    [18] Passaseo 2005.

  • I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    Elefanti o alberi? Guardando questa foto, che abbiamo scattato l’anno scorso e che ha fatto il giro del web e di diverse testate, è difficile dare una risposta. Ciò che ci viene da pensare, però, è che “nulla è più certo del cambiamento”: il territorio e il paesaggio sono in continua evoluzione, e la natura sta facendo il proprio corso.


    L’ulivo, oramai secco e privo della sua chioma argentea, offre sostegno alle branchie vigorose ed invadenti dell’ipomea indica, che a sua volta, rivestendolo, sembra volergli restituire una nuova chioma verde.


    Domenica 30 ottobre, dopo un mese di pausa, riprenderemo il cammino tra questi “elefanti-alberi”, in una vegetazione rigogliosa che per secoli è convissuta con le attività umane: fornaci romane, paiàre, liame, insediamenti di messapica memoria.

    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2023.

    L’escursione verrà effettuata con guide abilitate ai sensi della L.R. 9/2016.

    E’ previsto un contributo di partecipazione.