L’Associazione Archès organizza un’escursione inedita alla scoperta del ricco patrimonio speleologico di Salve, caratterizzato dalla presenza di numerose cavità che ci sveleranno la storia millenaria di una delle più notevoli aree archeologiche del Salento.
Vedremo, in via del tutto eccezionale: l’inghiottitoio esterno di Grotta delle Fate, l’attigua grotta italo-greca, la necropoli a tumuli dell’età del Rame (4.500 anni fa), una grotta frequentata dall’uomo di Neanderthal (70.000 anni fa), una caverna che conserva sulle pareti dei dipinti di fattura neolitica (6.000 anni fa), confrontabili con alcuni di quelli presenti a Grotta dei Cervi di Porto Badisco, e un’ultima cavità con tracce al suo interno dell’antica presenza del mare, da cui oggi dista un chilometro e mezzo.
Prenotazione obbligatoria: 340-5897632. Appuntamento alle 16:00 presso la Chiesa di Pescoluse.
L’Associazione Archès e il Gruppo Speleologico Tricase (GST) propongono, sabato 11 febbraio (ore 17.30), un pomeriggio dedicato al Salento sotterraneo.
Si tratta di un viaggio fotografico attraverso il Salento che non ti aspetti, quello che si trova celato sotto le suole delle nostre scarpe, “scaruttatu” dall’acqua, a volte anche dall’uomo, prima di raggiungere la sua conformazione attuale.
Quello che vi verrà presentato sarà un volto differente di questa Terra che abbiamo ormai visto in tutte le salse di sole, vento e mare. I “paesaggi” più belli, le sculture più intriganti, i colori più emozionanti, sono stati creati, scolpiti e dipinti da pochi, semplicissimi, elementi chimici che hanno costruito pazientemente nei millenni degli scenari incantati.
Un Salento vuoto, cavo, inedito che calpestiamo ogni giorno ma che non abbiamo mai avuto l’ardire di esplorare. Come? non lo sapevate? ora non avrete più scuse.
Programma:
Presentazione delle attività Archès e GST anno 2017.
– Le Grotte preistoriche del Capo di Leuca, a cura dell’Associazione Archès.
– Viaggio fotografico sotto terra, a cura del Gruppo Speleologico Tricase.
Evento organizzato nell’ambito della programmazione SAC. PORTA D’ORIENTE, LA STORIA E IL MITO, presso Palazzo Ramirez (Piazza Concordia, Salve).
Le diverse fasi di occupazione del pianoro della Chiusa, presso la Masseria Fano (Comune di Salve), sono state ricostruite grazie alle indagini sistematiche condotte da un’équipe di archeologi australiani tra il 1987 e il 1991.
Una fase di scavo a La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 137).
Una fase di scavo a La Chiusa con l’archeologo Ted Robinson (Descoeudres, Robinson 1993, p. 191).
Le prime fasi abitative
La documentazione acquisita ha permesso di verificare un abbandono del sito agli inizi del XIV sec. a.C. ed una nuova occupazione, circa mezzo millennio dopo, durante le fasi iniziali dell’età del Ferro (poco prima del 900 a.C.).
Insediamento messapico de La Chiusa presso Masseria Fano.
I reperti di terracotta, riferibili a questa seconda fase di frequentazione intensiva del pianoro, sono quasi esclusivamente di produzione locale. Si tratta di ceramica ad impasto, figulina e della cosiddetta “matt-painted”, decorata con fasce dipinte. Sono stati rinvenuti anche pochi reperti di importazione, tra cui frammenti di grandi contenitori – a volte decorati con listelli o cordoni incisi – e di vasi usati per attingere il vino, databili tra la prima metà dell’VIII e il VII secolo a.C. Il manufatto più importante rinvenuto sul pianoro è un disco o piatto di calcare frammentario, decorato con file di triangoli incisi a bassorilievo, datato all’VIII secolo a.C. e utilizzato probabilmente come offerta in un contesto cultuale.
La fase messapica arcaica
L’insediamento venne abbandonato una seconda volta tra la fine VIII – inizi VII secolo a.C. per essere occupato – circa 150 anni dopo – nel corso dell’età arcaica (alla metà circa del VI secolo a.C.). A questa fase di frequentazione del sito è riferibile l’imponente cinta muraria, che aveva una lunghezza di 650 metri e racchiudeva una superficie di circa 3 ettari.
Veduta aerea dell’insediamento de La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 78).
Le indagini archeologiche hanno consentito di verificare che le mura erano – in alcuni tratti – larghe oltre sei metri, costituite da un doppio paramento in blocchi calcarei e da un riempimento interno di pietrame.
Ricostruzione ipotetica dello svolgimento di un rito cerimoniale nei pressi della Porta Ovest a La Chiusa. Disegno di Marcello Fersini (fonte: Febbraro 2011).
Nella cinta muraria si apriva almeno una porta (ad Ovest), protetta a NO da un massiccio bastione con andamento curvo, accanto alla quale probabilmente era stato collocato un altare. Il corridoio d’ingresso dell’insediamento fortificato presentava uno spesso strato di pietrisco, sotto il quale vi era un battuto stradale in eccellente stato di conservazione. Resti riferibili alla strada sono stati individuati anche dentro l’abitato. L’abbandono della porta è stato datato alla fine del VI – inizi V secolo a.C.
I reperti
All’età arcaica è da riferire un louterion, ossia un bacino di terracotta su alto piede usato sia per funzioni religiose (riti legati a sacrifici) che profane, probabilmente di produzione corcirese (Corfù).
Louterion rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Descoeudres, Robinson 1993, p. 177 e Febbraro 2011.
Di notevole interesse appare il rinvenimento di materiali ceramici iscritti, tra cui un alfabetario arcaico su un vaso di produzione locale, che potrebbe attestare una sua funzione cultuale (offerta o dedica).
Alfabetario rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Santoro 1984 e Febbraro 2011.
I reperti diagnostici più recenti sono datati al 480/70 a.C., decennio in cui gli archeologi ipotizzano l’abbandono dell’insediamento. Si tratta di frammenti fittili, importati dalla Grecia e dalla Magna Grecia, fra i quali vi è un frammento di parete di lekythos (piccolo contenitore di profumo) che reca dipinta una figura sdraiata in un contesto di simposio con altri personaggi, interpretata come Dioniso in compagnia di altri dei.
L’abbandono
Tra le ipotesi avanzate riguardo al definitivo abbandono dell’insediamento dei Fani, la più plausibile appare la relazione con i rapporti conflittuali tra Messapi e Tarantini che hanno caratterizzato i primi decenni del V secolo a.C. Le diverse campagne di scavo effettuate alla Chiusa – tuttavia – non hanno restituito prove dirette di distruzioni violente dell’abitato.
Secondo gli archeologi Descoeudres e Robinson, gli abitanti dei Fani avrebbero deciso di lasciare l’insediamento semplicemente perché il piccolo terrazzo non era più adatto alle necessità di un insediamento urbano. Il pianoro, inoltre, non offriva più la protezione necessaria contro le efficienti armi del tempo. Il sito più grande e meglio difendibile – Vereto – si trovava solo a pochi chilometri a sud-est dei Fani. L’ipotesi più verosimile è, quindi, che gli abitanti della Chiusa, assieme a quelli di altri simili piccoli insediamenti, si siano trasferiti presso l’insediamento posto sulla Serra di Vereto.
Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C.,Modugno (Ba), 2010, pp. 48-51.
Descoeudres J.P., Robinson E., La ‘Chiusa’ alla masseria delFano. Un sito messapico arcaico presso Salve in provincia diLecce, Lecce 1993.
Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase, 2011, pp. 199-209.
Sammarco M., Masseria Fano (Salve, Lecce), in Insediamenti del Salento dall’antichità all’età moderna, a cura di Guaitoli M. e Cazzato V., Galatina 2005, pp. 66-68.
Adagiata ai piedi di un rilievo di serra, la cappella di San Lasi (San Biagio) è ubicata a circa 2 km da Morciano e da Salve, sulla strada provinciale che da quest’ultima conduce alla Marina di Torre Vado.
cappella San Lasi
L’edificio di culto si colloca in una località caratterizzata, in età romana, dalla presenza di un insediamento produttivo, rinvenuto a seguito di recenti ricerche di superficie[1].
La storiografia locale nella medesima area localizzava un antichissimo centro messapico, a poca distanza dal luogo dove sorse poi Salve e fu distrutto anch’esso, come Cassandra, dai Goti[2].
Le indagini di superficie – invece – hanno permesso di individuare cospicue evidenze archeologiche, relative a una villa rustica di età imperiale e/o tardo antica. Si trattava di una fattoria ubicata a breve distanza dalla via ‘Sallentina’ – e fungeva, con molta probabilità, da epicentro di un fundus (podere).
La Cappella medievale di San Lasi è ubicata circa 250 metri ad est dell’insediamento romano.
L’edificio di culto presenta, in particolar modo nella parte inferiore della sua struttura, alcuni blocchi calcarei squadrati di notevoli dimensioni, per i quali è ragionevole ipotizzare un’originaria provenienza dai ruderi dell’antica villa. La struttura di alcune piccole chiese medievali si caratterizza, infatti, per la presenza di materiale lapideo – talvolta cippi e stele – riutilizzato da vicine strutture di età romana. Si possono citare, ad esempio, i casi della cappella di S. Pietro a Giuliano, del mausoleo c.d. Centopietre e della chiese di S. Giovanni Battista (Patù) e S. Eufemia (Specchia).
Secondo Pagliara, la relazione fra ruderi di strutture rurali di età romana ed edifici di culto medievali sia dovuta alla persistenza, nei comparti agrari interessati dal fenomeno, di particolari caratteristiche pedologiche e idrografiche; si potrebbe anche tenere conto del peso che possono aver avuto nel determinare la scelta di terreni da restituire alla coltura agraria, sia la notazione delle tracce delle antiche sistemazioni del terreno (ad es. terrazzamenti, spietramenti, etc.), sia la possibilità di riadattamento e riutilizzazione di comodità, quali antichi pozzi e cisterne per la raccolta delle acque meteoriche, resti di viabilità interpoderale, etc. Altro elemento non trascurabile, anche se non determinante, potrebbe essere stato quello della facilità di reperimento di ottimo, e a volte anche prezioso, materiale da costruzione, già pronto sul posto e di costo quasi nullo, offerto da provvidenziali cave, quali appunto credo venissero allora considerate le «venerande anticaglie»[3].
Monsignor De Rossi ha descritto la cappella nel corso della Visita pastorale del 1711: nella chiesa vi è un altare con l’immagine di San Biagio, Santa Veronica e Santissimo Crocifisso, dipinto alla maniera del Salvatore che sanguina. La Grancia appartiene alla chiesa e sappiamo che fu costruita con pubblico denaro. Vi sono anche le insegne gentilizie della città di Salve ovvero una colomba col ramo di ulivo ed una S in pietra sotto i piedi. In questa chiesa, per devozione, frequentemente vi si celebrano messe e nel giorno festivo vi si reca il capitolo e devotamente rende onore con la recita delle Ore divine dei Vespri ed al mattino celebra gli uffici sacri. Dietro la chiesa vi è un piccolo giardino con alberi comuni e, segnatamente, con l’albero detto dal popolo la cornula[4].
Sul portale di ingresso lo stemma descritto dal De Rossi riporta una data incisa: 1716.
statua in pietra leccese di San Biagio
L’interno si presenta ad una sola navata, con il pavimento leggermente più ribassato rispetto al piano esterno. Una pregevole statua in pietra leccese di San Biagio fa bella mostra di sé alle spalle dell’altare, su un basamento su cui vi è incisa un’iscrizione in latino che racconta di uno scioglimento di un voto da parte della popolazione di Salve nel 1716.
La cappella originaria, tuttavia, aveva un orientamento differente, con l’abside rivolta ad Est. Attualmente tagliata, come si può notare anche dall’esterno sulla parete orientale.
Catino absidale rivolto ad est
All’interno del catino absidale si conservano evidenti tracce di affreschi bizantini (X secolo) e moderni (XVII secolo).
A tal proposito, la prof.ssa Manuela De Giorgi scrive: “Nella sommità dell’abside si intravedono i resti di una sinopia pertinente al volto di una Vergine con Bambino fra gli Arcangeli Gabriele e Michele […]. Nel cilindro sono campite alcune figure di santi, piuttosto monumentali, dai panneggi volumetrici segnati da pieghe che ricadono in modo naturale”[5].
Secondo lo studioso Stefano Cortese si tratta di “una tipica decorazione delle chiese di età medio-bizantina, con gli angeli che indossano una veste rosa scuro, segnata da pieghe abbondanti animate da lumeggiature bianche, appiattite ma non stilizzate”[6].
Altri affreschi sono presenti nell’arco di apertura dell’abside e sono probabilmente di una ulteriore fase costruttiva della cappella, quella del XVII secolo. Essi rappresentano un’interessante Madonna delle Grazie con l’iscrizione spagnola “Santa Maria de la Gracia”, forse voluta per devozione di una famiglia spagnola – Hernandes o Hernandez – domiciliata in quel periodo a Salve[7]. Di fronte, anch’essa indiziata da una didascalia, vi è campita una Santa Venera, di cui rimangono ben poche tracce e i resti pittorici “di un santo con un bastone, che potrebbe essere il San Biagio citato nella visita pastorale” del De Rossi[8]. Nel lato destro del cilindro absidale Stefano Cortese attribuisce ad uno dei due Santi Medici “un santo che sembrerebbe reggere un unguentario”, mentre “procedendo verso il centro del cilindro absidale compare una figura benedicente alla greca che sembrerebbe sovrapponibile ad alcune riproduzioni del San Giovanni Battista”[9].
ArcangeloMadonna delle Grazie (foto sopra) ed iscrizione esegetica “Santa Maria de la Gracia” (foto sotto)
Sull’arco dell’abside Cortese segnala “scarne tracce di intonaco di preparazione con sinopia del X secolo”, che attribuisce “verosimilmente all’immagine di un Cristo seduto su un trono”[10].
Un Sant’Andrea, invece, è stato dipinto nello spiccato esterno destro dell’abside.
Secondo la tesi di Manuela De Giorgi, avallata anche da Stefano Cortese, il primo ciclo di affreschi nel catino, nel cilindro e nello spiccato dell’abside sarebbe da riferire al X secolo, sulla base di un confronto con quelli del pittore bizantino Teofilatto – datati al 959 – della Cripta di Santa Cristina a Carpignano Salentino[11].
Meritevoli di uno studio più approfondito sono alcuni disegni, di dubbia interpretazione, graffiti sugli affreschi seicenteschi. Un paio di incisioni, di fattura piuttosto grossolana, ricordano vagamente delle imbarcazioni. La cappella, infatti, dista poco meno di 2 km dal porto di Torre Vado, la cui torre costiera è attestata già nel 1576.
Numerosi croci incise sulle pareti esterne, in particolare orientale e settentrionale, indiziano la devozione popolare nei confronti di questo luogo di culto e, probabilmente, un passaggio di pellegrini diretti a Santa Maria di Leuca.
Busti L., “Chiesa, Cappelle e Benefici ecclesiastici nella Santa Visita del Mons. De Rossi del 1711”, 2008, p. 35.
Cortese S., “I cicli pittorici nell’abside della Chiesa di Santu Lasi a Salve”, in Annu novu Salve vecchiu, Tricase, 2017, ed. Cultura e Turismo, pp- 33-37.
De Giorgi M., “La Cappella di San Lasi a Salve”, in BERTELLI G. (a cura di) “Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI”, pp. 282-283, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004.
Febbraro N., “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione”, Tricase 2011, pp. 255-257.
Pagliara C., “Note di epigrafia latina IV”, in “Studi d’Antichità”, 2, pp. 205-235, Galatina (Le) 1980.
Russo A.M., “Alla ricerca dell’immagine antica di San Biagio nella Cappella di Salve”, in Annu Novu Salve Vecchiu, 19 ed., pp. 47-50, Tricase 2015.
Simone A., “Salve Storia e Leggenda”, Milano 1981.
Corso di introduzione ai Sistemi Informativi Territoriali e ai software opensource per la realizzazione di mappe personalizzate con i dati geografici liberi.
Per la partecipazione al corso è necessario dotarsi di un personal computer.
Durata del corso: 8 ore totali suddivise in 5 moduli:
1 – Introduzione ai sistemi informativi territoriali e ai software opensouce – Dati raster e vettoriali, differenze e potenzialità
2 – Operazioni con i dati vettoriali
3 – Operazioni con i dati raster
4 – Analisi casi studio, esempi applicativi
5 – Costruzione di una mappa tematica: grafica e stampa
Software utilizzati: QGis e GRASS GIS
Il corso si svolgerà a Salve, nelle sale SAC di Palazzo Ramirez (Piazza Concordia), nei seguenti giorni:
venerdì 11-18 novembre
Orario: 17 – 19
Costo: 20 €
Docente: dott. Zaia Danilo
Per info: mail zaiadanilo@gmail.com – tel. 328.9389480
associazionearches@gmail.com – tel. 340.5897632
Ci sono luoghi che ti accolgono con una carezza, con la gentilezza morbida dei petali dei mandorli. Ci sono luoghi che sembra tu abbia abitato da sempre, dove ritrovi il tempo vissuto da altri attraverso le pietre dei muri, la costolonatura di una trave; dove gli oggetti, per una sorta di commilitanza con i loro proprietari o di chi li ha toccati ed usati, sentano poi il dovere di raccontarne le vite, oppure lo fanno spontaneamente, per una sorta di proprietà transitiva.
Sullo specchio accanto al comò di noce, un riflesso, come un bagliore immaginato o già vissuto, svela un occhio nero di donna, l’onda garbata di capelli raccolti, mani che lisciano i vestiti seguendo le forme di un corpo che oggi è cenere o ricordo.
Per il secondo anno consecutivo, ho la fortuna di riconnettermi a queste emozioni e lasciarmi attraversare da sensazioni difficili da spiegare alla festa di San Biagio, il 3 febbraio, alla Masseria di Santu Lasi.
La Masseria non è, a differenza di tante altre costruzioni rurali delle campagne salentine, imponente o pomposa. È una “masseria delle piccole cose”, sorella dei furnieddhi – o come mi correggono qui, pajare – degli spazi che si possono raccogliere quanto si può nei limiti di due ciglia. Ho sempre pensato, da salentina, che le nostre campagne, intendo quelle condotte a seminativo, abbiano una dimensione “familiare”; ma nel Capo di Leuca, dove le ossa e i denti della terra affiorano con più abbondanza e permettono di serrare ancora di più i vuoti, le campagne raggiungono una dimensione intima, quasi interiore. Persino la torre che si trova all’interno della masseria sembra chiedere scusa del suo statuto e adegua le forme e l’imponenza a questo sentire.
Febbraio duemilasedici si è presentato all’appello tiepido come l’alito di un bue e ha fatto germinare semi ed erbe a profusione, prima del tempo lecito. Così, un tappeto morbido verdebambino ricopre il vialetto, corto in lunghezza e largo quanto basta, che porta ad un cancelletto spalancato verso un mondo tutto proprio. Hortus conclusus. Questo termine mi è sempre piaciuto, nella sua sonorità, nel suo significato. La masseria delle piccole cose è una masseria conclusa. Masseria degli spazi grandi-il-necessario. Costruzione che non può fare a meno della campagna, della chiesetta, ma contemporaneamente se ne separa. Masseria riccio di mare, che senza il mare non può vivere eppure difende da esso le sue preziose uova con gli aculei. Masseria semplicità e stupore, che ti chiedi perché tutto il Salento non respiri così, nel rispetto del vegetare e nella semplice funzionalità del vivere.
C’è lo stupore di trovare fiorite le lavande, il bacio rosso di una rosa d’inverno stampato sulla parete alba di calce, “la regina arsa e concreta” di Vittorio. Il bianco. Qui è dappertutto. Bianco, ma meno llamativo, quasi rosato, è lo sposo che se ne sta all’ingresso della festa.
Il grande mandorlo, con le dita inanellate di fiori, profuma appena appena di un’essenza leggermente amara, mentre lo scirocco di tanto in tanto lo pettina facendone cadere qualche petalo per simulare una neve, o forse i coriandoli, ché qui davvero per scherzo si è nel tempo dell’inverno.
All’interno della piccola corte centrale, ci sono i convenuti alla festa. Uno strano miscuglio. Esattamente come ad una cerimonia di matrimonio, si ritrovano i parenti più prossimi, i curiosi, le facce conosciute, quelle che non vedi mai per sbaglio in strada ma che vedi sempre a proposito di queste occasioni; gli zii anziani, ma quelli proprio anziani anziani che sembrano i più titolati a stare lì, che da quei posti non sono mai partiti. Le cugine trendy e i cognati grassissimi. Sulla soglia di una porta, assisa in vimini, trovo una signora con le rughe che sembrano scassi per i filari dei vigneti. Assomiglia molto alla zia di papà, zia Rosa, che era veramente la moglie di un colono di Don Costa, ricco proprietario terriero. La masseria che custodiva, però, era più mastodontica, aveva pretese di salti di categoria, ambiva al rango di palazzo cittadino con la sua scala di ghisa e i marmi cipollini pretenziosi. Grandeur gallipolina alla quale la zia faceva abbassare la cresta coltivando piante di ciciri e tria accanto alle rose viola che profumavano di limone.Osservando le persone non posso fare a meno di pensare che la masseria di Santu Lasi sia oggi un campione rappresentativo dello spaccato socioculturale che si trova là fuori. Le campagne qui intorno sono pullulate da padovani, svizzeri e svizzerotti, ché certi giorni ascolti un fiorire di scìscìche nemmeno nel trevigiano. Innamorati sulla via di Damasco, loro comprano di tutto e ristrutturano di ogni. Pensionati pensionanti in queste terre, passano a svernare “nel bel suol d’amore” metà anno. Devo dire la verità, conosco della gente interessante. Meno male che ci sono. Sono contenta di questo meltin’pot, anche se spesso i locali si lamentano che “tuttu iddhi càttane”, tutto loro comprano, punta di invidia rabbiosa contadina per il contingente o diffidenza maturata da secoli di invasioni, chissà. Da questa mescolanza credo che nascerà un’eugenetica culturale, è sempre nato qualcosa di buono in questa terra dall’incrocio di razze e popoli. I grandi assenti invece sono i ragazzi, quella fascia di popolazione che va dai 18 ai 30 anni, ma del resto non ce ne sono nemmeno in paese, sono fuori, a cercarsi vite e fortune in qualsiasi posto sempre lontanissimo. Qualcuno è tornato, qualcuno resiste, come il gruppo di ragazzi e ragazze che hanno preparato il pranzo oggi. L’odore delle pittule, il sapore delle foje crestesapeva uguale oggi come in un giorno qualsiasi di un febbraio di fine ‘500. La banda attacca. Un momento epico, che commuove me e Milena. Ecco, sono sicura che l’”Uva fogarina”, nel 1577 o giù di lì, ancora non era stata composta.
Il racconto storico-archeologico “Favoloso viaggio nel tempo” prende spunto dal volume “Archeologia del Salento” (Libellula Edizioni) pubblicato nel 2011. Ne riprende e ne riassume i contenuti e li offre al lettore in una forma e uno stile del tutto inediti ed accattivanti. Il risultato finale è uno strumento piacevole ma al tempo stesso rigoroso, grazie ad un sostanzioso apparato di note esplicative, che traccia a grandi linee quella che è stata la storia del Salento e del territorio di Salve, dalle origini sino alla dominazione romana.
Il libro è adatto sia ad un pubblico giovanile che adulto ed è corredato da un cospicuo apparato iconografico che ricostruisce i paleoambienti dei più importanti siti archeologici citati.
Dall’Introduzione (di N. Febbraro)
“Favoloso viaggio nel tempo” nasce da una decennale attività di ricerca che mi ha visto, assieme a Marco Cavalera, vagliare quella che è la più importante letteratura riguardo alle testimonianze archeologiche della penisola salentina
ed effettuare delle ricognizioni sistematiche di superficie in territorio di Salve.
I risultati raggiunti sono stati pubblicati, come detto, nel volume “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” (Libellula edizioni), che passa in rassegna tutte le antiche fasi archeologiche del Salento. Il libro – inoltre – offre un’esaustiva documentazione riguardo alle evidenze che insistono in territorio di Salve, grazie anche ad un cospicuo apparato grafico e fotografico.
In “Favoloso viaggio nel tempo” ne ho ripreso e riassunto i contenuti e ne ho rivisto la forma. Lo scopo di tale scelta è stato quello di fornire uno strumento piacevole e al tempo stesso rigoroso ad un pubblico più ampio, che abbia voglia di conoscere le evidenze archeologiche più importanti del Salento e del territorio di Salve. A tale scopo il testo è stato corredato di un sostanzioso apparato di note esplicative.
Ogni evidenza archeologica citata, che riguarda il territorio di Salve, è stata accompagnata da un numero progressivo indicato fra parentesi, che corrisponde a quello con cui la stessa è stata inserita nella Carta Archeologica: tavola 2. La tavola 1 – invece – offre ai lettori l’ubicazione di alcuni fra i principali siti archeologici del Salento, qui menzionati.
Non deve trarre in inganno il titolo del volume e la forma del testo, in quanto, come evidenziato nel primo capitolo: “Quel che qui vò raccontando non son favole o leggende bensì ciò di cui è l’archivio della Terra che ha serbato la memoria”.
L’archeologo, in effetti, nella sua paziente opera, mira ad interpretare quelle che erano le caratteristiche salienti degli antichi gruppi umani, avvalendosi in modo esclusivo dei reperti e delle strutture che emergono durante le indagini stratigrafiche. Fanno eccezione, naturalmente, le società più evolute, che conoscevano un sistema di scrittura e che ci hanno tramandato anche dei documenti scritti.
L’apparato iconografico che correda il presente volume è stato curato dall’artista emergente Marco Piccinni, fanno eccezione i disegni di Marcello Fersini e di Vito Russo, ripresi dalla mia precedente pubblicazione (…).
PIETRE, TERRA E SALE: conoscere la storia e ascoltare le storie
domenica 8 novembre camminate dolci nella campagna tra Salve e Morciano di Leuca
Archès propone per domenica otto novembre un’intera giornata in “immersione” non più nel mare e nelle affollate spiagge vacanziere dell’estate ma nel Salento dolce e autunnale della campagna, con i suoi silenzi, le temperature miti che accarezzano gli ulivi e la regina bianca e incontrastrata di questi luoghi: la pietra.
Alle 9,30 inizierà l’attraversamento del canale Tariano che presenta un dislivello di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Ripari preistorici, fornaci d’età romana, i ruderi di un antico frantoio si intrecciano con elementi geologici, naturalistici e paesaggistici degni di rilievo: è incredibile la concentrazione in uno spazio circoscritto di così tante attestazioni che rendono questo percorso un vero e proprio viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Il tragitto terminerà al limitrofo canale Fano con il suo ruscello perenne alimentato da acqua sorgiva, la sua grotta italo/greca affrescata e i resti di una cittadella messapica fortificata con l’omonima masseria cinquecentesca.
Dopo una sosta conviviale all’aperto, nel pomeriggio dalle 15 alle 17 ci sarà un’escursione inedita nelle campagne di Torre Vado (Morciano), immersi in un suggestivo Paesaggio di pietra che rende unico questo lembo del Capo di Leuca.
Ideazione e supervisione: Gian Maria Greco e Lucia Pedone (Poiesis)
ISBN: 9788867353088
Contributo: 3 €
Dall’introduzione (di M. Calo’):
Ciao! Benvenuto nelle Terre del SAC Porta d’Oriente!
SAC vuol dire Sistemi Ambientali e Culturali e vi partecipano 22 comuni della Provincia di Lecce che fanno capo ad otto paesi, come puoi vedere nella mappa affianco. Questo territorio è detto Porta d’Oriente perché si affaccia sul mare e da sempre ha avuto rapporti (non sempre facili!) con gli altri popoli del Mar Mediterraneo. In esso, ci sono elementi magici: pinete profumate con antiche torri e alte scogliere, ulivi argentati, tassi e lucertole; le ricche chiese e i maestosi palazzi dei centri storici, i semplici ripari di pietra a secco nelle campagne. Tre cose, però, li rendono ancora più speciali: la storia, i racconti e le leggende che fanno parte della nostra memoria e cultura.
In questo Discovery trail vogliamo raccontarteli e invitarti alla loro scoperta. Con i tuoi genitori e i tuoi amici vai nei posti indicati e segui ben bene le nostre istruzioni. Conta, colora, leggi, cammina, annusa, ascolta e tocca. Solo così potrai conoscere i beni del SAC Porta d’Oriente, amarli e capire perché sono così unici e importanti: dei veri e propri tesori.
Sabato 7 novembre alle ore 18,30, presso la Sala Convegni di Palazzo Ramirez a Salve, l’associazione Archès presenta l’ultima pubblicazione dell’archeologo Stefano Calò “Paesaggio di Pietra”. Alla presenza del sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo, gli esperti Stefano Cortese, Marco Cavalera e Gianluca Tonti dialogheranno con l’autore e con il pubblico riguardo alle peculiarità del “vivere in grotta” di questa porzione di Italia Meridionale. Alle 20.30 le parole dal rigore scientifico cederanno il passo a quelle intrise di sonorità di Anna Cinzia Villani in una inedita veste da solista. La cantautrice racconterà in musica le storie dei salentini e in particolare delle donne, depositarie di segreti del vivere quotidiano, e per questo “temute o amate, controllate ma indispensabili, divise e moltiplicate nei ruoli di mogli e lavoratrici, mamme e figlie, amanti e compagne, tra vicinato e lavoro agricolo che sfianca ma non piega”.
Nel corso della serata sarà presentato il video “La storia e il mito”, curato dall’Associazione The Heel, che riassume le attività dell’Associazione Archès nell’ambito del progetto del SAC Porta d’Oriente, svolte durante i mesi estivi in diverse località del Parco Otranto-Santa Maria di Leuca, che hanno visto una partecipazione attenta e numerosa ad attività di archeologia sperimentale, cosmesi naturale, produzione della carta e dell’incisione, il tutto finalizzato alla raccolta al patrimonio immateriale di racconti e leggende del Capo di Leuca.
La serata è organizzata da Archès, in collaborazione con l’Associazione The Heel, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Salve.
Il giorno successivo, domenica 8, una giornata interamente dedicata alla campagna “capuana” nell’aria tiepida di novembre: si parte alle ore 9,30 con un trekking leggero nel canalone dei Fani, mentre il pomeriggio, dalle 15 alle 17, verrà presentato un percorso inedito dove protagonista incontrastata sarà la pietra dei canali di Torre Vado, con una sosta alle 13 per un breve momento conviviale.