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  • Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    In occasione della seconda ristampa del volume “Archeologia del Salento”, l’associazione Archès organizza a Salve un’iniziativa che prevede, alle 19, una visita guidata nel Centro Storico, nell’ambito della rassegna Salvestate.

    A seguire, alle 21, sarà offerto un rinfresco sul terrazzo di Palazzo Ramirez e, alle 21.30, sarà la volta di un convegno focalizzato sullo studio e la promozione del patrimonio storico-archeologico ed ambientale salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro. Interverranno gli autori del volume Nicola Febbraro, Anna Lucia Nicolì e Marco Cavalera.

    Prenotazione obbligatoria (solo per la visita guidata) tramite WhatsApp al n. 340-5897632.

     

  • IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    LE ASSOCIAZIONI MARINA SERRA ETS, ARCHES, CLEAN UP TRICASE, ASD-MTB TRICASE, MEDITINERE, TINA LAMBRINI-CASA COMI, PRO LOCO TRICASE, LA CULONNA TUTINO, LA COOPERATIVA SOCIALE TERRA ROSSA,

    CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI TRICASE E CON LA COLLABORAZIONE DI MONDO RADIO,

    ORGANIZZANO

    UN’ESCURSIONE ARCHEOLOGICA, NATURALISTICA ED AMBIENTALE, GRATUITA ,DAL TITOLO:

    “IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA”

    DOMENICA 13 GIUGNO

    PARTENZA: ORE 08,30 DAL PALAZZETTO DELLO SPORT DI TRICASE, ALLE PORTE DI TUTINO

    RIENTRO: ORE 11,30 SEMPRE AL PALAZZETTO

    PERCORSO: 5 KM CIRCA

    PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA AL NUMERO 3287825181

    MUNIRSI DI MASCHERINA E DI SCARPE COMODE

    La passeggiata di domenica 13 giugno interessa il territorio nord-occidentale del Comune di Tricase, solcato fin dall’età classica dal passaggio di importanti tratti viari, tra cui la cosiddetta “Via Sallentina”.

    Si tratta di una rete viaria che offriva la possibilità di ampie alternative per recarsi da un luogo all’altro della penisola. Gli stessi tracciati sono stati utilizzati sia dai Pellegrini in transito verso Leuca che dalla popolazione locale per gli spostamenti quotidiani. Esisteva quindi un dedalo di stradine e viottoli che collegava i paesi e gli stessi con le campagne circostanti e questo si riscontra anche nel territorio di Tricase, non a caso caratterizzato dalla presenza di numerose cappelle rurali, edicole votive e pietre fitte (menhir) che a volte assolvevano la funzione di “segnacoli stradali”.

    Prima tappa del percorso è il palazzetto dello sport di Tricase, dove saranno esposte criticità edilizie e possibili interventi che vedono il comune sforzo tra cittadinanza e Amministrazione locale per la riqualificazione di quegli stessi luoghi che ancora oggi raccontano la storia del nostro paese.

    Dal palazzetto ci si inserisce in un tratto dell’antica strada che collegava Tutino con Specchia e Miggiano. Si attraverserà località Campo Tomasi, per procedere parallelamente alla ferrovia. Giunti al vecchio casello ferroviario dismesso di Tutino, si lambisce la cappella della Madonna della Pietà, un edificio di culto costruito nel 1670 sopra una più vetusta cripta colma di detriti e vegetazione. Ancora oggi l’area compresa in questo tratto di percorso, evidenzia una forte vocazione agricola, e resti di un’economia rurale che non ha voluto piegarsi alla globalizzazione: piccoli orti familiari, condotti con pratiche a basso impatto ambientale; colture ordinate secondo un determinato avvicendamento per far riposare il terreno; varietà colturali adatte alle condizioni pedologiche; attività ormai abbandonate come quella del florovivaismo che serviva solo l’ambito locale. Scarse le tracce di quella che poteva essere stata la copertura vegetale dei secoli passati; la componente arborea è stata completamente sostituita da quella degli olivi e dei fruttiferi ed oggi, anche questi stanno lasciando il posto ad una disordinata flora infestante che colonizza muretti a secco e aree incolte: Alcuni dei vecchi tratturi sono rimasti interclusi in una rete viaria e non più utilizzati per i collegamenti.

    Si prosegue poi per Tutino per giungere alle spalle della Chiesa, in prossimità della quale, sulla destra, imboccheremo via Sferracavalli, conosciuta anche come via delle “Zicche”, che ricongiunge all’antico tracciato della “Via Sallentina”. In quest’ultimo tratto del percorso, di appena 450 metri, ormai nascosti dalla flora  infestante e micro discariche di rifiuti inerti anche pericolosi, si notano tracce di carraie e tagli nella roccia, sarà possibile individuare resti archeologici riferibili ad età romana.

    Nel corso della passeggiata si prevedono momenti partecipati di approfondimento e dibattito, con l’obiettivo di proporre mirati interventi di bonifica e ripristino dello stato originario dei luoghi, laddove l’uomo è intervenuto in modo più incisivo sul territorio (depositi incontrollati di rifiuti, posa di asfalto e cemento su antiche carraie, demolizione di muretti in pietra a secco, ecc).

  • Giornate Europee dell’Archeologia 2021 – Alezio

    Giornate Europee dell’Archeologia 2021 – Alezio

    #Alezio partecipa alle Giornate EUROPEE dell’ Archeologia.
    L’iniziativa, patrocinata e sostenuta dall’Amministrazione Comunale di Alezio e dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con l’Associazione Archès APS, la Soprintendenza Archeologica, delle Belle arti e del Paesaggio di Brindisi e Lecce e l’Università del Salento, ha l’obiettivo di valorizzare il patrimonio archeologico della cittadina messapica.
    Il programma culturale proposto prevede:
    🔶️ Venerdì 18 giugno
    ” VISITE GUIDATE GRATUITE “
    Visite guidate presso la Necropoli Messapica di Alezio e il Museo Civico Messapico.
    🔶️Sabato 19 giugno ore 17
    ” A SPASSO NELL’ ANTICHITÀ “
    Visite guidate in abiti messapici presso la Necropoli Messapica di Alezio.
    🔶️ Domenica 20 Giugno ore 17
    ” PICCOLI ARCHEOLOGI “
    Laboratorio didattico per bambini.
    🆓️ Tutti gli eventi sono GRATUITI. 🆓️
    📝 Per partecipare a entrambe le iniziative è OBBLIGATORIO
    PRENOTARSI telefonando al 335-7670971 (il numero è attivo dalle ore 9.00 alle ore 12.00, dal lunedì al venerdì)
    ⚠️Posti limitati nel rispetto delle normative anticovid 19.
  • Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    di Marco Cavalera

    Le origini

    Morciano di Leuca sorge a tre chilometri da Torre Vado, ai piedi della Serra Falitte che la divide dalla sua frazione Barbarano.

    Le sue origini risalgono all’età messapica e romana, quando il territorio era costellato da numerose fattorie, dedite in particolare alla produzione e al commercio del grano e dell’olio. Le ville rustiche romane di Morciano gravitavano nell’area di influenza del municipium di Vereto (Patù), importante città che aveva il suo approdo di riferimento nella baia di San Gregorio.

    Nel corso di ricerche di superficie sono state individuate almeno tre aree ad interesse archeologico, riconducibili al modello insediativo del vicus (agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e gli approdi), che disegnano una particolare vivacità economica di questo territorio in età romana imperiale.

    Fig. 1. Tracce di antica viabilità tra Morciano e Vereto.

    Dal Medioevo all’età moderna

    Le prime notizie storiche su Morciano si ricavano nella “cedula captivorum” del 1239, ossia l’elenco dei feudali custodi dei prigionieri di Federico II. In questo documento viene indicato il nome di un Riccardo de Murchano, famiglia di cui non si conosce nulla.

    Nel 1274 Carlo I Angiò concede regio assenso per il matrimonio tra Guglielma, figlia di Riccardo de Morciano con un certo Tedesco De Cuneo, all’epoca ritenuto uno dei personaggi più influenti e vicini a Carlo I (famigliare e consigliere).

    Il motivo che ha spinto gli angioini a legare un uomo molto importante come Tedesco da Cuneo ad un feudo collocato nella più estrema periferia dell’Impero è soprattutto di tipo politico, in quanto la famiglia de Murchano aveva avuto dei feudi anche nel precedente regime svevo ed aveva legami di parentela con una famiglia antiangiona, i Sambiasi; quindi questo matrimonio si era reso necessario per tenere sotto controllo questa parte di feudo.

    Ed infatti, nel 1297, alla morte di Tedesco da Cuneo, Guglielma dona la sua parte di feudo al nipote Riccardo Sambiasi, figlio del partigiano svevo Ruggiero Sambiasi. La donazione implica un tentativo da parte dell’oculata dinastia angioina di riabilitare la famiglia Sambiasi. Il regio assenso alla donazione è stato subordinato all’accertamento (inquisitio) che il valore del feudo donato non ecceda le 30 once, donando l’eccedente alla regia curia.

    Da questo accertamento emerge che all’inizio del ‘300 il feudo di Morciano era diviso in tre parti[1]:

    • Quella di Riccardo Sambiasi;
    • Quella di Guglielmo de Morciano;
    • Quella di Guiscardo di Sangiorgio.

    Il castello, probabilmente, rientrava nella parte dei Sambiasi e forse esisteva fin dai tempi di Guglielma de Morciano.

    Fig. 2. Torrione del castello di Morciano.

    Nel 1336 Guiscardo di Sangiorgio vendette la sua parte feudale al conte di Lecce e duca di Atene Gualtiero di Brienne. Prima del 1369 i conti di Lecce acquistarono anche la seconda parte del feudo di Morciano, quella appartenente a Gualtiero de Morciano.

    Nel 1464 si registra uno scambio di quote feudali tra i Sambiasi e Dell’Antoglietta, che avevano ceduto in cambio di Salve la loro quota di Morciano. Ruggero Sambiasi, alla sua morte avvenuta nel 1482, lasciò scritto nel testamento che il casale di Morciano sarebbe stato diviso tra i suoi due figli: una parte con il castello, una senza castello. Questa seconda parte fu venduta ai Capece nel 1531 da Antonello Sambiasi.

    Guiduccio Sambiasi fece costruire, agli inizi del ‘500, i torrioni del castello. Nel 1518 anche questa parte feudale fu acquisita dai Capece che la vendettero ai Castromediano nel 1523. Nel 1629 gli stessi Castromediano acquistarono dai Capece l’altra parte feudale (quella che loro acquistarono nel 1531 dai Sambiasi), riunificando finalmente il feudo di Morciano[2].

    Il centro storico tra chiese e palazzi

    Il nucleo più antico del centro storico si identifica in pochi isolati racchiusi da via Roma, via Castromediano, via Pace, via Ippolitis, via Nuova e Via Torri.

    Fig. 3. Centro storico di Morciano (Via Ippolitis).

    Via Roma e le piazze San Giovanni e Chiesa sono state oggetto di importanti rinvenimenti archeologici nel corso di operazioni di scavo per la messa in opera di condotte di pubblica utilità, svoltesi nel 2006. Si tratta di una settantina di tombe medievali attigue alla chiesa matrice, di numerosi granai e di imboccature di frantoi ipogei. 

    Palazzo Strafella

    Già convento dei Religiosi del Carmine di Morciano di Leuca di cui si conserva, nell’ex refettorio, un affresco seicentesco (più volte rimaneggiato) che rappresenta l’Ultima cena.

     Fig. 4. Particolare dell’affresco dell’Ultima cena di Palazzo Strafella. 

    La parte superiore dell’edificio, invece, risale alla fine dell’Ottocento così come la facciata su Via Roma.

    Fig. 5. Palazzo Strafella. 

    Attualmente è sede dell’Ufficio Informazioni Turistiche del Comune di Morciano di Leuca e ospita una biblioteca e una sala convegni per iniziative a carattere culturale e sociale.

    Chiesa madre San Giovanni Elemosiniere

    La Parrocchiale è dedicata a San Giovanni Elemosiniere, patrono del paese. Eretta nella seconda metà del Cinquecento, ostenta un magnifico portale d’ingresso, che anticipa alcuni stilemi del barocco, che ne ingentilisce la forma austera di chiesa fortificata.

    Fig. 6. Chiesa di San Giovanni Elemosiniere. 

    Centro storico – Vico Torri

    A sud e ad est di Piazza Giovanni Paolo II si snodano le viuzze di Borgo Torri, il nucleo più antico del paese di origine medievale. Da qui si prosegue su via Nuova fino a giungere dinnanzi a casa Monteduro, dei primi anni del ‘600 e di recente restaurata dall’Amministrazione comunale.

     Fig. 7. Vico Torri.

    Fig. 8. Casa Torre. 

    Cappella della Madonna di Costantinopoli

    Ubicata lungo l’antico tracciato stradale che conduceva a Vereto, la Cappella della Madonna di Costantinopoli (seconda metà XVI secolo) conserva al suo interno, addossato alla parete, un interessante monolite affrescato con l’immagine della Vergine e il Bambino.

    Fig. 9. Affresco su monolite con la Madonna e il Bambino. 

    Castello Valentini

    Si tratta di un’imponente struttura fortificata eretta a difesa dell’abitato. Dotato in origine di quattro torrioni angolari, subì importanti rimaneggiamenti nel corso del Cinquecento e del Seicento.

    Fig. 10. Castello visto dall’atrio di Palazzo Strafella.

    Chiesa della Madonna del Carmine

    La chiesa, insieme all’annesso convento, venne fatta costruire nel 1484 dal barone Ruggiero Sambiasi. Si caratterizza per un’alta facciata, sul cui portale settecentesco vi è un ovale con un altorilievo che rappresenta l’Annunciazione. Al suo interno conserva eleganti altari, tele di pregevole fattura artistica e un organo a canne.

    Fig. 11. Piazza San Giovanni con la colonna e chiesa del Carmine.

    Trappeti ipogei

    Nel sottosuolo di Morciano si aprono oltre venti frantoi ipogei, che nel passato hanno contribuito alla fioritura economica del paese grazie alla produzione di olio di oliva. I trappeti risalgono per lo più al XVII secolo e alcuni di essi conservano in buone condizioni gli ambienti di lavoro e gli arredi originari.

    Fig. 12. Trappeto ipogeo Corciulo-Pizzileo. 

    Chiesa di S.M. di Loreto o della Natività

    Attuale cappella del Cimitero, la sua costruzione risale al 1670. All’interno è presente una pregevole statua della Madonna in pietra locale.

    Fig. 13. Chiesa della Natività. 

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    [1] Tra duecento e trecento pare che il casale di Morciano fosse suddiviso in tre parti feudali: de Morciano, Sangiorgio e successivamente Sambiasi. In età normanna queste tre parti costituivano un’unica entità feudale. La ragione della divisione feudale va individuata tra le divisioni ereditarie e dotali.

    [2] Vallone G., “Terra, feudo, castello”, in “Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di A. Caloro”, Galatina, 2008, pp. 49-78.

  • L’antico borgo di Barbarano del Capo

    L’antico borgo di Barbarano del Capo

    di Marco Cavalera

    Brevi note bibliografiche

    Barbarano offre al visitatore una autentica e suggestiva realtà di borgo. Adagiata ai piedi della Serra Falitte, la sua fondazione risale al Medioevo, quando alcuni villaggi ubicati nelle vicinanze furono abbandonati e la popolazione preferì rifugiarsi in un luogo che offriva naturale protezione dalle scorrerie dei “barbari”.

    Il centro storico presenta due elementi caratteristici: una torre cinquecentesca, notevole esempio di architettura militare, e la Parrocchiale dedicata a San Lorenzo, semplice e lineare nel suo sviluppo.

    Alla periferia del paese – inoltre – si segnalano l’elegante complesso architettonico di Santa Maria del Belvedere (“Leuca Piccola”) e le “vore”, enormi inghiottitoi naturali, fra i più significativi esempi del carsismo salentino.

    Sulla sua storia municipale sono state pubblicate alcune monografie ad opera di studiosi locali: Cesare Daquino (“Barbarano”, Capone Editore, 1989) e Francesco Cazzato (“Barbarano del Capo raccontata dai preti”, Imago, 2010).

    Le prime note storiche si riferiscono alla fine del 1600, quando il Padre Cappuccino Luigi Tasselli citò Barbarano nella sua “Antichità di Leuca”: “Barbarano (prima Vorano) perché lato ad esso vi sono due voragini meravigliose, originate da terremoti, o così da principio, da tempi antichissimi, dopo la famiglia Antoglietta fu di nuovo, come prima, delli signori Capeci, ed in maniero, che ne tempi di Carlo V, era Padron di Barbarano Anibale Capece”[1].

    La storia delle successioni feudali in Barbarano racconta le vicende di sole quattro famiglie: i Dell’Antoglietta, i D’Aquino, i Sangiorgio e, soprattutto, i Capece, quest’ultimi feudatari del luogo dal 1442 al 1806.

    Proprio alla casata dei Capece si deve la costruzione del castello di Barbarano, di cui la svettante torre è la parte superstite. Da alcune notizie bibliografiche[2] si evince che la torre, oggi alta 18 metri, era circondata da un fossato profondo circa 2 metri, colmato nel secolo scorso. L’architrave della porta d’ingresso conserva un autorevole stemma gentilizio, che ricorda le nobili origini della famiglia di appartenenza, e una data incisa che toglie ogni dubbio sull’epoca dell’edificazione o, per lo meno, di una sua ristrutturazione: 1505[3].

    La struttura difensiva si sviluppa su tre piani: il primo si presenta sostanzialmente come un posto di guardia. Al secondo piano, invece, si accede attraverso una stretta e tortuosa scaletta interna, tipica delle torri cinquecentesche. L’ambiente si caratterizza per la presenza di quattro finestre rettangolari aperte in direzione dei punti cardinali, ai cui lati delle bocche strettissime consentivano di tenere sotto controllo la situazione intorno all’edificio fortificato. Infine si accede sul terrazzo su cui sono posizionate sette aperture ad arco che assicuravano la sistemazione di altrettanti armi da guerra.

    Fig. 1 – Torre dei Capece 

    A piano terra si apre una grande corte interna sulla quale si affacciano gli alloggi residenziali e i vari locali di servizio, tra cui una scuderia.

    Sul lato di piazza Caduti sono stati scavati due pozzi, uno all’interno della corte e l’altro all’esterno del castello. Queste cisterne garantivano acqua alla popolazione dell’intero casale. Secondo fonti orali al secondo pozzo si accede dal trappeto posto sotto Piazza Caduti.

    Lo studioso Cosimo De Giorgi ha censito queste due cavità: “Giungendo a Barbarano dalla via di Montesardo, presso la cascina Panzera, vi è un pozzo detto il Seggio, profondo sino all’acqua metri 11. Un altro pozzo trovasi nella corte della cascina ed è profondo 12 metri[4]”.

    L’area sottostante la corte è completamente vuota; un’enorme cavità profonda circa 13 metri costituiva un serbatoio capace di assicurare autonomia idrica per mesi interi alla vita della comunità. Un grande terreno, che si estendeva ad ovest dal castello fino a via Messeri e ad est fino all’attuale via S. Caterina da Siena, era destinato alla coltivazione di cereali.

    La Chiesa di San Lorenzo

    Particolare è invece la posizione della chiesa parrocchiale di Barbarano, consacrata al patrono San Lorenzo. La sua costruzione risale alla metà del 1500, ad opera della famiglia Capece e non a caso proprio di fronte alla facciata principale del castello baronale, all’epoca in aperta campagna e distante circa 500 metri dal nucleo abitato del paese. Questa peculiarità venne annotata anche da Giacomo Arditi: “La chiesa parrocchiale sta fuori circa mezzo chilometro verso levante, con conseguente disagio per i fedeli[5]”.

    Fig. 2 – Chiesa di San Lorenzo

    Al suo interno venivano seppelliti quasi tutti i defunti di Barbarano, prima della realizzazione del cimitero all’esterno del paese.

    Secondo quanto riportato dalla tradizione orale[6], le più antiche sepolture erano presenti nell’attuale piazza San Lorenzo, dove fino alla fine del XIX secolo erano ancora visibili i resti dell’antica chiesa matrice dedicata a Santo Stefano. Di questa struttura – abbandonata a seguito della costruzione della chiesa di San Lorenzo – fa menzione monsignor De Rossi nel corso della sua visita pastorale nel 1711. Nel 1879, Giacomo Arditi scriveva: “di una vecchia chiesa di S. Stefano avanza solo un frammento di arco gotico con decorazioni e bassorilievi, creduto del XV secolo[7]”.

    Tra le vie del centro storico

    Nella stessa epoca, di fronte al castello, vi era una seconda chiesa dedicata a San Nicola, “appartenente ai feudatari e collegata al frantoio ipogeo del palazzo baronale da un passaggio sotterraneo, che veniva frequentata anche dai contadini che lavoravano al servizio dei baroni. Questo tunnel di circa una decina di metri è entrato nella memoria fantasiosa delle generazioni successive”[8].

    La cappella era affiancata da due strade cieche: la via dei Giorgi (poi divenuta via San Giorgio) e via Cortini, abitate  da persone che lavoravano alle dipendenze del feudatario. Via San Giorgio è ora un accesso privato, mentre via Cortini coincide con l’attuale via Baracca. Questo quartiere venne collegato al resto del paese tramite via Anton Viti. Probabilmente l’antica divisione del paese in due rioni “Cappaddhari” e “Chiazzaluri” sarebbe da riferire alla presenza delle due chiese di S. Stefano e S. Nicola. Il nucleo principale del paese però ruotava intorno alla prima chiesa parrocchiale, nella cui piazza antistante confluivano le più importanti strade: via Viti, via di Mezzo, via dei Messeri e via S. Stefano[9].

    Fig. 3 – via Baracca angolo via Viti

    Alla confluenza di via Viti, via Baracca e piazza Castello, nei primi anni del 1600, venne eretta la Chiesa dell’Assunta. Attualmente è costituita da una navata centrale e una laterale posticcia.

    Fig. 4 – Cappella dell’Assunta

    All’interno si conservano due grandi tele che per dimensioni e resa artistica rappresentano notevoli esempi del manierismo salentino, attribuite all’artista neretino Antonio Donato D’Orlando[10].

    Fig. 5 – Tela della SS. Trinità all’interno della Cappella dell’Assunta 

    Su via Viti, nel corso di recenti interventi di restauro, è stata rinvenuta un’iscrizione datata al 1614: “In molu immolu”, probabilmente da riferire alla presenza di un antico frantoio nei pressi dell’abitazione.

    Fig. 6 – Iscrizione in via Viti riferita ad un antico mulino.

     

    Un’altra cappella presente in via Viti, descritta come decadente da monsignor De Rossi nella visita pastorale del 1711, è quella dedicata alla Concezione della Beata Vergine (nota anche come cappella della Madonna delle Grazie[11]). Attualmente è utilizzata come garage/deposito privato. Degni di nota sono un campanile a vela e una finestra decorata con motivi geometrici e vegetali[12].

    Fig. 7 – ex cappella su via Viti

    Infine, sempre su via Viti, è ubicata un’altra cappella, ora abitazione privata. Di questo edificio sacro si ricavano notizie storiche sia dalla visita pastorale di Mons. De Rossi che da fonti di archivio del XVII secolo. La chiesa fu costruita dalla confraternita della B.V. Assunta in onore della Madonna di Loreto nel luogo detto “Lo Munte”. In un documento notarile del 1643 si viene a sapere che confinava con una località chiamata “Monticello”, su un leggero rialzo che dà il nome a via Montello. Di questa cappella, attualmente, si conserva solo una statua acefala in una nicchia sull’architrave di ingresso[13].

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    [1] Tasselli L., Antichità di Leuca, appresso gli eredi di Pietro Micheli, Lecce 1693, p. 570.

    [2] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 119-126.

    [3] La data è seguita da un’iscrizione celebrativa sotto lo stemma della famiglia Capece: “Depose i potenti ed esaltò gli umili”.

    [4] De Giorgi C., Descrizione fisica, geologica e idrografica della provincia di Lecce, 1960 (rist.), p. 27.

    [5] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, p. 63, 1879.

    [6] Alcune persone anziane del luogo raccontano del rinvenimento di numerose tombe scavate nel banco di roccia nel corso di lavori di posa di condotte della fognatura e dell’AQP alla metà del secolo scorso. Secondo queste testimonianze, le tombe furono interrate e non indagate dagli organi competenti.

    [7] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, 1879, p. 63.

    [8] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 22.

    [9] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 22-23.

    [10] Cazzato M., Cazzato V., Barbarano del Capo in “Atlante del Barocco in Italia. Lecce e il Salento 1”, De Luca Editori d’Arte, 2015, p. 285.

    [11] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 104.

    [12] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 78-80.

    [13] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 45-47.

  • Andiamo! Le nuove proposte Estate2020

    Siete pronti?! Noi sì e non vediamo l’ora di riprendere le nostre attività!!!
    Finalmente possiamo presentarvi le nuove proposte per i prossimi mesi estivi. I
    Borghi, centri storici, paesaggi, le più rinomate località del nostro amato Salento fino agli angoli più nascosti: qui troverete tante “golosità” pronte per essere assaporate.

    Naturalmente ci ritroveremo nel rispetto delle nuove normative in vigore per l’emergenza sanitaria e potremmo goderci la gioia di incontrarci, conoscere e fare nuove esperienze in tutta sicurezza.

    Perciò, cosa aspetti?
    Osserva  le nostre proposte scaricando il pdf qui brochure 2020 e scegli quale sarà la tua.
    Noi ti aspettiamooooo!

     

     

  • Miggiano: un antico borgo del Salento

    Miggiano: un antico borgo del Salento

    di Marco Cavalera (con il contributo di Stefano Cortese)

    Miggiano è una cittadina del basso Salento nota per la presenza di una cripta di età bizantina. Ogni 17 luglio ospitava, ieri come oggi, “una calca di devoti di quella santa martire (Santa Marina)” e, ogni ottobre, un’importante fiera regionale.

    Cappella di Santa Marina.

    La storia ritrovata

    La tradizione orale racconta di rinvenimenti di notevole interesse archeologico, effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, ad opera di studiosi locali dell’epoca come il Maggiulli di Muro Leccese, che aveva in Miggiano diversi possedimenti terrieri. Tuttavia ricostruire le origini più remote di un paese, attraverso l’esclusiva analisi e disamina delle fonti orali e senza il conforto dei dati materiali, può portare ad una visione distorta della sua storia. Risulta molto difficile, infatti, “distinguere una realtà storica sommersa da secoli da abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[1].

    Stralcio della tavoletta I.G.M. (Foglio 223, I N.O., Taurisano), con l’indicazione del centro storico di Miggiano.

    Recentemente, grazie all’impegno e alla passione di alcuni volontari del paese[2], sono venute alla luce numerose testimonianze archeologiche che, unitamente alle poche notizie tramandateci da storici locali e dalla tradizione orale (in particolare dalle persone più anziane, autentici “scrigni” di saperi), si stanno rivelando fondamentali per ampliare le conoscenze che riguardano le più remote fasi del popolamento umano di Miggiano.

    Località Rutti-Sala. Caverna che si apre lungo il versante orografico destro del canale, laddove è stato individuato un sito protostorico (foto 2005).

    Lungo corridoio di accesso ad una casa a corte in Piazza Municipio. 

    Gli studiosi del passato: Giacomo Arditi

    Giacomo Arditi – nel lontano 1879 – scriveva: “[…] Parmi che questo villaggio sia stato iniziato da un misto di coloni provenienti da diversi luoghi, e qui convenuti e stanziati, o per motivi di industria agricola, o per le distruzioni che nel secolo IX, X e parte dell’XI ci apportarono i conflitti dei Greci contro i Saraceni, e dei Normanni contro gli uni e contro gli altri […]. I sepolcri, li scheletri con la moneta in bocca, il vase lagrimale, la lucerna, e la scodella, uso romano e pagano, rinvenuti verso il 1878 appo il trappeto del signor Vernalione, fan balenare l’idea che questo luogo sia stato in tempi ben remoti, o abitato, o teatro di qualche parziale schermaglia delle tante combattute tra Romani e Salentini più che due secoli av. Cristo.

    […] Il 16 ottobre 1480 i Turchi, dopo il sacrificio di Otranto, scorazzando per queste piagge, invasero tra tanti anche Miggiano, e gli rapirono uomini e cose, donne ed infanti: e quattro anni appresso, il 1 giugno 1484, dopo l’eccidio di Gallipoli, patì anch’esso le correrie dei Veneziani. Per la qual cosa ei restò triste e depopolato in modo che nel 1532 contava appena 50 fuochi, 53 nel 1545, 66 nel 1561, 64 nel 1595, 40 nel 1648, e 55 nel 1669”[3].

    Particolare della garitta di Palazzo Vernaleone. Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Cosimo De Giorgi

    De Giorgi, nel 1888, descriveva in questo modo il paesaggio rurale miggianese: “Il paesaggio è ridente e pittoresco. Le linee delle colline e della pianura ondulata armonizzano leggiadramente fra loro e con la vegetazione quasi tutta arborea che circonda il paese. Il terreno è ubertosissimo. I campi sono cinti di siepi di felci, di meliloti, di agave, di crateghi, e sono smaltati del verde smeraldo delle graminacee o variamente colorati dalla flora spontanea. Su questo tappeto variopinto si ergono alberi maestosi di fichi, peschi, albicocchi, mandorli, ulivi, ciliegi, peri, susini, lazzeruoli, confusi tra loro, senza ordine, in modo da sembrare un gran bosco di alberi fruttiferi. L’uliveto invece comincia a specializzarsi nel tratto compreso tra Specchia e Miggiano”[4].

    Paesaggio rurale tra Miggiano e Specchia. 

    Dai documenti antichi

     L’etimologia del toponimo Miggiano è di origine incerta. Le Rationes Decimarum, n. 1493, riportano – tra le decime della Diocesi di Otranto – il toponimo Meyanum[5].

    Un documento del 1548 (Platea della Contea di Castro, pp. 128 ss.), custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), menziona in Casali Migiani una turris magna, un trappeto ipogeo e delle mura forse pertinenti un edificio fortificato.

    Antica porta di accesso occidentale (via Lago). Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Vico Barone Vernaleone.

    Un bene prezioso: l’acqua

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località  Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che l’acqua abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dalla Protostoria, si sono stanziati in questo comprensorio[6]. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”[7].

    Nel centro abitato invece l’acqua potabile – secondo Arditi – si trovava “alla profondità media di 20 metri” e non era sempre sufficiente ai bisogni della popolazione. De Giorgi, all’interno del paese, censiva tre pozzi ubicati: sulla via per Taurisano, in via Scalella e nel giardino Cacciatore, profondi rispettivamente 30, 32 e 29 metri[8]. Un quarto pozzo, non menzionato dallo studioso salentino, si trovava sulla piazza principale di Miggiano[9].

    L’area a nord e ad ovest di Miggiano, confinante con i comuni di Ruffano e Specchia, è di frequente interessata da allagamenti a seguito di prolungati periodi di pioggia. Questo settore di territorio, infatti, occupa un’area depressa nella quale confluiscono le acque di scorrimento superficiale provenienti dai punti più elevati che bordano il comune di Miggiano[10]. I modesti corsi d’acqua convergono in località Paduli e Mila, dove sono presenti alcuni inghiottitoi naturali (cosiddette vore) che assorbono in parte le acque superficiali.

    Località Macchie (Miggiano). Ruscello a regime pluviale (foto febbraio 2018). 

    Palude in località Paduli (foto febbraio 2018).  

    Località Mila (Miggiano). Allagamento di un ampio settore di territorio a seguito di un prolungato periodo di pioggia (dicembre 2005).

    Miggiano nel Medioevo

    In località Pozzelle (Miggiano) è stata segnalata un’area di frammenti fittili, pertinente un casale di piccole dimensioni abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel 2015 è stata rinvenuta, da chi scrive e da Vito Lisi, che l’ha segnalata alla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, una probabile punta di freccia in selce di età neolitica, la cui presenza pone degli interrogativi sulla frequentazione prei-protostorica dell’area.

    Località Pozzelle (Miggiano). Area dell’insediamento medievale visto da sud (foto aprile 2008). 

    Ceramica dipinta a bande rosse di XV-XVI secolo è stata rinvenuta anche nel centro storico di Miggiano. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio diruto) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”.

    Scorcio del centro storico, poco distante dal luogo di rinvenimento della ceramica basso medievale e moderna. 

    La chiesa di San Vincenzo[11]

    Intitolata al santo patrono Vincenzo, la chiesa madre di Miggiano ha origini cinquecentesche, con ampliamenti effettuati soprattutto tra il XVIII-XIX secolo.

    La facciata si presenta dalle linee semplici, con il corpo centrale di fabbrica leggermente aggettante e a sua volta sormontato da un timpano triangolare.

    Prospetto esterno della chiesa di San Vincenzo, santo patrono della Città (foto di Stefano Cortese).

    L’interno è scandito in tre navate con degli altari nelle cappelle laterali e nel profondo transetto. Di rilievo la tela, posta nel transetto, di san Vincenzo di Saragozza, del pittore neretino Antonio Donato D’Orlando e datata 1616, così come recita l’iscrizione votiva in basso a sinistra.

    Tela di san Vincenzo di Saragozza del 1616 (foto di Stefano Cortese). 

    Altre tele di rilievo sono la Madonna di Costantinopoli e una Vergine Immacolata, entrambe del XVII secolo. I recenti lavori di restauro infine, hanno consentito di traslare l’altare del transetto e mettere in luce l’affresco riproducente l’albero di Jesse.

    Tela della Madonna di Costantinopoli (foto di Stefano Cortese).

    Contributo tratto da:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Edizioni Dell’Iride, Tricase (Le) 2009. 

    Ringraziamenti

    Per la redazione di questo breve contributo desidero ringraziare i sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra e i soci dell’Associazione Culturale di Miggiano “Medianum – Terra di Mezzo”. Grazie alla loro sensibilità al recupero delle tradizioni antiche del paese è stato possibile effettuare il censimento dei siti ad interesse storico presenti nel territorio di Miggiano.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    Bibliografia

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Saraceni, schiavi e il Salento, in  Fiorillo R., Peduto P. (a cura di) III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, pg. 443, Firenze, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, pp. 135-164, Brindisi, 1975.

    Marzano V.S., Piccole realtà del Sud Salento. 1860-1915, Lucugnano (Le), 2004.

    Sansò P., Selleri G., Il paesaggio fisico del Bosco Belvedere, in Arthur P., Melissano V. (a cura di) Supersano. Un paesaggio antico del basso Salento, pp. 15-19, Galatina (Le), 2004.

    Note

    [1] Arthur 2003, pg. 443.

    [2] Un particolare ringraziamento va all’impegno dei sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra dell’Associazione socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo.

    [3] Arditi 1879, pp. 355-357.

    [4] De Giorgi 1888.

    [5] Marinelli 1975, pg. 155.

    [6] In località Rutti-Sala, l’incisione del canale si approfondisce di circa 15 metri rispetto al territorio circostante. Le cavità e i ripari sottoroccia presenti nel suo versante occidentale sono stati frequentati dall’età protostorica a quella moderna.

    [7] De Giorgi 1922, pg. 279.

    [8] De Giorgi 1922, pp. 279-280.

    [9] Marzano 2004, pg. 15.

    [10] Il settore nord-occidentale di Miggiano presenta analoghe caratteristiche geomorfologiche del territorio di Supersano, per il quale è stato condotto di recente uno studio in tal senso (Sansò, Selleri 2004, pp. 15-19).

    [11] A cura di Stefano Cortese.

  • Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    di Alessio Stefàno

    Masserie in…Finibusterrae

    «A Levante, verso la Serra, c’era, entro una bassura, una vecchia masseria, la Caina. All’esterno la ricingeva un muro di pietre cementate con impasto di calce e bolo. Nei tratti in cui un viscidume di muschi non ne insozzava le commensure, la guazza le faceva rosse come grumi di sangue. Rattoppamenti informi, compiuti in tempi diversi, si sovrapponevano alla superficie, in modo da conferirle l’aspetto di una restaurazione di rovine. Il recinto pendeva verso l’interno sin quasi alla cima, come una corona di ciottoli, accatastati a secco nell’equilibrio più instabile, più che trattenere, era trattenuta insieme da una siepe di sterpaglia. Il muro si difendeva così dalle scalate; ma più che dell’irto delle spine si godeva della stessa debolezza, essendo forte come certi uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li tocca.

    Al centro del recinto sorgeva l’edificio, una torre fosca, massiccia come un sol blocco, senza riseghe che ne delimitassero i due piani. Intorno s’inseguivano a spirale alcune feritoie, lungo il percorso di una scala interna. La merlatura s’allargava al centro di ciascun dei quattro lati, in un piombatoio. Dallo squarcio di uno spigolo si protendeva, trofeo di rovina, un caprifico. Quello dei piombatoi che guardava il mare, scendeva più in basso degli altri, sino a raggiungere i resti corrosi di uno stemma: due ali aperte ai fianchi del torso acefalo d’un uccello di rapina. Più in giù, in un finestrottolo; poi s’apriva il vano della porta, su di un ballatoio di legno. Una volta esso era scorrevole e poteva isolare l’edificio dalla scala di pietra che portava in basso» (Corvaglia 1936, pp. 1-2).

    Ingresso di Masseria Serra del Fico (Tricase). 

    Masseria Resci nel territorio di Tricase (foto di Ingrid Simon).

    È la descrizione della masseria “La Caina”, tracciata nel romanzo storico “Finibusterre” di Luigi Corvaglia, pubblicato negli anni Trenta del Novecento. Pur trattandosi di un luogo immaginario, isolato nel tetro paesaggio di paludi che infestavano l’area jonica del Capo di Leuca, la sua descrizione rispecchia pienamente la realtà di tutte le masserie del Salento: costruzioni semplici, caratterizzate per la maggior parte da volumi severi di torri e torrioni, con recinzioni invalicabili a difesa degli spazi interni, destinati al ricovero delle greggi e alle attività produttive (Costantini 2006, p. 6).

    Ruderi di Masseria San Salvatore a Sannicola (foto di Salvatore Ferilli).

    Masseria Simoni a Presicce.

    Le difficoltà quotidiane del vivere in masseria

    In questo romanzo viene tracciato un quadro drammatico del vivere in una masseria: una vita difficile, dominata spesso dalla fame, dal malessere sociale, dalla malattia, dalle continue incursioni di briganti e pirati, dagli scontri tra nobili e contadini; una vita che non era cambiata nemmeno dopo le Leggi di eversione della feudalità (1806-1808), che i baroni di Terra d’Otranto non intendevano rispettare.

    Un mondo quasi isolato

    La masseria rappresentava il centro di piccole comunità rurali, intorno alle quali ruotavano le semplici vite di massari e capimassari, di fattori e mandriani, di contadini e mietitori, ma anche di artigiani che producevano e riparavano gli attrezzi per il lavoro nei campi. Un mondo quasi isolato, lontano dalla vita del borgo, regolato e scandito dai ritmi del calendario agro-pastorale; un mondo spesso disciplinato da difficili rapporti interpersonali e da una rigida organizzazione gerarchica, durata fino a tempi assai recenti (Costantini 2006, p. 12).

    Masseria in agro di Galatina. 

    La masseria: una forma insediativa rurale con continuità di vita

    In tutta la Terra d’Otranto, la forma insediativa rurale della masseria si sviluppa soprattutto a partire dal XVI secolo, all’interno dei grandi possedimenti feudali e sui ruderi di antichi casali abbandonati (A. Costantini 2006, p. 10). Non accade poi di rado che la masseria vada a svilupparsi sui resti di ville rustiche di età romana, che in qualche modo rappresentano le “antenate” delle nostre masserie.

    Masseria Fano a Salve, costruita nei pressi di un sito archeologico messapico (foto archivio Salogentis, 2012).

    Masseria Nuova nel territorio di Andrano, costruita nei pressi di un insediamento di età romana.

    Già in età bassomedievale (XIII-XV secolo), tuttavia, è testimoniata l’esistenza di alcune masserie, solitamente di proprietà di chiese e monasteri. Le attività che vi si svolgevano erano prevalentemente quelle della cerealicoltura e della pastorizia.

    Apiario Valentini e, sullo sfondo, i ruderi della Masseria Don Cesare a Salve (foto di Fernando Manni).

    Dalle “Pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò” (1292-1508) si apprende che nel 1376 il giudice Francesco de Serrano dona al convento – quale patrimonio delle due figlie, diventate clarisse – alcuni possedimenti, tra i quali spiccano due masserie. Numerose masserie sono poi attestate, sempre nei documenti di Santa Chiara a Nardò, nel corso del Quattrocento (A. Costantini 2006, p. 8).

    Masseria Serrazza, nell’omonima località di Salve (foto di Nicola Febbraro).

    Masseria Carcere nel territorio di Nociglia (foto 2009).

    Le scorrerie, la paura, la difesa

    A partire dal basso Medioevo, l’urgenza di potenziare il sistema di difesa del litorale, esposto alle scorrerie e alle invasioni della pirateria turca, portò alla costruzione di numerose torri costiere, ma determinò anche un profondo mutamento nell’organizzazione dell’habitat urbano e rurale: borghi fortificati (terrae), torri – masserie, castelli e case – torri, costellavano il paesaggio del Salento e testimoniavano l’incubo del nemico turco, costantemente all’orizzonte.

    Torre della Masseria di San Giovanni Malcantone, tra Uggiano la Chiesa e Minervino di Lecce.

    Masseria Borgin nel territorio di Salve.

    Mamma Li Turchi

    «Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto. […] Poiché il sole guastò e consumò in breve la nebbia, gli occhi potevano ormai guardare bene le falci della disgrazia che comparivano e scomparivano a ritmo; quando un cavallone si schiantava sugli scogli, era segno che un momento dopo l’altro sarebbero comparse. […] Poi le prue a una a una si voltarono verso Otranto, e man mano che la distanza diminuiva, si potevano ben distinguere le galee dalle galeotte, i maoni dalle fruste, le quali davanti alle altre vele scavavano con la prua l’acqua. In quella Procomio ce la fece a entrare nel porto col suo carico di pesce e quando, voltatosi sulla barca verso tramontana, vide la cosa, manifestamente per il contrasto dei pensieri dette un grido. Si voltò verso di noi, alzò le braccia, gridò di nuovo: “oohì, i turchi!» (M. Corti 2009, pp. 21-22).

    Così Maria Corti, nel famoso romanzo storico “L’ora di tutti”, descrive con gli occhi di Colangelo Pescatore l’avvistamento delle navi turche dalla costa Otrantina. Ma possiamo immaginare scene di questo tipo ripetersi in molte occasioni, lungo tutte le coste della Penisola Salentina. La presa di Otranto da parte di Turchi, il 14 agosto del 1480, e la distruzione di Castro e Marittima nel 1537, furono episodi di forte risonanza non solo tra le popolazioni dei centri costieri, ma anche tra la gente che viveva nelle campagne. I Turchi, infatti, non limitarono le loro incursioni alla sola fascia litorale; spesso essi si spinsero nelle aree interne: nel 1537 arrivarono a Tricase, dove diedero alle fiamme il convento e le abitazioni, e nel 1543 giunsero fino a Presicce. Neppure la battaglia navale di Lepanto (7 ottobre del 1571), con la vittoria della Lega Santa, era stata sufficiente a mitigare il pericolo delle incursioni (Costantini 2006, pp. 19-20). Ecco cosa accadde tra Salve e Morciano un secolo dopo:

    «Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto salve e Murciano, arrivarono alla masseria nominata del Duca di Murciano, a tempo che li massari mungevano le pecore, s’inpatronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando un vellano tirava le porte un turco li tirò una archibuggita ca una taula che dal pone era rotta e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono dalle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri avevano avvisto niente e questo è il bello governo di questa provincia» (l’episodio è raccolto da A. Costantini 2006, p. 20).

             Territorio tra Salve e Morciano, visto dalla sommità della Masseria San Lasi (Salve).

    Non sorprende allora come – in una situazione di costante paura e precarietà dell’esistenza, nonché di abbandono al proprio destino – sia stata fortemente sentita l’esigenza di edificare delle masserie che abbiano l’aspetto di piccoli fortilizi: sono le cosiddette “masserie fortificate”.

    Come si struttura una masseria

    Queste masserie si strutturano, solitamente, intorno a un fabbricato elementare formato da due unità edilizie: la torre, dove ha sede generalmente l’abitazione del massaro, e un’annessa costruzione a piano terra, riservata ad usi aziendali o per il ricovero del bestiame. Il tutto è circondato da un alto recinto, con la parte superiore aggettante verso l’esterno (“muri paralupi”) in modo impedire l’accesso al cortile di uomini e bestie selvatiche (Costantini 2006, p. 22).

    Muro  di cinta (“paralupi”) di Masseria Cozze a Castiglione d’Otranto. 

    Intorno all’ampio cortile centrale si dispongono magazzini, stalle, fienili, alloggi della manodopera, capanni e ovili. Al primo piano si accede esclusivamente dalla corte, mediante un’unica scala. La difesa della torre e dell’abitazione del massaro è affidata ad una caditoia che sovrasta l’unica porta di accesso, o ancora ad una porta levatoia che interrompe il pianerottolo sommitale della scala.

    Caditoia della Masseria San Lasi (Salve).

    Nelle torri, strutturate solitamente in due piani, la difesa consisteva nel mettersi al sicuro nella parte più alta della costruzione. L’interruzione del collegamento avveniva mediante una botola con scala retrattile: ritirando la scala, ci si metteva al sicuro e dall’alto della torre si poteva segnalare il pericolo alle altre masserie, agli addetti alla difesa del territorio (cavallari), alle torri costiere e ai centri abitati. In caso di aggressione la solidarietà del vicinato garantiva senza dubbio i primi soccorsi e proprio la tragica esperienza di lotte con gli incursori consolidava i legami di mutuo soccorso tra gli abitanti delle masserie (Costantini 2009, pp. 29-30).

    Torre fortificata della Masseria Fano (foto archivio Salogentis, 2012).

    Torre fortificata della Masseria Celsorizzo (foto di Gianluca Tonti).

    Masserie del Capo di Leuca: San Lasi a Salve

    Nel Capo di Leuca, numerose sono le masserie che si possono osservare ancora oggi: alcune di queste si presentano ormai come dei ruderi, altre sono state ristrutturate e rifunzionalizzate. Una delle più importanti è sicuramente Masseria Santu Lasi, ubicata tra Salve e Morciano di Leuca, dichiarata “Bene di interesse culturale particolarmente importante”. La struttura è databile al XVI secolo, con aggiunte de XVIII, e presenta due piani con caditoie in corrispondenza degli ingressi. Il piano inferiore era in origine destinato al massaro e alle funzioni produttive, quello superiore alla residenza stagionale del proprietario. La struttura rappresenta un classico esempio di masseria che sfrutta la preesistenza di una piccola torre (datata al 1577), posta a difesa del territorio (A. Costantini 2006, p. 410).

    Cortile e torre colombaia della Masseria San Lasi (Salve).

    Celsorizzo ad Acqurica del Capo

    Tra le masserie più antiche del Salento Meridionale, possiamo senza dubbio ricordare quella di Celsorizzo, nel territorio di Acquarica del Capo. La monumentale torre, a pianta quadrata e provvista su tutti i lati di feritoie e caditoie, è databile al tardo Trecento e venne inglobata nella masseria costruita verso la metà del XVI secolo.

    Masseria fortificata di Celsorizzo (Acquarica del Capo) con, sullo sfondo, la torre colombaia del 1550. Foto di Gianluca Tonti.

    Nella base della torre è presente una piccola cappella (preesistente alla torre stessa), dedicata a San Nicola, risalente al 1283 e fatta edificare dal feudatario Ioannes de Ogento; questa conserva degli importanti affreschi, tra i quali si distinguono alcune scene evangeliche e la figura del Cristo Pantocratore, con ai lati San Basilio e San Giovanni Crisostomo.

    Abside della cappella dedicata a San Nicola, inglobata nella torre di Celsorizzo. Foto di Gianluca Tonti.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    Bibliografia:

    Luigi Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [1° ed. 1936]

    Maria Corti, L’ora di tutti, Bompiani, 2009 [1° ed. 1962]

    Antonio Costantini, Guida alle Masserie del Salento, Congedo, 2006

    Sitografia

    http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2015/09/la-masseria-di-celsorizzo-acquarica-del.html

     

  • Lucugnano: un paese del Capo di Leuca

    Lucugnano: un paese del Capo di Leuca

    di Marco Cavalera

    Lucugnano è una distesa di bianche e basse case, protetta idealmente da due colline che si ergono ad Oriente e ad Occidente (fig. 1).

    Fig. 1- Lucugnano vista da Est (loc. Petrì-Alfarano).

    Lucugnano si apprezza meglio ammirandolo dall’alto della Serra dei Cianci, oppure soffermandosi su un terrazzamento dell’antichissima zona dei Patri (fig. 2), laddove vi erano vasti fronti di cave di argilla, abbandonate da molti anni alla stregua dell’attività di estrazione e lavorazione di questa preziosa materia prima che, secondo una tradizione romantica, pare abbia dato origine anche al nome del paese.

    Fig. 2 – Lucugnano vista dalla collina ad est del paese.

    Il borgo

    Tante chiese e alcuni palazzi storici danno lustro ad un centro storico che si può immaginare più che vedere: un castello di cui si hanno pochissime notizie e per questo è intriso di fascino e mistero, una residenza nobiliare che nei decenni mediani del Novecento ha irradiato cultura ed elargito ospitalità ad intellettuali e gente comune (fig. 3).

    Fig. 3 – piazza di Lucugnano (foto di Fernando Manni). 

    Passeggiando negli stretti vicoli del nucleo più antico del paese si ammirano le tipiche case a corte, piccole abitazioni che si affacciano su un cortile interno, spazio comune dove si svolgeva la maggior parte della vita sociale dei tempi passati.

    Un’epigrafe su via dei Vasai richiama l’episodio biblico di Susanna e i vecchioni (fig. 4).

    Fig. 4 – epigrafe in via dei Vasai n. 40 (foto di Fernando Manni). 

    Un’iscrizione sulla facciata della Cappella di Santa Croce invita i pellegrini a fermare il passo (fig. 5).

    Fig. 5 – facciata della cappella di Santa Croce con epigrafe.

    Il territorio

    Ma le scoperte più interessanti di Lucugnano si effettuano nel territorio circostante. Numerose sono le cavità che si aprono nella tenera roccia e raccontano un’intensa attività estrattiva che si è protratta nel corso dei secoli (fig. 6). Dall’argilla cavata in loco si realizzavano manufatti poveri ma indispensabili per la vita quotidiana delle persone: tegole per le case, contenitori per uso alimentare, suppellettili per le umili dimore.

    Fig. 6 – fronte di cava di argilla in località Petrì-Alfarano.

    Frammenti di memoria collettiva riportano alla luce tragici eventi di “incidenti sul lavoro” durante l’estrazione dell’argilla, avvenuti nella prima metà del secolo scorso.

    Ai piedi di un uliveto, nei pressi di Bosco Martella, frammenti di archeologia giacciono nella terra rossa: ceramica romana proveniente dalla sponda opposta del Mediterraneo (fig. 7).

    Fig. 7 – paesaggio nei pressi del “Bosco Martella”. 

    I monumenti

    Alcune dimore storiche, la Parrocchiale e diverse cappelle di notevole pregio artistico impreziosiscono il centro abitato di Lucugnano, dove si respira un’autentica e suggestiva realtà di borgo del Capo di Leuca.

    Su Piazza Comi si affaccia la maggior parte dei tesori artistici del paese, sorvegliati dal palazzo baronale, ampliato nel XVI secolo dai Capece inglobando la torre di difesa a base quadrata che risale al basso Medioevo[1] (fig. 8, 9).

    Fig. 8 – Castello di Lucugnano.

    Fig. 9 – Torre del castello (foto di Fernando Manni).

    Di fronte al castello è stata eretta, nel 1921, la colonna del protettore Sant’Antonio da Padova, in origine molto più alta di quella attuale, restaurata e ricollocata settanta anni dopo in un punto più decentrato della piazza (fig. 10).

    Fig. 10 – Colonna di Sant’Antonio (foto di Fernando Manni).

    Sul lato meridionale troviamo Palazzo Comi, costruito intorno alla metà del XIX secolo dall’omonima famiglia baronale e appartenuto – fino al 1961 – a Girolamo Comi, uno dei poeti più rappresentativi del panorama letterario salentino del Novecento (fig. 11).

    Fig. 11 – Palazzo Comi (foto di Fernando Manni). 

    La Parrocchiale di Lucugnano è dedicata a Maria Santissima Assunta in Cielo (fig. 12). Non si conosce la data di costruzione ed è stata più volte oggetto di interventi edilizi: agli inizi del XVII secolo, nei primi anni dell’800 e nel 1985.

    Fig. 12 – Chiesa madre di Lucugnano. 

    Lucugnano, inoltre, annovera tra i suoi edifici religiosi il Santuario della Madonna Addolorata (1763) e le cappelle dedicate a:

    • Santa Croce (XVI secolo, fig. 13).

    Fig. 13 – Cappella di Santa Croce con la colonna (foto di Fernando Manni). 

    • Madonna delle Grazie (XVII secolo, fig. 14).

    Fig. 14 – Cappella della Madonna delle Grazie.

    • San Giuseppe (1783, fig. 15).

    Fig. 15 – Cappella di San Giuseppe. 

    • San Rocco (1969).
    • Santa Cesarea (fig. 16), ormai non più adibita al culto, lontana dal centro abitato lungo l’antica via che collega Specchia a Tutino.

    Fig. 16 – ruderi della Cappella di Santa Cesarea (foto di Fernando Manni, marzo 2004).

    • San Francesco Saverio, costruita nel 1719[2], restaurata di recente e riconsegnata alla comunità il 31 luglio 2010 (fig. 17).

    Fig. 17 – Cappella di San Francesco Saverio (foto di Fernando Manni).

    Quest’ultima sorge su via dei Vasai, antica strada che serba nel nome la principale attività artigianale del paese.

    L’edificio di culto si addossa ad una casa a corte (civico 40), sulla cui porta d’ingresso vi è un’epigrafe poco leggibile ma abbastanza chiara nei contenuti, che chiama in causa un celebre episodio biblico dell’antico Testamento (fig. 4). Si tratta della storia di Susanna e i vecchioni, la moglie fedele e casta di un ricco ebreo che spesso apriva la sua dimora per incontri conviviali. Tra gli ospiti abituali vi erano due vecchi giudici viziosi che tentarono di molestare la donna mentre si accingeva a farsi un bagno. I due minacciarono di denunciarla come fedifraga se non avesse concesso loro le proprie grazie; la donna non si arrese al ricatto e affrontò il giudizio; ormai prossima alla lapidazione, venne salvata da Daniele, il futuro profeta[3].

    Note

    [1] Il confronto con altre torri fortificate dell’area sud-salentina (ad esempio Racale, Felline, Barbarano, quest’ultimo eretto dalla famiglia Capece) permette di ipotizzare una datazione compresa tra il XIV e il XV secolo.

    [2] Data riportata nell’iscrizione sull’architrave della Cappella: “aedem quam cernis, ponunt, sacrantque fideles 1719”.

    [3] http://www.settemuse.it/arte/storia_di_susanna_e_i_vecchioni.htm.

    Bibliografia

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio. Storia, archeologia e paesaggio di un paese del Capo di Leuca, Tricase 2014, pp. 80.

    Ringraziamenti

    Desidero esprimere al Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese che mi ha dato la possibilità di pubblicare le ricerche sui siti del nostro paese e, in particolare, il presidente Fernando Manni che ha prodotto, con pazienza e passione per il proprio paese, la documentazione fotografica del libro. Insieme ad Antonio Giannuzzi ha svolto i sopralluoghi sui siti.

  • Il Santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere (Leuca Piccola) a Barbarano del Capo

    Il Santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere (Leuca Piccola) a Barbarano del Capo

    Di Alessio Stefàno e Jennifer Taurino[1]

    Leuca Piccola, un santuario in miniatura

    Il piccolo gioiello architettonico, eretto tra il XVII e il XVIII secolo, viene chiamato Leuca Piccola per una serie di ragioni. Innanzitutto perché l’edificio di culto con la sua forma a capanna riproduceva, in forma ridotta, l’antico Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. Poi perché l’intera costruzione era in funzione dell’antica via di pellegrinaggio verso questo importante luogo, nell’estremo lembo del Tacco d’Italia.

    Leuca Piccola era infatti l’ultima tappa dei pellegrini prima di giungere a Santa Maria di Leuca.

    Complesso di Leuca Piccola visto dall’esterno.

    Complesso di Leuca Piccola, particolare dell’esterno.

    La costruzione presenta esternamente una struttura architettonica piuttosto semplice, con una facciata a capanna cui è stato aggiunto un pronao in stile neoclassico.

    Complesso di Leuca Piccola, epigrafe di “benvenuto”. 

    Gli interni

    Ma ciò che colpisce il visitatore è sicuramente la ricca decorazione pittorica all’interno che fa di questo piccolo edificio un vero e proprio “scrigno” dell’arte sacra pugliese.

    Sulla volta, i quattro Evangelisti uniti dalla sigla “JHS” rappresentano la parola di Dio.

    Lungo le pareti perimetrali vi sono invece i santi più cari alla devozione popolare invocati da contadini e pellegrini per le evenienze e necessità della comune esperienza umana.

    Al di sopra dell’altare prendeva posto l’effige della Madonna, prefigurazione dell’ultima e ormai prossima tappa del lungo cammino dei pellegrini.

    Peculiare è la presenza, all’interno della Sacrestia, di una piccola “pila” contenente l’acqua per le abluzioni sacre e di due rarissimi esempi di confessionali in pietra a nicchia voltata.

    Cappella di Leuca Piccola, interno.

    Cappella di Leuca Piccola, San Lazzaro. 

    Cappella di Leuca Piccola, Sant’Oronzo.

    La massima più famosa del Capo di Leuca

    Il complesso era composto anche da alloggi e altri vani a servizio dei pellegrini. Diversi ambienti offrivano accoglienza ai viaggiatori e agli animali al loro seguito.

    Rifugi e magazzini per le merci favorivano poi il commercio dei beni di prima necessità.

    Una lapide, testimone di un’antica e non più esistente locanda, reca incise dieci “P” che rinviano alla celebre massima: «Parole Poco Pensate Portano Pena, Perciò Prima Pensare, Poi Parlare».

     Complesso di Leuca Piccola, particolare dell’ingresso all’area mercatale.

    L’edificio di culto è inoltre dotato di un vano superiore che fungeva da punto di vedetta e di estrema difesa in caso di attacchi e scorrerie.

    A rendere unico questo complesso contribuisce poi la presenza di ampi sotterranei scavati nella roccia. Al loro interno i pellegrini potevano rifocillarsi e riposare in un ambiente sicuro e confortevole, grazie anche ad una temperatura mite e costante durante tutto il corso dell’anno. L’approvvigionamento idrico per le esigenze dei pellegrini e degli animali era garantito da tre pozzi. Questi raggiungevano facilmente la falda acquifera, collocata a poca profondità grazie alla conformazione carsica del sottosuolo, come testimoniato dalla presenza delle vicine “Vore” di Barbarano, due ampie cavità a prevalente sviluppo verticale.

    Sotterraneo di Leuca Piccola, visto da Sud-Est.

    Sotterraneo di Leuca Piccola, visto da Nord-Ovest.

    Tunnel ipogeo di Leuca Piccola.

    Sono ormai molte le persone che si fermano per visitare il Santuario di S. Maria di Leuca del Belvedere, incuriosite dalla peculiare struttura architettonica e dal paesaggio circostante. Esso si presenta al viaggiatore di passaggio come un connubio e allo stesso tempo un contrasto di vivi colori: all’azzurro intenso del cielo si contrappone il rosso della terra, alternato al bianco della roccia calcarea e al verde dei campi e dei maestosi ulivi secolari.

    Visitatori sul Belvedere di Leuca Piccola.

    Leuca Piccola oggi

    Grazie ad un protocollo d’intesa tra l’Amministrazione comunale di Morciano di Leuca e l’associazione Pro Loco Torre Vado, il Complesso monumentale di Santa Maria del Belvedere e le poco distanti “Vore” di Barbarano, sono state rese fruibili al pubblico e sono, oggi come in passato, meta ristoratrice di viandanti e pellegrini.

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    Contributo tratto da: Brochure Leuca Piccola
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    [1] Volontari Servizio Civile Pro Loco Torre Vado anno 2018.