Antonio Piccinno e la Preistoria salentina
Di Nicola Febbraro
Antonio Piccinno, classe 1940, è un decano degli studi paletnologici salentini. È stato un tecnico, in realtà, ma ha pubblicato una serie incredibilmente lunga di articoli e di contributi scientifici. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo presso il dipartimento di Paletnologia dell’Università del Salento, dove ha prestato servizio dapprima in qualità di collaboratore del compianto prof. Giuliano Cremonesi (sino al 1992) ed in seguito, sino al suo pensionamento, della prof.ssa Elettra Ingravallo.
È stata per me una figura importante, quand’ero impegnato nella stesura della tesi di laurea. In questa occasione ha messo a mia disposizione tutte le sue conoscenze e competenze in ambito paletnologico. È stato fondamentale, quindi, affinché io potessi inquadrare cronologicamente l’industria litica (strumenti in pietra), i frammenti ceramici ed i resti fossili di fauna pleistocenica, che man mano individuavo durante le mie ricognizioni di superficie in territorio di Salve.
Antonio, assieme al suo gemello Francesco, ha fra l’altro individuato e segnalato agli organi competenti numerosi siti archeologici prei/protostorici in ambito salentino. Nel solo territorio di Salve, a titolo d’esempio, sono stati gli scopritori, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, di diversi siti: Grotta Montani, Grotta Marzo con le sue figure dipinte (fig. 1), l’insediamento di Spigolizzi, alcune cavità nel fondo del Canale Fano, ecc.

Fig. 1 – Alcuni disegni in ocra rossa presenti all’interno di Grotta Marzo (in alto) e alcune figure presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto). Fonte: Graziosi 2002 (Tab. X, n. 16, Tav. 9b; Tab. X, n. 17, Tav. 9c; Tab. 10, n. 2, Tav. 69b).
Riguardo a Grotta Marzo mi ha riferito di aver accompagnato per un sopralluogo, effettuato nei primi anni ’70, il dott. Decio De Lorentiis, l’allora direttore del Museo di Maglie, e il prof. Paolo Graziosi. Quest’ultimo è stato un docente di fama internazionale, il più autorevole studioso italiano delle antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. In quegli anni frequentava la nostra provincia in quanto impegnato nello studio dei dipinti neolitici di Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto).
Ad accogliermi in casa Piccinno, il 2 settembre del 2016, è la signora Maria Concetta, ossia un’insegnante in pensione elegante, riservata e distinta ma soprattutto madre e moglie molto accorta. Solo in poche occasioni sono andato a far loro visita ad Ugento. Antonio, che trovo in fremente attesa del nostro incontro, ha già preparato nel suo studio un po’ di materiale bibliografico da donarmi. È una persona molto schiva e riservata con qualche acciacco fisico, che lo ha allontanato dalla sua grande passione: passeggiare in campagna. Solo dieci anni prima, da neo-pensionato, ha preso parte a tutte le campagne di scavo effettuate nella necropoli a tumuli (III millennio a.C.), ubicata a ridosso di Grotta delle Fate (figg. 2 e 3).

Fig. 2 – Antonio Piccinno durante una fase dello scavo del Tumulo 1, a cura dell’equipe della prof.ssa Elettra Ingravallo, con sullo sfondo i ruderi di Masseria Fano.

Fig. 3 – Antonio Piccinno e Nicola Febbraro durante una fase dello scavo dell’urna cineraria del tumulo 1.
Antonio ha iniziato a frequentare il territorio di Salve negli anni ’50, in particolare il Feudo del Fano. A quell’epoca lo faceva per pura passione, in quanto sarebbe diventato un professionista della disciplina solo qualche lustro più in là[1].
Mi racconta che l’allora proprietaria di Masseria Fano era la baronessa Winspeare, che il ruscello che scorre nel fondo della gravinella aveva una portata maggiore rispetto a quella attuale e che al suo interno vi erano anche diverse hirudinee (sanguisughe).
Si incuriosì di quest’ambito territoriale in quanto ne aveva letto le particolari caratteristiche morfologiche sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare di cui disponeva. Quando poi ebbe modo di frequentarlo di persona le sue aspettative non rimasero deluse.
Si recava ai Fani con la sua autovettura assieme al gemello, oltrepassando il ponte in località Terramascia. In questa fase erano impegnati con delle ricerche di superficie nel deposito preistorico di Grotta Montani (fig. 4), che sarebbe stato, nel corso dell’estate del 1973, oggetto di un’indagine stratigrafica. Mi riferisce che quando lambivano Grotta delle Fate (fig. 5), ignota per loro all’epoca, erano colpiti da un tanfo irresistibile, dovuto alla presenza, nella piccola dolina che ne delimita l’ingresso (fig. 6), di un ragguardevole deposito di sansa. Fu grazie a questo sgradevole particolare che individuarono la voragine.

Fig. 4 – Il signor Antonio Piccinno, sulla destra, nei pressi di Grotta Montani (maggio 1973), in compagnia di un contadino del posto (archivio fotografico F.lli A. e F. Piccinno, Taviano – LE).

Fig. 5 – Copertina del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storia e leggende su Grotta delle Fate (Salve)”, a cura di N. Febbraro e M. Piccinni, con i contributi di S. Margiotta, S. Calò, S. Cortese e A. Belgiorno.
Prima di esplorarla hanno pazientemente atteso che il cattivo odore svanisse. Le motivazioni della loro scelta sono facili da intuire. Certamente non erano mossi dalla voglia di incontrare di persona le fate, i satiri o di rinvenire un prezioso tesoro (come accadde ai precedenti esploratori intervistati), quantomeno nel senso letterario del termine.
I fratelli Piccinno erano già allora dei formidabili “annusatori” di siti di antica frequentazione umana. E questo era l’unico scopo di quella loro esplorazione. Volevano appurare se in quella voragine vi fosse qualche traccia della presenza dell’uomo da riferire ad epoche prei/protostoriche.
Si limitarono a perlustrare il primo grande ambiente (figg. 7 e 8). Anzitutto, perché non erano attrezzati in quell’occasione (non disponevano nemmeno di una piccola fonte di illuminazione artificiale) ma soprattutto perché ne percepirono da subito l’instabilità e la pericolosità. Intuirono, inoltre, che la voragine non celasse nulla di particolarmente antico, archeologicamente parlando. Un’idea in tal senso se l’erano già formulata in precedenza, considerando che l’area esterna, da loro già minuziosamente perlustrata, non aveva restituito nulla di interessante. Ad ogni modo, l’eventuale presenza di tracce antiche sarebbe stata impossibile da rilevare. Al suolo, infatti, era presente un importante deposito costituito da materiale alluvionale, penetrato dall’esterno, e dai numerosi crolli dalle pareti e dalla volta.
Approfittando del fatto di trovarmi di fronte ad uno dei massimi esperti di preistoria salentina, gli ho comunque chiesto se secondo lui fosse o meno mai stato frequentato dall’uomo antico quell’articolato sistema carsico. Antonio, senza pensarci su un attimo, mi ha risposto con un altro quesito: “Secondo te, l’uomo preistorico era «tantu fessa» da scegliere di frequentare un inghiottitoio naturale di acqua piovana, un ipogeo nel quale convergevano centinaia di metri cubi di acqua provenienti dal Canale Fano?”.
Una volta tornati alla luce del sole si imbatterono in un contadino che era intento a lavorare la terra. Gli chiesero delle notizie riguardo alla voragine, che non sapevano ancora fosse denominata Grotta delle Fate. L’agricoltore disse loro di non essere mai entrato al suo interno, in quanto intimorito da tutto ciò che si vociferava sul suo conto, ma che la curiosità in tal senso non gli mancava. Raccontò loro la leggenda delle fate e dei contadini che avevano assistito alle loro ammalianti danze. Quella fu la prima ed al contempo l’ultima volta in cui i fratelli penetrarono nell’inghiottitoio.
Antonio e suo fratello, all’epoca, facevano parte del Gruppo Speleologico di Maglie, per il quale segnalavano delle evidenze che insistevano nel Capo di Leuca. Fu così che, poco tempo dopo, vi fu la prima ispezione ufficiale all’interno di Grotta delle Fate da parte di un’équipe di speleologi. La stessa avvenne nel 1961 ed un accurato resoconto fu poi effettuato qualche decennio dopo, dallo stesso Antonio, in un articolo pubblicato nel 1990 su Annu Novu Salve Vecchiu, che riprendeva integralmente quanto pubblicato nel notiziario del gruppo: la rivista “La Zagaglia” (fig. 9). I fratelli Piccinno, invece, si sono concentrati in seguito esclusivamente sull’indagine archeologica delle gravinelle circostanti (i due rami del Canale Fano) e della Serra di Spigolizzi.

Fig. 9 – Pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino P. de Lorentiis di Maglie (Lecce).
Ricorda Antonio che in quell’unica occasione, assieme al fratello Francesco, scorse sia il pozzetto che il cunicolo che si aprono nel primo ambiente; ha inoltre bene in mente la presenza di “qualche graffito rappresentante una croce greca, che fa dubitare della esistenza «in loco», di un vecchio tempio” (fig. 10).

Fig. 10 – Croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo di Grotta delle Fate verso NO.
Antonio, durante la sua esperienza nel territorio di Salve, frequentò e fece amicizia con la cosiddetta “colonia” di stranieri, ossia con tutti quegli artisti, scrittori, studiosi o in genere personalità di grande cultura che qui si sono trasferite a partire dagli anni ’70, dando lustro al nostro territorio. Fra queste mi cita in particolare Gerhard (detto Gerardo) Cerull, artista originario della Baviera (Germania), che incontrava nei pressi della Masseria Fano, dove alloggiava in una struttura rurale. Ma è stato anche un assiduo frequentatore di Masseria Spigolizzi e non poteva essere altrimenti, considerando la grande passione che nutriva la scrittrice Patience Gray per l’archeologia.
Terminata la nostra chiacchierata, immortalo i due coniugi Piccinno nei pressi del loro giardino. La signora Maria Concetta, che più volte è intervenuta durante la stessa, è ritrosa a mettersi in posa. Ma io insisto e riesco a raggiungere il mio obiettivo.
Durante i km che mi separano da casa, percorsi a bordo del mio scooter, passo in rassegna tutti i momenti vissuti con Antonio. Penso alla velocità con cui il tempo scivola via e soprattutto a quando io, giovanissimo studente universitario, varcai per la prima volta e con il cuore in gola l’uscio del laboratorio di Paletnologia, dove lui prestava servizio.
Rapito da questi pensieri ed attraversato da un brivido di malinconia, in men che non si dica sono colpito da un familiare e rassicurante segnale stradale rettangolare, che recita: “Benvenuti a Salve”. Così, dolcemente, sono riportato nella mia quotidiana realtà.
BIBLIOGRAFIA
Febbraro N., Ricognizioni di interesse paletnologico sul territorio di Salve, Tesi di laurea in paletnologia (relatrice: Prof.ssa Elettra Ingravallo), Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.
Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011.
Febbraro N., Storie e racconti di visitatori occasionali in Grotta delle Fate in Febbraro N. e Piccinni M. (a cura di) Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve), Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2018, pp. 224-228.
Graziosi P., Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Firenze 2002.
Piccinno A., La Grotta delle Fate. Un patrimonio ipogeo da recuperare e valorizzare (Itinerari speleologici), in Annu Novu, Salve Vecchiu (IV edizione), Melissano (Le) 1990, pp. 21-27.
Carlo Stasi, Gerhard Cerull, un “salentino per caso“, Nuovo Quotid. di Puglia 31.5.2015, pag. 39.
[1] All’epoca svolgeva la libera professione di geometra. Nel 1972, poi, vinse il concorso che lo fece diventare un tecnico in ambito universitario. Esercitò questo ruolo dapprima presso la facoltà di Lettere e Filosofia e in seguito presso quella di Conservazione dei Beni Culturali, cattedra di Paletonologia.


