Tag: Medioevo

  • La “Centopietre” a Patù

    La “Centopietre” a Patù

    di Associazione Archès

    Alle porte di Patù

    Alla periferia orientale di Patù è possibile ammirare, nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista, una costruzione molto particolare e massiccia: si tratta della famosa “Centopietre”. A dispetto del nome, i poderosi blocchi di pietra non sono cento ma di meno, in parte disposti a formare i muri e in parte un tetto a doppio spiovente. Si tratta di materiale lapideo di reimpiego, e poiché ne troviamo altri nella chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce, con tutta probabilità esso doveva provenire da un tempio presente nella sovrastante serra, a Vereto.

    Fig. 1. Chiesa di San Giovanni Battista vista dalla Centopietre.

    L’interno dell’edificio è separato in due ambienti nel senso della lunghezza: cinque piedritti (due colonne e tre pilastri) sorreggono un’architrave, che è la struttura su cui poggiano i conci degli spioventi, formata da blocchi con incisi dei triglifi.

    Fig. 2. Centopietre vista dalla Chiesa di San Giovanni Battista.

    A quando risale?

    La commistione di elementi di epoche passate ha sollevato la questione della corretta datazione negli studiosi dall’Ottocento in poi: si trattava di un monumento preistorico, messapico o di epoca più tarda?

    Oggi gli studiosi affermano con certezza che si tratta di un monumento funebre di epoca medievale che riutilizza elementi messapici. Infatti, in seguito ad una campagna di scavi che l’architetto Adriano Prandi ha condotto nel 1950 all’interno e nell’area immediatamente intorno all’esterno della “Centopietre”, sono state rinvenute delle tombe all’interno delle quali i corpi deposti avevano lo sguardo rivolto ad est. Sebbene quei dati archeologici fossero molto lacunosi e a tratti imprecisi, si può affermare ancora oggi che questa costruzione nasca come sacello funerario per accogliere un personaggio facoltoso e tutta la sua famiglia in un’area già destinata come cimitero. Si trattava senz’altro di un personaggio ricco o di ruolo sociale elevato, appartenente o all’aristocrazia o al clero.

    Fig. 3. Tombe scavate nel banco di roccia nell’attiguo fondo loc. Camporè.

    Tra leggenda e storia

    Del resto, una leggenda molto fantasiosa vuole che qui sia stato seppellito, il 24 giugno dell’877 un cavaliere di nome Germiniano (o Giminiano). Si stava profilando uno scontro tra le truppe del re carolingio Carlo e i Saraceni, interessati a conquistare il Capo di Leuca. Prima dello scontro, Germinano venne inviato, secondo i codici cavallereschi dell’epoca, a perorare un’ultima volta la pace ma venne imprigionato e barbaramente ucciso. Ciò scatenò l’ira dei Cristiani i quali, presi dalla furia di vendetta, non solo sconfissero duramente i nemici ma una volta recuperato il corpo lo seppellirono erigendo un monumento funebre così importante per onorarne la memoria.

    La leggenda vuole anche che le spoglie di Giminiano furono riportate in seguito nel suo Paese d’origine, la Francia.

    Il ciclo di affreschi

    Vale la pena osservare quanto ancora si conserva sulle pareti interne, che riportano degli affreschi risalenti allo “scorcio del XII secolo” (datazione attribuita dalla professoressa di storia dell’arte medievale Marina Falla Castelfranchi). Nonostante l’umidità e gli agenti atmosferici degradino lentamente i colori e i tratti, anno dopo anno, si notano ancora la sagoma dei santi affrescati sulla parete occidentale.

    Emergono le figure, più o meno nitide, di ben tredici santi, rappresentati eretti e frontalmente, iscritte in nicchie con colonne decorate come per imitare il marmo colorato e ricche di dettagli architettonici. Alle loro spalle doveva esserci pure un velario continuo che si fermava all’altezza delle ginocchia e di cui rimangono chiaramente le decorazioni dell’orlo tra la quinta, la sesta e la settima figura. La parte più bassa della zoccolatura è invece completamente scomparsa.

    Fig. 4. San Giuliano sulla parete orientale.

    Tra i primi tre, il solo riconoscibile con certezza è San Giuliano giovane, rappresentato con vesti riccamente decorate a losanghe secondo gli stilemi della moda bizantina (fig. 4). Ad essi segue un gruppo di cinque santi con barba che sono molto probabilmente vescovi poiché raffigurati nella quasi totalità con un libro in mano, il loro attributo convenzionale (Fig. 5, 6).

    Fig. 5. Santi vescovi.

    Fig. 6. Santo vescovo. 

    A loro seguono delle figure femminili: Santa Barbara, Santa Margherita e S. Anna col bambino in grembo (Fig. 7).

    Fig. 7. Santa donna.

    Purtroppo in altre zone gli affreschi sono scomparsi del tutto, rimangono delle tracce di colore prive di qualsiasi connotazione. L’unica porzione dove ancora si conserva qualcosa è da ricercare nella parete di fondo, che ripropone una scena di S. Giorgio e il drago – poiché nella parte inferiore sembra di scorgere la coda – e di una Crocifissione: in particolare, si scorge il busto del Cristo fino all’altezza del perizoma, la mano sulla sinistra, i piedi e, sulla destra, la parte superiore del capo della Vergine (fig. 8).

     Fig. 9. Lacerto di affresco raffigurante la Crocifissione. 

    Infine si notano delle tracce di affresco anche sull’architrave centrale sorretta dalle colonne e pilastri, tra i triglifi e le metope (fig. 10).

    Fig. 10. Tracce di affreschi sull’architrave.

    Bibliografia

    Calo’ M., Cavalera M. “Appiedi! Sentieri e cammini del Salento”, Itinerarti Edizioni, Galatina (Le), 2019, pp. 71-75.

    Bonfrate M., De Marco A., “Guida di Patù”, Taccuini di Vereto n. 5, Terra Archeorete del Salento, 2015.

    Falla Castelfranchi M., “La chiesa di S. Giovanni Battista e le cosiddette «Centopietre» a Patù”, da “Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI”, a cura di GIOIA BERTELLI, Edipuglia – Jacabook, Bari-Milano 2004, pp. 269-274.

    Per approfondire

    https://www.associazionearches.it/la-centopietre-di-patu-studi-di-pietro-cavoti/

    Pagine facebook: Associazione Culturale Archès, Archeologia del Salento

    Instagram: https://www.instagram.com/archeologia_del_salento/

     

  • Grotte nel territorio di Castiglione d’Otranto: la cripta dello Spirito Santo e la caverna nel fondo Stivale

    Grotte nel territorio di Castiglione d’Otranto: la cripta dello Spirito Santo e la caverna nel fondo Stivale

    di Marco Cavalera

    La cripta dello Spirito Santo

    La cripta dello Spirito Santo è ubicata alla periferia occidentale di Castiglione d’Otranto, in località Casaranello, circa 80 metri a nord dalla Cappella di Santa Maria Maddalena. La zona, nota a metà ‘700 con il toponimo Le Pozze [1], si trova in prossimità di un incrocio stradale molto importante, dove si svolge annualmente la fiera di Santa Maria Maddalena[2]. Non a caso le chiese-cripte e i santuari, a partire dal Medioevo, erano considerati un vero e proprio punto di riferimento, di convergenza e di incontro tra le diverse comunità rurali di un determinato territorio, in occasione di festività religiose e di fiere[3].

    La cripta dello Spirito Santo è un luogo di culto strettamente legato alla fede e alla devozione della piccola comunità rurale di Castiglione d’Otranto; numerosi elementi – infatti – portano ad escludere, in questo caso, una committenza connessa con la presenza nell’area di monaci italo-greci[4].

    La sua struttura architettonica, che si sviluppa nelle formazioni geologiche pleistoceniche, è molto semplice – non ci sono absidi – ed ha subìto dei rimaneggiamenti a seguito di recenti restauri[5]. È costituita da un ambiente a pianta quadrangolare e da un piccolo dromos-corridoio. L’accesso avviene attraverso un lungo corridoio laterale, realizzato nel corso degli ultimi restauri. Si scende – per mezzo di alcuni gradini – direttamente nel vano ipogeo, di modeste dimensioni (largh. 5 m., lungh. 4 m.). Il soffitto della cavità si presenta piano e abbastanza regolare (altezza media: 2,10 m.). Il piano di calpestio è costituito dal banco di roccia. Al centro dell’ambiente è collocata una colonna-pilastro, che presenta una base quadrata, un fusto di forma ottagonale con una piccola cavità centrale e un capitello quadrangolare appena sbozzato, che funge da collegamento tra la colonna e la volta. Il soffitto si caratterizza per la presenza, immediatamente a nord dell’ingresso attuale, di un pozzo-luce (lucernaio) di forma ellissoidale: si tratta di un particolare che si riscontra in numerosi frantoi ipogei salentini. Intorno alle pareti corre un gradino-sedile, largo mediamente 40 cm. Numerosissime sono, inoltre, le piccole nicchie che fungevano da portalucerne o portacandele, come attestato dalle pareti annerite dal fumo.

    Fig. 1. Ambiente della cavità (fonte: Salogentis).

    L’altare è stato collocato nella parete orientale della cripta. Esso è costituito da un unico blocco di pietra, alto 1,20 m., largo e profondo circa 1 m. Alle sue spalle si conservano le tracce di un affresco di cui, nonostante le pessime condizioni di conservazione, si possono riconoscere due figure in piedi su una sfera, una delle quali sembra portare con sé una croce. Questo affresco, recentemente restaurato da don Vittorio Corvaglia, rappresenta il Mistero della Trinità: il Padre (raffigurato con il triangolo sulla testa), il Figlio (seduto o crocifisso) e lo Spirito Santo (rappresentato sotto forma di una colomba). La Sfera, sulla quale è riprodotta la figura del Padre, indica la Terra, dove è stato inviato lo Spirito Santo. Questa iconografia è riferibile cronologicamente al XVII/XVIII secolo.

                                 Fig. 2. Ambiente della cavità con pilastro e altare.

    Fig. 3. Altare con affresco.

    Dall’angolo Sud-Ovest della caverna si apre un breve cunicolo (lunghezza 4 m., larghezza 1,50 m.), che costituiva l’ingresso originario alla cripta, chiuso a seguito dei restauri. Si conservano ancora otto dei gradini che consentivano l’accesso dal piano stradale. Anticamente era collocata, all’ingresso della cripta, una soglia di pietra leccese, che i pellegrini non dovevano in alcun modo calpestare. Il corridoio, prima degli interventi, risultava scoperto in corrispondenza dei primi due gradini, poi si inoltrava nella roccia; attualmente è coperto da una volta realizzata in conci di “tufo” contrapposti, che si appoggiano ai muri laterali.

    La tradizione locale narra che questa cripta è stata da tempi immemorabili meta di pellegrinaggi di penitenti, che vi si recavano – talvolta trascinandosi addosso grosse pietre – per ricevere il perdono dei propri peccati[6].

    Degna di nota è la presenza, nelle immediate vicinanze, di diversi frantoi ipogei. La Cripta dello Spirito Santo – quindi – potrebbe essere interpretata come una cavità originariamente scavata per realizzare proprio un frantoio, convertita in seguito in luogo di culto.

    A circa 80 metri di distanza si trova la chiesetta di Santa Maria Maddalena, la Santa penitente per eccellenza. Di questo ultimo edificio di culto si conosce la data di ricostruzione, 1752, che coincide con quella dell’istituzione dell’omonima fiera. Ignota è la data di fondazione della più antica chiesa tardo-medievale. Preesistenze architettoniche e costruttive unitamente a tracce di antichi affreschi murali lasciano sostenere l’ipotesi di un complesso tardo quattrocentesco[7].

    La caverna nel fondo “Stivale”

    La caverna è ubicata nella periferia occidentale di Castiglione d’Otranto (101 metri s.l.m.), a circa 50 metri ad Ovest della Strada Provinciale Castiglione-Depressa, 50 metri a Sud della S.P Montesano Salentino-Castiglione e a 75 metri a Nord del cimitero del paese, in un fondo incolto denominato “Stivale”, sotto un’antica costruzione rurale (“caseddha”). La caverna è  stata segnalata dal prof. Luigi Moscatello, in seguito ad un sopralluogo effettuato nella località in oggetto nel novembre 2005.

    La cavità ipogea, scavata artificialmente nelle formazioni calcarenitiche del Pleistocene, consta di un ambiente di pianta quadrangolare e di un piccolo cunicolo, che si apre nell’angolo nord-occidentale della parete di fondo della caverna.

    Fig. 4. Ingresso della cavità. 

    La sua apertura, rivolta a Sud, è abbastanza ampia (larghezza 160 cm, altezza 180 cm) da permettere un accesso piuttosto agevole, nonostante la ripida pendenza della rampa, lunga circa 2 metri. La caverna si trova – infatti – circa 1,50 metri più in basso rispetto al piano pavimentale del fondo in cui è ubicata.

    Il vano (larghezza 5 metri, lunghezza 5,40 metri e altezza massima 2,30 metri) presenta un soffitto piano, non perfettamente regolare a causa di un parziale crollo della volta (al centro dell’ambiente si individuano grandi massi crollati dalla volta). Il piano di calpestio è costituito in prevalenza da sedimento terroso-argilloso sciolto, con presenza di numerosi blocchi tufacei e calcarei di piccole e medie dimensioni. Le pareti sono abbastanza regolari e presentano quattro grandi nicchie – semicircolari – scavate ad altezze differenti: due nicchie sono state ricavate nella parete di destra rispetto all’ingresso; la terza è stata scavata nella parete di fronte all’ingresso ed è quella di maggiori dimensioni (larghezza massima 1,10 metri, altezza massima 1,60 metri e profondità 0,80 metri). La stessa parete di fondo si caratterizza per la presenza di numerosi piccoli vani per le lucerne ad olio (all’interno di queste – infatti – si può notare una labile traccia di fuliggine). La quarta nicchia si apre nella parete occidentale della cavità ipogea.

    Fig. 5. Cunicolo interno.  

    Il cunicolo – che presenta una planimetria ovoidale – si apre nell’angolo sinistro della parete di fondo e si sviluppa per una lunghezza di circa 3,50 metri (altezza e larghezza massime: 1,65 metri 1,70 metri. Queste ultime due misure diminuiscono man mano che ci si avvicina al fondo del corridoio). Le pareti laterali del cunicolo presentano due scanalature orizzontali a circa un metro dall’attuale livello del terreno, larghe circa 0,30 metri, che probabilmente fungevano da supporto per la deposizione di utensili funzionali ad attività effettuate nella caverna. Il piano di calpestio è composto da spezzoni calcarei e tufacei di piccole e medie dimensioni.

    Nel soffitto si apre, in prossimità dell’imboccatura del cunicolo, una cavità circolare (probabilmente in corrispondenza del focolare) avente un diametro di 0,80 metri – ora chiusa da alcuni conci di “tufo” squadrati – che doveva mettere in collegamento l’ambiente ipogeo con l’esterno. Questi lucernai sono attestati nella maggior parte delle caverne utilizzate come stalle e ricovero per attrezzi agricoli.

    Sul piano di calpestio sia del vano quadrangolare che del cunicolo si individuano numerosi frammenti di ceramica acroma, che rinviano ad una frequentazione agricolo-pastorale della cavità ipogea in epoca moderna e contemporanea.

    La stessa classe di ceramica è stata rinvenuta, nel corso di una ricognizione di superficie, nel fondo attiguo alla caverna.

    Note e bibliografia

    [1] Toponimo che suggerisce nelle vicinanze della cripta l’antica presenza di “granili”, ampie buche con funzione di depositi di derrate.

    [2] Quella di Santa Maria Maddalena è una delle tante fiere del Basso Salento che traggono origine fin dal basso Medioevo e che vengono poi rivitalizzate, in epoca moderna, dai sovrani borbonici. Per molti decenni la fiera, che si svolge tuttora ogni anno nell’ultima decade di luglio, ha rappresentato un punto di riferimento sia religioso che civile per la popolazione di Castiglione. Essa si teneva nella parte antistante o adiacente la cappella dedicata alla Santa, un po’ distante dal paese, in un luogo ampio e aperto denominato lo Trice. La data certa della sua istituzione si ricava da una lastra lapidea collocata sull’architrave della chiesa: 1752. Dalla stessa epigrafe si trae anche il nome di colui che “ha concesso il privilegio della fiera alla cittadinanza di Castiglione”, ossia Carlo III di Borbone, “re delle due Sicilie e di Gerusalemme” (Cerfeda 2004).

    [3] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 20

    [4] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 20; N. Lavermicocca, “Gli insediamenti rupestri nel territorio di Monopoli”, Roma, 1976, pg. 71.

    [5] Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [6] Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [7] F.G. Cerfeda, “Il culto di Santa Maria Maddalena e l’istituzione della fiera”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    http://www.salogentis.it/2009/10/17/la-cripta-dello-spirito-santo-a-castiglione-di-andrano/

  • La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    di Marco Cavalera

    Introduzione

    La Grotta della Madonna dell’Attarico si apre – nelle formazioni geologiche mioceniche – a circa 3 km a Sud-Est di Andrano e, come scriveva Don Giacomo Pantaleo, “sorge in un luogo ameno, sul dosso di un ripiano (Serra del Mito), dal quale la vista può spaziare, in un vago ed esteso miraggio, sull’azzurro cupo dell’Adriatico, su Castro, su Santa Cesaria, fino all’incurvarsi della costa verso la Palascia di Otranto ad Est e del promontorio di Santa Maria di Leuca a Sud[1]”.

    Fig. 1. Cripta dell’Attarico vista da est.

    L’etimologia

    Riguardo alla sua denominazione, nel linguaggio popolare, permane la risonanza greca “Madonna du Tàricu”. La definizione in oggetto, oltre a rimandare ad una presenza di insediamenti italo-greci nel territorio, farebbe riferimento all’industria della concia delle pelli sviluppata dai “pelicani” della zona e testimoniata dalla coltura della “quercia vallonea”, abbondante nella zona fino a pochi decenni or sono, dalle cui bacche si ricavava l’acido tannico[2] necessario per l’industria della lavorazione delle pelli, prevalentemente di ovini e di vitelli[3] . Queste ultime – una volta scarnite, rasate, conciate e lisciate – venivano usate dai copisti come materia scrittoria (pergamena o cartapecora[4]) per la trascrizione di manoscritti (codici).

    La tradizione storiografica colloca lo scriptorium (sala adibita esclusivamente alla copiatura dei codici) nel vicino cenobio di Santa Maria del Mito, florido centro di cultura medievale gestito dai monaci italo-greci, che dipendeva dal monastero di San Nicola di Casole (a sud di Otranto). Don Francesco Coluccia – in particolare – ha ritenuto che la grotta rupestre della Madonna dell’Attarico “sarà stata utilizzata, come dimora feriale, da qualche monaco della comunità basiliana della vicinissima Abbazia di S. Maria del Mito, che durante la settimana si ritirava in vita solitaria penitenziale e contemplativa nella tranquillità e nel silenzio (sec. XI-XV)”[5].

    Fig. 2. Masseria del Mito (foto di Antonio Fracasso).

    La suddetta ipotesi – che si basa sull’etimologia del toponimo “Attarico”, che deriverebbe dal greco tarikòn, conceria – esclude la tesi che prevedeva l’origine del termine “Attarico” dal gesto materno della Vergine, immortalata nella caverna in un affresco che la raffigura nell’atto di allattare il Bambino. Questo particolare importante farebbe pensare ad una funzione originaria laica della cripta, trasformata in luogo di culto solo in un periodo successivo[6].

    Il suo sviluppo interno

    Fonseca, nella sua monografia sugli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, descrive la Cripta dell’Attarico come “quasi del tutto naturale; l’attuale apertura, che guarda verso il mare, è stata riadattata con un muro a secco. Alcuni gradini originali conducono all’invaso sacrale. L’ambiente non sembra avere attualmente una forma architettonica ben precisa. Sono presenti due cunicoli in gran parte occlusi, uno dei quali doveva comunicare con l’esterno. Le pareti presentano numerose gibbosità e in alcuni punti sembrano esserci avanzi di pilastri non più esistenti, mentre due pilastri addossati inquadrano il corridoio che corrisponde all’accesso murato. […] Il soffitto, molto irregolare, sembra naturale anche se in vari punti si notano delle cupoline; la sua altezza media è di circa due metri. Gli arredi litoidi sono costituiti da tracce di gradino-sedile; una parte di esso è adibito attualmente ad altare – orientato ad Ovest – e alla sua destra vi è un resto di una mensa-ripiano; alcune nicchie sono ricavate nelle pareti[7]”.

          Fig. 3. Ambiente della cavità.

                                            Fig. 4. Altare in pietra del luogo di culto rupestre. 

    Fig. 5. Cunicolo interno.

    Le tracce di affreschi

    All’interno della cripta sono presenti due affreschi in pessimo stato di conservazione: uno riproduce una Croce, l’altro ritrae la Madonna con il bambino (soggetto religioso molto comune nelle cripte bizantine) e ai lati due santi, di cui quello a destra tiene in mano la palma del martirio[8].

               Fig. 6. Altare con tracce di affresco raffiguranti la Madonna e il Bambino.

    Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un intenso culto mariano e una leggenda sorta – probabilmente – dall’atteggiamento della Madonna di allattare il Bambino.

    Fig. 7. Altare con croce latina dipinta.

    La leggenda e l’allegoria

    Si racconta, infatti, che un’umile popolana, dimorante in un casolare della contrada, dato alla luce un figlio non riusciva a sfamarlo col latte del suo seno. Disperata per la crescita stentata del figlioletto, chiese l’intervento della Madonna che, comparendole in sogno, le avrebbe rivelato come risolvere il problema: bisognava eliminare la biscia, annidata tra le pietre del casolare, che sottraeva dal seno della donna il latte proprio mentre dormiva.

    L’allegorica vicenda si presta a due interpretazioni, una di carattere sociale e l’altra di carattere religioso: per quanto riguarda la prima, si fa riferimento al territorio pur fertile di Andrano che, a causa dello sfruttamento dei potenti, ha sofferto la fame e la povertà[9]. A proposito della seconda interpretazione, Don Francesco Coluccia scrive che “la fede ha incontrato difficoltà di crescita, a causa anche di persecuzioni di vario genere, fino a quando la presenza e l’intervento dei Monaci, con la proposta del culto della Madonna e con la catechesi, non ha portato l’annuncio della verità e la pratica di vita cristiana”[10].

    Fig. 8. Ingresso della cripta visto dall’interno (foto Salogentis).

    Ai titoli di coda…

    Nelle immediate vicinanze della grotta venne eretta la Cappella di modestissime dimensioni, sorta tra la fine del ‘700 e i primi dell’800 come chiesetta gentilizia per devozione dei Principi Caracciolo. La  chiesa attuale, costruita sui ruderi della precedente, è stata inaugurata nel 1990.

    Note e bibliografia

    [1] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, p. 23.

    [2] Acido tannico o tannino, estratto dalla corteccia di varie querce, impiegato nella concia delle pelli con il metodo detto appunto al tannino.

    [3] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, pp. 27-30; Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978.

    [4] La pergamena fu il materiale usato in prevalenza dagli amanuensi nei conventi e nelle abbazie, fino alla seconda metà del XIII, quando i codici membranacei divennero più rari e abitualmente si copiò su quelli cartacei (O. Mazzotta, “Monaci e libri greci nel Salento medievale”, Novoli, 1989).

    [5] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 27.

    [6] F. Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [7] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979.

    [8] L’affresco, completamente rovinato e corroso dall’umido, non permette di avanzare una datazione precisa  (probabilmente risale al XIII-XIV secolo). La croce (latina) è affrescata sul ripiano-mensa; sulla parete a N-E si notano tracce di colore (C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 54). Don G. Pantaleo, riguardo all’affresco, scrive: “entrando […] nella grotta, ci si trova di fronte a due affreschi alquanto scoloriti e qua e là picchiettati, ma dai contorni ben definiti: il primo riproduce l’immagine della Madonna, di tipo ovviamente orientale […]; il secondo rappresenta la Croce, forse innalzantesi dal Calvario, con delle figure ai lati” (G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, pg. 24.

    [9] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978; F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    [10] F. Coluccia,  “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    http://www.salogentis.it/2009/05/19/la-cripta-della-madonna-dellattarico

    Clicca qui per approfondimenti sulle origini di Andrano. 

  • La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    di Alessio Stefàno

    in memoria del prof. Gino Pisanò

    Premessa

    Per lo storico e l’archeologo, incalliti “viaggiatori nel tempo” incaricati di scrivere la nostra storia, particolare importanza assumono i documenti epigrafici. Sin da quando l’uomo ha incominciato a padroneggiare la scrittura, infatti, ha prodotto iscrizioni d’ogni genere, incise, graffite, dipinte su materiali disparatissimi (marmo, pietra, bronzo, terracotta). Queste testimonianze rappresentano importanti fotografie del nostro passato, che ci parlano non solo di accadimenti storici ma anche di importanti aspetti socio-culturali. Accade così che è possibile ricostruire – almeno parzialmente – le vicende di una comunità, ma soprattutto scrivere una storia che «non veda storie per eccellenza e storie che non siano tali, né ammetta il primato di una storia delle strutture (economiche o socio- culturali che siano) rispetto ad una storia delle sovrastrutture o quello di una storia dello spirito (laica o religiosa, delle idee o dell’anima che sia) rispetto ad una storia degli oggetti su cui lo spirito si eleva e lavora» (GALASSO 1982, p. 6).

    A questa storia, a lungo definita “minore” o “locale”, che a volte può apparire estranea al corso dei grandi eventi, ma che in fondo è solo parte della “grande” storia (e soprattutto è la nostra storia), si era già interessato il compianto professore Gino Pisanò. A lui va il merito di aver curato, tra le diverse pubblicazioni riguardanti la nostra città, la terza sezione del volume Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano (Galatina 1994), nel quale è raccolta una nutrita serie di testimonianze epigrafiche (anche scomparse) che vanno a costituire vere e proprie “istantanee” del passato della nostra città. Molte sono state qui riportate, altre sono state raccolte dal sottoscritto; proveremo qui a ripercorrere attraverso di esse le vicende della nostra comunità e dei suoi uomini.

    Le origini: l’età Romana e Medievale

    Proprio attraverso un’epigrafe possiamo, verosimilmente, scrivere l’inizio della storia di Casarano. Rinvenuta negli anni Settanta, reimpiegata già in antico all’interno del muro di un’abitazione (dove ancora oggi è conservata), si tratta di una piccola stele in pietra locale, con un frontoncino semilunato decorato da solcature concentriche. Ecco il testo:

    D(IIS) M(ANIBUS)

    MUSICUS MAXIMI NI

    SER(VUS) V(IXIT)

    A(NNIS) VII

    H(IC) S(EPULTUS) E(ST)

    LEVVIUS ET

    CALE FILIO

    PIISSIMO

    B(ENE) M(ERENTI) P(OSUERUNT)

    Agli Dei Mani Musico

    servo di Massimino

    visse anni sette

    qui è sepolto

    Levio e Cale

    al piissimo figlio

    che ben meritò posero

    Questa lapide doveva segnalare, in origine, il luogo di sepoltura di un bambino di nome Musicus, figlio di un uomo ebreo (Levius) e di una donna greca (Cale), come dimostra chiaramente l’etimologia dei due nomi (PISANÒ, SCHIAVO 1985, p. 71; GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 103-104).

    Il fanciullo ha un nome inusuale, tipicamente schiavile; lo stesso testo dell’epigrafe afferma esplicitamente che egli si trovava (sin dalla nascita) in condizioni servili nei confronti di un certo Massimino (“Maximini servus”). Siamo di fronte, dunque, a un documento di straordinaria importanza storica, che ci presenta la realtà del latifondo, ossia di una grande proprietà agricola, gestita solitamente da membri dell’aristocrazia romana attraverso un largo impiego della manodopera servile. Allo stesso tempo, l’epigrafe ci racconta di come il Salento fosse, già in età Romana, crocevia di popoli e culture provenienti da ogni parte del Mediterraneo. L’iscrizione – chiaramente pagana – è stata solitamente datata al I secolo d.C., ma con maggiore prudenza, in assenza di confronti puntuali, possiamo ascriverla ad un periodo piuttosto ampio, compreso tra il I e il III secolo d.C. (fig.1).

    Fig. 1

    Allo stesso periodo doveva appartenere l’epigrafe rinvenuta negli anni Settanta sotto il pavimento della chiesa di Santa Maria della Croce, durante i lavori di restauro, ormai da tempo perduta. Piuttosto frammentaria, secondo la ricostruzione del prof. Pisanò si tratterebbe di un’iscrizione funeraria menzionante la gens Vibuleia, attestata a Gallipoli su un’epigrafe del I secolo d.C. (PAGLIARA 1972, p. 77; PISANÒ, SCHIAVO 1985 p. 72).

    Il monumento più importante di Casarano è sicuramente rappresentato dalla chiesa di Santa Maria della Croce o di Casaranello, oggetto in anni recenti di numerosi studi e pubblicazioni. All’interno della chiesa si conserva un palinsesto di affreschi, che coprono tutto il lungo e travagliato periodo del Medioevo. Al di sopra di alcuni di questi sono presenti delle iscrizioni dedicatorie e numerosi graffiti devozionali in lingua greca, spesso di difficile lettura. La più importante tra queste trova posto su un affresco dell’XI secolo, posto su uno dei pilastri interni e rappresentante la Vergine col Bambino (Theotokos). L’iscrizione, infatti, testimonia la riconsacrazione della chiesa alla presenza di un vescovo di Gallipoli (JACOB 1988).

    Falsi storici: l’epigrafe di papa Tomacelli

    Nella stessa chiesa di Casaranello è conservata, al di sopra della porta d’ingresso, un’epigrafe del 1717, la quale ha alimentato un mito a lungo creduto vero dai casaranesi (e non solo), circa la nascita di un papa – Bonifacio IX – nella nostra città (fig. 2).

     Fig. 2

    Ecco il testo tradotto in italiano:

    A Dio ottimo massimo O passeggero

    fermati e ammira la grande bellezza di questo tempio qui

    Bonifacio IX Tomacelli Sommo pontefice

    Nato da genitori signori dell’uno e dell’altro Casarano Ricevette il Sacro Battesimo.

    Questa chiesa dapprima venerò come madre, egli, che poi sulla terra fu vicario del sommo Dio.

    Antonio Sanfelice Vescovo di Nardò

    Ordinò di rinnovare il ricordo quasi perduto dell’ottimo pontefice

    Che aveva acquisito meriti immortali nei confronti del mondo cattolico e della sua chiesa

    Nell’anno di Cristo 1717

    Recenti studi hanno permesso, in via definitiva, di far luce su questa figura, dimostrando che i Tomacelli possedettero il feudo di Casarano solo dopo il 1378, mentre Bonifacio IX nacque intorno al 1350, dunque sicuramente non venne battezzato in questi luoghi (SERIO 2020, pp. 119-143). Il Sanfelice, in effetti, con lo scopo di dar lustro alla diocesi di Nardò, presentandola come ricca di antichità e di uomini prestigiosi, impiantò «una vera e propria officina di falsi, mediante la creazione e la pubblicazione di numerosi apocrifi» (v. STEFÀNO 2018, pp. 11-28).

    Gli antichi moniti delle dimore signorili

    Sulla facciata di palazzo Valente, uno dei più belli e antichi del centro storico di Casarano, è riportata una breve epigrafe (figura 3): INVIDIA INVIDENTI NOCET 1572.

          Fig. 3

    “L’invidia nuoce all’invidioso”, ricorda il monito al visitatore. A partire da Cinquecento diventano molto comuni presso le dimore signorili epigrafi riportanti proverbi, moniti e massime latine. L’iscrizione di palazzo Valente, in particolare, trova confronto con un’iscrizione coeva conservata a Manduria sulla facciata di palazzo Dimitri e con una più tarda riportata sull’architrave di un’abitazione settecentesca di Locorotondo.

    Un’altra epigrafe della stessa categoria era collocata su un edificio cinquecentesco adiacente alla Chiesa Madre, nella memoria popolare identificato come la casa natale di papa Bonifacio IX, e distrutto negli anni Sessanta. Come ci informa il prof. Pisanò, l’iscrizione fu salvata da un tal Guerino Toma, che dopo averla recuperata dalle macerie la conservò nel suo villino di campagna (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 109). Il testo recita:

    VOX MISSA NESCIT REVERTI.

    “La voce, una volta uscita, non sa tornare indietro” è la traduzione di questa massima, la quale avvisa che, in alcuni casi, cui ci si accorge troppo tardi di aver detto qualcosa di sconveniente. Questa volta la fonte è rappresentata dalla letteratura latina classica, in particolare dal poeta Orazio (Ars poetica, 390).

    Le epigrafi possono occupare non solo l’esterno ma anche l’interno delle residenze signorili.

    FORTUNA FACIET P(rospera) AD 1812. L’iscrizione, anche questa raccolta dal Pisanò, risulta affrescata sulla volta di casa Martina Toma, un tempo appartenente all’importane famiglia D’Elia di Casarano. Essa vuol mettere in evidenza il peso della fortuna nella vita umana e, soprattutto, nel gioco delle carte, col quale i D’Elia spesso si intrattenevano con i propri amici all’interno di questa abitazione. Nel giardino dello stesso fabbricato, un’iscrizione (oggi mutila) spiega, infatti, la destinazione di questo luogo:

    HYACINTHUS DE ELIA

    PATRICIUS CALLIPOLITANUS

    SIBI POSTERISQUE SUIS

    CURARUM LEVAMENTO AMICIS HOSPITIO

    SUBURBANUM AB INCHOATO EXTRUXIT

    TAMDIU SE VIXISSE EXTIMANS

    QUAMDIU [POTUISSET]

    PARUMPER AURES [SECUNDAS PRAEBERE CETERIS]

    A.D. M[—]

    Il testo in italiano recita: «Giacinto D’Elia, patrizio gallipolino, costruì dalle fondamenta questa villetta suburbana per sé e per i suoi discendenti al fine di alleviarne gli affanni, per gli amici al fine di ospitarli, stimando che tanto sarebbe vissuto fino a quando avesse potuto per un po’ ancora accogliere generosamente gli altri. Nell’anno del Signore 1[812]» (l’epigrafe, mutila, riporta solo la prima cifra dell’anno, ma è verosimile che sia coeva alla precedente).

    L’iscrizione evidenzia il valore dell’amicizia e dell’ospitalità, doti evidentemente possedute dalla famiglia di don Giacinto D’Elia (1750-1826) (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 115-116). La casa passò poi alla famiglia Lupo e, infine, alla famiglia Martina Toma. Probabilmente, nella stessa casa, nacque Adele Lupo, poetessa casaranese vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento (IVI, pp. 116-117; su Adele Lupo si veda MARRELLA, SCORRANO 2001).

    Tra le famiglie importanti di Casarano un posto particolare è senza dubbio occupato dai Nuccio, il cui don Pompeo intratteneva stretti rapporti di amicizia col poeta vate Gabriele D’Annunzio e con il Re Vittorio Emanuele III. Sulla porta d’ingresso del loro palazzo è scritto:

    HUC ADES: EXCIPIES SOLACIA ARTIS ET MUNERA AMICITIAE

    ossia: “Vieni qui: troverai i conforti dell’arte e i valori dell’amicizia” (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 119).

    Ma i nobili e i feudatari di Casarano non fecero solo costruire ex novo palazzi urbani e suburbani; spesso restaurarono anche antiche masserie, trasformandole in casini di campagna, patria dell’otium e della contemplazione della natura. Così fece Matteo D’Aquino, prete massone di Casarano, come ancora oggi ci ricorda l’epigrafe sulla sua facciata di Casino Cammire:

    POMARIUM HOC

    AB IMPIA RECTORUM OSCITANTIA

    PAENE DELETUM

    MATTHAEUS DE AQUINO

    E CASARANENSIUM DYNASTIS

    RESTAURAVIT

    ET IN NITIDIOREM FORMAM

    REDEGIT MDCCLXXXIX

    L’epigrafe è traducibile come segue: «Questo pomario, quasi distrutto dall’ampia indolenza dei suoi amministratori, Matteo D’Aquino dei feudatari di Casarano, restaurò e ridusse a più decoroso aspetto nel 1789» (IVI, p. 113; su Matteo D’Aquino si veda PISANÒ 1993).

    Tra le epigrafi un tempo adornanti luoghi di campagna è da ricordare anche quella, piuttosto frammentaria, rivenuta come materiale di riempimento all’interno di un muro di confine presso Masseria Palla e oggi qui conservata. L’iscrizione, databile tra il XVI e il XVIII secolo, è stata ricostruita dal sottoscritto e riporta un versetto del libro del profeta Isaia:

    [DIVITI]Æ SALUTIS

    [SAPIEN]TIA ET SCIENTIA

    [TIMO]R DOMINI

    [ISPE] TESAURUS [EIUS]

    [ISAIAH X]XXIII

    Ricchezze salutari

    sono sapienza e scienza

    Il timore di Dio è il suo tesoro

    Isaia 33

    Fig. 4

    Le epigrafi religiose

    Nobili e feudatari di Casarano non si occuparono solo dei loro palazzi e delle loro dimore di campagna, ma versarono il loro impegno economico anche nella realizzazione di edifici religiosi. Lungo la facciata della chiesa di San Domenico di legge:

    AQUINATES LEONES FORTES DEI CULTO AQUINO SOLI SACRUM EREXERE DELUBRUM 1676

    Ossia: “I leoni aquinati, forti nel culto di Dio, questo sacro tempio all’astro d’Aquino nel 1676”. I D’Aquino, detti leoni perché sul loro stemma campeggiano, appunto, i leoni, completarono la costruzione dell’edificio, dedicato all’«astro di Dio», San Tommaso D’Aquino (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 121).

    Grazie alla carità dei cittadini, invece, fu portata a termine l’attuale chiesa Matrice:

    D.O.M. CONCIVIUM CHARITAS

    TRES FRUCTUS VIGESIMANS OPUS

    TRESDECIM AB HINC ANNIS INCEPTUM

    PERFECIT ANNO MDCCXII

        Fig. 5

    I cittadini, infatti, offrirono la ventesima parte di tre prodotti della terra, affinché, dopo tredici anni, venisse completata la costruzione del sacro Tempio, terminata nel 1712 (IVI, p. 123).

    Su iniziativa di un altro privato, invece, venne eretta la chiesa di San Pietro, come ci ricorda la consunta epigrafe su un medaglione di pietra leccese sovrastante il portale:

    D.O.M.

    AC DIVO PETRO

    PETRUS CALBANO

    EREXIT H.S.

    A.D. 1702

    Fig. 6

    La chiesa, infatti, venne eretta per volontà di Pietro Calbano nel 1702, in onore del santo del quale portava il nome (IVI, p. 122).

    Grazie all’intervento di Matteo D’Aquino, priore («amato per il suo lignaggio non meno che per la sua pietà»), ma anche di tutti i confratelli, invece, nel 1751 venne ampliata ed abbellita la chiesa dell’Immacolata, sede dell’omonima confraternita fondata nel 1619 da Giovan Battista Filomarino (IVI, pp. 128-129):

    D.O.M. TEMPLUM HOCCE

    PROTOPLASTORUM LABE IMMUNI

    DICATUM

    QUOD NE ARCTUM PIO SODALIUM CONSURSU

    FORET

    MATTÆUS DAQUINO PRÆFECTUS

    CASARANENSIUM DUNA[STARUM]

    NON MINUS GENERE QUAM PIETATE

    ACCEPTUS PROPRIO SODALIUM

    AC SODALITATIS ÆRE

    AMPLIANDUM ET EXORNANDUM

    CURAVIT

    REPARATÆSALUTIS

    ANNO MDCCLI

    Il calvario adiacente alla chiesa venne realizzato, invece, tra il 1913 e il 1918 dalla baronessa Olimpia Passero, come ci ricorda l’epigrafe bronzea collocata sul cancello. Donna particolarmente pia e devota, ella si occupò della realizzazione di molte opere religiose nella città, tra le quali lo splendido cappellone del Santissimo Sacramento nella Chiesa Matrice, come ci ricorda, anche qui, un’epigrafe del 1910.

    Nella chiesa Matrice e nelle altre chiese della città molte altre epigrafi, spesso poste sugli altari, ci raccontano le vicende di questo luogo e, soprattutto delle famiglie più importanti, i cui illustri benefattori spesso commissionavano restauri e nuove realizzazioni artistiche e architettoniche (cfr. SORRONE 2013).

    Epigrafi pubbliche e memoriali

    Sin dall’età Romana e fino a tutta l’età Moderna, le epigrafi servono anche a commemorare eventi di rilevanza politica e comunitaria, come la fondazione di edifici pubblici e monumenti. È il caso della torre dell’orologio, collocata su uno dei lati brevi della piazza cittadina. Qui l’epigrafe, posta in un medaglione sovrastante lo stemma cittadino, recita:

    D.O.M.

    H[O]ROLOGIUM

    HOCCE FUIT

    ÆDIFICATU[M]

    TEMP[OR]E

    SINDACATUS

    U.I.D.D. ORONTII FERILLI

    A.H.S. 1790

    Fig. 7

    L’iscrizione ci informa che il campanile venne edificato nel tempo in cui era sindaco Oronzo Ferilli, “dottore dell’uno e dell’altro diritto”, ossia quello civile e quello canonico (come ci ricorda l’abbreviazione U.I.D.D.), nell’anno dell’umana salvezza 1790 (IVI, p. 114) (figura 7).

    Ma le epigrafi a carattere pubblico e politico possono anche essere non “ufficiali”, un po’ come accade al giorno d’oggi con i graffiti sui muri. È il caso delle iscrizioni dipinte, rinvenute nel 2015, che recitano ABBASSO IL PAPA RE e VIVA VITTORIO EMANUELE IN CAMPIDOGLIO, sul fronte di

    palazzo Arditi. Databili tra il 1860 e il 1870/71, raccontano il tormentoso periodo politico conseguente all’unificazione della Penisola (la cosiddetta Questione Romana). Le iscrizioni sono state recentemente oggetto di restauri, grazie al progetto “Tracce di storia”, ideato da Marco Mazzeo e messo in atto con la collaborazione di diversi enti locali (figura 8).

       Fig. 8

    Tra le iscrizioni a carattere politico rientra anche una lapide a lungo dimenticata, rinvenuta in un’aiuola circolare nel piazzale antistante il cimitero di Casarano. L’epigrafe recita:

    IN MEMORIA DI ARNALDO MUSSOLINI

    Arnaldo Mussolini, fratello del Duce scomparso improvvisamente nel 1931, fu giornalista, insegnante e politico italiano. L’interesse per la natura lo indusse a dedicarsi all’organizzazione dell’agricoltura, alla rinascita boschiva, alle attività di bonifica, diventando il primo presidente del Comitato Nazionale Forestale. Il 27 novembre 1928 gli fu conferita la laurea honoris causa in scienze agrarie. Dopo la sua scomparsa, il Comando delle Legioni della Milizia Nazionale Forestale diede disposizioni affinché venisse organizzata, in ciascun Comune del regno d’Italia, un’apposita cerimonia che prevedeva la piantumazione di un albero in memoria del fratello del Duce.

    A Casarano venne piantato un albero di pino in un’aiuola al di fuori del cimitero, corredato dall’epigrafe dedicatoria. La lapide venne poi occultata nel 1943, dopo la caduta del Regime. Questa, infatti, come molti altri documenti ed opere pubbliche del Ventennio, fu condannata alla damnatio memoriae. Si può notare come l’iscrizione risulti scalfita, nonché mutila nella parte sinistra, dove forse era applicato un fascio littorio (o una foto del fratello del duce). Anche il pino piantumato nell’aiuola venne in seguito tagliato, per poi essere dopo molto tempo sostituito da un nuovo albero.

    L’epigrafe, oggi nuovamente al suo posto, è di grande importanza, poiché rappresenta il «simbolo di un’epoca che, seppur con le sue ombre, ha segnato in maniera importante anche la piccola storia della nostra città che, attraverso una testimonianza come questa, diventa parte della grande Storia» (CASARANO 2008) (figura 9).

    Fig. 9

    Tra le epigrafi memoriali è sicuramente da ricordare quella di Gaetano Romano, poeta e massone nato a Casarano nel 1883, tragicamente scomparso nel 1910 durante un incidente sul convoglio ferroviario postale Foggia-Lecce presso il quale prestava servizio. Di lui si ricordano, in particolare, la composizione del testo dell’Inno al Venerdì Santo (poi musicato da Ernesto Romano) e la poesia in vernacolo “Susu lu munte de la Campana” (v. VALENTINO 1998, FRACASSO 1994/95). Dopo il tragico avvenimento, l’amministrazione comunale del tempo, con a capo il sindaco don Domenico De Donatis, pose una lapide in piazza Garibaldi (figura 10).

    Fig. 10

    L’ultimo addio

    Sin da tempi remoti è in uso nella nostra civiltà l’incisione di epitaffi, ossia di iscrizioni sepolcrali aventi come scopo quello di onorare e ricordare un defunto. Se, passeggiando nei nostri cimiteri, ci apprestassimo ad osservare con attenzione, noteremmo numerose lapidi ormai spostate dai luoghi di originaria sepoltura e spesso accatastate negli angoli, consunte dalle intemperie. I loro morti aspettano ormai in silenzio di essere consegnati all’oblio.

    Una di queste, fra tutte, mi ha sempre colpito molto. Si tratta di un segnacolo in pietra leccese, annerito di muschi e licheni; una corona di fiori scolpita circonda il nome, ormai quasi illeggibile, della defunta (che qui ometteremo). In basso, sulla base del segnacolo, è inciso il commovente epitaffio:

    MOGLIE ESEMPLARE DI RARE VIRTU’ DOMESTICHE IL MARITO ED I FIGLI

    DESOLATISSIMI INVITANO TUTTI ALLA PREGHIERA. MORTA 8 OTTOBRE 1918.

    Fig. 10

    Non faremmo fatica a immaginare (anzi, ne troveremmo ulteriore conferma nei documenti d’archivio) che questa giovane donna (di appena 33 anni, secondo i documenti d’archivio) sia stata strappata all’affetto dei suoi cari dall’epidemia di influenza Spagnola che falcidiò la popolazione mondiale tra il 1918 e il 1919, mietendo numerose vittime anche nel Salento, soprattutto tra i giovani adulti. A Casarano fu addirittura necessario un registro supplementare degli atti di morte, come dimostrano i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce (Stato civile italiano › Casarano › Morti › 1918 › 3227, suppl. 2).

    Ma molte altre tombe dimenticate possono raccontare delle storie. Spesso sono storie di vite semplici, di famiglie umili di artigiani e contadini. E sono storie che stanno per essere definitivamente dimenticate. Ma c’è un dovere della memoria che ci impone di lottare contro l’oblio.

    Conclusioni

    Il presente articolo vuol essere un omaggio al professore Gino Pisanò, letterato, umanista e intellettuale raffinato, scomparso quasi otto anni fa. A lui va il merito di aver raccontato, prima di tutti, la storia di questa città. Molte delle epigrafi qui riportate (anche quelle oggi perdute) sono state da lui raccolte in una pubblicazione, citata in bibliografia. Concludo con un’epigrafe, che egli stesso fece realizzare ed apporre all’ingresso della sua casa in campagna e che riporta anche nel suo libro: HIC CONSISTO AC MORUM MECO, “Qui mi fermo e mi intrattengo con me stesso”.

    Note

    Per la lettura delle epigrafi si ricorda che, secondo la consuetudine dettata dal sistema Panciera- Krummrey, le abbreviazioni si sciolgono tra parentesi tonde ( ), mentre tra parentesi quadre [ ] si riportano le integrazioni delle lacune nel testo.

    Si ringrazia la signora Adriana De Lorenzis per aver permesso la documentazione e studio dell’epigrafe conservata presso Masseria Palla.

    Bibliografia

    CASARANO Antonio, Una lapide dedicata ad Arnaldo Mussolini (intervista al prof. L. Marrella), «Lo Scirocco», n. 2, 2008, (22).

    FRACASSO Concetta, Gaetano Romano poeta casaranese di fine Ottocento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Lecce, 1994/95.

    GALASSO Giuseppe, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondadori, Milano 1982.

    GRAZIUSO Luciano, PANARESE Emilio, PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    JACOB Andrè, La consécration de Santa Maria della Croce à Casaranello et l’ancien diocèse de Gallipoli, «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», 25, 1988 (147-163).

    Marrella Luigi, Scorrano Luigi, Un inno ed un sospiro. Adele Lupo di Casarano, Barbieri, Manduria 2001.

    PAGLIARA Cosimo, Note di epigrafia salentina, III, in Annali dell’Università di Lecce, Galatina 1973.

    PISANÒ Gino, SCHIAVO Mino, Casarano e Wierich De Daun in una pergamena del 1717, Congedo, Galatina, 1985.

    PISANÒ Gino, La villa suburbana di Matteo D’Aquino. Un prete massone del ‘700 a Casarano, «Presenza taurisanese», Maggio 1993 (6-7).

    PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    SERIO Antonio Sebastiano, Casarano nel Basso Medioevo, Barbieri, Manduria 2020.

    SORRONE Maura, La chiesa madre di Casarano: nuove ipotesi e brevi annotazioni, «Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto», Anno 2, n. 2, 2013 (disponibile online su: https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/03/la-chiesa-madre-di-casarano-nuove-ipotesi-e- brevi-annotazioni/).

    STEFÀNO Leo, S. Maria della Croce (Casaranello). Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento, Grifo, Lecce, 2018.

    VALENTINO Paolo, Canti a vint’anni, Casarano 1998.

    Su Gaetano Romano: http://www.carusa.it/Personaggi/2276

    Dello stesso autore

    https://www.associazionearches.it/usi-e-consuetudini-funerari-nella-cultura-popolare-salentina/

    https://www.associazionearches.it/il-santuario-la-festa-e-il-culto-di-maria-santissima-della-campana-a-casarano/

    https://www.associazionearches.it/le-masserie-del-capo-di-leuca/

    https://www.associazionearches.it/i-riti-della-settimana-santa-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/il-santuario-di-santa-maria-di-leuca-del-belvedere-leuca-piccola-a-barbarano-del-capo/

    https://www.associazionearches.it/finibusterre-ritratto-di-un-salento-dimenticato/

    https://www.associazionearches.it/gli-apiari-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/la-tradizione-della-caremma-nel-salento/

  • Consuetudini e usi funerari nella cultura popolare salentina

    Consuetudini e usi funerari nella cultura popolare salentina

    di Alessio Stefàno

    La morte ieri e oggi

    “Perché gli uomini non sanno più quando devono morire” è il titolo di un articolo Reinhold Köhler, pubblicato nell’ottobre 1881 sul primo volume della rivista «Guida allo studio delle tradizioni popolari». In apertura, lo studioso spiega che «una novellina popolare, che ha in sé stessa un senso profondo, ci racconta perché Dio non volle più far conoscere agli uomini l’ora della loro morte, che essi prima conoscevano». L’autore riporta, così, quattro racconti popolari, provenienti da vari paesi europei. Ecco la versione dell’Isola di Worms, nell’Estonia occidentale:

    «Nei tempi antichi gli uomini sapevano quanto doveano vivere, ed in ragione di ciò regolavano la loro condotta. Un contadino fu pregato dai suoi figliuoli a volerli col consiglio e con le opere aiutare nella fabbrica di una casa nuova. Ma poiché egli sapeva di dover morire nella prossima primavera, si rifiutò, e i figliuoli, soli, non sapendo che si fare, stettero assiderando tutta l’invernata. […] Appena il Signore vide questo, e osservò quanto poco pensiero si dessero gli uomini per l’avvenire, tolse loro la conoscenza dell’ora della loro morte».

    Questa leggenda ci permette di introdurre un argomento che è diventato oggetto di tabù per le moderne società occidentali: la morte e il modo che ha l’uomo di rapportarsi con essa. Oggi non ce ne accorgiamo, ma l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della morte è radicalmente cambiato nel corso del tempo, soprattutto a partire dal Novecento. Il nostro racconto, abbiamo visto, si apre con un’affermazione: «nei tempi antichi gli uomini sapevano quanto doveano vivere».

    Ciò significa che gli uomini di un tempo avevano coscienza di quando dovevano morire: l’uomo veniva avvisato, aveva il tempo di sapere che era giunta la sua ora; altrimenti si trattava di una morte terribile, eccezionale, come accadeva con la peste o la morte violenta. Era così per i cavalieri medievali, per gli eroi della Tavola Rotonda: «Sappiate, disse Galvano, che non vivrò altri due giorni».[1] Non si trattava di qualcosa di soprannaturale, ma piuttosto di segni naturali o di una sorta di “intima convinzione” (Ariès 1998:18-19). Nei romanzi della Tavola Rotonda, la morte era una cosa semplicissima. Quando Lancillotto, ferito, in un bosco deserto, sente che sta per morire, compie tutta una serie di gesti rituali dettati dagli antichi costumi: si spoglia delle sue armi e si sdraia per terra, volgendosi verso Oriente, in modo che la testa sia rivolta verso Gerusalemme.[2]

    Figura 1: Clusone (BG), Oratorio dei Disciplini: Il trionfo della Morte. XV sec. (https://it.wikipedia.org).

    Chi sta per morire ha un rituale ben preciso da seguire e aspetta la morte disteso, possibilmente nella propria casa, nel suo letto. Il primo atto rituale da compiere è il rimpianto della vita, un richiamo agli esseri e alle cose amate; viene poi il perdono degli astanti, che sempre numerosi circondano il letto del moribondo; infine, la preghiera, che è composta da due parti: il mea culpa e la commendacio animae. Solo a questo punto interviene il sacerdote, con l’atto religioso – “ufficiale” – dell’assoluzione; questi poi, alla lettura dei salmi, incensa il moribondo e lo cosparge di acqua benedetta (l’estrema unzione era una pratica riservata esclusivamente ai chierici). Compiuto il rituale, al moribondo non resta che attendere, in silenzio… (Ariès 1998: 21-24).

    La morte è, dunque, una cerimonia, ed è una cerimonia pubblica e organizzata. Il moribondo stesso la presiede e ne conosce il protocollo: se questi non lo rispettava, toccava agli astanti, al medico o al prete richiamarlo all’ordine consuetudinario. Era necessario che i parenti, gli amici, i vicini, fossero presenti nella stanza. Si conducevano anche i bambini. Se pensiamo, oggi, quante precauzioni si prendono per allontanare i bambini da tutto ciò che riguarda la morte… (ivi: 25-26)

    Osserva, ancora, Philippe Ariès: «Il vecchio atteggiamento in cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, indifferente, contrasta troppo con il nostro, in cui la morte fa paura al punto che non osiamo più pronunciarne il nome». Lo studioso chiama questa morte familiare la “morte addomesticata”, la quale differisce totalmente dalla morte di oggi, divenuta “selvaggia” (ivi: 26).

    Un atteggiamento di questo tipo permetteva anche la coesistenza fisica dei vivi e dei morti. Per lungo tempo, infatti – a partire dal Medioevo e fino al XVIII secolo – i defunti erano sepolti in chiesa. Questa consuetudine ha avuto origine nella Tarda Antichità, con le sepolture ad sanctos, ossia presso le spoglie dei martiri. Nel Medioevo si seppellivano i morti sia nella chiesa, sia nello spazio consacrato intorno ad essa, sia sub stillicidio, ossia sotto la grondaia del tetto.Non importava tanto l’esatta destinazione del corpo del defunto, l’individualità della tomba, quanto il fatto che fosse seppellito in terra consacrata (Ariès 1998, pp. 26-31; Chavarrìa Arnau 2009: 171-192).

    Il fatto che i morti fossero sepolti nello spazio consacrato non impedì che questo divenisse un luogo pubblico: «lo spettacolo dei morti, le cui ossa affioravano alla superficie dei cimiteri, come il cranio di Amleto, non impressionava i vivi più dell’idea della propria morte» (Ariès 1998: 33).

    Durante i lunghi secoli trascorsi dal Medioevo al XIX secolo l’atteggiamento di fronte alla morte è radicalmente cambiato. Nasce, nell’uomo, un sentimento diverso: evitare il turbamento e l’emozione troppo forte «causata dall’orrore dell’agonia e dalla semplice presenza della morte nel pieno della vita felice, perché ormai è generalmente ammesso che la vita è sempre felice o deve averne l’aria». Tutto ciò è avvenuto a causa del progresso della medicina. Ecco così che la morte si trasforma da fatto “naturale” in qualcosa di terribile, da combattere e “sconfiggere”. Oggi «la morte è stata scomposta, frazionata in una serie di piccole tappe di cui, in definitiva, non si sa quale sia la morte vera, quella in cui si è perduta la conoscenza, o quella in cui è venuto meno il respiro… Tutte queste piccole morti silenziose hanno sostituito e cancellato la grande azione drammatica della morte» (ivi: 68-70).

    L’antropologo Geoffrey Gorer, nel 1955, nel suo lavoro dall’eloquente titolo The Pornography of Death, osserva che «i processi naturali della corruzione e del decadimento del corpo sono diventati disgustosi, tanto quanto lo erano un secolo fa i processi naturali della nascita e della copulazione» (p. 206). Gorer ha chiaramente dimostrato come la morte sia divenuta un tabù e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto. Se, dunque, «una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii al capezzale del moribondo», oggi gli stessi «sono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell’amore, ma, quando non vedono più il nonno e se ne stupiscono, gli si dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori» (Ariès 1998: 73).

    Se quello appena descritto rappresenta il quadro generale della trasformazione dell’atteggiamento dell’uomo nei confronti della morte, il Salento, così come il resto del Meridione d’Italia, ha conservato fino a tempi anche recenti peculiari consuetudini legate ai rituali funerari.

    L’ultimo addio

    «E’ qui che i salentini dopo morti

    fanno ritorno

    col cappello in testa»

    (Vittorio Bodini, Finibusterrae)

    Nell’immaginario popolare salentino, Sancta Maria de Finibus Terrae ha sempre ricoperto un posto particolare, privilegiato. È qui che i morti – ben vestiti, come nel loro feretro – tornano, prima di passare nell’aldilà. Il gallipolino Ettore Vernole, negli anni Trenta, osservava:

    «Nel Salento il morto si seppellisce completamente vestito, finanche con le scarpe, e nelle campagne vicine sussiste più tenace l’uso di aggiungere il cappello; nella bara si chiude qualche oggetto ch’era caro al defunto, oppure immagini di Santi. Si narra di sogni, controllati spesso da prove inequivocabili, mediante i quali i morti hanno avvertito i superstiti d’essere stati derubati di indumenti o monili funebri per opera di qualche sciacallo in veste umana; e si conchiude che i morti desiderano di conservare, per l’altra vita, il loro ultimo abbigliamento; appunto per questo il loro vestiario è accurato, lindo, tale da essere decoroso quandu lu mortu stae ‘la presenza de Diu»(Vernole 1933: 71).

    Alcuni ricorderanno perfino di sogni in cui il morto chiede particolari oggetti che gli servono nell’aldilà, che vengono poi puntualmente “spediti”, collocandoli nella bara di un altro defunto del paese. Ancora oggi, nel Salento, quando muore una persona, subito nella casa ci si appresta a coprire gli specchi e vengono spalancate le porte, affinché l’anima del defunto non resti “intrappolata” sulla Terra.

    Riporta ancora Ettore Vernole: «Ai piedi del feretro son deposte le Insegne della Confraternita cui il morto era ascritto, e i Fratelloni della Confraternita intervengono al corteo vestiti col sacco rituale dai colori distintivi e col volto coperto dal cappuccio; la processione, col crocifero in testa, s’appressa alla porta della casa del morto, al Crocifisso si fa fare capolino per simboleggiare la visita del Signore misericordioso, e subito dopo si allinea mentre il corteo si forma» (Vernole 1933: 76).

    Usanza ancora ampiamente praticata è, poi, quella del consulu (o dinsule), ossia il far visita ai parenti del defunto portando loro qualcosa da mangiare, usanza che ricorderebbe le àgapi funebri degli antichi greci.

    Fotografare i morti

    È ancora oggi comune trovare nelle abitazioni un angolo (solitamente su una mensola o un mobile), sul quale sono sistemate diverse fotografie di parenti o amici defunti, affiancate solitamente da un lumino e da un vaso di fiori. Ma una pratica un tempo piuttosto diffusa è quella della fotografia post mortem. Questa nasce e si sviluppa nell’Inghilterra Vittoriana, per poi diffondersi presto anche in Italia, in Europa e nel nuovo continente, e cadere in disuso solo intorno agli anni quaranta del Novecento. Il defunto poteva essere fotografato nel feretro, oppure come se stesse dormendo, o ancora simulando attività della vita quotidiana.  Ciò che colpisce, è che spesso corpi esanimi vengono rappresentati come se ancora possedessero un barlume di vita. L’abilità dei fotografi – professionisti e specializzati – consisteva nel restituire vita all’immagine del defunto: era consuetudine ritoccare gli scatti nell’intento di ridare freschezza al volto, o magari luce agli occhi altrimenti vuoti (Orlando 2014: 24; in generale, si veda anche Orlando 2013).

     

     

    Figura 2: Fotografia post mortem di età Vittoriana. La fanciulla, defunta, è ritratta tra i due genitori. Si noti il contrasto tra l’immobilità del corpo, ormai esanime, della fanciulla e le immagini in movimento, sfuocate, dei genitori (https://it.wikipedia.org).

     

     

     

    Qual è la ragione dell’utilizzo di questa pratica? Nel rispondere a questa domanda, molti hanno ricordato che non tutte le famiglie erano dotate di un ritratto dei propri componenti, per cui una fotografia post mortem poteva spesso rappresentare l’unica occasione disponibile per conservare un ricordo, un’unica immagine della persona cara. E spesso questo accadeva con i bambini nati morti o morti in tenerissima età. Ciononostante, la spiegazione appare incompleta, poiché sono documentati molti casi di persone per le quali si conservano un gran numero di ritratti fotografici in vita, ma al momento del loro trapasso viene comunque praticata la fotografia post mortem. Come spiegare, allora, questa “ossessione” – che oggi diremmo morbosa – per questa pratica?

    Ciò ci riconduce al valore antropologico delle spoglie del defunto. Spiega Mirko Orlando: «Il cadavere è un soggetto ambivalente in cui confluiscono forze antitetiche, volte da un lato alla sua conservazione, e dall’altro al suo occultamento. Come residuo organico di una vita ormai concessa ad altri mondi, esso è testimone infausto, ma come residuo, appunto, di un’anima ormai disincarnata, rimane come unico topos di socializzazione dell’estinto. Parliamo anche di una soglia aperta tra due varchi comunicanti: il mondo fenomenico e l’aldilà»(Orlando 2014, pp. 8-9).

    Occorre poi ricordare che, nel culto dei morti, l’immagine possiede un potere ancestrale, che ha lo scopo di garantire al soggetto la sua immortalità. Scrive Hans Belting, «il defunto scambiava il proprio corpo, ormai perduto, con un’immagine attraverso la quale poter restare accanto ai vivi. Solo nell’immagine poteva aver luogo lo scambio con la presenza del defunto. Il mezzo rappresentava il corpo del defunto così come esso era per i corpi dei vivi che effettuavano lo scambio simbolico tra morte e immagine» (Belting 2011, p. 41).

    Figura 3: Anni '20. Ritratto post mortem di un neonato salentino. Collezione privata (è vietata la riproduzione e ogni utilizzo dell'immagine senza il consenso dell'autore).

     

     

     

    Figura 3: Anni ’20. Ritratto post mortem di un neonato salentino. Collezione privata (è vietata la riproduzione e ogni utilizzo dell’immagine senza il consenso dell’autore).

     

     

    Il pianto funebre

    Stendalì: suonano ancora. È il titolo di un documentario del 1960 di Cecilia Mangini e Pier Paolo Pasolini dedicato alla pratica del lamento funebre nella Grecìa salentina. La pellicola, girata interamente a Martano, ricostruisce uno degli ultimi esiti dei riti di lamentazione funebre che sopravvivevano, ancora fino a qualche decennio fa, nel Salento.

     

    Figura 4: Scena del documentario “Stendalì”, di Cecilia Mangini e Pier Paolo Pasolini.

     

    L’antico rituale era molto comune nel Salento; la sua esecuzione avveniva a cura delle prèfiche (o rèpute o chiangimorti), vere e proprie “specialiste” del pianto rituale. La pratica del lamento funebre è già nota in epoche molto remote, soprattutto nell’antica Grecia:se ne ha notizia nei versi di Omero. Alla morte di Ettore la madre Ecuba ricorda l’amore provato per il figlio e ringrazia gli dei per avergli risparmiato lo scempio del corpo:

    E tra loro anche Ecuba iniziò sonoro lamento:

    “Ettore, nel mio cuore il più amato fra tutti i figli,

    anche da vivo tu eri caro agli dei,

    perciò quelli di te si son presi cura ancora, nel destino di morte”.

    (Iliade XIV, vv. 747-750)

    Testimonianza iconografica di questa antica pratica è rappresentata dai grandi vasi dipinti del Maestro del Dipylon o del Pittore di Hirschfeld, datati all’VIII secolo a.C., i quali rappresentano scene di pròthesis (esposizione del corpo del defunto) ed ekphorà (corteo funebre),dove tutta una serie di figure, femminili e maschili, portandosi le mani alla testa, piangono attorno al letto funebre.

     

     

    Figura 5: Scena di prothesis da un’anfora greca del periodo Geometrico (https://it.wikipedia.org)

     

     

     

     

    A Gallipoli – dove la prèfica era chiamata la greca – alla morte d’una giovane puerpera si eseguiva un lamento, riportato da Ettore Vernole (cit, p. 72):

    Quando nasciu sta giovine

    la mammàna scettau l’acqua pe la via,

    passàu na Fata pèrfida

    e nde vagnàu la pudìa:

    disse: c’è masculu, cu majara a la guerra,

    e ci è fèmmana a la lefunìa.

     

    [Quando nacque questa giovane

    La levatrice gettò l’acqua per strada

    Passò una perfida strega

    E le bagnò l’orlo della veste:

    disse: se è uomo, che muoia in guerra,

    se è donna, che muoia durante il puerperio].[1]

    Ancora (ivi, p. 73):

    Quando nasciu sta giovine

    foe nata de vennardia

    e l’acqua ci la sciacquava

    la menàra mienzu la via:

    de ddai passàra tre Fate

    e se vagnara la pudìa…

    la piccicca nde mise lu Fatu,

    aggia murire a la lefunìa…

     

    [Quando nacque questa giovane

    Nacque di venerdì

    E l’acqua con la quale venne lavata

    La buttarono per strada:

    di lì passarono tre streghe

    si bagnarono il bordo della veste…

    La piccola emise il verdetto,

    dovrà morire nel puerperio…]

    Il pianto funebre si caratterizza qui come un vero e proprio rituale magico, legato ai due momenti più critici dell’esistenza: la nascita e la morte (de Martino 2011).

    Sempre a Martano, nel 1954, Alan Lomax e Diego Carpitella raccoglieranno, durante la loro esplorazione etnografica, diverse testimonianze di lamenti funebri in dialetto grìko e romanzo (v. Agamennone 2017: 131-ss).In quella stessa circostanza, Carpitella iniziò, probabilmente, ad intuire le analogie tra due generi di canti: il lamento funebre e la ninna nanna. Essi, infatti, hanno una comune azione “incantatoria”, atta a «favorire il progressivo ottundimento della reattività emotiva e motoria, volta a indurre il lento scivolamento dei bambini nel sonno (ninna nanna), e a lenire l’urto del cordoglio esasperato per la perdita, nel lamento funebre» (Agamennone 2017: 79).

    Il napoletano Giuseppe Ceva Grimaldi, Primo Soprintendente generale degli Archivi e Primo Ministro del Regno delle Due Sicilie, afferma: «Le cantatrici dei lamenti esercitano nelle esequie un ministero essenziale. Esse sedono intorno al feretro avendo in secondo circolo i congiunti: cominciano con l’intuonare una cantilena, ch’è diversa secondo la condizione dell’estinto, ed invitano gli astanti a piangere con loro». L’autore riporta poi un particolare lamento funebre eseguito nella Grecìa salentina in occasione della morte di un giovinetto, strutturato secondo un dialogo tra il padre e il figlio morto, con intermezzi della lamentatrice. Un passo, sebbene originariamente in grìko e tradotto in italiano dall’autore, appare di particolare interesse:

    Il padre: Egli era sul fiore degli anni suoi, nel più bel sole della vita; ed ora va a passare la sua giovinezza sotto una pietra oscura.

    Lamentatrice: o se quella pietra odiata, che forma il pavimento del tempio si spezzasse; e se ritornassero quei giovinetti agli amplessi delle sorelle e dei fratelli!

    È qui da evidenziare un elemento importante: la presenza di una “pietra oscura”, evidentemente la lasta che copre la tomba; questa, a sua volta pare formare «il pavimento del tempio», ossia della chiesa. Questi versi richiamano, in maniera molto chiara, l’uso – già visto in precedenza – di seppellire i defunti nel Medioevo, ossia all’interno e all’esterno degli edifici di culto. Per il Salento, ciò è documentato, in particolare, dagli scavi archeologici nel casale medievale di Apigliano, tra Martano e Zollino, proprio nell’area della Grecìa Salentina (v. Arthur, Bruno 2009). Questo mostra come, più spesso di quanto crediamo, la cultura popolare serbi –a volte velatamente, altre in maniera più evidente – il ricordo di antiche pratiche rituali, oggi ormai perdute e dimenticate.

    Bibliografia:

    Maurizio Agamennone, Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954), Squilibri, Roma, 2017

    Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, BUR Rizzoli, Milano1998 [I ed. 1975]

    Paul Arthur, Brunella Bruno, Apigliano. Un villaggio bizantino e medioevale in Terra d’Otranto. L’ambiente, il villaggio, la popolazione, Regione Puglia, C.R.S.E.C. Le/40, Martano,2009

    HansBelting, Antropologia delle immagini, Carocci, Roma 2013

    Jacques Boulenger (a c. di), Les Romans de la Table ronde, Plon, Paris, 1941

    Giuseppe Ceva Grimaldi, Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d’Otranto nell’anno 1818, Ed. Porcelli, Napoli 1821

    Alexandra Chavarrìa Arnau, Archeologia delle chiese. Dalle origini all’anno Mille, Carocci, Roma, 2009

    Ernesto de Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 2011 [I ed. 1959]

    GeoffreyGorer, La pornografia della morte, «Encounter», ottobre 1955, poi in Death, grief and mourning in contemporary Britain, Doubleday, New York, 1963

    Reinhold Köhler, Perché gli uomini non sanno più quando devono morire, «Guida allo studio delle tradizioni popolari», 1, 1881

    Mirko Orlando, Fotografia post mortem, Castelvecchi, Roma 2013

    Mirko Orlando, Per una teoria generale della fotografia postmortem, «Intersezioni», 2, 2014

    Ettore Vernole, Il paganesimo nel folclore salentino. I funèbri, «Rinascenza salentina», a. II, 1934

    Note

    [1]Il puerperio è definito come il periodo di tempo che inizia subito dopo il parto e termina con il ritorno dell’apparato genitale alle condizioni funzionali pregravidiche. Convenzionalmente dura 6 settimane.

    [1]La Mort d’Arthus, in J. Boulenger, Les Romans de la Table ronde, Plon, Paris, 1941

    [2]La Quete du Sangreal, in Id.

    Dello stesso autore:

    https://www.associazionearches.it/il-santuario-la-festa-e-il-culto-di-maria-santissima-della-campana-a-casarano/

    https://www.associazionearches.it/le-masserie-del-capo-di-leuca/

    https://www.associazionearches.it/i-riti-della-settimana-santa-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/finibusterre-ritratto-di-un-salento-dimenticato/

    https://www.associazionearches.it/gli-apiari-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/la-tradizione-della-caremma-nel-salento/

     

  • Miggiano: un antico borgo del Salento

    Miggiano: un antico borgo del Salento

    di Marco Cavalera (con il contributo di Stefano Cortese)

    Miggiano è una cittadina del basso Salento nota per la presenza di una cripta di età bizantina. Ogni 17 luglio ospitava, ieri come oggi, “una calca di devoti di quella santa martire (Santa Marina)” e, ogni ottobre, un’importante fiera regionale.

    Cappella di Santa Marina.

    La storia ritrovata

    La tradizione orale racconta di rinvenimenti di notevole interesse archeologico, effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, ad opera di studiosi locali dell’epoca come il Maggiulli di Muro Leccese, che aveva in Miggiano diversi possedimenti terrieri. Tuttavia ricostruire le origini più remote di un paese, attraverso l’esclusiva analisi e disamina delle fonti orali e senza il conforto dei dati materiali, può portare ad una visione distorta della sua storia. Risulta molto difficile, infatti, “distinguere una realtà storica sommersa da secoli da abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[1].

    Stralcio della tavoletta I.G.M. (Foglio 223, I N.O., Taurisano), con l’indicazione del centro storico di Miggiano.

    Recentemente, grazie all’impegno e alla passione di alcuni volontari del paese[2], sono venute alla luce numerose testimonianze archeologiche che, unitamente alle poche notizie tramandateci da storici locali e dalla tradizione orale (in particolare dalle persone più anziane, autentici “scrigni” di saperi), si stanno rivelando fondamentali per ampliare le conoscenze che riguardano le più remote fasi del popolamento umano di Miggiano.

    Località Rutti-Sala. Caverna che si apre lungo il versante orografico destro del canale, laddove è stato individuato un sito protostorico (foto 2005).

    Lungo corridoio di accesso ad una casa a corte in Piazza Municipio. 

    Gli studiosi del passato: Giacomo Arditi

    Giacomo Arditi – nel lontano 1879 – scriveva: “[…] Parmi che questo villaggio sia stato iniziato da un misto di coloni provenienti da diversi luoghi, e qui convenuti e stanziati, o per motivi di industria agricola, o per le distruzioni che nel secolo IX, X e parte dell’XI ci apportarono i conflitti dei Greci contro i Saraceni, e dei Normanni contro gli uni e contro gli altri […]. I sepolcri, li scheletri con la moneta in bocca, il vase lagrimale, la lucerna, e la scodella, uso romano e pagano, rinvenuti verso il 1878 appo il trappeto del signor Vernalione, fan balenare l’idea che questo luogo sia stato in tempi ben remoti, o abitato, o teatro di qualche parziale schermaglia delle tante combattute tra Romani e Salentini più che due secoli av. Cristo.

    […] Il 16 ottobre 1480 i Turchi, dopo il sacrificio di Otranto, scorazzando per queste piagge, invasero tra tanti anche Miggiano, e gli rapirono uomini e cose, donne ed infanti: e quattro anni appresso, il 1 giugno 1484, dopo l’eccidio di Gallipoli, patì anch’esso le correrie dei Veneziani. Per la qual cosa ei restò triste e depopolato in modo che nel 1532 contava appena 50 fuochi, 53 nel 1545, 66 nel 1561, 64 nel 1595, 40 nel 1648, e 55 nel 1669”[3].

    Particolare della garitta di Palazzo Vernaleone. Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Cosimo De Giorgi

    De Giorgi, nel 1888, descriveva in questo modo il paesaggio rurale miggianese: “Il paesaggio è ridente e pittoresco. Le linee delle colline e della pianura ondulata armonizzano leggiadramente fra loro e con la vegetazione quasi tutta arborea che circonda il paese. Il terreno è ubertosissimo. I campi sono cinti di siepi di felci, di meliloti, di agave, di crateghi, e sono smaltati del verde smeraldo delle graminacee o variamente colorati dalla flora spontanea. Su questo tappeto variopinto si ergono alberi maestosi di fichi, peschi, albicocchi, mandorli, ulivi, ciliegi, peri, susini, lazzeruoli, confusi tra loro, senza ordine, in modo da sembrare un gran bosco di alberi fruttiferi. L’uliveto invece comincia a specializzarsi nel tratto compreso tra Specchia e Miggiano”[4].

    Paesaggio rurale tra Miggiano e Specchia. 

    Dai documenti antichi

     L’etimologia del toponimo Miggiano è di origine incerta. Le Rationes Decimarum, n. 1493, riportano – tra le decime della Diocesi di Otranto – il toponimo Meyanum[5].

    Un documento del 1548 (Platea della Contea di Castro, pp. 128 ss.), custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), menziona in Casali Migiani una turris magna, un trappeto ipogeo e delle mura forse pertinenti un edificio fortificato.

    Antica porta di accesso occidentale (via Lago). Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Vico Barone Vernaleone.

    Un bene prezioso: l’acqua

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località  Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che l’acqua abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dalla Protostoria, si sono stanziati in questo comprensorio[6]. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”[7].

    Nel centro abitato invece l’acqua potabile – secondo Arditi – si trovava “alla profondità media di 20 metri” e non era sempre sufficiente ai bisogni della popolazione. De Giorgi, all’interno del paese, censiva tre pozzi ubicati: sulla via per Taurisano, in via Scalella e nel giardino Cacciatore, profondi rispettivamente 30, 32 e 29 metri[8]. Un quarto pozzo, non menzionato dallo studioso salentino, si trovava sulla piazza principale di Miggiano[9].

    L’area a nord e ad ovest di Miggiano, confinante con i comuni di Ruffano e Specchia, è di frequente interessata da allagamenti a seguito di prolungati periodi di pioggia. Questo settore di territorio, infatti, occupa un’area depressa nella quale confluiscono le acque di scorrimento superficiale provenienti dai punti più elevati che bordano il comune di Miggiano[10]. I modesti corsi d’acqua convergono in località Paduli e Mila, dove sono presenti alcuni inghiottitoi naturali (cosiddette vore) che assorbono in parte le acque superficiali.

    Località Macchie (Miggiano). Ruscello a regime pluviale (foto febbraio 2018). 

    Palude in località Paduli (foto febbraio 2018).  

    Località Mila (Miggiano). Allagamento di un ampio settore di territorio a seguito di un prolungato periodo di pioggia (dicembre 2005).

    Miggiano nel Medioevo

    In località Pozzelle (Miggiano) è stata segnalata un’area di frammenti fittili, pertinente un casale di piccole dimensioni abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel 2015 è stata rinvenuta, da chi scrive e da Vito Lisi, che l’ha segnalata alla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, una probabile punta di freccia in selce di età neolitica, la cui presenza pone degli interrogativi sulla frequentazione prei-protostorica dell’area.

    Località Pozzelle (Miggiano). Area dell’insediamento medievale visto da sud (foto aprile 2008). 

    Ceramica dipinta a bande rosse di XV-XVI secolo è stata rinvenuta anche nel centro storico di Miggiano. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio diruto) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”.

    Scorcio del centro storico, poco distante dal luogo di rinvenimento della ceramica basso medievale e moderna. 

    La chiesa di San Vincenzo[11]

    Intitolata al santo patrono Vincenzo, la chiesa madre di Miggiano ha origini cinquecentesche, con ampliamenti effettuati soprattutto tra il XVIII-XIX secolo.

    La facciata si presenta dalle linee semplici, con il corpo centrale di fabbrica leggermente aggettante e a sua volta sormontato da un timpano triangolare.

    Prospetto esterno della chiesa di San Vincenzo, santo patrono della Città (foto di Stefano Cortese).

    L’interno è scandito in tre navate con degli altari nelle cappelle laterali e nel profondo transetto. Di rilievo la tela, posta nel transetto, di san Vincenzo di Saragozza, del pittore neretino Antonio Donato D’Orlando e datata 1616, così come recita l’iscrizione votiva in basso a sinistra.

    Tela di san Vincenzo di Saragozza del 1616 (foto di Stefano Cortese). 

    Altre tele di rilievo sono la Madonna di Costantinopoli e una Vergine Immacolata, entrambe del XVII secolo. I recenti lavori di restauro infine, hanno consentito di traslare l’altare del transetto e mettere in luce l’affresco riproducente l’albero di Jesse.

    Tela della Madonna di Costantinopoli (foto di Stefano Cortese).

    Contributo tratto da:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Edizioni Dell’Iride, Tricase (Le) 2009. 

    Ringraziamenti

    Per la redazione di questo breve contributo desidero ringraziare i sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra e i soci dell’Associazione Culturale di Miggiano “Medianum – Terra di Mezzo”. Grazie alla loro sensibilità al recupero delle tradizioni antiche del paese è stato possibile effettuare il censimento dei siti ad interesse storico presenti nel territorio di Miggiano.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    Bibliografia

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Saraceni, schiavi e il Salento, in  Fiorillo R., Peduto P. (a cura di) III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, pg. 443, Firenze, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, pp. 135-164, Brindisi, 1975.

    Marzano V.S., Piccole realtà del Sud Salento. 1860-1915, Lucugnano (Le), 2004.

    Sansò P., Selleri G., Il paesaggio fisico del Bosco Belvedere, in Arthur P., Melissano V. (a cura di) Supersano. Un paesaggio antico del basso Salento, pp. 15-19, Galatina (Le), 2004.

    Note

    [1] Arthur 2003, pg. 443.

    [2] Un particolare ringraziamento va all’impegno dei sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra dell’Associazione socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo.

    [3] Arditi 1879, pp. 355-357.

    [4] De Giorgi 1888.

    [5] Marinelli 1975, pg. 155.

    [6] In località Rutti-Sala, l’incisione del canale si approfondisce di circa 15 metri rispetto al territorio circostante. Le cavità e i ripari sottoroccia presenti nel suo versante occidentale sono stati frequentati dall’età protostorica a quella moderna.

    [7] De Giorgi 1922, pg. 279.

    [8] De Giorgi 1922, pp. 279-280.

    [9] Marzano 2004, pg. 15.

    [10] Il settore nord-occidentale di Miggiano presenta analoghe caratteristiche geomorfologiche del territorio di Supersano, per il quale è stato condotto di recente uno studio in tal senso (Sansò, Selleri 2004, pp. 15-19).

    [11] A cura di Stefano Cortese.

  • DA “CELLINI” AD ANDRANO: FONTI STORICHE ED EVIDENZE ARCHEOLOGICHE

    DA “CELLINI” AD ANDRANO: FONTI STORICHE ED EVIDENZE ARCHEOLOGICHE

    Marco Cavalera – Nicola Febbraro

     “CELLINI”: FONTI STORICHE.

    Le notizie riguardo alle origini di Andrano sono esigue e non offrono molte informazioni utili alla ricostruzione dell’antica storia del paese.

    Secondo la tesi di Cepolla – riportata da Arditi – Andrano sarebbe stato edificato dai Cretesi[1]. Sulla base di questa tradizione storica si è stratificata nel tempo la leggenda di uno sbarco sulle coste andranesi, a seguito di un naufragio, di un gruppo di pescatori greci che fondarono il casale di Feronzo. Questi, in una fase storica non precisata, si sarebbero trasferiti nell’entroterra, in un luogo più sicuro, fondando il casale denominato “Cellini”, dal quale avrebbe tratto origine l’odierna Andrano[2].

    La tradizione storiografica, riguardo alla cronologia dei suddetti eventi, è discorde. Secondo Arditi il casale di “Cellini” venne distrutto dai Vandali nel V sec. d.C. e sulle sue rovine sorse Andrano[3]. Il Cieco da Forlì ritiene che “Cellini” sia sorto nel 650 d.C.; altri studiosi, invece, convengono per una datazione posteriore, da riferire al tempo delle invasioni dei Saraceni nel Salento (IX-X sec.)[4].

    Di questo antico casale – che sorgeva circa 600 metri ad est dall’odierno centro urbano – non è rimasto più nulla e sui suoi resti sono state edificate tre costruzioni rurali a secco (pajare), una delle quali, secondo la tradizione orale, sarebbe una “chiesetta”. Alcuni reperti archeologici, quali “lucerne, vasi ed altre imprecisate anticaglie”[5] pertinenti questo sito, sono stati raccolti dal barone Filippo Bacile e sono custoditi presso il Museo Archeologico di Taranto. Don Giacomo Pantaleo scriveva della presenza, a “Cellini”, di “sepolcri precristiani”[6] scavati nel banco roccioso affiorante.

    La tradizione orale, a tal proposito, ricorda che quelle antiche sepolture si caratterizzavano per la presenza di un embrice che copriva il volto del defunto. Si tratta di un particolare rito funebre che permette di escludere la loro attribuzione cronologica all’età iapigio-messapica.

    Boccadamo menziona “Cellini” tra i feudi e i casali disabitati appartenenti alla Contea di Castro. Secondo lo studioso “la sua scomparsa risale a tempi remoti, ma non si sa nulla della sua storia ed importanza. Sono state fatte molte affermazioni ed ipotesi, ma del tutto gratuite. Solo i numerosi reperti archeologici di Cellino, se accuratamente raccolti e studiati, avrebbero potuto dare utilissime indicazioni”[7].

    Elaborare delle ipotesi riguardo alle più remote origini di un paese attraverso l’esclusiva analisi delle fonti storiche, senza il supporto di dati archeologici, potrebbe rivelarsi fuorviante e rendere difficile “la distinzione tra una realtà storica sommersa da secoli da: abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[8].

    “CELLINI”: EVIDENZE ARCHEOLOGICHE.

    “Degno di nota mi par il punto appellato Cellino, che resta a circa 600 metri dall’abitato (Andrano) verso levante, dov’è fama tradizionale e persistente che con quel nome esisteva l’antico paese, sostenuta e constatata dai rottami di una vecchia chiesa, dai sepolcri di forma pagana e vetusta, lucerne, vasi, ed altre anticaglie, che vi si rinvennero e più scarsamente si rinvengono ancora”[9]. Nel novembre del 2007 – prendendo spunto da quanto riferito da Arditi – è stata effettuata una ricerca di superficie che ha interessato la località “Cellini”, ubicata nel territorio del Comune di Diso a breve distanza da quello di Andrano (fig. 1)[10]. La ricognizione ha permesso di individuare un’area di frammenti fittili ampia circa un ettaro (fig. 2).

    fig-1-stralcio-delligm-f-223-i-ne-tricase-con-la-localizzazione-del-sito-di-cellini

    Fig. 1: stralcio dell’I.G.M. (F° 223, I NE, Tricase) con la localizzazione del sito di “Cellini”.

    fig-2

    Fig. 2: “Cellini”. Insediamento di età romana visto da nord-est, con sullo sfondo la grande pajara.

    L’area che ha restituito la massima concentrazione di frammenti ceramici è stata individuata in un fondo incolto che si caratterizza per la presenza di una costruzione trulliforme in pietra a secco, di ragguardevoli dimensioni ma in cattivo stato di conservazione a causa della vegetazione spontanea che ne ha intaccato in modo quasi irreversibile la struttura.

    Il materiale ceramico rinvenuto consta di numerosissimi elementi architettonici (tegole e coppi ad impasto chiaro) e di frammenti relativi a vasellame da mensa, a contenitori da trasporto e da magazzino. Si tratta, nello specifico, di frammenti di ceramica: comune acroma, da fuoco, a pasta grigia, terra sigillata africana ed italica (fig. 3)[11], africana da cucina (fig. 4) e dipinta (a bande strette, brune e rosse, e larghe brune)[12]; sono presenti – inoltre – anfore da dispensa che presentano, talvolta, la cosiddetta decorazione a pettine (Late Roman Amphora 2, fig. 5) e grandi contenitori (dolia).

    fig-3-frammenti-di-terra-sigillata-rinvenuti-a-cellini

    Fig. 3: frammenti di terra sigillata rinvenuti a “Cellini”.

    fig-4-frammenti-di-ceramica-africana-da-cucina-dal-sito-di-cellini

    Fig. 4: frammenti di ceramica africana da cucina dal sito di “Cellini”.

    fig-5-frammenti-di-late-roman-2-con-la-c-d-decorazione-a-pettine

    Fig. 5: frammenti di Late Roman Amphora 2, con la cosiddetta decorazione a pettine, rinvenuti a “Celllini”.

    Fra gli elementi architettonici sono da annoverare anche dei blocchi calcarei squadrati riutilizzati in muri a secco che delimitano il fondo o adagiati al suolo lungo un’antica strada rurale che fiancheggia a nord-est l’area di frammenti fittili (fig. 6).

    fig-6-strada-rurale-che-fiancheggia-a-nord-est-il-sito-di-cellini

    Fig. 6: antica strada rurale che fiancheggia a nord-est l’insediamento di “Cellini”.

    La scarsità di resti architettonici suggerisce che a “Cellini” venisse utilizzata una tecnica edilizia piuttosto povera che prevedeva l’impiego, per queste modeste abitazioni, di calcare locale e di “tufina” (calcarenite ridotta in polvere) che, impastata con acqua, fungeva da legante.

    Tra i manufatti fittili rinvenuti quelli che rivestono una maggiore importanza, dal punto di vista cronologico, sono i frammenti di terra sigillata africana ed italica, di età medio-tarda imperiale (II/VI secolo d.C.). La presenza di frammenti di ceramica a pasta grigia rimanda ad una frequentazione dell’area da riferire all’età tardo repubblicana (II/I secolo a.C.), fase in cui questa classe ceramica era particolarmente diffusa. I frammenti di ceramica africana da cucina rinviano ad un orizzonte cronologico compreso tra la seconda metà del II e gli inizi del III secolo d.C. All’età medievale – invece – sono da riferire i due frammenti di ceramica dipinta a bande strette e larghe (VII-XV sec.).

    Il rinvenimento di alcuni frammenti relativi a grandi contenitori documenta l’esistenza di strutture adibite a deposito di derrate alimentari, che in un insediamento rustico di età romana erano adiacenti a quelle di carattere residenziale. La presenza di queste ultime è attestata dalla gran quantità di terra sigillata africana ed italica (vasellame di pregio utilizzato generalmente dal dominus della villa e dalla sua famiglia) e di ceramica da dispensa e da fuoco rinvenute a “Cellini”.

    Il materiale fittile – per concludere – potrebbe essere riferito ad un’epoca compresa tra l’età tardo repubblicana e quella medievale, anche se la sua frammentarietà e la carenza di reperti diagnostici non permettono di essere precisi, ancor più in assenza di indagini stratigrafiche.

    Immediatamente a NO dall’area in oggetto è stata individuata una cisterna a sezione quadrangolare, scavata nelle formazioni calcaree, profonda 50 cm. e con le pareti intonacate. Attiguo ad essa vi è un pozzetto, la cui imboccatura è pressoché circolare con un diametro di 50 cm., profondo 40 cm. Riguardo alla natura e alla cronologia delle cavità in oggetto non si può dire nulla di certo. Non è raro rinvenire simili strutture nei pressi di insediamenti d’età romana. La loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere riferita ad epoche più recenti ed attribuita alla civiltà contadina.

    CONCLUSIONI.

    L’insieme dei dati a disposizione documenta la presenza, a partire dall’età tardo repubblicana, di un piccolo insediamento rustico a carattere agricolo.

    Due ulteriori aree di frammenti fittili d’età romano imperiale (III/VI secolo d.C.), relative a fattorie di medie dimensioni, sono state individuate lungo la Strada Provinciale che collega Depressa a Castiglione d’Otranto[13] e nel territorio di Vitigliano[14].

    Si tratta di insediamenti rustici distribuiti lungo l’itinerario di un’importante arteria viaria: la via ‘Sallentina’ (fig. 7)[15]. Questa, a partire dall’età messapica, collegava Taranto a Vereto (attraversando i centri abitati di Manduria, Nardò, Alezio ed Ugento) da dove proseguiva verso Otranto passando da Vaste. Uggeri, sulla base di una tradizione storica tramandataci da Plinio, ipotizza – riguardo al tracciato della via ‘Sallentina’ che insiste sugli attuali territori di Andrano, Diso, Ortelle e Vaste – un percorso il “cui andamento di massima si può riconoscere nella strada campestre, delimitata da muri a secco, che corre ad ovest dello stradale per Andrano e per Diso, fiancheggiando la masseria del Pino e la Fiusca e poi Ortelle, che ha attratto la viabilità di questa zona. Lo stradale moderno tra Ortelle e Vaste interseca più volte la vecchia strada, che aveva andamento serpeggiante. Si entrava così a Vaste dalla porta rivolta a sud […]”[16].

    La strada messapica, il cui tracciato si manteneva più interno per lambire la città di Vaste, è stata integrata – nel corso del IV sec. d.C. – con un’arteria che, staccandosi dalla precedente nei pressi dell’odierno centro abitato di Depressa, giungeva ad Otranto. Il percorso paracostiero di quest’ultima, che toccava Castro e tutti i porti vitali sulla via per l’Oriente, partendo da Depressa proseguiva verso “contrada Sassani” passando di fronte “alla Madonna dell’Artica presso Andrano”; la strada lambiva poi l’insediamento rustico di “Cellini” e puntava “quindi per Marittima, che si è sviluppata lungo il suo andamento ondulato. Lo stradale prosegue per il convento di San Francesco, il Casino e Castro Superiore, l’antico Castrum Minervae […]”[17]. Lo scalo di Castro, in età imperiale e tardo antica, rivestì un ruolo molto importante per la rete di insediamenti che, ubicati nel suo entroterra, sembrano aver raggiunto ora l’apice della loro prosperità. Fra essi vi è il sito di “Cellini”, ubicato a circa 5 km dal porto di Castro, servito anch’esso, come visto, dalla via ‘Sallentina’.

    fig-7-viabilita-salentina-in-eta-romana-uggeri-1983

    Fig. 7: viabilità salentina in età romana (Uggeri 1983).

    La presenza dell’approdo e dell’importante arteria viaria permetteva agli insediamenti rustici di trarre benefici dalle principali correnti del traffico commerciale di ambito mediterraneo. Una conferma a ciò proviene dal rinvenimento a “Cellini” di anfore commerciali (del tipo definito Late Roman Amphora 1 e 2), destinate al trasporto di olio e vino, provenienti dalle isole dell’Egeo e di ceramiche di produzione africana (terra sigillata e ceramica da cucina).

    L’insieme delle evidenze archeologiche, riguardo alle fasi finali di “Cellini”, documenta che l’abbandono del sito sia da riferire al VI sec. d.C. Si tratta di un destino che accomuna quasi tutti gli insediamenti rustici di età tardo romana, a seguito delle difficoltà politiche ed economiche dovute al crollo dell’Impero Romano d’Occidente (V sec. d.C.) ed agli effetti della guerra greco-gotica (535-553) che sancì la riconquista bizantina della penisola salentina ad opera di Giustiniano. I Bizantini, dopo il collasso della forte autorità centrale di Roma, operarono una riorganizzazione amministrativa del territorio. Nuovi modelli insediativi – infatti – caratterizzano il periodo compreso fra il VI ed il VII sec. d.C., quando compaiono numerosi insediamenti in aree che non hanno restituito tracce relative a precedenti abitati[18].

    La presenza a “Cellini” di rari frammenti fittili attribuibili all’età medievale attesta la sporadica frequentazione del sito anche durante questa fase alla quale – verosimilmente – occorre rifarsi per ricostruire le più antiche vicende del vicino centro abitato di Andrano.  Il suo sviluppo urbanistico, infatti, ha raggiunto il suo apice nell’erezione del castello, le cui più antiche fasi sono da riferire al IX secolo.

    Contributo pubblicato nella miscellanea “Januae. Ricerche e studi salentini” (II ed.), a cura di Martella R., Tricase, 2011, pp. 121 – 132.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta degli autori, è vietata. 

    NOTE

    [1] Arditi 1879.

    [2] Rizzo 2004.

    [3] Arditi 1879.

    [4] Marti 1931; Pantaleo 1978.

    [5] Pantaleo 1978.

    [6] Pantaleo 1978.

    [7] Boccadamo 1983.

    [8] Arthur 1997.

    [9] Arditi 1879.

    [10] La prospezione di superficie è stata effettuata nell’ambito del Progetto di Servizio Civile della Pro Loco di Andrano denominato “Le tradizioni in Puglia. Itinerari turistico-culturali, Provincia di Lecce”, che ha previsto il censimento, la catalogazione e lo studio delle strutture in pietra a secco presenti nel territorio di Andrano. Si ringraziano il presidente della Pro Loco di Andrano – dott. Giuseppe Urso – e il segretario ed Operatore Locale di Progetto – sig. Antonio Fracasso –  per la disponibilità alla divulgazione dei dati qui presentati.

    [11] Lo studio particolareggiato di questa classe ceramica ha avuto inizio nel XIX secolo ed ha portato – grazie alle differenze nella tipologia delle forme vascolari e delle loro decorazioni (a rotella, a matrice, a stampo, ecc.) unitamente al differente livello tecnico che caratterizza la produzione (ad es. i diversi gradi di depurazione dell’argilla, l’uso di vernici più o meno liquide e lisce, la presenza di pareti più o meno sottili, ecc.) – all’individuazione di vari tipi (A, A/D, C, D, C/E, E) e sottotipi (ad es.: A1, A2, C1, C2, D1, D2) oltre che all’esatta localizzazione dei luoghi di produzione. Questi ultimi sono dislocati lungo le coste dell’Africa settentrionale e, in particolare, in Tunisia. Le prime produzioni di terra sigillata africana risalgono alla II metà del I sec. d.C. (età Flavia) e si impongono, in tutti i porti del Mediterraneo, a partire dal II-III sec. d.C., con il tipo A. La presenza dei prodotti ceramici africani, in tutti i mercati mediterranei, è una diretta conseguenza del peso economico-produttivo che le province hanno rivestito durante l’età imperiale. Le naves onerariae (grandi navi commerciali) partivano dalle coste dell’Africa settentrionale cariche di generi alimentari (olio, grano, pesce salato e i suoi derivati – fra i quali delle conserve di pesce come il garum – ecc.), di schiavi, di fiere e del vasellame in terra sigillata africana considerato come merce “parassitaria” (di secondaria importanza). L’apogeo delle importazioni dall’Africa Proconsolare e con esse della terra sigillata africana si raggiunge dal IV alla metà del V sec. d.C. (tipo C e D). L’invasione e la dominazione vandalica dell’Africa settentrionale (440 – 540 d.C.) non hanno comportato l’interruzione dell’attività delle sue officine artigianali. Questa ultima si è protratta sin dopo la conquista bizantina, avvenuta nel corso del VI secolo. I prodotti ceramici di terra sigillata africana non giungeranno più, a partire dalla seconda metà del V sec. d.C., nei mercati del Mediterraneo orientale (conquistati dalle più economiche ceramiche di: Focea, Pergamo, Cipro ed Egitto). Il flusso verso il Mediterraneo occidentale, invece, si protrae (tipo D) sino al VII sec. d. C., quando avviene l’invasione araba dell’Africa (647 – 698 d.C.). Contestualmente alla fine del potere bizantino, nel territorio africano, termineranno sia i suoi rapporti commerciali con l’occidente che la produzione di terra sigillata africana (Gandolfi 1994).

    [12] La ceramica dipinta a bande larghe caratterizza la produzione vascolare alto medievale (VII-XII sec.), mentre quella a bande larghe è tipica del basso Medioevo e dell’età rinascimentale (metà XII-XVI sec). In entrambi i casi la decorazione presenta generalmente i colori: rosso, bruno scuro e nero. I loro luoghi di produzione,  nel Salento meridionale, erano Ugento (come dimostra il rinvenimento di scarti di fornace, relativi a questa classe ceramica, in località Priore) e Cutrofiano (in località Badia è stato identificato un centro di produzione di ceramica dipinta).

    [13] Mastria e Nuzzo 2007.

    [14] Auriemma 2004.

    [15] Con il termine convenzionale di via ‘Sallentina’ – in mancanza di fonti antiche – gli studiosi hanno indicato l’itinerario più lungo che ha interessato l’omonima penisola nell’antichità. Si tratta di una strada paralitoranea che da Taranto giungeva ad Otranto passando per Vereto (poco distante dal Capo Iapigio), attraversando la subregione che gli antichi consideravano abitata dai Sallentini. Questa via costituiva il naturale prolungamento della via Appia. Alcuni studiosi – erroneamente – l’hanno ritenuta una continuazione della via Traiana, assegnandole questa denominazione. Non vi è – tuttavia – alcun contatto diretto tra le due strade essendo le stesse unite dalla via Traiana ‘Calabra’. La sua principale funzione, in età romana, fu quella di collegare il porto di Otranto con la via Appia, in alternativa alla corrispondente navigazione di cabotaggio. Strabone, a tal proposito, riteneva più conveniente il percorso terrestre: questo tratto di costa salentina – bassa, sabbiosa e ricca di secche – scarseggiava, in effetti, di strutture portuali. La Tabula Peutingeriana è l’unica fonte antica dalla quale è possibile ricavare lo sviluppo complessivo della via ‘Sallentina’. Questo dato suggerisce che la via in oggetto fosse entrata a far parte del cursus publicus ed inserita nei documenti ufficiali del servizio postale romano solo a partire dal IV secolo d.C. Le stazioni della via ‘Sallentina’ sono: Taranto, Manduria, Nardò, Alezio, Ugento, Vereto, Castro e Otranto per un percorso complessivo di 109 miglia (circa 161,5 Km). Il tracciato della via ‘Sallentina’ in età imperiale differiva rispetto a quello messapico nel tratto Vereto-Otranto. Nel primo – infatti – ci si avvaleva della variante per lo scalo di Castro, in un percorso che congiungeva tutti i porti vitali sulla via per l’Oriente. Nel secondo – invece – l’importante città messapica di Vaste, stazione intermedia verso Otranto, rendeva il percorso più interno ed occidentale (Uggeri 1983).

    [16] Uggeri 1983.

    [17] Uggeri 1983.

    [18] Arthur 1997.

    BIBLIOGRAFIA

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto”, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in Età bizantina, in Gelichi S. (a cura di), I Congresso Nazionale di Archeologia medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze, 1997.

    Arthur P., Melissano V., Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina, 2004.

    Auriemma R.,  Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004.

    Boccadamo V., Marittima. Ambiente e storia, Galatina 1983.

    Coluccia F., Parleranno le pietre… Testimonianze di vita andranese, Tricase, 1998.

    Gandolfi D., La produzione ceramica africana di età medio e tardo imperiale: terra sigillata chiara e ceramica da cucina, in Lusuardi Siena S. (a cura di) Ad Mensam. Manufatti d’uso da contesti archeologici fra Tarda Antichità e Medioevo, pp. 127-151, Udine, 1994.

    Marti R., Estremo Salento, Lecce, 1931.

    Mastria F., Nuzzo F., Ricognizione archeologica del territorio di Depressa, in Martella R. (a cura di) Januae. Ricerche e studi salentini, Tricase, 2007, pp. 75-92.

    Pantaleo G., Dall’antica Cellino all’odierna Andrano, Galatina, 1978.

    Rizzo A., Andrano e il suo Castello: origini e storia, in Cerfeda F.G., Coppola S., Moscatello L. (a cura di) Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento, pp. 341-378, Alessano, 2004.

    Uggeri G., La viabilità romana nel Salento, Bari, 1983.

  • La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    di Marco Cavalera

    La cappella di Sant’Eufemia

    La cappella di Sant’Eufemia si trova nell’omonima località (Comune di Specchia), presso un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano (fig. 1).

    Fig. 1 – cappella di Sant’Eufemia (esterno). 

    La struttura ha una pianta longitudinale (15,30 x 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, rivolta ad Oriente.

    L’edificio è stato costruito riutilizzando conci e colonne in pietra leccese provenienti dal casale di Grassano[1] (fig. 2).

    Fig. 2 – blocchi di riutilizzo nella struttura muraria della cappella. 

    L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce patente inserita in un cerchio[2] (fig. 3).

    Fig. 3 – croce patente sul lato sud della cappella. 

    L’interno è suddiviso in tre navate delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto (fig. 4). Le campate sono irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa sia nella distanza tra le colonne che hanno diverse circonferenze. A seguito degli ultimi restauri, nell’abside a catino è stato collocato un sobrio altare di pietra leccese, costituito da un monolite e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente[3].

    Chiesa di Sant'Eufemia. Interno

    Fig. 4 – cappella di Sant’Eufemia (interno). 

    La Cappella fu descritta da Monsignor Tommaso De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711: […] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […][4].

    Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside[5].

    Lo scavo archeologico

    Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha messo in luce un piccolo cimitero con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio. Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo[6] – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte[7].

    Il casale di Grassano

    Rinvenimenti fortuiti di monete di diverse epoche, di alcune colonne sepolte e di frammenti di ceramica[8] indiziano la presenza di un casale di età tardo repubblicana ed imperiale (I sec. a.C./VI sec. d.C.), denominato Grassano[9].

    Secondo alcuni storici il toponimo, riportato dal Catasto Onciario della Terra d’Otranto del 1755, deriverebbe da Crassus, cognome della gens Licinia. Nel Salento, infatti, molti nomi locali derivano da antichi gentilizi romani in ius, che nella gran parte dei casi terminano in ano. Il casale dista circa 1 km da Lucugnano il cui toponimo – a questo punto – potrebbe anche derivare dal gentilizio Licinius[10]. È tuttavia difficile accettare l’ipotesi che si tratti di un accampamento militare costruito dal celebre Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), membro del I Triunvirato (60 a.C.) insieme a Pompeo e Cesare, proconsole in Siria dal 54 a.C. e promotore della guerra contro i Parti.

    È più plausibile ipotizzare un’area di frammenti fittili riferibile ad un insediamento rustico di età romana (tardo repubblicana e imperiale) con una continuità di vita fino al Medioevo, quando i suoi abitanti abbandonarono il sito e si trasferirono nei centri vicini: Specchia, Lucugnano e Miggiano.

    La località ha subìto una estesa urbanizzazione che non permette di indagare sistematicamente l’area e di integrare i pochi dati (per lo più orali) a disposizione.

    A 500 metri a sud-ovest dal sito di Grassano, al confine tra il Comune di Miggiano e quello di Specchia, è attestato da documenti notarili e dalla tradizione locale il toponimo Campo Romano, che potrebbe indicare una frequentazione in età romana del territorio.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    NOTE: 

    [1] Penna 1995, p. 52; Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [2] http://www.specchia.it.

    [3] Penna 1995, pp. 54-57.

    [4] Penna 1995, p. 48.

    [5] De Giorgi 1975, p. 130.

    [6] Si tratta di fibbie, borchette decorative di cintura e placchette bronzee a forma di rosetta (Penna 1995, p. 58).

    [7] Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [8] In particolare anfore (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica. I manufatti fittili e le monete raccolte durante i sopralluoghi sono stati consegnati alle autorità competenti e sarebbero conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Taranto. Si ringrazia il prof. Antonio Penna per la preziosa informazione.

    [9] Penna 1995, pp. 62-63.

    [10] Etimologia avanzata dalla studiosa A. Marinelli (Marinelli 1986, pp. 135-164).

    BIBLIOGRAFIA:

    Bertelli G., La Chiesa di S.Eufemia a Specchia Preti, in Bertelli G. (a cura di) Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004, pp. 276-277.

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia e Montesano Salentino (clicca qui), Tricase 2009.

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio (clicca qui ), Tricase 2014.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, Lecce 1922, pp. 279-280.

    De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Vol. II, rist. anast. Lecce 1975.

    La Porta M.T., Note sui toponimi in -ano della ‘Calabria’ romana, in Marangio C. (a cura di) La Puglia in età repubblicana, Galatina 1988, pp. 233-247.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, Brindisi 1975, pp. 135-164.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br) 1995, pp. 45-65.

    Penna A., Chiese e palazzi di Specchia, Tricase (Le) 2014, p. 120.