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  • Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    di Nicola Febbraro e Marco Cavalera

    Le grandi Specchie nel Salento. Premessa

    Il termine specchia[1], in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificate.

    Fig. 1 – Specchia Silva nel territorio di Taurisano.

    Numerosi sono gli studiosi che, a partire dal XIX secolo, si sono interessati al fenomeno delle grandi specchie, molte delle quali sono state nel tempo smantellate[2].

    Gli studi degli storici

    De Giorgi – che ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir – ne ha censite, in Terra d’Otranto, 143[3]. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo[4].

    Jatta – i cui studi sono da riferire agli inizi del XX secolo – considerava le grandi specchie dei monumenti d’età storica. Lo studioso è stato il primo ad effettuarne una distinzione cronologica e funzionale in piccole e grandi specchie, intendendo in questo ultimo caso quelle il cui diametro poteva raggiungere i 35 metri e la cui altezza era compresa, generalmente, fra i 15 e i 20 metri. Jatta – infatti – ha ritenuto che le grandi specchie siano state edificate a scopo sia difensivo che di controllo del territorio. Riguardo alle piccole specchie – invece – lo studioso ha ipotizzato che si sia trattato di monumenti eretti a scopo funerario[5].

    Drago – nel corso degli anni ’40 del secolo scorso – riprese la teoria, proposta da Jatta, secondo la quale occorreva fare una distinzione, dal punto di vista cronologico e funzionale, fra piccole e grandi specchie. Lo studioso procedette allo scavo di tre grandi specchie e di diverse piccole specchie. Dallo scavo delle prime non emersero né ossa umane né manufatti, motivo per cui giunse alla conclusione che non si trattava di monumenti funerari. Lo studioso, a proposito delle piccole specchie, ha osservato che la loro diffusione riguarda tutta la Puglia mentre le grandi specchie sono ubicate esclusivamente nel Salento. Drago – nel 1941 – ha scavato undici piccole specchie (i cui diametri oscillavano fra i 15 e i 30 metri e le cui altezze non superavano i 2-2,5 metri) situate in territorio di Vernole (Le). Lo scavo permise di individuare delle celle dolmeniche con dromos (corridoio) di accesso al cui interno vi erano delle sepolture e dei reperti archeologici: frammenti ceramici ad impasto, manufatti in selce ed in bronzo, frammenti di ossa umane (talvolta bruciate) ed alcuni resti ossei pertinenti ad un fanciullo e ad un individuo adulto rannicchiato. Tali monumenti sono stati attribuiti all’età del Bronzo (II millennio a.C.)[6].

    Neglia, a proposito dell’originaria funzione e cronologia delle grandi specchie, è giunto alla conclusione che si tratta di apprestamenti difensivi di età messapica (I millennio a.C.). Lo studioso, a tal proposito, ha osservato che alcune di esse sono disposte in cerchio attorno ad alcuni centri messapici (Rudiae, Ceglie, Ugento e Oria) a mo’ di anello difensivo avanzato rispetto alla linea delle fortificazioni[7].

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale[8]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni (Manduria) conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[9].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente[10].

    Fig. 2 – ruderi della Specchia Torricella (Supersano). Foto del 24 marzo 2009. 

    Le ipotesi avanzate riguardo ad un’esatta definizione della funzione e della cronologia delle grandi specchie – come visto – sono molteplici e spesso discordanti, cosicché non si è ancora giunti ad una conclusione unanimemente condivisa.

    Lo studio etimologico del termine, unitamente all’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, suggerisce che si sia trattato di monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. Lo loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Fig. 3 – Specchia “de Amygdalis” nel territorio di Specchia.

    Grandi Specchie nel territorio di Salve

    Aldo Simone, storico salvese, a proposito di grandi specchie scrive che “In feudo di Salve ve n’erano alcune: una esiste ancora, un po’ dimezzata, nei pressi della nostra spiaggia (Posto Cantoro), un’altra stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta; ma la più grande era quella della masseria Cucuruzzi, detta anche la specchia dei Fersini”[11]. Fra le grandi specchie esistenti in feudo di Salve la sola Specchia Cantoro è presente negli elenchi stilati da De Giorgi, Teofilato e Palumbo[12] ed è citata – inoltre – da Passaseo[13] in un suo studio.

    La Specchia dei Fersini o Cucuruzzi

    Fig. 4 – Specchia dei Fersini o Cucuruzzi (foto N. Febbraro).

    In località Cucuruzzi, a breve distanza dalle Masserie Spiggiano (Presicce) e Fersini (Salve), sono stati individuati i ruderi della Specchia dei Fersini o Cucuruzzi. La specchia sorge su un altopiano della Serra Falitte ad un’altitudine s.l.m. pari a 142 metri. Dalla sua sommità si domina visivamente un vasto territorio. La Specchia dei Fersini dista circa 2 Km da quella di Pozzo Mauro, ubicata sull’omonima serra in territorio di Presicce, con la quale è collegata visivamente.

    Simone, a proposito della Specchia dei Fersini, scrive che “non è rimasto più nulla: hanno portato via tutto l’ingente materiale per costruzione di massicciate stradali, di vespai e di altro”[14]. La specchia, in realtà, ha sì subito un notevole asporto di materiale, considerando quelle che dovevano essere le sue originarie dimensioni, ma della stessa se ne è conservato un rudere che, delle tre presenti in territorio di Salve, è il più significativo.

    La Specchia di  Spigolizzi

    Fig. 5 – Specchia Spigolizzi.

    Sulla dorsale della Serra Spigolizzi, a circa 100 metri ad est dall’omonima masseria, sono stati individuati i ruderi della Specchia di Spigolizzi. Questa ultima è ubicata  sul ciglio del margine orientale della Serra a circa 105 metri s.l.m. Simone scrive che “stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta”[15]. Dal ciglio della serra, sul quale è ubicata la specchia, si domina visivamente un ampio territorio tanto verso il mare che verso l’entroterra dove è collegata a vista con la Serra di Pozzo Mauro e con l’omonima specchia.

    La Specchia di Spigolizzi ha subito dei notevoli rimaneggiamenti agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso quando, in occasione della costruzione della strada rurale che lambisce l’omonima masseria, dalla stessa è stata asportata una grande quantità di materiale lapideo. I ruderi della specchia hanno subito delle regolarizzazioni da parte di Norman Mommens che, nel corso dei primi anni ’70, ne ha conferito l’attuale forma tronco-conica.

    La  Specchia Cantoro

    Fig. 6 – l’originaria maestosità della Specchia Cantoro (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    In località Macchie Cantoro, alla periferia di Posto Vecchio, sono stati individuati i ruderi della Specchia Cantoro (32 metri s.l.m.). Questa – come detto – è stata censita da Teofilato e da Palumbo. Simone scrive che si “presentava un po’ dimezzata”[16] mentre Passaseo ci fa sapere che “la Specchia Cantoro è diventata nel corso dei secoli un grande ammasso di pietre e oggi, purtroppo, non c’è più essendo stata smantellata alla fine degli anni ’50 per la costruzione di un tratto di strada litoranea”[17].  Della specchia, in realtà, si sono conservati dei ruderi che, sebbene siano poco significativi, rendono l’idea della sua originaria maestosità e permettono – inoltre – di ubicarla esattamente.

    Lo smantellamento della Specchia Cantoro è da far risalire al 1960 quando, in occasione della realizzazione della massicciata del tratto di litoranea che collega Torre Pali a Torre Vado, ha fornito una grande quantità di materiale lapideo[18].

    Fig. 7 – rudere della Specchia Cantoro visto da ovest (Foto N. Febbraro), nel 2007. 

    Tratto da:

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    N. Febbraro e M. Cavalera “Il fenomeno delle grandi specchie nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve“, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, a cura di N. Febbraro (Libellula Edizioni, 2011, prima ristampa luglio 2015).

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampo’ M., Manifestazioni funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Passaseo N., Grotte-abitazione nel territorio di salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, IX edizione, pp. 15-18, Galatina (Le) 1995.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della storia, Bari 2004.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    https://www.associazionearches.it/la-specchia-de-amygdalis-di-specchia/

    https://www.associazionearches.it/il-fenomeno-dei-dolmen-nella-puglia-meridionale/

    Note

    [1] Specchia: frequente toponimo usato nelle province di Bari, Lecce e Taranto. Salentino specchia “grande cumulo di sassi o di pietrame di forma tondeggiante” dal latino specula “luogo alzato”, “posto di guardia” (Rohlfs 1986).

    [2] A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono state distrutte numerose grandi specchie. Lo smantellamento è stato dovuto alla crescente richiesta di materiale lapideo in conseguenza del notevole sviluppo di opere edilizie e stradali. Gli spezzoni informi di pietra calcarea – inoltre – sono stati utilizzati per l’ottenimento di calce (Neglia 1970).

    [3] De Giorgi 1922.

    [4] De Giorgi 1905.

    [5] Corsini 1986.

    [6]   Cipolloni SampÓ 1987.

    [7]  Neglia 1970.

    [8]  D’Andria 1991.

    [9]  D’Andria 1991.

    [10]  Arthur 1997.

    [11] Simone 1981.

    [12] Neglia 1970.

    [13] Passaseo 1995.

    [14] Simone 1981.

    [15] Simone 1981.

    [16] Simone 1981.

    [17] Passaseo 1995.

    [18] Passaseo 2005.

  • La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    di Stefano Cortese 

    Fonti storiche

    Sulla strada che congiunge Sant’Eufemia ad Alessano, nei pressi di alcune vestigia archeologiche (in particolare carraie e tombe), sorge la cripta del Gonfalone, segnalata da un vistoso campanile a vela e dei corpi di fabbrica (fig. 1).

    Fig. 1 – esterno della cripta del Gonfalone. Foto di Alessandro Bianco

    L’invaso è stato scavato nel banco roccioso in epoca imprecisata: le datazioni proposte del bene infatti, oscillanti dall’VIII all’XI secolo, risultano essere senza alcun fondamento, in assenza di documentazione probante sia a livello documentario-archivistico, che a livello artistico.

    I diversi studiosi hanno inoltre asserito una dipendenza della cripta dall’abbazia di san Nicola di Casole o dall’abbazia di santa Maria del Mito, senza indicarne la fonte, anzi avanzando l’ipotesi di una presenza stanziale di un insediamento monastico in loco, forse tratti in inganno dai vetusti testi del Tasselli[1] e Arditi[2]; stando però a quanto riportato in un documento che ho scovato di recente nell’archivio vescovile di Ugento, nel 1615 era dipendenza dell’abbazia commendata del Mito: nella relazione ad limina di quell’anno infatti, trovo scritto che il monastero tricasino “habet amexa ecclesia de S.ta Maria de Confalone”[3].

    Maggiore documentazione è stata però rinvenuta nell’archivio diocesano di Otranto[4] in quanto una quota del casale di sant’Eufemia apparteneva vescovo di Otranto[5], ma non utile a chiarirci le origini della cripta e la sua intitolazione originaria, ancora oggi sconosciuta; l’attestazione alla Madonna del Gonfalone infatti, come sottolinea Accogli[6], dovrebbe essere legate alla influenza francescana e riportata solo dal 1586.

    Probabilmente già concepita a pianta centrale, come le probabili contemporanee chiese greche, l’invaso è sostenuto da una selva di colonne e pilastri, mentre la zona centrale è dominata dal piccolo altare “balaustrato”. Il sacello inquadra una icona della Madonna con Bambino attraverso un ovale circondato da ricche ornamentazioni vegetali di gusto seicentesco e culminante con un timpano triangolare (fig. 2).

    Fig. 2 – altare balaustrato con l’affresco della Madonna con il Bambino. Foto di Stefano Cortese.

    Gli affreschi

    A sinistra dell’altare, lungo la parete sud-ovest, sono presenti diversi affreschi cinquecenteschi: riscontriamo quella che per alcune fonti era una santa ignota, ma che l’iscrizione esegetica a sinistra e l’attributo della torre la fa identificare come santa Barbara (fig. 3); a seguire, un santa con palma del martirio e recante un vassoio con gli occhi, senza dubbio santa Lucia.

    Fig. 3 – Santa Barbara. Foto di Stefano Cortese.

    Un santo di piccola taglia, posizionato su un podio decorato a punta di diamante, divide il pannello della santa siracusana dalla grande scena palinsesto della Dormitio Virginis (fig. 4), o Koimesis[7].

    Fig. 4 – Dormitio Virginis. Foto di Stefano Cortese.

    Erroneamente identificata come una morte di san Bonaventura[8], forse perché tratto in inganno dal titolo mariano del Gonfalone di matrice francescana, in realtà alcune caratteristiche iconografiche non pongono dubbi sulla vera identità della scena. In basso innanzitutto, davanti al motivo a scacchiera tipico dell’epoca quattro-cinquecentesca, compare un angelo mentre recide le mani al sacerdote ebreo Ruben (o Josafa, a seconda della versione del vangelo), intenzionato in origine a rovesciare il catafalco della Vergine defunta; le mani gli verranno poi riattaccate su ordine di Pietro. Domina la scena la Vergine adagiata su un bianco lenzuolo, mentre vicina alla Stessa, insieme ai santi apostoli (di alcuni dei quali si riconoscono le identità grazie alle iniziali dei nomi inclusi nei nimbi[9]), compaiono due figure apparentemente fuori contesto: potrebbero essere san Giacomo, vescovo di Gerusalemme e Hieroteus, vescovo di Atene, secondo un retaggio iconografie bizantine.

    In realtà, nell’affresco preso in esame, compare la figura la figura pontificale, riconoscibile a personale avviso dalla tiara papale ancora conica, ma a 3 corone (quindi con un terminus post quem alla metà XIV secolo), identificabile probabilmente come san Pietro; sulla destra un’altra figura, probabilmente un vescovo, reca un aspersorio. In alto, il Cristo con alla sua sinistra l’eidolon, ovvero l’anima della Vergine.

    A seguire, si staglia il pannello della santa Maria Maddalena, nella sua solita iconografia con il cofanetto di mirra (fig. 5).

    Fig. 5 – Santa Maria Maddalena. Foto di Stefano Cortese.

    Procedendo, in un riquadro sotto la scialbatura, si intravede san Paolo. Dietro l’altare, in una nicchia rettangolare incassata nella parete, sono ubicate scene della Passione: sulla parete di sinistra, è campito un Cristo che sale al calvario, mentre nella parete di fondo è presente la Crocefissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista (fig. 6).

    Fig. 6 – affresco della Crocefissione (XVI secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Sullo sfondo, un paesaggio e una città turrita, mentre il soffitto è costellato da stelle dipinte ad otto punte[10]. La crocefissione, così come la Dormitio Virginis, risulta essere palinsesta: proprio nella porzione centrale risulta lampante un distacco della pellicola pittorica cinquecentesca e che svela la presenza di uno strato di pittura bizantina (XIII secolo?). Per scovare un’altra traccia di bizantinità, bisogna recarsi presso l’uscita posta a nord-est[11], dove sulla parete destra è posta una piccola figura campita su di un blocco, con nimbo perlinato: probabilmente è un Cristo Pantocratore (fig. 7). Il pessimo stato di conservazione non ci consente di avanzare ipotesi certe, ma la collocazione, l’accenno della croce dietro il nimbo e soprattutto il colore porpora dell’himation sembrano essere indizi di un certo peso.

    Fig. 7 – Cristo Pantocratore (affresco del XIII secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Alcuni confronti e considerazioni finali

    Alla luce delle attuali condizioni di conservazione della cripta, sarebbe ipotizzabile un utilizzo della cripta a funzione funeraria (e presumibilmente non monastica) a partire dal XIII secolo; non sarebbe peregrino immaginare la presenza di una tomba proprio dove si scorge quello strato di pittura bizantina sotto la Crocefissione.

    Dopo la prima fase bizantina quindi, riconoscibile ad oggi da questi piccoli indizi, è evidente la fase databile alla seconda metà del ‘400, quando probabilmente fu posto lo stemma del Pendinelli[12] all’esterno e campita la prima Dormitio assieme altri frammenti pittorici, tra cui probabilmente un santo vescovo benedicente alla latina, riconoscibile sul muro nord e che trova confronti con il sant’Eligio emerso di recente nella matrice di Tiggiano e lo stesso santo nella cripta della Coelimanna di Supersano e della Madonna della Scalella a Gallipoli.

    Altri frammenti pittorici sono sparsi, sotto le scialbature, nella cripte, ascrivibili in larga parte (almeno per quelli visibili), alle due campagne di decorazione cinquecentesche: con la prima metà del ‘500, una nuova frequentazione dell’invaso portò alla stesura di una nuova pellicola pittorica, a cui sono riferibili la grande maggioranza degli affreschi oggi visibili. I confronti maggiormente tangibili possiamo riscontrarli nella cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri, datata al 1525: qui sia nel ciclo agiografico, che nelle immagini votive in basso, possiamo evidenziare la presenza delle stesse figure e motivi decorativi[13], dovuti o all’utilizzo degli stessi cartoni, o alla presenza dello stesso frescante in entrambi i contesti (fig. 8).

    Fig. 8 – Confronti tra la cripta del Gonfalone e la cappella di santa Caterina dei Francescani Neri (Specchia). Foto di Stefano Cortese. 

    Prima della fase del ‘600, palesato dall’altare con icona e da architetture esterne, è visibile una fase di fine ‘500, forse da datare con precisione agli anni ’80 del XVI secolo, vista l’iscrizione dipinta lungo il dromos di accesso, in prossimità di una corona. A questa fase potrebbe appartenere la ricca decorazione fitomorfa alle spalle dell’altare, in particolare dei fregi che separano diversi pannelli, tra cui uno che divide la scene di vita di un santo, da un santo vescovo (fig. 9); questi fregi trovano i parallelismi con la chiesa di san Domenico ad Andrano (1561), con la chiesa di san Niceta in Melendugno (1569), con l’ex cappella della Madonna del Rosario a Melissano (1575)[14], con la chiesa matrice di Corigliano (1576), col cantiere di Felline presso la Madonna dell’Alto (1577) e la cattedrale di Otranto, in particolare sant’Antonio Abate e alcuni affreschi della cripta.

    Fig. 9 – Cripta del Gonfalone, motivo fitomorfo (fine XVI sec). Foto di Stefano Cortese.

    Solo il restauro delle campiture potrà svelare maggiori informazioni al fine di contestualizzare quello che ad oggi appaiono labili tracce pittoriche quasi nascoste sotto le incrostazioni; quei brandelli di affreschi, ci fanno comprendere la devozioni della popolazione e nello stesso tempo la mole di informazioni alla quale potremmo andare incontro, al fine di riscrivere una storia che a tutt’oggi si manifesta in tutta la sua lacunosità.

    Bibliografia e fonti archivistiche
    • ACV, Archivio vescovile di Ugento, Relazioni ad limina. Alessano (riproduzioni)
    • Accogli F., La cappella del Gonfalone (cap. I) in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Arditi G., Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879
    • Cortese S., “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012
    • Fonseca C. D., Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979
    • Musio S., La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Tasselli L., Antichità di Leuca, Lecce, 1693
    Note

    [1] L. TASSELLI, Antichità di Leuca, 1693

    [2] G. ARDITI, Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879, p. 532

    [3]  ARCHIVIO DIOCESANO UGENTO, Alessano. Relazioni ad limina, f. 428, 1615

    [4] F. ACCOGLI (a cura di), La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 79

    [5]  Solo in data 6.11.1988 avvenne il passaggio alla diocesi di Ugento, cosi come ricorda l’epigrafe in piazza s. Eufemia

    [6] F. ACCOGLI (a cura di), op. cit. p. 74

    [7] Una delle più antiche attestazioni di tale iconografia in provincia è presso la cripta di santa Marina a Miggiano; altre dormitio basso medievali possono essere riscontrate nel castello di Acaya, nel santuario della Lizza ad Alezio, nell’abbazia di Cerrate e quella poco conosciuta nella chiesa di santa Maria di Miggiano a Muro Leccese.

    [8]  C. D. FONSECA e altri, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979, pp.189-193; F. ACCOGLI, op. cit. p. 39

    [9] L’espediente è utilizzato soprattutto in alcune ultime cene della seconda metà del XIII secolo come in Casaranello e san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica; in C. D. FONSECA, op. cit. pp. 189, sono riportate le iniziali FI(lippo?) e A(ndrea?).

    [10]  Il motivo della stella ad otto punte è visibile nelle cripte basso medievali (XIII-XIV secolo) del Crocefisso di Ugento, nella cripta di san Michele Arcangelo di Galatina e negli scudi campiti sul pilastro nella chiesa di santa Maria della Lizza ad Alezio.

    [11] Esistono due accessi all’ambiente sotterraneo, uno dei quali reca l’ingresso lunettato, l’altro un arco ad ogiva interno.

    [12] S. MUSIO, La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004, pp.115-124. Lo stemma è ubicato all’esterno; l’amico Salvatore Musio lo ha attribuito, in maniera convincente, al vescovo Stefano Pendinelli

    [13]  S. CORTESE, “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012. La figura di san Leonardo a Specchia, appare simile a quella di san Paolo a sant’Eufemia; il Cristo presente nella Dormitio appare simile al personaggio che trasporta la croce nella cappella di Specchia; altre analogie possono essere viste nel ciclo cateriniano dove una figura laterale è identica a quella presente nella scene della Passione a sant’Eufemia; anche il motivo della scacchiera risulta essere comune nei due contesti, così come il motivo decorativo delle vesti di santa Maria Maddalena e santa Barbara col san Marone di Specchia.

    [14] La chiesetta, ritenuta scomparsa, è in realtà ubicata in aperta campagna e presenta il muro ovest nella sua originalità, con campiti una Vergine con Bambino e un sant’Antonio Abate, datati al 1575.

    Contributo pubblicato su “Leucadia. Miscellanea Storica Salentina Giovanni Cingolani“, a cura della Società di Storia Patria della Puglia, sezione di Tricase, Anno IV Nuova Serie, 2012, Edizioni Grifo.

    Per approfondimenti sulla storia del territorio: https://www.associazionearches.it/lucugnano-e-il-suo-territorio-storia-architetture-archeologia-e-paesaggio-di-un-paese-del-capo-di-leuca/

  • “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    dall’introduzione del volume di Aurora Quarta

    Il succedersi di quattro periodi storici densissimi di eventi ci ha lasciato nell’arco di poco più di quattro secoli un rilevante numero di castelli, il più delle volte trasformati nel corso delle dominazioni, così che ne è risultato un patrimonio vario oltre che cospicuo.

    Il volume è il risultato di un lungo lavoro di ricerca intrapreso nel 2015 con una tesi di Specializzazione in Rilievo e Analisi Tecnica dei Monumenti Antichi dal titolo “Il castello di Gallipoli: analisi storica e architettonica”, discussa presso la Scuola di Specializzazione “D. Adamesteanu” dell’Università del Salento. L’interesse sullo studio del castello, sempre maggiore, ha comportato la scelta di proseguire il percorso universitario con un progetto di ricerca per il Dottorato in Scienze del Patrimonio Culturale nella medesima Università, di cui si pubblicano in questa occasione una parte dei risultati ottenuti. In sostanza, si è scelto di esaminare uno degli edifici militari più rappresentativi del territorio salentino per una ragione concreta, ovvero la necessità di ottenere finalmente un quadro chiaro dell’evoluzione del sistema difensivo della città.

    Gallipoli è un centro abitato sul mare il cui apparato militare costruito a protezione dell’attuale centro storico, un tempo il limite della città, è ancora straordinariamente conservato: se da un lato, l’articolazione di tale sistema suscita un notevole fascino e si riscontra in letteratura la valenza storico-architettonica di tale patrimonio, dall’altro non è mai stata condotta una ricerca volta ad una maggiore conoscenza. Infatti, i dati a disposizione sul castello si fondano sulla monografia di Ettore Vernole  degli anni ’30 del secolo scorso, la cui ricerca, al tempo innovativa ma superata nei nostri giorni, viene ancora proposta non avendo mai intrapreso uno studio sistematico utilizzando i criteri e le metodologie odierni. Oltre alla volontà di far riemergere il patrimonio fortificato della città da questa fase di stasi, un secondo fattore che ha contribuito alla scelta della tematica è il legame con Gallipoli.

    La scelta dell’apparato militare gallipolino è stata audace poiché si tocca una tematica complessa: proprio per questo, per affrontare in maniera adeguata lo studio del castello di Gallipoli e, di conseguenza, dell’intero sistema difensivo, si è dovuto tener conto dell’elaborata articolazione architettonica e del lungo arco cronologico attraverso il quale sono state attuate le modifiche, i cambi d’opera e i vari ampliamenti. Inoltre, fondamentale è stato l’utilizzo della metodologia di indagine propria degli archeologi, utile nell’esame non solo degli edifici antichi ma di tutte le strutture di interesse storico-architettonico, al fine di interpretarne e ricostruirne minuziosamente lo sviluppo, eseguendo il rilievo architettonico delle parti visibili, rintracciando con una ricognizione archivistica la documentazione edita e inedita, giungendo ad una esaustiva comprensione dell’evoluzione architettonica.

    In particolare, dalla revisione critica della documentazione disponibile sul castello è stato possibile rinnovare le conoscenze sviluppate nel corso di pregresse esperienze di ricerca grazie, anche, all’approccio globale del complesso architettonico. Un aspetto importante è dato dall’importanza dei risultati ai fini della ricerca per altre strutture analoghe: ricostruendo il quadro generale ed aggiornato su tale realtà gallipolina con uno studio storico-architettonico che in maniera diacronica copre l’arco temporale compreso tra il medioevo e l’età contemporanea, è possibile giungere anche a radicali riformulazioni interpretative di cui se ne avvertiva la mancanza all’interno dell’intero panorama della ricerca sulle fortificazioni salentine.

    Dalla presentazione della prof.ssa Carla Maria Amici

    Soltanto un profondo e radicato affetto per la propria città, ed una innata curiosità investigativa hanno potuto spingere Aurora Quarta ad affrontare un palinsesto tanto complesso e tanto articolato come il Castello di Gallipoli, non solo inevitabilmente inserito nel contesto dell’impianto difensivo della cittadina, ma necessariamente collegato ad una intricata serie di eventi storici, architettonici, politici e socioculturali, fino ad oggi scarsamente documentati o addirittura dati per acquisiti in maniera erronea, nell’ambito di un arco temporale lungo quasi un millennio.

    Con la chiarezza espositiva che contraddistingue l’intero volume, evidentemente frutto di un notevolissimo lavoro di ricerca, l’autrice offre una precisa descrizione critica del castello, sia in senso sincronico che diacronico, e ne ricostruisce l’evoluzione nelle sue fasi costruttive, identificandone tecniche edilizie e materiali utilizzati; sempre contestualizzando i risultati ottenuti nell’ambito del costante sviluppo dei sistemi difensivi e delle tecniche ossidionali, che spesso ne hanno motivato trasformazioni, aggiunte, modifiche. Un’accurata, e molto proficua, indagine negli Archivi storici italiani, ma soprattutto spagnoli, ha poi consentito il reperimento di una eccezionale documentazione inedita, sapientemente sfruttata dall’autrice per illuminare, quando possibile, i numerosi lati ancora oscuri del Castello, in un affascinante percorso interpretativo ed esplicativo.

    In questo caleidoscopico mosaico espositivo un tassello di estremo interesse è quello dedicato all’analisi dei graffiti, totalmente inediti, presenti nel livello inferiore del Torrione della Vedetta, che prepotentemente inserisce gli uomini e le loro storie all’interno di una struttura architettonica le cui caratteristiche monumentali sembrano invece escludere l’esistenza in contemporanea della comune vita ordinaria.

    Per ottenere questi risultati, fondamentale è stato il metodo utilizzato dall’autrice: l’analisi autoptica prolungata ed esaustiva dell’edificio, basata su rilievi, diretti o indiretti, che le hanno permesso di conoscere realmente il monumento, in tutta la sua realtà architettonica, prima di procedere alle ricerche collaterali. E questo le ha consentito di riversare il percorso conoscitivo ad illustrazione del testo, inserendo disegni, planimetrie, prospetti, rilievi 3D, schemi esemplificativi, rendendolo quindi chiaro e convincente. Facendo cioè, egregiamente ma credo inconsciamente, ciò che riteneva indispensabile Francesco di Giorgio Martini, uno degli ingegneri/architetti che in maniera diretta o mediata, hanno avuto influenza sulla progettazione del Castello:

    “Sono per molti tempi stati degnissimi autori, i quali hanno differentemente scritto di architettura e di molti edifizi, quelli con caratteri e lettere dimostrando, non per figurato disegno; e in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benchè ad essi compositori li paia avere molto largamente, secondo la mente loro, tali opere illucidate, pure noi vediamo che sono rari quei lettori che, per non aver quei libri alcun disegno, intendere li possano. Ma quando tali autori concordassero la scrittura col disegno, molto più apertamente si potrebbero giudicare, vedendo il segno col significato; e così ogni oscurità sarebbe tolta via. …Adunque iudico il disegno esser per questo necessario a qualunque altra scienzia si sia” (Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, libro VI, capo IV. Codice Magliabechiano II. I.141. ed. Il Polifilo, Milano, 1967, a cura Corrado Maltese, trascr. di Lidia Maltese Degrassi).

    Indice

    Presentazione

    Introduzione

    Capitolo 1

    Gallipoli città fortificata nello spazio e nel tempo

    Capitolo 2

    Gallipoli ed il perimetro difensivo

    • Il castello
      • Il Torrione Poligonale
      • Il Torrione della Bandiera
      • La Cortina orientale
      • Il Rivellino
      • Il Torrione della Vedetta
      • La Cortina settentrionale
      • La Cortina di ponente
      • Il Torrione della Campana
      • La Cortina meridionale
      • La Cappella
    • La cinta muraria

    2.3 Il ponte di accesso alla città

    Capitolo 3

    Il sistema difensivo nelle fonti bibliografiche e d’archivio

    Capitolo 4

    L’analisi architettonica

    • Le fasi costruttive
      • Fase bizantina (ante 1071)

    4.1.2. Fase normanno – sveva (1071-1241/1241-1268)

    • Fase angioina (1269-1442)
    • Fase aragonese I (1442-1484), Fase veneziana (1484-1484) e Fase aragonese II (1484-1501)
    • Fase spagnola (1504-1707)
    • Fase austriaca (1707-1756)
    • Fase borbonica (1756-1882)
    • Fase postunitaria (1883-1946)
    • Fase postbellica (1947-2013) e fase attuale (2013-2017)
    • Materiali e tecniche costruttive
    • Analisi stratigrafica dei prospetti
    Capitolo 5

    La difesa nel tempo

    • Il sistema difensivo in Terra d’Otranto
    • L’evoluzione delle armi da fuoco e l’utilizzo nel castello
    • Architetti e ingegneri nel castello in età moderna
    Capitolo 6

    Stemmi, iscrizioni e graffiti

    Conclusioni

    Postfazione

    Bibliografia

    Sitografia

  • La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    di Associazione Archès

    Cosa erano le “specchie”

    Il termine “specchia”, in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificata.

    Lo studio etimologico del termine e l’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati, dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, ci suggeriscono che sono stati monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. La loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Specchia dei Mori (o del Diavolo), ubicata tra Martignano e Martano (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    Le ipotesi degli  studiosi

    De Giorgi ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo.

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale [1]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni  di Manduria conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[2].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente [3].

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    Nel 1905 De Giorgi pubblica un libretto sulle specchie in Terra d’Otranto. Tra le 143 strutture censite, cita quella “de Amygdalis”, una delle poche a non aver visto di persona, di cui tuttavia trova dei riferimenti “negli antichi diplomi riguardanti quello che un tempo si chiamò Specchia prete ed oggi Specchia. Restava in cima alla Serra di Specchia prete (dei Peccatori n.d.r.), metatesi di pietre, a 2300 m. dall’abitato” [4].

    Frontespizio del volumetto scritto da Cosimo De Giorgi e pubblicato nel 1905 dallo “Stabilimento tipografico Giurdignano”.

    Alessandro Rizzo, recentemente, l’ha individuata sulla cima della Serra dei Cianci, a 195 metri s.l.m. [5] La struttura, nascosta da una fitta boscaglia di querce (roverelle, lecci e querce spinose) e di macchia mediterranea (cisto, lentisco, corbezzoli, ecc.), è stata nei secoli rimaneggiata con la costruzione di un muretto a secco perimetrale, in alcuni punti alto più di tre metri.

    Specchia “de Amygdalis” vista da sud, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Specchia “de Amygdalis” vista da nord, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Il diametro, ricostruibile grazie alle foto aeree, superava i 25 metri; l’altezza è difficilmente desumibile a causa delle pessime condizioni di conservazione e per la presenza della vegetazione. “La fame di pietra” dei contadini, peraltro, ha contribuito alla dispersione di materiale lapideo utilizzato per la realizzazione di muri e pajare, queste ultime numerose nei dintorni.

    Cima della specchia vista da nord. 

    Muretto a secco posticcio che delimita a nord la specchia.

    Sul terreno circostante si individuano pochissimi frammenti di ceramica acroma, di incerta datazione, che non ci forniscono molte informazioni sulla nostra specchia che, come tante costruzioni del passato, conserva un segreto che solo uno scavo archeologico può svelare.

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampò M.,  Manifestazioni  funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della    storia, Bari 2004.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Note

    [1] D’Andria 1991.

    [2] D’Andria 1991.

    [3] Arthur 1997.

    [4] De Giorgi 1905, p. 15. In effetti la struttura megalitica dista esattamente 2,3 km dal centro di Specchia ed altrettanti da quello di Lucugnano.

    [5] Rizzo 2020, pp. 144-146 (scheda n. 23).

     

  • Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    di Marco Cavalera

    L’età protostorica

    Il sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. L’insediamento dista circa 5 km da Specchia.

    Area intorno all’insediamento, dove si nota la trincea per la canalizzazione idrica, scavata negli anni ’80 del secolo scorso, che ha messo in luce alcune evidenze archeologiche.  

    Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[1].

    Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (Bronzo medio). 

    La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio (2.000/1.500 a.C.), vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[2].

     Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (interno). 

    Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale)[3].

    All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale (1.300/1.000 a.C.).

    M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

    In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera[4].

    L’età romana e medievale

    Il pianoro che sovrasta il costone roccioso, sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica, si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono forse pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie individuando, insieme alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia[5].

    Materiale lapideo rinvenuto e pubblicato dal prof. Pagliara (Pagliara 1980).

    Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

    I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

    Miggiano e Montesano visti dalla serra Magnone (Cardigliano). Foto novembre 2005. 

    L’importanza archeologica della località è confermata anche dal ritrovamento casuale, avvenuto nel 1952 in contrada (Fondo Vigne), di un tesoretto “composto da monete coniate dalla zecca di Taranto, sulle quali è impresso su un lato un cavaliere e sull’altro Taras sul delfino, la più antica risale alla fine del IV secolo a. C. le altre sono databili al III secolo a.C: 211 stateri della zecca tarantina, due stateri di Heraclea Lucaniae e un divisionale che presenta tipi e peso apparentemente avvicinabili a quelli delle dracme tarantine. Una testimonianza storica importante che dimostra la grande opposizione ai Romani, a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., da parte del popolo tarantino che si affidò allo spartano Cleonimo (303 a.C.) e poi a Pirro, per contrastare l’avanzata di Roma in Magna Grecia”[6].

    Articolo tratto da: https://www.associazionearches.it/medianum-ricerche-archeologiche-nel-territorio-di-miggiano-montesano-salentino-e-specchia/

    Note

    [1] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26). Le grotte, sia naturali che artificiali, erano spesso utilizzate come luogo di sepoltura collettiva in tutta l’età del Bronzo (II millennio a.C.).

    [2] Ciongoli 1989, p. 159.

    [3] Orlando 1997a, pp. 292-303. Tra il materiale fittile individuato durante le prospezioni di superficie si annoverano: due scodelle a orlo rientrante, una scodella troncoconica, tre anse a rocchetto (Neolitico finale – facies Diana), due frammenti di ceramica a squame e una parete con decorazione incisa (Eneolitico), un’olla ovoide, un frammento decorato con cordoni a riquadri, un fondo di forma non determinabile, due anse a nastro, tre anse a bastoncello verticale, una ciotola con carena media a gradino, una scodella con orlo rientrante (Bronzo recente-finale).

    [4] Orlando 1997a, pp. 290-291.

    [5] Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri –  decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (Pagliara 1980, pp. 221-225).

    [6] https://www.quisalento.it/si-svela-al-marta-il-tesoretto-di-specchia/

    Bibliografia

    Cavalera M., “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia, Montesano Salentino“, Dell’Iride Editore, Tricase 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, pg. 159, Martina Franca (Ta), 1989.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, pp. 19-38, Galatina (Le), 1995.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 290-303, Galatina (Le), 1997.

    Orlando M.A., Santa Maria di Leuca, in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 309-343, Galatina (Le), 1997.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

  • MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE. Normanni e bizantini al varco dell’Oriente

    MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE. Normanni e bizantini al varco dell’Oriente

    DOMENICA 26 DICEMBRE
    MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE – Normanni e bizantini al varco dell’Oriente.
    Ritorna, dopo sei anni, “Medievalia in Finibus terrae”, il Medioevo raccontato e rievocato nel Salento, che quest’anno fa tappa al Castello di Otranto, città ricca di suggestioni storiche e geografiche. A dare energia all’evento, realizzato dall’Associazione Archès, con il patrocinio del Comune di Otranto, saranno i gruppi di rievocazione storica “Li Cavalieri de li Terre tarantine” e “Impuratus” che offriranno ai visitatori la “living history”: gli eventi storici ma anche la vita quotidiana del XI secolo rivissuta attraverso le pratiche e gli oggetti fedelmente ricostruiti.
    I visitatori, dalle 15 alle 21, saranno guidati in un percorso – condotto da guide ed esperti del periodo storico – tra banchetti didattici che riguarderanno le diverse arti (lo speziale, i giochi, la tintura dei tessuti, la scrittura, i pigmenti e le colorazioni), l’arte e gli animali della falconeria, la simulazione di scaramucce d’armi tra bizantini e normanni nella piazza d’armi del Castello. Sonorità del periodo saranno ricreate dal gruppo musicale Emian Pagan Folk.
    La partecipazione all’evento, realizzato grazie alla Programmazione “Custodiamo la cultura in Puglia” (“Fondo Speciale Cultura LR 40/2016 art. 15, comma 3 – Anno 2020″), è gratuita ma è OBBLIGATORIA la prenotazione al 3497868751 (WhatsApp).
    Si ricorda che per accedere al Castello è necessario essere muniti di GreenPass secondo le normative vigenti.
  • Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    “Smarrimenti” è il titolo della rassegna dell’Associazione Archès APS che vede quest’anno la sua seconda edizione. Realizzata con il sostegno del Programma straordinario in materia di cultura e spettacolo 2020 della Regione Puglia, gli “smarrimenti” sono in realtà delle “erranze culturali” tra temi e luoghi diversi del Salento.

    Il terzo incontro della rassegna “Lungo il mio andare. Relazioni, racconti e cronache dei pellegrini del Mediterraneo” è previsto a Ruggiano, nel Santuario di Santa Marina, crocevia di incontri e pellegrinaggi.

    Sabato 20 novembre Marco Leo Imperiale ci condurrà alle “origini del culto di Santa Marina a Ruggiano, tra archeologia e devozione”. Archeologo medievista, dottore di ricerca in “Storia dei centri, delle vie e della cultura dei pellegrinaggi nel Medioevo euromediterraneo”, cultore della materia e membro della commissione di esame della cattedra di Archeologia Medievale (Università del Salento), nel 2008 ha condotto gli scavi archeologici all’interno del santuario che hanno permesso di ripercorrere le vicende costruttive dell’edificio di culto dal Medioevo in poi. Sarà l’occasione, quindi, per conoscere le evidenze archeologiche emerse e mettere in risalto l’importanza avuta in passato dal santuario di Santa Marina, ma con uno sguardo al presente e al futuro.

    L’incontro inizierà alle ore 19, sarà introdotto dagli interventi del sindaco di Salve Francesco Villanova e del parroco di Ruggiano don Luigi Stendardo e si svolgerà nel rispetto della normativa anti Covid vigente.

  • IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    LE ASSOCIAZIONI MARINA SERRA ETS, ARCHES, CLEAN UP TRICASE, ASD-MTB TRICASE, MEDITINERE, TINA LAMBRINI-CASA COMI, PRO LOCO TRICASE, LA CULONNA TUTINO, LA COOPERATIVA SOCIALE TERRA ROSSA,

    CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI TRICASE E CON LA COLLABORAZIONE DI MONDO RADIO,

    ORGANIZZANO

    UN’ESCURSIONE ARCHEOLOGICA, NATURALISTICA ED AMBIENTALE, GRATUITA ,DAL TITOLO:

    “IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA”

    DOMENICA 13 GIUGNO

    PARTENZA: ORE 08,30 DAL PALAZZETTO DELLO SPORT DI TRICASE, ALLE PORTE DI TUTINO

    RIENTRO: ORE 11,30 SEMPRE AL PALAZZETTO

    PERCORSO: 5 KM CIRCA

    PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA AL NUMERO 3287825181

    MUNIRSI DI MASCHERINA E DI SCARPE COMODE

    La passeggiata di domenica 13 giugno interessa il territorio nord-occidentale del Comune di Tricase, solcato fin dall’età classica dal passaggio di importanti tratti viari, tra cui la cosiddetta “Via Sallentina”.

    Si tratta di una rete viaria che offriva la possibilità di ampie alternative per recarsi da un luogo all’altro della penisola. Gli stessi tracciati sono stati utilizzati sia dai Pellegrini in transito verso Leuca che dalla popolazione locale per gli spostamenti quotidiani. Esisteva quindi un dedalo di stradine e viottoli che collegava i paesi e gli stessi con le campagne circostanti e questo si riscontra anche nel territorio di Tricase, non a caso caratterizzato dalla presenza di numerose cappelle rurali, edicole votive e pietre fitte (menhir) che a volte assolvevano la funzione di “segnacoli stradali”.

    Prima tappa del percorso è il palazzetto dello sport di Tricase, dove saranno esposte criticità edilizie e possibili interventi che vedono il comune sforzo tra cittadinanza e Amministrazione locale per la riqualificazione di quegli stessi luoghi che ancora oggi raccontano la storia del nostro paese.

    Dal palazzetto ci si inserisce in un tratto dell’antica strada che collegava Tutino con Specchia e Miggiano. Si attraverserà località Campo Tomasi, per procedere parallelamente alla ferrovia. Giunti al vecchio casello ferroviario dismesso di Tutino, si lambisce la cappella della Madonna della Pietà, un edificio di culto costruito nel 1670 sopra una più vetusta cripta colma di detriti e vegetazione. Ancora oggi l’area compresa in questo tratto di percorso, evidenzia una forte vocazione agricola, e resti di un’economia rurale che non ha voluto piegarsi alla globalizzazione: piccoli orti familiari, condotti con pratiche a basso impatto ambientale; colture ordinate secondo un determinato avvicendamento per far riposare il terreno; varietà colturali adatte alle condizioni pedologiche; attività ormai abbandonate come quella del florovivaismo che serviva solo l’ambito locale. Scarse le tracce di quella che poteva essere stata la copertura vegetale dei secoli passati; la componente arborea è stata completamente sostituita da quella degli olivi e dei fruttiferi ed oggi, anche questi stanno lasciando il posto ad una disordinata flora infestante che colonizza muretti a secco e aree incolte: Alcuni dei vecchi tratturi sono rimasti interclusi in una rete viaria e non più utilizzati per i collegamenti.

    Si prosegue poi per Tutino per giungere alle spalle della Chiesa, in prossimità della quale, sulla destra, imboccheremo via Sferracavalli, conosciuta anche come via delle “Zicche”, che ricongiunge all’antico tracciato della “Via Sallentina”. In quest’ultimo tratto del percorso, di appena 450 metri, ormai nascosti dalla flora  infestante e micro discariche di rifiuti inerti anche pericolosi, si notano tracce di carraie e tagli nella roccia, sarà possibile individuare resti archeologici riferibili ad età romana.

    Nel corso della passeggiata si prevedono momenti partecipati di approfondimento e dibattito, con l’obiettivo di proporre mirati interventi di bonifica e ripristino dello stato originario dei luoghi, laddove l’uomo è intervenuto in modo più incisivo sul territorio (depositi incontrollati di rifiuti, posa di asfalto e cemento su antiche carraie, demolizione di muretti in pietra a secco, ecc).

  • Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    di Marco Cavalera

    Le origini

    Morciano di Leuca sorge a tre chilometri da Torre Vado, ai piedi della Serra Falitte che la divide dalla sua frazione Barbarano.

    Le sue origini risalgono all’età messapica e romana, quando il territorio era costellato da numerose fattorie, dedite in particolare alla produzione e al commercio del grano e dell’olio. Le ville rustiche romane di Morciano gravitavano nell’area di influenza del municipium di Vereto (Patù), importante città che aveva il suo approdo di riferimento nella baia di San Gregorio.

    Nel corso di ricerche di superficie sono state individuate almeno tre aree ad interesse archeologico, riconducibili al modello insediativo del vicus (agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e gli approdi), che disegnano una particolare vivacità economica di questo territorio in età romana imperiale.

    Fig. 1. Tracce di antica viabilità tra Morciano e Vereto.

    Dal Medioevo all’età moderna

    Le prime notizie storiche su Morciano si ricavano nella “cedula captivorum” del 1239, ossia l’elenco dei feudali custodi dei prigionieri di Federico II. In questo documento viene indicato il nome di un Riccardo de Murchano, famiglia di cui non si conosce nulla.

    Nel 1274 Carlo I Angiò concede regio assenso per il matrimonio tra Guglielma, figlia di Riccardo de Morciano con un certo Tedesco De Cuneo, all’epoca ritenuto uno dei personaggi più influenti e vicini a Carlo I (famigliare e consigliere).

    Il motivo che ha spinto gli angioini a legare un uomo molto importante come Tedesco da Cuneo ad un feudo collocato nella più estrema periferia dell’Impero è soprattutto di tipo politico, in quanto la famiglia de Murchano aveva avuto dei feudi anche nel precedente regime svevo ed aveva legami di parentela con una famiglia antiangiona, i Sambiasi; quindi questo matrimonio si era reso necessario per tenere sotto controllo questa parte di feudo.

    Ed infatti, nel 1297, alla morte di Tedesco da Cuneo, Guglielma dona la sua parte di feudo al nipote Riccardo Sambiasi, figlio del partigiano svevo Ruggiero Sambiasi. La donazione implica un tentativo da parte dell’oculata dinastia angioina di riabilitare la famiglia Sambiasi. Il regio assenso alla donazione è stato subordinato all’accertamento (inquisitio) che il valore del feudo donato non ecceda le 30 once, donando l’eccedente alla regia curia.

    Da questo accertamento emerge che all’inizio del ‘300 il feudo di Morciano era diviso in tre parti[1]:

    • Quella di Riccardo Sambiasi;
    • Quella di Guglielmo de Morciano;
    • Quella di Guiscardo di Sangiorgio.

    Il castello, probabilmente, rientrava nella parte dei Sambiasi e forse esisteva fin dai tempi di Guglielma de Morciano.

    Fig. 2. Torrione del castello di Morciano.

    Nel 1336 Guiscardo di Sangiorgio vendette la sua parte feudale al conte di Lecce e duca di Atene Gualtiero di Brienne. Prima del 1369 i conti di Lecce acquistarono anche la seconda parte del feudo di Morciano, quella appartenente a Gualtiero de Morciano.

    Nel 1464 si registra uno scambio di quote feudali tra i Sambiasi e Dell’Antoglietta, che avevano ceduto in cambio di Salve la loro quota di Morciano. Ruggero Sambiasi, alla sua morte avvenuta nel 1482, lasciò scritto nel testamento che il casale di Morciano sarebbe stato diviso tra i suoi due figli: una parte con il castello, una senza castello. Questa seconda parte fu venduta ai Capece nel 1531 da Antonello Sambiasi.

    Guiduccio Sambiasi fece costruire, agli inizi del ‘500, i torrioni del castello. Nel 1518 anche questa parte feudale fu acquisita dai Capece che la vendettero ai Castromediano nel 1523. Nel 1629 gli stessi Castromediano acquistarono dai Capece l’altra parte feudale (quella che loro acquistarono nel 1531 dai Sambiasi), riunificando finalmente il feudo di Morciano[2].

    Il centro storico tra chiese e palazzi

    Il nucleo più antico del centro storico si identifica in pochi isolati racchiusi da via Roma, via Castromediano, via Pace, via Ippolitis, via Nuova e Via Torri.

    Fig. 3. Centro storico di Morciano (Via Ippolitis).

    Via Roma e le piazze San Giovanni e Chiesa sono state oggetto di importanti rinvenimenti archeologici nel corso di operazioni di scavo per la messa in opera di condotte di pubblica utilità, svoltesi nel 2006. Si tratta di una settantina di tombe medievali attigue alla chiesa matrice, di numerosi granai e di imboccature di frantoi ipogei. 

    Palazzo Strafella

    Già convento dei Religiosi del Carmine di Morciano di Leuca di cui si conserva, nell’ex refettorio, un affresco seicentesco (più volte rimaneggiato) che rappresenta l’Ultima cena.

     Fig. 4. Particolare dell’affresco dell’Ultima cena di Palazzo Strafella. 

    La parte superiore dell’edificio, invece, risale alla fine dell’Ottocento così come la facciata su Via Roma.

    Fig. 5. Palazzo Strafella. 

    Attualmente è sede dell’Ufficio Informazioni Turistiche del Comune di Morciano di Leuca e ospita una biblioteca e una sala convegni per iniziative a carattere culturale e sociale.

    Chiesa madre San Giovanni Elemosiniere

    La Parrocchiale è dedicata a San Giovanni Elemosiniere, patrono del paese. Eretta nella seconda metà del Cinquecento, ostenta un magnifico portale d’ingresso, che anticipa alcuni stilemi del barocco, che ne ingentilisce la forma austera di chiesa fortificata.

    Fig. 6. Chiesa di San Giovanni Elemosiniere. 

    Centro storico – Vico Torri

    A sud e ad est di Piazza Giovanni Paolo II si snodano le viuzze di Borgo Torri, il nucleo più antico del paese di origine medievale. Da qui si prosegue su via Nuova fino a giungere dinnanzi a casa Monteduro, dei primi anni del ‘600 e di recente restaurata dall’Amministrazione comunale.

     Fig. 7. Vico Torri.

    Fig. 8. Casa Torre. 

    Cappella della Madonna di Costantinopoli

    Ubicata lungo l’antico tracciato stradale che conduceva a Vereto, la Cappella della Madonna di Costantinopoli (seconda metà XVI secolo) conserva al suo interno, addossato alla parete, un interessante monolite affrescato con l’immagine della Vergine e il Bambino.

    Fig. 9. Affresco su monolite con la Madonna e il Bambino. 

    Castello Valentini

    Si tratta di un’imponente struttura fortificata eretta a difesa dell’abitato. Dotato in origine di quattro torrioni angolari, subì importanti rimaneggiamenti nel corso del Cinquecento e del Seicento.

    Fig. 10. Castello visto dall’atrio di Palazzo Strafella.

    Chiesa della Madonna del Carmine

    La chiesa, insieme all’annesso convento, venne fatta costruire nel 1484 dal barone Ruggiero Sambiasi. Si caratterizza per un’alta facciata, sul cui portale settecentesco vi è un ovale con un altorilievo che rappresenta l’Annunciazione. Al suo interno conserva eleganti altari, tele di pregevole fattura artistica e un organo a canne.

    Fig. 11. Piazza San Giovanni con la colonna e chiesa del Carmine.

    Trappeti ipogei

    Nel sottosuolo di Morciano si aprono oltre venti frantoi ipogei, che nel passato hanno contribuito alla fioritura economica del paese grazie alla produzione di olio di oliva. I trappeti risalgono per lo più al XVII secolo e alcuni di essi conservano in buone condizioni gli ambienti di lavoro e gli arredi originari.

    Fig. 12. Trappeto ipogeo Corciulo-Pizzileo. 

    Chiesa di S.M. di Loreto o della Natività

    Attuale cappella del Cimitero, la sua costruzione risale al 1670. All’interno è presente una pregevole statua della Madonna in pietra locale.

    Fig. 13. Chiesa della Natività. 

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    [1] Tra duecento e trecento pare che il casale di Morciano fosse suddiviso in tre parti feudali: de Morciano, Sangiorgio e successivamente Sambiasi. In età normanna queste tre parti costituivano un’unica entità feudale. La ragione della divisione feudale va individuata tra le divisioni ereditarie e dotali.

    [2] Vallone G., “Terra, feudo, castello”, in “Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di A. Caloro”, Galatina, 2008, pp. 49-78.

  • L’antico borgo di Barbarano del Capo

    L’antico borgo di Barbarano del Capo

    di Marco Cavalera

    Brevi note bibliografiche

    Barbarano offre al visitatore una autentica e suggestiva realtà di borgo. Adagiata ai piedi della Serra Falitte, la sua fondazione risale al Medioevo, quando alcuni villaggi ubicati nelle vicinanze furono abbandonati e la popolazione preferì rifugiarsi in un luogo che offriva naturale protezione dalle scorrerie dei “barbari”.

    Il centro storico presenta due elementi caratteristici: una torre cinquecentesca, notevole esempio di architettura militare, e la Parrocchiale dedicata a San Lorenzo, semplice e lineare nel suo sviluppo.

    Alla periferia del paese – inoltre – si segnalano l’elegante complesso architettonico di Santa Maria del Belvedere (“Leuca Piccola”) e le “vore”, enormi inghiottitoi naturali, fra i più significativi esempi del carsismo salentino.

    Sulla sua storia municipale sono state pubblicate alcune monografie ad opera di studiosi locali: Cesare Daquino (“Barbarano”, Capone Editore, 1989) e Francesco Cazzato (“Barbarano del Capo raccontata dai preti”, Imago, 2010).

    Le prime note storiche si riferiscono alla fine del 1600, quando il Padre Cappuccino Luigi Tasselli citò Barbarano nella sua “Antichità di Leuca”: “Barbarano (prima Vorano) perché lato ad esso vi sono due voragini meravigliose, originate da terremoti, o così da principio, da tempi antichissimi, dopo la famiglia Antoglietta fu di nuovo, come prima, delli signori Capeci, ed in maniero, che ne tempi di Carlo V, era Padron di Barbarano Anibale Capece”[1].

    La storia delle successioni feudali in Barbarano racconta le vicende di sole quattro famiglie: i Dell’Antoglietta, i D’Aquino, i Sangiorgio e, soprattutto, i Capece, quest’ultimi feudatari del luogo dal 1442 al 1806.

    Proprio alla casata dei Capece si deve la costruzione del castello di Barbarano, di cui la svettante torre è la parte superstite. Da alcune notizie bibliografiche[2] si evince che la torre, oggi alta 18 metri, era circondata da un fossato profondo circa 2 metri, colmato nel secolo scorso. L’architrave della porta d’ingresso conserva un autorevole stemma gentilizio, che ricorda le nobili origini della famiglia di appartenenza, e una data incisa che toglie ogni dubbio sull’epoca dell’edificazione o, per lo meno, di una sua ristrutturazione: 1505[3].

    La struttura difensiva si sviluppa su tre piani: il primo si presenta sostanzialmente come un posto di guardia. Al secondo piano, invece, si accede attraverso una stretta e tortuosa scaletta interna, tipica delle torri cinquecentesche. L’ambiente si caratterizza per la presenza di quattro finestre rettangolari aperte in direzione dei punti cardinali, ai cui lati delle bocche strettissime consentivano di tenere sotto controllo la situazione intorno all’edificio fortificato. Infine si accede sul terrazzo su cui sono posizionate sette aperture ad arco che assicuravano la sistemazione di altrettanti armi da guerra.

    Fig. 1 – Torre dei Capece 

    A piano terra si apre una grande corte interna sulla quale si affacciano gli alloggi residenziali e i vari locali di servizio, tra cui una scuderia.

    Sul lato di piazza Caduti sono stati scavati due pozzi, uno all’interno della corte e l’altro all’esterno del castello. Queste cisterne garantivano acqua alla popolazione dell’intero casale. Secondo fonti orali al secondo pozzo si accede dal trappeto posto sotto Piazza Caduti.

    Lo studioso Cosimo De Giorgi ha censito queste due cavità: “Giungendo a Barbarano dalla via di Montesardo, presso la cascina Panzera, vi è un pozzo detto il Seggio, profondo sino all’acqua metri 11. Un altro pozzo trovasi nella corte della cascina ed è profondo 12 metri[4]”.

    L’area sottostante la corte è completamente vuota; un’enorme cavità profonda circa 13 metri costituiva un serbatoio capace di assicurare autonomia idrica per mesi interi alla vita della comunità. Un grande terreno, che si estendeva ad ovest dal castello fino a via Messeri e ad est fino all’attuale via S. Caterina da Siena, era destinato alla coltivazione di cereali.

    La Chiesa di San Lorenzo

    Particolare è invece la posizione della chiesa parrocchiale di Barbarano, consacrata al patrono San Lorenzo. La sua costruzione risale alla metà del 1500, ad opera della famiglia Capece e non a caso proprio di fronte alla facciata principale del castello baronale, all’epoca in aperta campagna e distante circa 500 metri dal nucleo abitato del paese. Questa peculiarità venne annotata anche da Giacomo Arditi: “La chiesa parrocchiale sta fuori circa mezzo chilometro verso levante, con conseguente disagio per i fedeli[5]”.

    Fig. 2 – Chiesa di San Lorenzo

    Al suo interno venivano seppelliti quasi tutti i defunti di Barbarano, prima della realizzazione del cimitero all’esterno del paese.

    Secondo quanto riportato dalla tradizione orale[6], le più antiche sepolture erano presenti nell’attuale piazza San Lorenzo, dove fino alla fine del XIX secolo erano ancora visibili i resti dell’antica chiesa matrice dedicata a Santo Stefano. Di questa struttura – abbandonata a seguito della costruzione della chiesa di San Lorenzo – fa menzione monsignor De Rossi nel corso della sua visita pastorale nel 1711. Nel 1879, Giacomo Arditi scriveva: “di una vecchia chiesa di S. Stefano avanza solo un frammento di arco gotico con decorazioni e bassorilievi, creduto del XV secolo[7]”.

    Tra le vie del centro storico

    Nella stessa epoca, di fronte al castello, vi era una seconda chiesa dedicata a San Nicola, “appartenente ai feudatari e collegata al frantoio ipogeo del palazzo baronale da un passaggio sotterraneo, che veniva frequentata anche dai contadini che lavoravano al servizio dei baroni. Questo tunnel di circa una decina di metri è entrato nella memoria fantasiosa delle generazioni successive”[8].

    La cappella era affiancata da due strade cieche: la via dei Giorgi (poi divenuta via San Giorgio) e via Cortini, abitate  da persone che lavoravano alle dipendenze del feudatario. Via San Giorgio è ora un accesso privato, mentre via Cortini coincide con l’attuale via Baracca. Questo quartiere venne collegato al resto del paese tramite via Anton Viti. Probabilmente l’antica divisione del paese in due rioni “Cappaddhari” e “Chiazzaluri” sarebbe da riferire alla presenza delle due chiese di S. Stefano e S. Nicola. Il nucleo principale del paese però ruotava intorno alla prima chiesa parrocchiale, nella cui piazza antistante confluivano le più importanti strade: via Viti, via di Mezzo, via dei Messeri e via S. Stefano[9].

    Fig. 3 – via Baracca angolo via Viti

    Alla confluenza di via Viti, via Baracca e piazza Castello, nei primi anni del 1600, venne eretta la Chiesa dell’Assunta. Attualmente è costituita da una navata centrale e una laterale posticcia.

    Fig. 4 – Cappella dell’Assunta

    All’interno si conservano due grandi tele che per dimensioni e resa artistica rappresentano notevoli esempi del manierismo salentino, attribuite all’artista neretino Antonio Donato D’Orlando[10].

    Fig. 5 – Tela della SS. Trinità all’interno della Cappella dell’Assunta 

    Su via Viti, nel corso di recenti interventi di restauro, è stata rinvenuta un’iscrizione datata al 1614: “In molu immolu”, probabilmente da riferire alla presenza di un antico frantoio nei pressi dell’abitazione.

    Fig. 6 – Iscrizione in via Viti riferita ad un antico mulino.

     

    Un’altra cappella presente in via Viti, descritta come decadente da monsignor De Rossi nella visita pastorale del 1711, è quella dedicata alla Concezione della Beata Vergine (nota anche come cappella della Madonna delle Grazie[11]). Attualmente è utilizzata come garage/deposito privato. Degni di nota sono un campanile a vela e una finestra decorata con motivi geometrici e vegetali[12].

    Fig. 7 – ex cappella su via Viti

    Infine, sempre su via Viti, è ubicata un’altra cappella, ora abitazione privata. Di questo edificio sacro si ricavano notizie storiche sia dalla visita pastorale di Mons. De Rossi che da fonti di archivio del XVII secolo. La chiesa fu costruita dalla confraternita della B.V. Assunta in onore della Madonna di Loreto nel luogo detto “Lo Munte”. In un documento notarile del 1643 si viene a sapere che confinava con una località chiamata “Monticello”, su un leggero rialzo che dà il nome a via Montello. Di questa cappella, attualmente, si conserva solo una statua acefala in una nicchia sull’architrave di ingresso[13].

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    [1] Tasselli L., Antichità di Leuca, appresso gli eredi di Pietro Micheli, Lecce 1693, p. 570.

    [2] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 119-126.

    [3] La data è seguita da un’iscrizione celebrativa sotto lo stemma della famiglia Capece: “Depose i potenti ed esaltò gli umili”.

    [4] De Giorgi C., Descrizione fisica, geologica e idrografica della provincia di Lecce, 1960 (rist.), p. 27.

    [5] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, p. 63, 1879.

    [6] Alcune persone anziane del luogo raccontano del rinvenimento di numerose tombe scavate nel banco di roccia nel corso di lavori di posa di condotte della fognatura e dell’AQP alla metà del secolo scorso. Secondo queste testimonianze, le tombe furono interrate e non indagate dagli organi competenti.

    [7] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, 1879, p. 63.

    [8] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 22.

    [9] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 22-23.

    [10] Cazzato M., Cazzato V., Barbarano del Capo in “Atlante del Barocco in Italia. Lecce e il Salento 1”, De Luca Editori d’Arte, 2015, p. 285.

    [11] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 104.

    [12] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 78-80.

    [13] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 45-47.