Tag: età romana

  • L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    di Marco Cavalera

    Ricerche e scavi

    Le valenze archeologiche di Torre S. Gregorio sono note grazie alle indagini condotte nell’estate del 1971 da Cosimo Pagliara; in quell’occasione furono eseguiti, da un gruppo di sommozzatori che collaborava con la missione britannica di P. Throckmorton, la prospezione subacquea ed il recupero di materiale giacente sui fondali dell’insenatura.

    Baia di San Gregorio vista da Sud. 

    Più recentemente sono state effettuate ricognizioni e rilievi a  mare e a terra nel corso del programma di ricerca del Prog. Strat. C.N.R. – Università di Lecce 251100 – Unità Operativa 2 e dell’insegnamento di Archeologia Subacquea dell’Università di Lecce.

    Baia di San Gregorio vista da Nord. 

    L’antico approdo di Vereto

    Il suo centro interno di riferimento era Vereto, intorno al quale erano piuttosto diffusi gli insediamenti rustici in età romana[1]. L’antica Veretum era collegata al suo porto attraverso l’attuale via vicinale di Volito[2].

      Via vicinale di Volito.

    La baia era ben protetta dai venti dei quadranti settentrionali, orientali e meridionali e fornita di sorgenti. La presenza di queste ultime fu certamente un elemento che ha condizionato la scelta del luogo dove impiantare la struttura portuale. Lo storico locale Tasselli – alla fine del ‘600 – a proposito delle sorgenti di acqua dolce di Torre S. Gregorio, scriveva: “da un Canale trà le Torri di San Gregorio, e del Martello (Torre Marchiello), un’acqua la migliore di tutte somministrata à tutti da un Pozzo, che i Paesani dicono di Olito”[3].

    Pozzo di Volito. 

    Le evidenze sommerse

    I fondali dell’insenatura di Torre S. Gregorio presentano numerose ed interessanti evidenze archeologiche, la più importante delle quali è l’opera frangiflutti posta perpendicolarmente al fianco meridionale dell’insenatura, all’imboccatura della baia (orientata in direzione SE-NO). Si tratta di una costruzione a “pietre perse” che aveva la funzione di proteggere il bacino dai venti meridionali[4].

    Attualmente si presenta come un aggere con profilo interno a scarpa, costituito da pietrame proveniente forse da una cava locale, delle seguenti dimensioni: 50 metri larghezza, 80 metri lunghezza. Il fianco esterno risulta molto intaccato dall’azione dei marosi, mentre quello interno è meglio conservato e mantiene un notevole grado di inclinazione.

    In alcuni tratti la sua altezza, dal piano di posa, è di due metri, mentre la cresta si trova mediamente a 2,30 metri di profondità. Se si considera che il dorso della struttura doveva affiorare (se non emergere), tenendo conto dell’azione del mare che ha spazzato la sua parte sommitale, si può ipotizzare un innalzamento del livello del mare pari a 1,50 – 2 metri[5].

    La grande opera antemuraria di Torre S. Gregorio presenta uno stretto parallelo morfologico con quella coeva di Saturo (Taranto).

    Per quanto riguarda la sua datazione, la presenza di frammenti fittili di età ellenistica e/o tardorepubblicana tra il pietrame e sulla superficie dell’antemurale suggerisce una contemporaneità con le evidenze a terra.

    Le evidenze a terra

    Le vestigia archeologiche sono visibili alla base del ripido pendio che porta all’insenatura. Si tratta di due tratti di fondazioni o camminamenti di servizio all’approdo, entrambi in blocchi di carparo.

    Il primo è ubicato sul declivio, perpendicolarmente alla linea di costa, lungo il costone meridionale del canalone che continua sotto il livello del mare.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (primo allineamento).

    Il secondo allineamento è parallelo alla linea di costa. Il tratto conservatosi è costituito da cinque conci su due filari non uniformi. Circa sei metri più a sud-ovest si nota il “negativo” di un blocco cavato o asportato, e un altro blocco isolato, disposto di taglio e con lo stesso orientamento del tratto descritto. Potrebbe trattarsi dei resti smembrati di un allineamento molto più consistente, che fiancheggiava la riva meridionale dell’insenatura seguendo un percorso più o meno rettilineo a quota 2,5 metri s.l.m.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (secondo allineamento).

    Le strutture di servizio per l’approdo sono state datate al II sec. a.C. grazie al rinvenimento, sotto i blocchi di fondazione, di alcune monete della zecca di Durazzo coniate tra il 238 e il 168 a.C.

    Questo ritrovamento non è casuale. Infatti, dopo la conclusione della seconda guerra punica ed il declino definitivo di Taranto, Brindisi avrà la leadership economica del Salento. I contatti tra le due sponde dell’Adriatico si fanno ben più intensi, specie tra gli importanti terminali di Brindisi e Durazzo. Vengono, in questa fase, ad usufruire dell’incremento di traffici e scambi anche i centri minori, sia dell’Epiro che del Salento (ad esempio Torre S. Gregorio), che dispongono di scali e possono così assorbire parte del movimento di merci e persone.

    Procedendo verso ovest, cioè verso la punta del promontorio, si incontra un pozzo di acqua dolce, mentre una sorgente si trova presso la riva.

    Pozzo di acqua dolce. 

    Immediatamente alle spalle della baia (nella parte alta del promontorio), in località Fangara, era ubicata una cisterna-deposito di forma rettangolare – scavata nel banco di roccia – che presentava una ripida scala che conduceva al fondo unitamente a tracce di intonaco grossolano sulle pareti[6]. Tra il materiale di riempimento vi erano dei frammenti di anfore, alcuni dei quali bollati.

    Le rotte

    La baia dovette essere frequentata, a partire dall’età messapica, da navi che percorrevano la rotta Grecia-Italia attraverso Corcira, il basso Adriatico e il Capo Iapigio. Il piccolo porto messapico subì delle profonde trasformazioni in età tardorepubblicana, quando furono realizzate le strutture di servizio per l’approdo.

    Note

    [1] Vereto, secondo Pagliara, aveva in età storica due porti: Torre S. Gregorio sarebbe stato lo scalo vero e proprio, a carattere mercantile, mentre Leuca era piuttosto “luogo di sosta per natanti impegnati su rotte che avevano termine in porti lontani, sicchè la loro presenza può essere valutata come testimoniante consuetudini cultuali proprie di naviganti” e si configura come “santuario emporico” (luogo indigeno frequentato da Greci) ossia approdo connesso a luoghi di culto  (Daquino 1991; Auriemma 2003, p. 142; Auriemma 2004, p. 275).

    [2] Lungo questa strada, nella proprietà di M.A. Pedone (f.° 7 part. 16) sono venute alla luce “resti di interesse archeologico”: Archivio Soprintendenza Archeologica della Puglia – Corrente – b. Patù 1992 (Auriemma 2004, p. 286).

    [3] Tasselli 1859. Ancora oggi da questo pozzo, denominato Volito, sgorga acqua dolce alla profondità di 5 metri (Daquino 1991).

    [4] Pagliara, nel 1971, ha condotto alcune indagini sulla struttura in oggetto, a conclusione delle quali ha scritto: “l’elemento più notevole sott’acqua è il vestigio di un molo flangiflutti, ottenuto, a quel che è dato vedere, con l’accumulo di pietrame della zona per una gettata di mt. 70 a partire dalla riva. Il moto ondoso ha abbattuto completamente le parti emergenti in antico, sicchè oggi il molo si presenta come una secca piuttosto pericolosa per chi intenda entrare nella cala doppiando il capo da SE” (Pagliara 1969-71, p. 129).

    [5] Auriemma 2003, pp. 136; Auriemma 2004, pp. 279-280.

    [6] Don Vincenzo Rosafio aveva fornito le misure in metri della struttura: profondità 3,50, lunghezza 4, larghezza 3. Vi erano inoltre sette blocchi monolitici di copertura (Rosafio 1968).

    Bibliografia:

    Archeoclub D’Italia. Sede Vereto, Itinerario storico-archeologico tra Giuliano e Patù. Guida fotografica, Galatina (Le), 2002.

    Auriemma R., Archeologia della costa salentina: l’approdo di Torre S. Gregorio, in Studi d’Antichità, XI, pp. 127-148, Martina Franca (Ta), 2003.

    Auriemma R., Salentum a Salo. Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento (Volume primo), pp. 278-286, Galatina (Le), 2004.

    Cavalera M., Tesi di Laurea Specialistica in Archeologia “Archeologia del Paesaggio costiero tra Lido Marini (Ugento) e Torre S. Gregorio (Patù)”, relatrice prof.ssa Rita Auriemma, Anno Accademico 2007-2008.

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010.

    D’Andria F.,  L’esplorazione archeologica, in Leuca, p. 47, Galatina (Le), 1978.

    Larva L., Messapia. Terra tra due Mari, p. 273, Galatina (Le), 2010.

    Pagliara C., Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, in Annali Università di Lecce, 5, pp. 121-136, Lecce, 1969-71.

    Sammarco M., Vereto: appunti di topografia, in Ciardo M., Torsello S. (a cura di), Studi in onore di Antonio Michele Ferraro, pp. 53-65, Tricase (Le), 2008.

    Per approfondimenti:

    https://www.associazionearches.it/le-dinamiche-insediative-del-salento-meridionale-in-eta-romana/

    https://www.associazionearches.it/acqua-dalle-rocce-il-canale-volito-patu/

    https://www.associazionearches.it/vereto-antica-citta-messapica-tra-le-pietre-e-gli-ulivi-dellomonima-serra/

     

  • La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    di Alessio Stefàno

    in memoria del prof. Gino Pisanò

    Premessa

    Per lo storico e l’archeologo, incalliti “viaggiatori nel tempo” incaricati di scrivere la nostra storia, particolare importanza assumono i documenti epigrafici. Sin da quando l’uomo ha incominciato a padroneggiare la scrittura, infatti, ha prodotto iscrizioni d’ogni genere, incise, graffite, dipinte su materiali disparatissimi (marmo, pietra, bronzo, terracotta). Queste testimonianze rappresentano importanti fotografie del nostro passato, che ci parlano non solo di accadimenti storici ma anche di importanti aspetti socio-culturali. Accade così che è possibile ricostruire – almeno parzialmente – le vicende di una comunità, ma soprattutto scrivere una storia che «non veda storie per eccellenza e storie che non siano tali, né ammetta il primato di una storia delle strutture (economiche o socio- culturali che siano) rispetto ad una storia delle sovrastrutture o quello di una storia dello spirito (laica o religiosa, delle idee o dell’anima che sia) rispetto ad una storia degli oggetti su cui lo spirito si eleva e lavora» (GALASSO 1982, p. 6).

    A questa storia, a lungo definita “minore” o “locale”, che a volte può apparire estranea al corso dei grandi eventi, ma che in fondo è solo parte della “grande” storia (e soprattutto è la nostra storia), si era già interessato il compianto professore Gino Pisanò. A lui va il merito di aver curato, tra le diverse pubblicazioni riguardanti la nostra città, la terza sezione del volume Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano (Galatina 1994), nel quale è raccolta una nutrita serie di testimonianze epigrafiche (anche scomparse) che vanno a costituire vere e proprie “istantanee” del passato della nostra città. Molte sono state qui riportate, altre sono state raccolte dal sottoscritto; proveremo qui a ripercorrere attraverso di esse le vicende della nostra comunità e dei suoi uomini.

    Le origini: l’età Romana e Medievale

    Proprio attraverso un’epigrafe possiamo, verosimilmente, scrivere l’inizio della storia di Casarano. Rinvenuta negli anni Settanta, reimpiegata già in antico all’interno del muro di un’abitazione (dove ancora oggi è conservata), si tratta di una piccola stele in pietra locale, con un frontoncino semilunato decorato da solcature concentriche. Ecco il testo:

    D(IIS) M(ANIBUS)

    MUSICUS MAXIMI NI

    SER(VUS) V(IXIT)

    A(NNIS) VII

    H(IC) S(EPULTUS) E(ST)

    LEVVIUS ET

    CALE FILIO

    PIISSIMO

    B(ENE) M(ERENTI) P(OSUERUNT)

    Agli Dei Mani Musico

    servo di Massimino

    visse anni sette

    qui è sepolto

    Levio e Cale

    al piissimo figlio

    che ben meritò posero

    Questa lapide doveva segnalare, in origine, il luogo di sepoltura di un bambino di nome Musicus, figlio di un uomo ebreo (Levius) e di una donna greca (Cale), come dimostra chiaramente l’etimologia dei due nomi (PISANÒ, SCHIAVO 1985, p. 71; GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 103-104).

    Il fanciullo ha un nome inusuale, tipicamente schiavile; lo stesso testo dell’epigrafe afferma esplicitamente che egli si trovava (sin dalla nascita) in condizioni servili nei confronti di un certo Massimino (“Maximini servus”). Siamo di fronte, dunque, a un documento di straordinaria importanza storica, che ci presenta la realtà del latifondo, ossia di una grande proprietà agricola, gestita solitamente da membri dell’aristocrazia romana attraverso un largo impiego della manodopera servile. Allo stesso tempo, l’epigrafe ci racconta di come il Salento fosse, già in età Romana, crocevia di popoli e culture provenienti da ogni parte del Mediterraneo. L’iscrizione – chiaramente pagana – è stata solitamente datata al I secolo d.C., ma con maggiore prudenza, in assenza di confronti puntuali, possiamo ascriverla ad un periodo piuttosto ampio, compreso tra il I e il III secolo d.C. (fig.1).

    Fig. 1

    Allo stesso periodo doveva appartenere l’epigrafe rinvenuta negli anni Settanta sotto il pavimento della chiesa di Santa Maria della Croce, durante i lavori di restauro, ormai da tempo perduta. Piuttosto frammentaria, secondo la ricostruzione del prof. Pisanò si tratterebbe di un’iscrizione funeraria menzionante la gens Vibuleia, attestata a Gallipoli su un’epigrafe del I secolo d.C. (PAGLIARA 1972, p. 77; PISANÒ, SCHIAVO 1985 p. 72).

    Il monumento più importante di Casarano è sicuramente rappresentato dalla chiesa di Santa Maria della Croce o di Casaranello, oggetto in anni recenti di numerosi studi e pubblicazioni. All’interno della chiesa si conserva un palinsesto di affreschi, che coprono tutto il lungo e travagliato periodo del Medioevo. Al di sopra di alcuni di questi sono presenti delle iscrizioni dedicatorie e numerosi graffiti devozionali in lingua greca, spesso di difficile lettura. La più importante tra queste trova posto su un affresco dell’XI secolo, posto su uno dei pilastri interni e rappresentante la Vergine col Bambino (Theotokos). L’iscrizione, infatti, testimonia la riconsacrazione della chiesa alla presenza di un vescovo di Gallipoli (JACOB 1988).

    Falsi storici: l’epigrafe di papa Tomacelli

    Nella stessa chiesa di Casaranello è conservata, al di sopra della porta d’ingresso, un’epigrafe del 1717, la quale ha alimentato un mito a lungo creduto vero dai casaranesi (e non solo), circa la nascita di un papa – Bonifacio IX – nella nostra città (fig. 2).

     Fig. 2

    Ecco il testo tradotto in italiano:

    A Dio ottimo massimo O passeggero

    fermati e ammira la grande bellezza di questo tempio qui

    Bonifacio IX Tomacelli Sommo pontefice

    Nato da genitori signori dell’uno e dell’altro Casarano Ricevette il Sacro Battesimo.

    Questa chiesa dapprima venerò come madre, egli, che poi sulla terra fu vicario del sommo Dio.

    Antonio Sanfelice Vescovo di Nardò

    Ordinò di rinnovare il ricordo quasi perduto dell’ottimo pontefice

    Che aveva acquisito meriti immortali nei confronti del mondo cattolico e della sua chiesa

    Nell’anno di Cristo 1717

    Recenti studi hanno permesso, in via definitiva, di far luce su questa figura, dimostrando che i Tomacelli possedettero il feudo di Casarano solo dopo il 1378, mentre Bonifacio IX nacque intorno al 1350, dunque sicuramente non venne battezzato in questi luoghi (SERIO 2020, pp. 119-143). Il Sanfelice, in effetti, con lo scopo di dar lustro alla diocesi di Nardò, presentandola come ricca di antichità e di uomini prestigiosi, impiantò «una vera e propria officina di falsi, mediante la creazione e la pubblicazione di numerosi apocrifi» (v. STEFÀNO 2018, pp. 11-28).

    Gli antichi moniti delle dimore signorili

    Sulla facciata di palazzo Valente, uno dei più belli e antichi del centro storico di Casarano, è riportata una breve epigrafe (figura 3): INVIDIA INVIDENTI NOCET 1572.

          Fig. 3

    “L’invidia nuoce all’invidioso”, ricorda il monito al visitatore. A partire da Cinquecento diventano molto comuni presso le dimore signorili epigrafi riportanti proverbi, moniti e massime latine. L’iscrizione di palazzo Valente, in particolare, trova confronto con un’iscrizione coeva conservata a Manduria sulla facciata di palazzo Dimitri e con una più tarda riportata sull’architrave di un’abitazione settecentesca di Locorotondo.

    Un’altra epigrafe della stessa categoria era collocata su un edificio cinquecentesco adiacente alla Chiesa Madre, nella memoria popolare identificato come la casa natale di papa Bonifacio IX, e distrutto negli anni Sessanta. Come ci informa il prof. Pisanò, l’iscrizione fu salvata da un tal Guerino Toma, che dopo averla recuperata dalle macerie la conservò nel suo villino di campagna (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 109). Il testo recita:

    VOX MISSA NESCIT REVERTI.

    “La voce, una volta uscita, non sa tornare indietro” è la traduzione di questa massima, la quale avvisa che, in alcuni casi, cui ci si accorge troppo tardi di aver detto qualcosa di sconveniente. Questa volta la fonte è rappresentata dalla letteratura latina classica, in particolare dal poeta Orazio (Ars poetica, 390).

    Le epigrafi possono occupare non solo l’esterno ma anche l’interno delle residenze signorili.

    FORTUNA FACIET P(rospera) AD 1812. L’iscrizione, anche questa raccolta dal Pisanò, risulta affrescata sulla volta di casa Martina Toma, un tempo appartenente all’importane famiglia D’Elia di Casarano. Essa vuol mettere in evidenza il peso della fortuna nella vita umana e, soprattutto, nel gioco delle carte, col quale i D’Elia spesso si intrattenevano con i propri amici all’interno di questa abitazione. Nel giardino dello stesso fabbricato, un’iscrizione (oggi mutila) spiega, infatti, la destinazione di questo luogo:

    HYACINTHUS DE ELIA

    PATRICIUS CALLIPOLITANUS

    SIBI POSTERISQUE SUIS

    CURARUM LEVAMENTO AMICIS HOSPITIO

    SUBURBANUM AB INCHOATO EXTRUXIT

    TAMDIU SE VIXISSE EXTIMANS

    QUAMDIU [POTUISSET]

    PARUMPER AURES [SECUNDAS PRAEBERE CETERIS]

    A.D. M[—]

    Il testo in italiano recita: «Giacinto D’Elia, patrizio gallipolino, costruì dalle fondamenta questa villetta suburbana per sé e per i suoi discendenti al fine di alleviarne gli affanni, per gli amici al fine di ospitarli, stimando che tanto sarebbe vissuto fino a quando avesse potuto per un po’ ancora accogliere generosamente gli altri. Nell’anno del Signore 1[812]» (l’epigrafe, mutila, riporta solo la prima cifra dell’anno, ma è verosimile che sia coeva alla precedente).

    L’iscrizione evidenzia il valore dell’amicizia e dell’ospitalità, doti evidentemente possedute dalla famiglia di don Giacinto D’Elia (1750-1826) (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 115-116). La casa passò poi alla famiglia Lupo e, infine, alla famiglia Martina Toma. Probabilmente, nella stessa casa, nacque Adele Lupo, poetessa casaranese vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento (IVI, pp. 116-117; su Adele Lupo si veda MARRELLA, SCORRANO 2001).

    Tra le famiglie importanti di Casarano un posto particolare è senza dubbio occupato dai Nuccio, il cui don Pompeo intratteneva stretti rapporti di amicizia col poeta vate Gabriele D’Annunzio e con il Re Vittorio Emanuele III. Sulla porta d’ingresso del loro palazzo è scritto:

    HUC ADES: EXCIPIES SOLACIA ARTIS ET MUNERA AMICITIAE

    ossia: “Vieni qui: troverai i conforti dell’arte e i valori dell’amicizia” (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 119).

    Ma i nobili e i feudatari di Casarano non fecero solo costruire ex novo palazzi urbani e suburbani; spesso restaurarono anche antiche masserie, trasformandole in casini di campagna, patria dell’otium e della contemplazione della natura. Così fece Matteo D’Aquino, prete massone di Casarano, come ancora oggi ci ricorda l’epigrafe sulla sua facciata di Casino Cammire:

    POMARIUM HOC

    AB IMPIA RECTORUM OSCITANTIA

    PAENE DELETUM

    MATTHAEUS DE AQUINO

    E CASARANENSIUM DYNASTIS

    RESTAURAVIT

    ET IN NITIDIOREM FORMAM

    REDEGIT MDCCLXXXIX

    L’epigrafe è traducibile come segue: «Questo pomario, quasi distrutto dall’ampia indolenza dei suoi amministratori, Matteo D’Aquino dei feudatari di Casarano, restaurò e ridusse a più decoroso aspetto nel 1789» (IVI, p. 113; su Matteo D’Aquino si veda PISANÒ 1993).

    Tra le epigrafi un tempo adornanti luoghi di campagna è da ricordare anche quella, piuttosto frammentaria, rivenuta come materiale di riempimento all’interno di un muro di confine presso Masseria Palla e oggi qui conservata. L’iscrizione, databile tra il XVI e il XVIII secolo, è stata ricostruita dal sottoscritto e riporta un versetto del libro del profeta Isaia:

    [DIVITI]Æ SALUTIS

    [SAPIEN]TIA ET SCIENTIA

    [TIMO]R DOMINI

    [ISPE] TESAURUS [EIUS]

    [ISAIAH X]XXIII

    Ricchezze salutari

    sono sapienza e scienza

    Il timore di Dio è il suo tesoro

    Isaia 33

    Fig. 4

    Le epigrafi religiose

    Nobili e feudatari di Casarano non si occuparono solo dei loro palazzi e delle loro dimore di campagna, ma versarono il loro impegno economico anche nella realizzazione di edifici religiosi. Lungo la facciata della chiesa di San Domenico di legge:

    AQUINATES LEONES FORTES DEI CULTO AQUINO SOLI SACRUM EREXERE DELUBRUM 1676

    Ossia: “I leoni aquinati, forti nel culto di Dio, questo sacro tempio all’astro d’Aquino nel 1676”. I D’Aquino, detti leoni perché sul loro stemma campeggiano, appunto, i leoni, completarono la costruzione dell’edificio, dedicato all’«astro di Dio», San Tommaso D’Aquino (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 121).

    Grazie alla carità dei cittadini, invece, fu portata a termine l’attuale chiesa Matrice:

    D.O.M. CONCIVIUM CHARITAS

    TRES FRUCTUS VIGESIMANS OPUS

    TRESDECIM AB HINC ANNIS INCEPTUM

    PERFECIT ANNO MDCCXII

        Fig. 5

    I cittadini, infatti, offrirono la ventesima parte di tre prodotti della terra, affinché, dopo tredici anni, venisse completata la costruzione del sacro Tempio, terminata nel 1712 (IVI, p. 123).

    Su iniziativa di un altro privato, invece, venne eretta la chiesa di San Pietro, come ci ricorda la consunta epigrafe su un medaglione di pietra leccese sovrastante il portale:

    D.O.M.

    AC DIVO PETRO

    PETRUS CALBANO

    EREXIT H.S.

    A.D. 1702

    Fig. 6

    La chiesa, infatti, venne eretta per volontà di Pietro Calbano nel 1702, in onore del santo del quale portava il nome (IVI, p. 122).

    Grazie all’intervento di Matteo D’Aquino, priore («amato per il suo lignaggio non meno che per la sua pietà»), ma anche di tutti i confratelli, invece, nel 1751 venne ampliata ed abbellita la chiesa dell’Immacolata, sede dell’omonima confraternita fondata nel 1619 da Giovan Battista Filomarino (IVI, pp. 128-129):

    D.O.M. TEMPLUM HOCCE

    PROTOPLASTORUM LABE IMMUNI

    DICATUM

    QUOD NE ARCTUM PIO SODALIUM CONSURSU

    FORET

    MATTÆUS DAQUINO PRÆFECTUS

    CASARANENSIUM DUNA[STARUM]

    NON MINUS GENERE QUAM PIETATE

    ACCEPTUS PROPRIO SODALIUM

    AC SODALITATIS ÆRE

    AMPLIANDUM ET EXORNANDUM

    CURAVIT

    REPARATÆSALUTIS

    ANNO MDCCLI

    Il calvario adiacente alla chiesa venne realizzato, invece, tra il 1913 e il 1918 dalla baronessa Olimpia Passero, come ci ricorda l’epigrafe bronzea collocata sul cancello. Donna particolarmente pia e devota, ella si occupò della realizzazione di molte opere religiose nella città, tra le quali lo splendido cappellone del Santissimo Sacramento nella Chiesa Matrice, come ci ricorda, anche qui, un’epigrafe del 1910.

    Nella chiesa Matrice e nelle altre chiese della città molte altre epigrafi, spesso poste sugli altari, ci raccontano le vicende di questo luogo e, soprattutto delle famiglie più importanti, i cui illustri benefattori spesso commissionavano restauri e nuove realizzazioni artistiche e architettoniche (cfr. SORRONE 2013).

    Epigrafi pubbliche e memoriali

    Sin dall’età Romana e fino a tutta l’età Moderna, le epigrafi servono anche a commemorare eventi di rilevanza politica e comunitaria, come la fondazione di edifici pubblici e monumenti. È il caso della torre dell’orologio, collocata su uno dei lati brevi della piazza cittadina. Qui l’epigrafe, posta in un medaglione sovrastante lo stemma cittadino, recita:

    D.O.M.

    H[O]ROLOGIUM

    HOCCE FUIT

    ÆDIFICATU[M]

    TEMP[OR]E

    SINDACATUS

    U.I.D.D. ORONTII FERILLI

    A.H.S. 1790

    Fig. 7

    L’iscrizione ci informa che il campanile venne edificato nel tempo in cui era sindaco Oronzo Ferilli, “dottore dell’uno e dell’altro diritto”, ossia quello civile e quello canonico (come ci ricorda l’abbreviazione U.I.D.D.), nell’anno dell’umana salvezza 1790 (IVI, p. 114) (figura 7).

    Ma le epigrafi a carattere pubblico e politico possono anche essere non “ufficiali”, un po’ come accade al giorno d’oggi con i graffiti sui muri. È il caso delle iscrizioni dipinte, rinvenute nel 2015, che recitano ABBASSO IL PAPA RE e VIVA VITTORIO EMANUELE IN CAMPIDOGLIO, sul fronte di

    palazzo Arditi. Databili tra il 1860 e il 1870/71, raccontano il tormentoso periodo politico conseguente all’unificazione della Penisola (la cosiddetta Questione Romana). Le iscrizioni sono state recentemente oggetto di restauri, grazie al progetto “Tracce di storia”, ideato da Marco Mazzeo e messo in atto con la collaborazione di diversi enti locali (figura 8).

       Fig. 8

    Tra le iscrizioni a carattere politico rientra anche una lapide a lungo dimenticata, rinvenuta in un’aiuola circolare nel piazzale antistante il cimitero di Casarano. L’epigrafe recita:

    IN MEMORIA DI ARNALDO MUSSOLINI

    Arnaldo Mussolini, fratello del Duce scomparso improvvisamente nel 1931, fu giornalista, insegnante e politico italiano. L’interesse per la natura lo indusse a dedicarsi all’organizzazione dell’agricoltura, alla rinascita boschiva, alle attività di bonifica, diventando il primo presidente del Comitato Nazionale Forestale. Il 27 novembre 1928 gli fu conferita la laurea honoris causa in scienze agrarie. Dopo la sua scomparsa, il Comando delle Legioni della Milizia Nazionale Forestale diede disposizioni affinché venisse organizzata, in ciascun Comune del regno d’Italia, un’apposita cerimonia che prevedeva la piantumazione di un albero in memoria del fratello del Duce.

    A Casarano venne piantato un albero di pino in un’aiuola al di fuori del cimitero, corredato dall’epigrafe dedicatoria. La lapide venne poi occultata nel 1943, dopo la caduta del Regime. Questa, infatti, come molti altri documenti ed opere pubbliche del Ventennio, fu condannata alla damnatio memoriae. Si può notare come l’iscrizione risulti scalfita, nonché mutila nella parte sinistra, dove forse era applicato un fascio littorio (o una foto del fratello del duce). Anche il pino piantumato nell’aiuola venne in seguito tagliato, per poi essere dopo molto tempo sostituito da un nuovo albero.

    L’epigrafe, oggi nuovamente al suo posto, è di grande importanza, poiché rappresenta il «simbolo di un’epoca che, seppur con le sue ombre, ha segnato in maniera importante anche la piccola storia della nostra città che, attraverso una testimonianza come questa, diventa parte della grande Storia» (CASARANO 2008) (figura 9).

    Fig. 9

    Tra le epigrafi memoriali è sicuramente da ricordare quella di Gaetano Romano, poeta e massone nato a Casarano nel 1883, tragicamente scomparso nel 1910 durante un incidente sul convoglio ferroviario postale Foggia-Lecce presso il quale prestava servizio. Di lui si ricordano, in particolare, la composizione del testo dell’Inno al Venerdì Santo (poi musicato da Ernesto Romano) e la poesia in vernacolo “Susu lu munte de la Campana” (v. VALENTINO 1998, FRACASSO 1994/95). Dopo il tragico avvenimento, l’amministrazione comunale del tempo, con a capo il sindaco don Domenico De Donatis, pose una lapide in piazza Garibaldi (figura 10).

    Fig. 10

    L’ultimo addio

    Sin da tempi remoti è in uso nella nostra civiltà l’incisione di epitaffi, ossia di iscrizioni sepolcrali aventi come scopo quello di onorare e ricordare un defunto. Se, passeggiando nei nostri cimiteri, ci apprestassimo ad osservare con attenzione, noteremmo numerose lapidi ormai spostate dai luoghi di originaria sepoltura e spesso accatastate negli angoli, consunte dalle intemperie. I loro morti aspettano ormai in silenzio di essere consegnati all’oblio.

    Una di queste, fra tutte, mi ha sempre colpito molto. Si tratta di un segnacolo in pietra leccese, annerito di muschi e licheni; una corona di fiori scolpita circonda il nome, ormai quasi illeggibile, della defunta (che qui ometteremo). In basso, sulla base del segnacolo, è inciso il commovente epitaffio:

    MOGLIE ESEMPLARE DI RARE VIRTU’ DOMESTICHE IL MARITO ED I FIGLI

    DESOLATISSIMI INVITANO TUTTI ALLA PREGHIERA. MORTA 8 OTTOBRE 1918.

    Fig. 10

    Non faremmo fatica a immaginare (anzi, ne troveremmo ulteriore conferma nei documenti d’archivio) che questa giovane donna (di appena 33 anni, secondo i documenti d’archivio) sia stata strappata all’affetto dei suoi cari dall’epidemia di influenza Spagnola che falcidiò la popolazione mondiale tra il 1918 e il 1919, mietendo numerose vittime anche nel Salento, soprattutto tra i giovani adulti. A Casarano fu addirittura necessario un registro supplementare degli atti di morte, come dimostrano i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce (Stato civile italiano › Casarano › Morti › 1918 › 3227, suppl. 2).

    Ma molte altre tombe dimenticate possono raccontare delle storie. Spesso sono storie di vite semplici, di famiglie umili di artigiani e contadini. E sono storie che stanno per essere definitivamente dimenticate. Ma c’è un dovere della memoria che ci impone di lottare contro l’oblio.

    Conclusioni

    Il presente articolo vuol essere un omaggio al professore Gino Pisanò, letterato, umanista e intellettuale raffinato, scomparso quasi otto anni fa. A lui va il merito di aver raccontato, prima di tutti, la storia di questa città. Molte delle epigrafi qui riportate (anche quelle oggi perdute) sono state da lui raccolte in una pubblicazione, citata in bibliografia. Concludo con un’epigrafe, che egli stesso fece realizzare ed apporre all’ingresso della sua casa in campagna e che riporta anche nel suo libro: HIC CONSISTO AC MORUM MECO, “Qui mi fermo e mi intrattengo con me stesso”.

    Note

    Per la lettura delle epigrafi si ricorda che, secondo la consuetudine dettata dal sistema Panciera- Krummrey, le abbreviazioni si sciolgono tra parentesi tonde ( ), mentre tra parentesi quadre [ ] si riportano le integrazioni delle lacune nel testo.

    Si ringrazia la signora Adriana De Lorenzis per aver permesso la documentazione e studio dell’epigrafe conservata presso Masseria Palla.

    Bibliografia

    CASARANO Antonio, Una lapide dedicata ad Arnaldo Mussolini (intervista al prof. L. Marrella), «Lo Scirocco», n. 2, 2008, (22).

    FRACASSO Concetta, Gaetano Romano poeta casaranese di fine Ottocento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Lecce, 1994/95.

    GALASSO Giuseppe, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondadori, Milano 1982.

    GRAZIUSO Luciano, PANARESE Emilio, PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    JACOB Andrè, La consécration de Santa Maria della Croce à Casaranello et l’ancien diocèse de Gallipoli, «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», 25, 1988 (147-163).

    Marrella Luigi, Scorrano Luigi, Un inno ed un sospiro. Adele Lupo di Casarano, Barbieri, Manduria 2001.

    PAGLIARA Cosimo, Note di epigrafia salentina, III, in Annali dell’Università di Lecce, Galatina 1973.

    PISANÒ Gino, SCHIAVO Mino, Casarano e Wierich De Daun in una pergamena del 1717, Congedo, Galatina, 1985.

    PISANÒ Gino, La villa suburbana di Matteo D’Aquino. Un prete massone del ‘700 a Casarano, «Presenza taurisanese», Maggio 1993 (6-7).

    PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    SERIO Antonio Sebastiano, Casarano nel Basso Medioevo, Barbieri, Manduria 2020.

    SORRONE Maura, La chiesa madre di Casarano: nuove ipotesi e brevi annotazioni, «Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto», Anno 2, n. 2, 2013 (disponibile online su: https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/03/la-chiesa-madre-di-casarano-nuove-ipotesi-e- brevi-annotazioni/).

    STEFÀNO Leo, S. Maria della Croce (Casaranello). Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento, Grifo, Lecce, 2018.

    VALENTINO Paolo, Canti a vint’anni, Casarano 1998.

    Su Gaetano Romano: http://www.carusa.it/Personaggi/2276

    Dello stesso autore

    https://www.associazionearches.it/usi-e-consuetudini-funerari-nella-cultura-popolare-salentina/

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  • LE DINAMICHE INSEDIATIVE DEL SALENTO MERIDIONALE IN ETÁ ROMANA

    LE DINAMICHE INSEDIATIVE DEL SALENTO MERIDIONALE IN ETÁ ROMANA

    di Marco Cavalera e Nicola Febbraro 

    1. PREMESSA

    L’ambito territoriale preso in considerazione nel presente contributo è la Regio secunda[1] e, nello specifico, l’antica Calabria ossia l’estremità sud/occidentale della penisola salentina. L’arco cronologico di riferimento è compreso fra la romanizzazione del Salento (prima metà del III sec. a.C.) e l’età tardoantica (inizio VII sec. d.C.).

    Si è partiti da un’indagine che ha riguardato il tratto costiero che va da Torre S. Giovanni (Ugento) a Torre S. Gregorio (Patù), il cui scopo è stato quello di ricostruirne l’antico sistema insediativo, integrando la documentazione esistente.

    Le due località costiere erano degli importanti approdi al servizio, rispettivamente, dei municipia di Uzentum (Ugento) e Veretum (Patù) e dei relativi territoria. Erano rinomati per la fertilità dei suoli e la produzione vinicola ed olivicola[2] e serviti da un’importante arteria stradale: la via “Sallentina” (fig. 1).

    Fig. 1: Viabilità romana del Salento. Fonte: Uggeri 1983.

    La ricerca ha perseguito i seguenti obiettivi:

    • ricostruire i rapporti fra le due realtà urbane di Ugento e Vereto ed i relativi comprensori, rurali e costieri, all’indomani del processo di romanizzazione;
    • individuare altri eventuali scali marittimi secondari, al servizio delle fornaci individuate nel fondo del Canale Taviano-Fano localmente noto come Tariano (Salve)[3] ed a Felline (Alliste)[4];
    • comprendere se il modello insediativo, in età imperiale e tardoantica, fosse solo quello della “villa periferica”, che faceva riferimento a piccoli villaggi (vici) sparsi nel latifondo[5], o se vi fossero anche altre forme di sfruttamento del territorio.

    Riguardo a quest’ultimo aspetto, si è cercato di ottenere nuovi dati che contribuissero alla ricostruzione delle conseguenze prodotte, nel basso Salento, dal collasso del sistema statale romano, avvenuto nel VI secolo d.C. Dalla tradizione storica emerge un quadro disastroso: un generale spopolamento della penisola salentina. I dati archeologici, invece, suggeriscono la riorganizzazione politico-economica della stessa sulla base di nuove realtà insediative e produttive.

    1. L’ETÁ TARDO REPUBBLICANA

    Le ricognizioni di superficie hanno permesso di individuare numerose aree di frammenti fittili, riferibili all’età tardo repubblicana (II-I sec. a.C.), relative ad insediamenti rurali. Alcuni di essi sono di nuova fondazione, altri insistono su siti abitati in epoche precedenti.

    Si tratta di piccole fattorie o di case coloniche abitate, per il tempo necessario allo svolgimento di determinate pratiche agricole, da esigui nuclei di contadini provenienti da Ugento e Vereto. Queste due città, al termine del processo di romanizzazione del Salento, sono divenute dei municipia[6].

    Dalle indagini è emersa l’immagine di un territorio densamente popolato e molto vivace e dinamico dal punto di vista economico. Nell’area compresa fra Ugento e Salve, infatti, erano presenti almeno tre impianti produttivi di tegole ed anfore. Questo comprensorio, inoltre, disponeva di due importanti approdi (Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio), per mezzo dei quali le merci prodotte in loco raggiungevano i principali mercati del Mediterraneo.

    Al 2007 risale il rinvenimento di un’importante evidenza archeologica a Lido Marini (Ugento). A ridosso della costa e nei pressi di sorgenti subacquee si individuavano dei ruderi di strutture murarie con abbondanti frammenti ceramici, d’età romana, riferibili ad un piccolo scalo utilizzato da imbarcazioni di modeste dimensioni, che trasportavano le merci prodotte nel fundus verso i vicini e più grandi approdi (fig. 2)[7].

      Fig. 2: Lido Marini. Ruderi delle strutture riferibili ad un piccolo scalo marittimo.

    I dati archeologici a disposizione, riguardo a questa fase, suggeriscono un notevole incremento dei traffici che ha riguardato gli approdi di Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio. Il quadro economico che ne emerge, pertanto, è piuttosto vivace e non sembra che in quest’area si siano fatti sentire gli effetti negativi della guerra annibalica[8]. Lo scalo di Torre S. Gregorio, fra l’altro, acquisisce ora la fisionomia di un approdo organizzato, grazie alla realizzazione di alcune strutture di servizio e di una grande opera frangiflutti (fig. 3).

     Fig. 3: Baia di Torre San Gregorio, sede dell’antico approdo.

    Il modello insediativo “centro urbano – insediamento agricolo e/o produttivo – piccolo approdo”, ipotizzato per il versante ionico del basso Salento, trova confronti, più a nord, con quello dell’ager Neretinum (Nardò). Recenti indagini effettuate in località Frascone (Palude del Capitano, Torre S. Isidoro), infatti, hanno permesso di individuare delle strutture legate ad attività produttive. Nelle loro vicinanze vi era un’area di frammenti fittili, ipoteticamente identificata con la pars urbana dell’insediamento.

    La baia, nel corso dell’età tardo repubblicana-altoimperiale e soprattutto nella successiva fase tardoimperiale, ospitava un approdo “minore”. Il centro urbano di riferimento di questo territorium era Neretum (Nardò), divenuto municipio a seguito della Guerra Sociale[9].

    Le ricerche effettuate nell’estremità sud-orientale della penisola, invece, hanno offerto un quadro differente riguardo al popolamento rurale in età repubblicana. Nell’ambito territoriale compreso tra Vaste e Castro, infatti, si assiste alla rarefazione dei siti. Il tutto è forse dovuto all’avvio del processo di romanizzazione, che avrebbe causato un profondo squilibrio nel territorio[10]. L’indubbia cesura, riscontrabile nel passaggio dalla fiorente fase ellenistica a quella repubblicana, potrebbe anche esser dovuta ad un calo “fisiologico”, a seguito della grande fioritura economica di altri comprensori più ricchi di risorse.

    Per concludere, la penisola salentina in età tardo repubblicana è stata interessata da una considerevole crescita nel numero degli insediamenti rurali. L’articolazione nell’occupazione del territorio che ne emerge suggerisce un razionale sfruttamento delle risorse ed un incremento di esportazioni dei prodotti agricoli a partire dalla fine del II secolo a.C.

    1. L’ETÁ IMPERIALE

    Il territorio compreso tra Ugento e Vereto, a partire dal II secolo d.C., si caratterizzava per la presenza di numerose strutture a carattere rurale, per lo più ubicate lungo il tracciato della via “Sallentina”.

    Le aree sulle quali insistevano gli insediamenti rustici hanno restituito abbondanti reperti ceramici, riferibili sia alle strutture residenziali (ceramica africana da cucina, sigillata africana ed italica, ecc.) che alla pars rustica degli stessi (anforacei e dolia).

    Le strutture residenziali del dominus, del curatore o dell’amministratore del fondo erano connesse agli ambienti adibiti alle attività produttive ed all’immagazzinamento delle derrate agricole. Emblematico, a tal proposito, è il recente rinvenimento dei resti di una fattoria individuati a Salve, in località Trisciani (fig. 4). I frammenti di vasellame da mensa e quelli di contenitori da trasporto e da magazzino sono stati qui rinvenuti in due fondi attigui[11].

     Fig. 4: Blocchi tufacei pertinenti le antiche strutture della villa romana di loc. Trisciani (Salve).

    Le prospezioni di superficie hanno anche evidenziato l’assenza di elementi architettonici di pregio, ricorrenti negli ambienti residenziali delle ville ubicate in altri comprensori rurali della penisola italiana: tessere musive, frammenti di mosaici o semplici signini. Tali edifici, evidentemente, avevano nel Salento una destinazione d’uso legata più ad esigenze funzionali, lavorative ed utilitaristiche che al comfort.

    Gli ambienti residenziali erano realizzati con tecniche edilizie piuttosto povere, che prevedevano l’impiego di blocchi in calcare locale, legno e “tufina” (calcarenite triturata ed impastata con acqua ed usata come legante). Le pareti erano rivestite con un intonaco per lo più acromo ed i piani di calpestio realizzati in semplice battuto[12].

    Il comprensorio Vaste-Castro, in questa fase, torna ad essere popolato in modo più intensivo. Le ricognizioni di superficie, infatti, hanno permesso l’individuazione di una dozzina di fattorie di nuovo impianto, riferibili al I-II secolo d.C. Le stesse si caratterizzano per una limitata estensione, l’assenza di elementi architettonici di pregio e di cementizio e la presenza di embrici e frammenti di macine[13].

    1. L’ETÁ TARDOANTICA

    Il Salento, in età tardoantica, è stato interessato da un notevole incremento degli insediamenti rurali. Dalla documentazione archeologica, pertanto, emerge il quadro di un’economia fiorente, che non ha risentito della crisi generale, culminata nel III-IV secolo d.C. Ciò è dovuto alla presenza di un sistema viario ancora efficiente, di un territorio rurale fortemente antropizzato e di alcuni centri portuali (Brindisi ed Otranto su tutti) in grado di mantenere attive le rotte commerciali con il Mediterraneo orientale e meridionale, almeno fino al VI o alla prima metà del VII secolo[14].

    Nel comprensorio Ugento-Vereto è attestata una continuità di vita dei precedenti siti rurali, che sembrano ora raggiungere il culmine della loro prosperità[15].

    Le numerose aree di frammenti fittili individuate presentano le caratteristiche dell’insediamento vicanico: dimensioni ridotte dell’area di dispersione dei manufatti (0,5-3 ettari)[16], utilizzo di tecniche edilizie povere, presenza di evidenze riferibili ad attività agricolo-produttive (macine in pietra lavica, scorie di ferro, cisterne per l’approvvigionamento idrico, ecc.).

    L’analisi spaziale della distribuzione dei siti offre caratteri ripetitivi riconducibili ad un preciso modello insediativo: vicinanza ad un’arteria stradale e ad un approdo, distanza pressoché costante dalla linea di costa (1,5 – 2 km) ed ubicazione ad una quota s.l.m. compresa tra i 70 e i 120 metri[17]. Fra i fattori che hanno influenzato queste scelte insediative vi è la presenza, a ridosso della fascia costiera, di aree paludose e insalubri che rendevano «l’ambiente selvaggio e privo delle peculiarità essenziali al vivere umano»[18].

    Riguardo al Salento meridionale, la distribuzione dei siti rurali ha ovviamente subito l’influenza dei municipia di Ugento e Vereto. La Carta archeologica evidenzia l’elevata concentrazione degli stessi in tre aree:

    1. quella compresa tra il municipium di Ugento e il suo approdo di riferimento;
    2. quella che si sviluppa nell’entroterra dello scalo di Lido Marini;
    3. quella che interessa i territori comunali di Salve, Morciano di Leuca e Patù, che ha subito l’influenza del municipium di Vereto e dello scalo di Torre S. Gregorio.

    Il paesaggio costiero presenta una rarefazione di insediamenti nelle zone interposte tra queste aree, probabilmente a causa della maggiore lontananza dai due centri abitati di riferimento e dai rispettivi approdi o per uno sfruttamento agricolo basato sulla presenza di ville con fundi di notevole estensione, forse specializzati nella produzione cerealicola.

    La fitta occupazione delle aree comprese tra i municipia di Ugento e Vereto e il mare sembra far riferimento ad un’organizzazione insediativa del territorio che i Romani chiamavano pagus, articolata in numerosi piccoli villaggi, denominati vici. Questi raccoglievano la popolazione rurale, che doveva sfruttare intensamente le risorse agricole del territorio, in particolare quelle cerealicole, vinicole e dell’olivicoltura.

    I vigneti e gli oliveti erano ubicati nelle zone più vicine al mercato, ossia alle strade importanti ed agli approdi. Alla cerealicoltura e alla pastorizia estensiva, invece, erano destinate le aree marginali[19]. Nelle immediate vicinanze dei due porti di Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio, infatti, sono state identificate numerose aree di frammenti fittili ricche di reperti anforacei e di dolia, riconducibili alla produzione e al commercio di vino ed olio. Elementi riferibili alla pratica della cerealicoltura, invece, sono stati individuati in zone più distanti dagli stessi. A Salve, ad esempio, l’insediamento ubicato in località Trisciani ha restituito diversi frammenti di macine da grano in pietra lavica[20]. Diversi pesi da telaio, riferibili a questa fase, sono stati individuati nell’entroterra ugentino, a testimonianza dello svolgimento di attività legate alla pastorizia, come la filatura della lana[21].

    Un simile modello insediativo, basato sul vicus, è stato riconosciuto anche in altri agri del Salento centro-meridionale. A Cutrofiano sono state rinvenute tre aree di frammenti fittili d’età romana nelle località: Badia, Scacciato e Castelli[22]. A Supersano sono stati individuati resti di occupazione tardoantica in località Falconiera, su di un pianoro ubicato ai piedi della serra[23]. Ulteriori aree di frammenti fittili – tutte riferibili a strutture rustiche (vici) di età imperiale e tardoantica – sono state rinvenute nei territori di Corigliano d’Otranto (località Padulano[24]), Specchia (località Grassano[25] e Cardigliano[26]), Depressa (contrada Pozzi)[27] e Diso (località Cellini)[28]. Quest’ultimo insediamento, ubicato su un pianoro a breve distanza dal mare Adriatico, presenta evidenti analogie con quelli individuati lungo la fascia ionica: vicinanza all’approdo di Castrum Minervae (Castro) e dal tracciato della via “Sallentina”. Diversi siti coevi sono stati individuati nei territori di Vaste, Vignacastrisi e Vitigliano[29]. Nel comprensorio Vaste-Castro, dunque, si assiste ora ad un fenomeno di ripopolamento basato su una rete integrata di vici, villae, fattorie e approdo.

    In località San Foca (Melendugno) – circa 20 km a Nord di Otranto – sono state individuate delle strutture attribuite ad un insediamento produttivo, a carattere probabilmente stagionale, dedito alle attività di pesca e lavorazione del pescato. Non si tratta di singole unità abitative/produttive o manifatturiere, ma di un piccolo villaggio abitato da una decina di individui, per il quale è possibile ipotizzare una dimensione vicanica. Si può richiamare l’immagine – fatte le debite proporzioni – di un “vicus industriale”, dedito allo sfruttamento delle risorse marittime[30].

    Anche sul litorale ionico, in località Frascone (Nardò), è stato rinvenuto un sito riferibile al modello insediativo del vicus. L’insieme dei dati archeologici permette di ipotizzare una destinazione d’uso delle sue strutture più utilitaristica e funzionale che abitativa.

    Riguardo al Salento meridionale, invece, sia nel comparto adriatico che in quello ionico si assiste ora ad una persistenza e vivacità di presenza degli insediamenti. Il dato è in controtendenza rispetto a quanto attestato in altre aree dell’Italia meridionale e nell’entroterra della Puglia settentrionale. Questo dinamismo, suggerito dalle fonti e confermato dalle evidenze archeologiche, si deve anche all’efficace organizzazione insediativa del territorio salentino, basata sul trinomio: centro interno, insediamento rurale ed approdo.

    Nel comprensorio del sud Salento erano ora attivi almeno tre scali marittimi (Torre S. Giovanni, Lido Marini e Torre S. Gregorio), due centri interni di riferimento (Ugento e Vereto) ed alcuni insediamenti nell’immediato retroterra, definiti con molta cautela vicanici.

    I paesaggi tardoantichi della Puglia erano caratterizzati dalla peculiare convivenza, nello stesso ambito territoriale, di ville, fattorie e villaggi. L’attività principale di questa regione era quella agricola, ma risulta difficile ricostruire nel dettaglio il paesaggio agrario nella sua articolazione tra agricolture intensive (vigneti ed uliveti), colture cerealicole ed aree destinate al pascolo.

    Questo sistema insediativo richiama il modello della “villa periferica”, con la proprietà articolata in fondi e sistemi di conduzione diversificati, un edificio centrale, in alcuni casi residenza del dominus o del suo curatore e sede dell’amministrazione. I luoghi adibiti alle attività produttive e alle dimore della manodopera erano sparsi nel territorio circostante[31]. Si tratta dei cosiddetti vici, ai quali occorre rifarsi quando si individuano delle piccole superfici con sporadico materiale fittile.

    L’organizzazione pagano-vicanica di questa fase riprende uno schema insediativo già noto nella regione in età preromana. Il vicus era un’unità insediativa che ben si integrava con il tipo di organizzazione produttiva, in prevalenza cerealicola, e con le condizioni ambientali. I vici, inoltre, erano in stretto legame con le viae: molti villaggi si svilupparono lungo delle arterie viarie e assolsero alla funzione di punti di stazione del cursus publicus.

    L’esistenza di vasche di grandi dimensioni utilizzate per la raccolta di acqua piovana, che caratterizzava gli insediamenti vicanici, conferma la centralità assunta dal problema dell’approvvigionamento idrico in campagna. Cisterne di notevoli dimensioni, all’interno di un vicus, sono state rinvenute nel tarantino a Masseria Fontana, nel brindisino a Masseria San Giorgio e nel Salento a Vitigliano ed a Morciano di Leuca, in località Concagnane (fig. 5)[32].

     Fig. 6: Una delle cisterne individuate in località Concagnane (Morciano di Leuca).

    I vici erano quindi dei piccoli abitati rurali, strettamente connessi con le villae e le fattorie, nei quali si svolgevano delle attività peculiari della vita agricola: stoccaggio di derrate alimentari destinate all’annona e al mercato, fiere (nundinae), ecc. Gli stessi fungevano da sosta durante il viaggio.

    La nascita del vicus può derivare dal fenomeno di diminuzione delle ville di minori dimensioni, avvenuto in età imperiale a causa di una maggiore concentrazione della proprietà terriera. I contadini-coloni, impegnati nelle varie attività produttive della villa, risiedevano nei vici, da soli o assieme ai possidenti terrieri.

    Vera, a proposito dei paesaggi tardoantichi del Meridione, scrive che «nelle relazioni funzionali fra le città, le ville, i vici, i fundi suddivisi e i territori che comprendono queste entità non appaiono come il frutto di una stanca destrutturazione degli impianti precedenti, bensì il risultato del rimodellarsi delle realtà insediative in forme capaci di conciliare forte accentramento della proprietà della terra e forte decentramento della produzione agricola ora fondata su nuclei produttivi piccoli, riducibili nella sostanza alla famiglia contadina»[33].

    Nel territorio salentino, anche in questa fase, non è attestata la presenza di ville di lusso, cosiddette “varroniane”. Dalle indagini, infatti, non sono mai emersi elementi archeologici di pregio: pavimenti in opus sectile, impianti termali[34], marmi di origine italica e provinciale, intonaci dipinti, vetri da finestra, ecc.

    Gli insediamenti rurali salentini, come detto, nascono e vivono per lo sfruttamento agricolo e, più raramente, delle risorse marine. La decorazione e gli abbellimenti degli edifici, pertanto, vengono messi in secondo piano. Il rinvenimento di alcuni frammenti di intonaci parietali con una sobria ornamentazione dipinta può però essere un elemento sufficiente a delineare la maggiore cura dei vani del settore residenziale (forse la pars urbana della villa) rispetto alla generale e disadorna povertà dei fabbricati rustici delle più umili fattorie. Anche il particolare valore di alcuni oggetti di uso quotidiano (ad esempio il raffinato vasellame da mensa all’interno di umili abitazioni rustiche) poteva migliorare il tono residenziale degli edifici. I meno agiati abitanti delle campagne, infatti, intendevano elevare il loro stile e quadro domestico, improntandolo a forme di emulazione ideale, ispirate a più aulici modelli[35]. Anche la presenza di vasellame d’importazione (ad es. di terra sigillata africana) dimostra l’inserimento di questi insediamenti rurali nel più vasto sistema di commerci e scambi del bacino del Mediterraneo[36].

    Il materiale archeologico rinvenuto in questi contesti, tuttavia, riguarda per lo più ceramica comune, anfore, dolia e macine da grano in pietra lavica, a dimostrazione di come gli insediamenti vicanici salentini erano dediti soprattutto alle attività agricole ed ai relativi commerci. Si tratta di dati, frutto quasi esclusivamente di ricognizioni di superficie, che dimostrano, in questa fase, la sostanziale articolazione degli insediamenti rurali salentini, con una parte destinata ad esigenze residenziali di modesto livello ed una riservata ad ambienti di servizio e di produzione.

    1. CONCLUSIONI

    Lo svolgimento di recenti indagini archeologiche ha invertito il quadro economico, relativo al periodo immediatamente successivo al conflitto annibalico, nella penisola salentina, rispetto a quello tramandatoci dalla tradizione storiografica. Da quest’ultima, infatti, si evince l’immagine di un inarrestabile declino che ridusse il Salento ad un pascolo di greggi, con pochi e isolati insediamenti rustici. Le ricerche sul terreno, per contro, ne hanno rivelato una notevole vivacità.

    Gli approdi del basso Salento (Torre S. Giovanni, Torre S. Gregorio e, forse, Lido Marini) sono stati potenziati, a seguito del processo di romanizzazione, ed inseriti in un circuito di contatti commerciali con il Mediterraneo orientale. Il sistema insediativo, inoltre, si è strutturato sulla presenza di alcuni centri interni di riferimento (Ugento e Vereto), divenuti municipi nel corso del I sec. a.C., e su degli insediamenti agricoli e/o produttivi sparsi nell’agro. Numerose erano poi le attività manifatturiere del Salento meridionale e centro-settentrionale, a dimostrazione dell’esistenza di un’arboricoltura specializzata e di un considerevole traffico marittimo, che permetteva all’azienda agricola di commercializzare il surplus.

    Durante la prima età imperiale si assiste alla fine della grande esportazione agricola, vinicola ed olivicola e dei manufatti fittili prodotti negli ateliers brindisini e del leccese. Più che di un periodo di crisi si deve parlare di un processo di trasformazione e “conversione” dell’economia della regione, che si rivolge ora verso altre colture e forme di produzione. Rimane invariato, rispetto alla precedente fase, il legame tra centro urbano, territorio rurale e approdo. Il potere centrale, inoltre, seleziona e potenzia i porti che ritiene più utili ai suoi scopi: Brindisi, Otranto, Egnazia, San Cataldo, ecc.; con lo scopo di incrementare i rapporti commerciali con l’Oriente e con le realtà produttive del Nord Africa[37].

    Nella penisola salentina, nel corso della media età imperiale, si assiste ad una stagione di crescita economica a seguito dell’aumento degli investimenti da parte della famiglia imperiale e dell’aristocrazia senatoria. Le grandi famiglie senatorie italiche e provinciali, infatti, tra il I e gli inizi del III secolo d.C., indirizzano i propri interessi economici verso questo territorio, spinte dalla presenza di efficienti infrastrutture (strade, porti ed approdi), dalla relativa vicinanza alla capitale e sicurezza dell’area.

    Il passaggio alla tarda Antichità non è segnato da alcuna cesura. Questo comparto, infatti, rivela, tanto nella fascia costiera che nell’entroterra, una persistenza e vivacità di presenze in controtendenza rispetto ad altre aree dell’Italia meridionale. Le evidenze archeologiche, in questo caso, confermano quelle storiche, offrendo l’immagine di un territorio fiorente dal punto di vista economico e dotato di una rete di approdi attivi: Otranto, Torre S. Stefano e Porto Badisco (Otranto), Castro, Torre S. Gregorio (Patù), Lido Marini (Ugento), Palude del Capitano/Frascone e S. Maria al Bagno (Nardò), ecc. La vivacità degli approdi rispecchia una certa prosperità produttiva del rispettivo entroterra rurale, che presenta una nuova, o rinnovata, forma insediativa: i vici ossia agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e con gli approdi.

    Nella fascia costiera dei comuni di Salve, Morciano di Leuca e Patù sono state individuate diverse aree di frammenti fittili, riconducibili al modello insediativo del vicus, nelle località: Trisciani (Salve), Concagnane e Le Chiuse (Morciano di Leuca) e Macchie di Romano (nel territorio di Patù, rinvenuta grazie ad una segnalazione di Paolo Cosi, fig. 6).

     Fig. 6: Area di frammenti fittili, rinvenuta in loc. Macchie di Romano (Patù).

    I rinvenimenti archeologici – sia subacquei che terrestri – hanno evidenziato un notevole volume di scambi e di flussi di importazioni instaurati con l’Africa settentrionale e, a partire dal IV secolo, con il bacino orientale del Mediterraneo. Questo dato sottolinea ancora una volta la particolare vivacità di quest’area rispetto alle regioni interne dell’Italia meridionale.

    Il momento di fioritura economica del Salento si interrompe con l’invasione longobarda della Regio II che, pur non coinvolgendo appieno il basso Salento (la Calabria infatti, rimasta in mano ai Bizantini, ne risulta meno colpita), provoca una contrazione degli insediamenti urbani e rurali ed una crisi di carattere demografico, amministrativo, economico e politico. Le evidenze archeologiche dimostrano che in questa fase gli insediamenti sono abbandonati. Il sistema insediativo tardoantico del basso Salento si disgrega, in ultimo, a seguito dello scoppio della guerra greco-gotica.

    Le più recenti ricognizioni di superficie effettuate nell’otrantino hanno permesso di individuare nuove forme di occupazione del territorio, riferibili alla fase di transizione fra il VI ed il VII secolo. Si tratta, probabilmente, non più di vicus ma di nuclei insediativi di modeste dimensioni[38].

    Non si può escludere che nuove acquisizioni, relative al periodo di passaggio tra Antichità e Medioevo, permettano di ridisegnare il non positivo quadro amministrativo, demografico ed economico fornitoci dai dati attualmente a disposizione.

    Contributo pubblicato nell’annuario “Annu novu Salve vecchiu”, Tricase, 2015, ed. Cultura e Turismo, pp. 25-42.

    Per maggiori approfondimenti sull’età romana nel Salento: N. Febbraro, “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, Tricase, 2011, Libellula Edizioni, pp. 213 – 246.

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    [1] La divisione amministrativa dell’Italia in undici regioni, effettuata da Augusto nel I secolo a.C., comportò l’inserimento della penisola salentina nella Regio II, denominata Apulia et Calabria.

    [2] Strabone descrive così la regione dei Sallentini: «La terra degli Iapigi che segue a questa (Taranto) presenta contro ogni aspettativa un aspetto ridente; benché infatti appaia pietrosa in superficie, lavorandola, tuttavia, si scopre che il terreno è arabile e profondo, e malgrado sia povera di acqua, non meno appare ricca di pascoli e di alberi» (Geogr., VI, 3,5). Il geografo greco (Geogr., VII, 5, 10) ci informa anche che, al tempo di Augusto, i territori affacciati sulle due sponde dell’Adriatico producevano grandi quantità di olio e di vino (Lombardo 1992; Manacorda 1998).

    [3] D’Andria 1978a, p. 47; ASAP, Deposito, Busta 1, Fascicolo 2, Sottofascicolo 6, 1983;  Pagliara 1983; Auriemma 2003, p. 143; Auriemma 2004a, pp. 285, 293-294, 318; Sammarco e Febbraro 2004, pp. 13-14.

    [4] Pagliara 1968, pp. 227-231.

    [5] Carandini distingue una villa “centrale” e una “periferica”. La prima era vicina a città, grandi vie di comunicazione e porti. Sorgeva su terreni fertili su cui si impiantavano colture intensive, che richiedevano l’investimento di ingenti risorse economiche. La “villa periferica” – invece – si trovava nella longinqua regio ed era più lontana da città e infrastrutture. La stessa era impiantata su terreni meno fertili ed in condizioni meno salubri, implicava minori investimenti di capitale e veniva coltivata estensivamente. I fondi, di conseguenza, erano più ampi e difficilmente sorvegliabili dal proprietario, che si avvaleva qualche volta di schiavi alloggiati nella villa e, più spesso, di coloni accolti in case rurali o nel vicino villaggio (Carandini 1993, p. 243; Carandini 1995, p. 34).

    [6] Riguardo ad Ugento: Pagliara 1968; D’Andria 1978b (pp. 564-565); Ciongoli 1988 (pp. 173-174); Pizzurro 2002 (pp. 103, 111). Per Vereto: Pagliara 1969-71 (pp. 121-136); Pagliara 1976 (pp. 441-451); D’Andria 1978a (p. 47); Daquino 1991; Auriemma 2003 (pp. 140-141); Auriemma 2004a (pp. 274-275); Sammarco 2008 (pp. 60-61).

    [7] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 232- 235.

    [8] Desy e De Paepe 1990, pp. 232-234.

    [9] I suoi scali di riferimento erano Santa Caterina, fino all’età tardo repubblicana, e Santa Maria al Bagno, fino al periodo tardo antico (Auriemma 2004a).

    [10] Auriemma 2004a, p. 265.

    [11] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 238-244.

    [12] Auriemma 2004a, p. 266.

    [13] Auriemma 2004a, p. 267.

    [14] Auriemma 2004a, p. 331.

    [15] Auriemma 2004a, pp. 331-336.

    [16] Le ville tardoantiche hanno un’estensione della superficie compresa solitamente tra i 4 e i 6 ettari.

    [17] Rosafio 2008, pp. 387-391.

    [18] Lezzi 2000, p. 66. Sul versante adriatico lo stesso problema si riscontra nel brindisino, dove la rarefazione di insediamenti sulla costa – in contrapposizione con l’addensamento di ville e villaggi nelle aree dell’entroterra – è stata messa in relazione con la presenza di paludi e boschi sulla fascia costiera (Aprosio 2005, p. 445).

    [19] Burgers 2001, pp. 259-260.

    [20] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 242-243.

    [21] Roller 1995, p. 434.

    [22] Melissano 1990, pp. 257-297; Melissano 2004, pp. 39-52.

    [23] Giannotta 1990,  pp. 299-309.

    [24] De Mitri 2010, p. 149.

    [25] Riguardo alla presenza di un casale abitato a partire dall’età romana, ubicato nei pressi della cappella di Sant’Eufemia e denominato Grassano, gli unici dati provengono dalla tradizione orale che parla di rinvenimenti fortuiti relativi a: monete di diverse epoche, colonne, frammenti fittili/anforacei (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica, riferibili all’età imperiale e tardoantica (II sec. d.C./VI sec. d.C.).

    [26] Su di un pianoro che sovrasta un costone roccioso, ubicato in località Sant’Elia nei pressi del borgo disabitato di Cardigliano (Specchia), sono state rinvenute numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse. Alcune di esse, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono a riferire all’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale. Delle ricerche di superficie, effettuate in epoche passate, hanno portato al rinvenimento di numerose epigrafi funerarie di età imperiale (II-III secolo d.C.), alcune delle quali reimpiegate nell’erezione della vicina chiesa di Sant’Elia (Pagliara 1980, pp. 221-225). Recenti indagini, inoltre, hanno permesso di identificare un’area di frammenti fittili di età romana e medievale nei pressi della Masseria Cardigliano di Sotto. Fra il materiale archeologico rinvenuto vi sono laterizi (coppi e tegole), ceramica comune acroma, sigillata africana ed italica, anfore di produzione orientale (Late Roman Amphora 1 e 2) e africana, dolia, ceramica invetriata dipinta in rosso e bruno e monocroma verde. Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico di ridotte dimensioni.

    [27] Due aree di frammenti fittili d’età romano imperiale e tardoantica (III/VI secolo d.C.), relative a fattorie di medie dimensioni, sono state individuate lungo la Strada Provinciale che collega Depressa a Castiglione d’Otranto (Mastria, Nuzzo 2007, pp. 75-92).

    [28] Cavalera e Febbraro 2010.

    [29] Auriemma 2004a, p. 266.

    [30] D’Andria 1980, pp. 79-88; Auriemma 2004a, pp. 185-188.

    [31] Auriemma 2004a, p. 334. Andrea Carandini, a proposito della morfologia più canonica delle ville così come emerge dalle fonti antiche e dalle evidenze archeologiche, scrive: «la villa si articola fin dall’inizio nelle parti urbana e rustica, quest’ultima divisibile a sua volta nelle parti rustica e fructuaria. La parte urbana è riservata al dominus, ai suoi ospiti e anche, a partire da una certa epoca, a quel dominus che era il liberto procurator, posto a controllo del vilicus […]. La parte rustica comprende l’instrumentum vocale (gli schiavi), semivocale (il bestiame) e mutum (suppellettili, strumenti e navi). La parte fructuaria si riferisce invece alla lavorazione e conservazione dei prodotti dei campi […]. Della parte rustica possono far parte un’osteria, poche case coloniche, eventuali depositi temporanei di strumenti, capanne di pastori […]. Della parte fructuaria fanno parte i locali per il vino […], per l’olio […] e i granai» (Carandini 1989, pp. 109-111).

    [32] Cavalera 2007-08.

    [33] Vera 2005, pp. 32-33.

    [34] Nel territorio di San Dana (Gagliano del Capo), tuttavia, è stata individuata e indagata una villa di età tardo romana (fine IV – inizi VI secolo d.C.), tra le cui strutture di pertinenza vi era un edificio termale. L’ipotesi è stata avvalorata dal rinvenimento di frammenti di tubuli fittili e di tegulae mammatae, utilizzati per la conduzione del calore nelle murature degli edifici termali (Notario 2002, pp. 161-165).

    [35] Ortalli 2003, pp. 261-280.

    [36] Melissano 2004, p. 44. Non sono pochi, ancora oggi, gli studiosi che teorizzano un’emarginazione economica del Salento meridionale, relativamente agli ultimi secoli dell’età romana, rispetto alle maggiori correnti del traffico commerciale.

    [37] Auriemma 2004b, p. 217.

    [38] Arthur 2005, pp. 184-186.

  • La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    di Marco Cavalera

    La cappella di Sant’Eufemia

    La cappella di Sant’Eufemia si trova nell’omonima località (Comune di Specchia), presso un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano (fig. 1).

    Fig. 1 – cappella di Sant’Eufemia (esterno). 

    La struttura ha una pianta longitudinale (15,30 x 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, rivolta ad Oriente.

    L’edificio è stato costruito riutilizzando conci e colonne in pietra leccese provenienti dal casale di Grassano[1] (fig. 2).

    Fig. 2 – blocchi di riutilizzo nella struttura muraria della cappella. 

    L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce patente inserita in un cerchio[2] (fig. 3).

    Fig. 3 – croce patente sul lato sud della cappella. 

    L’interno è suddiviso in tre navate delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto (fig. 4). Le campate sono irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa sia nella distanza tra le colonne che hanno diverse circonferenze. A seguito degli ultimi restauri, nell’abside a catino è stato collocato un sobrio altare di pietra leccese, costituito da un monolite e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente[3].

    Chiesa di Sant'Eufemia. Interno

    Fig. 4 – cappella di Sant’Eufemia (interno). 

    La Cappella fu descritta da Monsignor Tommaso De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711: […] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […][4].

    Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside[5].

    Lo scavo archeologico

    Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha messo in luce un piccolo cimitero con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio. Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo[6] – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte[7].

    Il casale di Grassano

    Rinvenimenti fortuiti di monete di diverse epoche, di alcune colonne sepolte e di frammenti di ceramica[8] indiziano la presenza di un casale di età tardo repubblicana ed imperiale (I sec. a.C./VI sec. d.C.), denominato Grassano[9].

    Secondo alcuni storici il toponimo, riportato dal Catasto Onciario della Terra d’Otranto del 1755, deriverebbe da Crassus, cognome della gens Licinia. Nel Salento, infatti, molti nomi locali derivano da antichi gentilizi romani in ius, che nella gran parte dei casi terminano in ano. Il casale dista circa 1 km da Lucugnano il cui toponimo – a questo punto – potrebbe anche derivare dal gentilizio Licinius[10]. È tuttavia difficile accettare l’ipotesi che si tratti di un accampamento militare costruito dal celebre Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), membro del I Triunvirato (60 a.C.) insieme a Pompeo e Cesare, proconsole in Siria dal 54 a.C. e promotore della guerra contro i Parti.

    È più plausibile ipotizzare un’area di frammenti fittili riferibile ad un insediamento rustico di età romana (tardo repubblicana e imperiale) con una continuità di vita fino al Medioevo, quando i suoi abitanti abbandonarono il sito e si trasferirono nei centri vicini: Specchia, Lucugnano e Miggiano.

    La località ha subìto una estesa urbanizzazione che non permette di indagare sistematicamente l’area e di integrare i pochi dati (per lo più orali) a disposizione.

    A 500 metri a sud-ovest dal sito di Grassano, al confine tra il Comune di Miggiano e quello di Specchia, è attestato da documenti notarili e dalla tradizione locale il toponimo Campo Romano, che potrebbe indicare una frequentazione in età romana del territorio.

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    NOTE: 

    [1] Penna 1995, p. 52; Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [2] http://www.specchia.it.

    [3] Penna 1995, pp. 54-57.

    [4] Penna 1995, p. 48.

    [5] De Giorgi 1975, p. 130.

    [6] Si tratta di fibbie, borchette decorative di cintura e placchette bronzee a forma di rosetta (Penna 1995, p. 58).

    [7] Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [8] In particolare anfore (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica. I manufatti fittili e le monete raccolte durante i sopralluoghi sono stati consegnati alle autorità competenti e sarebbero conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Taranto. Si ringrazia il prof. Antonio Penna per la preziosa informazione.

    [9] Penna 1995, pp. 62-63.

    [10] Etimologia avanzata dalla studiosa A. Marinelli (Marinelli 1986, pp. 135-164).

    BIBLIOGRAFIA:

    Bertelli G., La Chiesa di S.Eufemia a Specchia Preti, in Bertelli G. (a cura di) Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004, pp. 276-277.

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia e Montesano Salentino (clicca qui), Tricase 2009.

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio (clicca qui ), Tricase 2014.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, Lecce 1922, pp. 279-280.

    De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Vol. II, rist. anast. Lecce 1975.

    La Porta M.T., Note sui toponimi in -ano della ‘Calabria’ romana, in Marangio C. (a cura di) La Puglia in età repubblicana, Galatina 1988, pp. 233-247.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, Brindisi 1975, pp. 135-164.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br) 1995, pp. 45-65.

    Penna A., Chiese e palazzi di Specchia, Tricase (Le) 2014, p. 120.

     

     

  • ARCHEOLOGIA DEL SALENTO.  Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    ARCHEOLOGIA DEL SALENTO. Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    di Sandra Sammali

    (contributo pubblicato su Progetto Salento, n. 21, anno IV n. 4, settembre 2011)

    Copertina libro Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dove la Terra ci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

    Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

    Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature Straniere – entrambi presso l’Università del Salento – ha presentato un quadro generale della presenza umana nella penisola salentina dai primi abitanti al periodo della romanizzazione, focalizzando l’attenzione sul contesto specifico del territorio di Salve.

    La monografia è frutto di dieci anni di ricerche e studi, iniziati nel 2001, nella quale sono confluiti i reperti già noti di ricerche archeologiche di archivio e bibliografico e rinvenimenti più recenti, quali grotte di rilevanza geologica e tumuli funerari di grande interesse, che hanno apportato un contributo fondamentale nel rivisitare e completare la tradizione preistorica e storica di Salve. Una tradizione a cui contribuì notevolmente lo storico salvese Aldo Simone, con il suo libro Salve, storia e leggende.

    Le ricerche sul territorio, mosse dalla passione di Nicola e dall’amore per la sua Terra, sono state intraprese con un duplice obiettivo: realizzare una carta archeologica  su cui riportare tutte le testimonianze archeologiche del territorio di Salve e ricostruire diacronicamente quella che è stata la frequentazione dello stesso. Uno strumento preziosissimo sia per esperti del settore, sia per l’amministrazione Comunale che, ora, ha  in mano uno strumento concreto per la conoscenza del territorio, la sua  tutela e valorizzazione.

    L’apporto notevole di questo lavoro è costituito dalle nuove scoperte effettuate in territorio di Salve, da Nicola e Marco. “Marco – ci dice Nicola – è una persona semplice e umile, il  miglior collaboratore che avessi mai potuto desiderare”. Originario di Lucugnano, si è dedicato a questo lavoro con anima e corpo, spinto anche lui dalla stessa passione.

    Le scoperte che in assoluto  stanno loro  a cuore, di natura geologica più che archeologica, sono tre cavità carsiche mai rilevate prima e sconosciute agli studiosi:  Grotta Febbraro, Grotta Marzo e Grotta Foscarini de Donatis,  a cui hanno dato il nome del proprietario del fondo in cui ciascuna è situata. All’interno di queste cavità, i due archeologi hanno eseguito rilevazioni che hanno permesso di portare alla luce  testimonianze delle oscillazioni climatiche, e del conseguente innalzamento del livello del mare. Grotta Febbraro si trova oggi a 72m s.l.m., “ma – ci spiega Nicola – la presenza di una spiaggia cosiddetta ‘tirreniana’, costituita da un deposito di ciottoli arrotondati e sabbie fossilifere, testimonia che 100.000 anni fa il mare arrivava fino al suo interno”.

    Diversi tumuli funerari e cultuali, testimoni dell’età dei Metalli, hanno portato alla luce la fasi dell’evoluzione degli abitanti di questa Terra: non più grotte, ma strutture in pietra e terra, muri a secco, monumenti funerari, vasellame, anfore resti ossei umani e animali.

    Poi, sul finire dell’età del Ferro,  piccoli villaggi di capanne sparsi nel territorio “abitati da genti iapigie che diedero origine alla civiltà messapica”. Marco Cavalera, esperto in materia, ha riportato fra le pagine del libro gli aspetti peculiari di questi antenati: evoluzione del sistema insediativo, linguaggio, religione, necropoli, corredi funerari (coppe, bicchieri, trozzelle) e santuari.

    Uno studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve è stato condotto da Anna Lucia Nicolì, collaboratrice e moglie dell’autore. L’indagine toponomastica ha permesso di acquisire informazioni sulla frequentazione antropica del territorio nelle diverse epoche storiche. Sono state individuate sei categorie di toponimi, in base alla loro derivazione (da nomi di famiglia, santi, morfologia territoriale, flora e fauna, centurioni romani e di derivazione sconosciuta) in base alle quali è stato possibile realizzare la Carta Toponomastica del territorio di Salve.

    La presentazione del libro si è tenuta il 9 luglio scorso, presso il Palazzo Ramirez, nell’ambito del progetto “Raccontare il territorio. Giovani idee tra memoria e identità”, a cui era presente il Presidente della Provincia, dott. Antonio Gabellone che, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza storica dell’opera:

    “Libri come questo di Febbraro ci spingono, sapientemente guidati, a lanciare uno scandaglio più in profondità. Si scoprono così aspetti inattesi (…). Un grande lavoro di ricerca tra cumuli di pietre, grotte ed anfratti, pianori e canaloni, condotto con immensa passione e altrettanto rigore tecnico e scientifico (…) Il recupero della storia culturale, tradizionale di un popolo sn fondamentali. (…)”.

    Una passione che accompagna Nicola Febbraro sin dalla giovinezza, come ha voluto ricordare anche il Sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo:

    “Un libro che finalmente vede la luce, un lavoro importantissimo, portato avanti con l’immensa passione che da sempre lo ha legato al nostro territorio e alla nostra comunità. Dalle pagine trasuda tutto l’amore che Nicola ha  per il territorio salvese: ha trovato la nostra storia, la nostra identità le nostre radici. Abbiamo portato avanti questo progetto perché ci crediamo da sempre. Per me, essere qui questa sera non vuol dire svolgere il mio semplice dovere istituzionale, ma sono qui con immenso piacere;  perché siamo tutti convinti che questi lavori debbano essere divulgati, non solo agli esperti, ma alla Comunità tutta, perché essa possa acquisire la consapevolezza e conoscenza della propria storia, delle proprie radici e memorie e custodirle per tramandarle alle generazioni successive”.

    Nicola, con una voce che lasciava trapelare la sua emozione, ha raccontato:

     “ricordo 20 anni fa, quando ero piccolo, passavo il pomeriggio avventurandomi nei meandri di una grotta situata nella campagna di mio zio, in località Montani. Era una grotta buia  che mi accattivava, mi chiamava ad entrare nonostante mi incutesse paura e rispetto al tempo stesso, perché una grotta è qualcosa di ignoto che si sviluppa nelle viscere della Terra.  E ogni volta che riuscivo a fare un passo più avanti, ad entrarvi sempre più in profondità per me era una grande conquista. Poi, a distanza di anni, per me è stata un’emozione indescrivibile trovare proprio lì quello che avevo letto e studiato nei libri”.

    La sua passione, pian piano, lo ha portato oltre i confini da lui conosciuti, a leggere le pietre che solo all’occhio dell’esperto schiudono il proprio segreto. Nicola Febbraro ha vestito  i panni dell’interprete della proprio passato, del passato dell’intera Comunità salvese, che ora, grazie alla sua opera divulgativa, potrà conoscere scoprire la propria identità, il proprio patrimonio ambientale e culturale, e noi tutti gliene saremo sempre riconoscenti.

    “Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

    N. FEBBRARO,  Archeologia del Salento, il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase 2011.

    Contatti:

    associazionearches@gmail.com

    Contributo: 25 €
  • IL CISTERNALE ROMANO DI VITIGLIANO

    IL CISTERNALE ROMANO DI VITIGLIANO

    di Marco Cavalera

    Le origini di Vitigliano (frazione di Santa Cesarea Terme) risalgono alla fase ellenistica dell’età messapica (2400-2300 anni fa), quando il suo territorio gravitava intorno all’importante città fortificata di Vaste, situata a 1,5 km in direzione Nord-Ovest.

    Vitigliano si trova lungo l’antica strada che da Vaste conduceva a Castro, che in età imperiale e tardo antica rivestiva un importante ruolo di approdo di riferimento per la rete di insediamenti rurali sparsi nell’immediato entroterra.

    Il tracciato viario lambiva la sommità di una collina dove, a seguito di indagini topografiche condotte dall’Università di Pau et des Pays de l’Adour (Francia) – coadiuvata dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Lecce – sono state rinvenute tracce di frequentazione di età tardo romana, attestate dalla presenza di numerosissimi frammenti di ceramica, sparsi in un’area estesa circa 1 ettaro e mezzo.

    I reperti raccolti sono riferibili a recipienti in ceramica comune, a manufatti da mensa, lucerne e anfore da trasporto di produzione africana, anfore di provenienza greco-orientale ed egiziana e macine in pietra lavica[1].

    L’insieme dei materiali rinvenuti permettono di datare l’insediamento tra il III e il VI secolo d.C.[2]

    Ai piedi della medesima collina, nella periferia nord-occidentale del paese – pochi metri a nord dell’incrocio tra la via Extramurale Nord e via Cazzanoci – si nota una vecchia e arrugginita inferriata che delimita una cisterna monumentale (localmente nota come “cisternale”). La struttura, scavata nel banco di roccia fino ad una profondità compresa tra i 4,30 metri e i 4,45 metri, è lunga 12,30 metri, larga 3,05 metri ed è in grado di contenere oltre 162.000 litri di acqua.

    La cisterna si caratterizza per la presenza di una copertura costituita da lastre di pietra calcarea, che poggiano su quattro colonne, ognuna delle quali sormontata da un capitello a forma di piramide rovesciata. In origine i monoliti erano 36 ma, attualmente, se ne conservano meno della metà (16), che presentano le seguenti misure: lunghezza compresa tra 1,94 e 2,60 m., larghezza tra un metro e 0,50 m. e spessore tra 35 e 40 cm[3].

    Cisternale di Vitigliano

    I pilastri (costituiti da 4/5 blocchi ciascuno) non presentano tracce di intonaco e si sviluppano su un plinto parallelepipedo di calcarenite che si innesta sul fondo della vasca. Un dettaglio degno di nota è la presenza – presso l’angolo sud-occidentale dell’apertura del serbatoio – di due gradini e altrettante cavità circolari tagliate nel banco di roccia. Il monumento, quindi, veniva alimentato dalle acque di deflusso pluviale per mezzo di canali di scolo ancora visibili sul piano roccioso e, molto probabilmente, anche da qualche falda acquifera sotterranea.

    La tecnica di costruzione (pilastri, architravi e lastre di copertura) ricorda quella tipica romana dei “criptoportici”. La sua monumentalità è dovuta al fatto che la preziosa risorsa idrica non serviva solo un ristretto nucleo familiare, ma una grande comunità rurale che viveva di allevamento e agricoltura e che esportava i propri prodotti agricoli in tutto il bacino del Mediterraneo[4].

    Particolare del cisternale

    Particolare del cisternale

    L’opera idrica è stata oggetto di interpretazioni più svariate, a partire da Cosimo De Giorgi che ipotizzò una duplice funzione di sepoltura (prima) e di cisterna (dopo), datandola “ad un tempo molto antico e forse anteriore a quello nel quale fiorirono le nostre città messapiche”[5]. Pasquale Maggiulli attribuì la costruzione “all’alba della nostra civiltà, cioè di quella del ferro”. Secondo lo storico di Muro Leccese si trattava del più antico ipogeo della Terra d’Otranto, riutilizzato solo successivamente come cisterna[6]. L’archeologo Adriano Prandi, in tempi un po’ più recenti, ritenne la struttura un deposito di acqua di età romana, per la presenza di uno spesso intonaco impermeabile di cocciopesto e per la misura in piede romano (pari a 29,5 cm) dei blocchi di copertura[7].

    La cisterna garantiva un costante approvvigionamento idrico – anche nei periodi di siccità – alla rete di insediamenti rurali ubicati nel territorio compreso tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi ed Ortelle, dove le ricerche archeologiche di superficie hanno dimostrato l’esistenza di numerosi siti di piccole e medie dimensioni, fioriti tra la media età imperiale e l’età tardo antica.

    L’esistenza di vasche di grandi dimensioni utilizzate per la raccolta di acqua piovana caratterizzava lo spazio interno di un insediamento rustico romano e conferma la centralità assunta dal problema dell’approvvigionamento idrico in campagna. Grandi cisterne, nei pressi di insediamenti produttivi agricoli di età romana, sono state individuate nel tarantino (Masseria Fontana), nel brindisino (Masseria San Giorgio) e nel Salento (recentemente Morciano di Leuca, località Concagnane)[8].

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    Per approfondimenti sull’età romana nel Salento: 

    https://www.associazionearches.it/la-viabilita-romana-nella-penisola-salentina/

    LE DINAMICHE INSEDIATIVE DEL SALENTO MERIDIONALE IN ETÁ ROMANA

    NOTE

    [1] Tra la ceramica rinvenuta, si segnala la presenza della cosiddetta Sigillata focese (Late Roman C), anfore di produzione africana (Africana II, spathia) e di produzione orientale (Late Roman 1 e 2).

    [2] Auriemma R., Salentum a salo. Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento. Volume primo, pp. 266-267, Galatina 2004.

    [3] Panareo E., Il cisternale, in Apulia, giugno 1980 (http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/1980/II/art/R80II025.html).

    [4] Belotti B., La citerne de Vitigliano, in Studi di Antichità 7, pp. 251-265, 1994.

    [5] De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di Viaggio, II, p. 27, Lecce 1888.

    [6] Maggiulli P., Il cisternale di Vitigliano, in Apulia IV, p. 256, Martina Franca 1910.

    [7] Brandi A., Monumenti salentini inediti o mal noti, I, Le Centopietre di Patù, in Palladio (Rivista di storia dell’architettura), n. I-II, p. 30, nota n. 57, gennaio-giugno 1961.

    [8] Una cisterna simile per dimensioni e forma a quella di Vitigliano è stata messa in luce, nel corso di lavori per la rete fognante, alla periferia orientale dell’abitato di Ugento, in via Marconi. La struttura monumentale è ubicata nella zona bassa della città, soggetta tuttora a frequenti allagamenti; molto probabilmente rappresentava la risorsa idrica di una grande domus di età imperiale inquadrabile cronologicamente tra I e II/III sec. d.C. Essa presenta una sezione trapezoidale ed è completamente rivestita da quattro strati d’intonaco in cocciopesto discretamente conservato; il fondo risulta inclinato verso la parte nord, dove si trova un pozzetto di raccolta e decantazione. La struttura era più alta rispetto ad oggi e quasi sicuramente era coperta da grandi blocchi poggiati sulle pareti, che lasciavano il posto ad almeno tre imboccature circolari in calcarenite locale, recuperate dallo scavo (Guida Archeologica di Ugento, a cura dello Studio di Consulenza Archeologica, pp. 20-21, Tuglie, 2007; http://www.salogentis.it/2009/03/05/megacisterna-romana-sotto-ugento/.