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  • Consuetudini e usi funerari nella cultura popolare salentina

    Consuetudini e usi funerari nella cultura popolare salentina

    di Alessio Stefàno

    La morte ieri e oggi

    “Perché gli uomini non sanno più quando devono morire” è il titolo di un articolo Reinhold Köhler, pubblicato nell’ottobre 1881 sul primo volume della rivista «Guida allo studio delle tradizioni popolari». In apertura, lo studioso spiega che «una novellina popolare, che ha in sé stessa un senso profondo, ci racconta perché Dio non volle più far conoscere agli uomini l’ora della loro morte, che essi prima conoscevano». L’autore riporta, così, quattro racconti popolari, provenienti da vari paesi europei. Ecco la versione dell’Isola di Worms, nell’Estonia occidentale:

    «Nei tempi antichi gli uomini sapevano quanto doveano vivere, ed in ragione di ciò regolavano la loro condotta. Un contadino fu pregato dai suoi figliuoli a volerli col consiglio e con le opere aiutare nella fabbrica di una casa nuova. Ma poiché egli sapeva di dover morire nella prossima primavera, si rifiutò, e i figliuoli, soli, non sapendo che si fare, stettero assiderando tutta l’invernata. […] Appena il Signore vide questo, e osservò quanto poco pensiero si dessero gli uomini per l’avvenire, tolse loro la conoscenza dell’ora della loro morte».

    Questa leggenda ci permette di introdurre un argomento che è diventato oggetto di tabù per le moderne società occidentali: la morte e il modo che ha l’uomo di rapportarsi con essa. Oggi non ce ne accorgiamo, ma l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della morte è radicalmente cambiato nel corso del tempo, soprattutto a partire dal Novecento. Il nostro racconto, abbiamo visto, si apre con un’affermazione: «nei tempi antichi gli uomini sapevano quanto doveano vivere».

    Ciò significa che gli uomini di un tempo avevano coscienza di quando dovevano morire: l’uomo veniva avvisato, aveva il tempo di sapere che era giunta la sua ora; altrimenti si trattava di una morte terribile, eccezionale, come accadeva con la peste o la morte violenta. Era così per i cavalieri medievali, per gli eroi della Tavola Rotonda: «Sappiate, disse Galvano, che non vivrò altri due giorni».[1] Non si trattava di qualcosa di soprannaturale, ma piuttosto di segni naturali o di una sorta di “intima convinzione” (Ariès 1998:18-19). Nei romanzi della Tavola Rotonda, la morte era una cosa semplicissima. Quando Lancillotto, ferito, in un bosco deserto, sente che sta per morire, compie tutta una serie di gesti rituali dettati dagli antichi costumi: si spoglia delle sue armi e si sdraia per terra, volgendosi verso Oriente, in modo che la testa sia rivolta verso Gerusalemme.[2]

    Figura 1: Clusone (BG), Oratorio dei Disciplini: Il trionfo della Morte. XV sec. (https://it.wikipedia.org).

    Chi sta per morire ha un rituale ben preciso da seguire e aspetta la morte disteso, possibilmente nella propria casa, nel suo letto. Il primo atto rituale da compiere è il rimpianto della vita, un richiamo agli esseri e alle cose amate; viene poi il perdono degli astanti, che sempre numerosi circondano il letto del moribondo; infine, la preghiera, che è composta da due parti: il mea culpa e la commendacio animae. Solo a questo punto interviene il sacerdote, con l’atto religioso – “ufficiale” – dell’assoluzione; questi poi, alla lettura dei salmi, incensa il moribondo e lo cosparge di acqua benedetta (l’estrema unzione era una pratica riservata esclusivamente ai chierici). Compiuto il rituale, al moribondo non resta che attendere, in silenzio… (Ariès 1998: 21-24).

    La morte è, dunque, una cerimonia, ed è una cerimonia pubblica e organizzata. Il moribondo stesso la presiede e ne conosce il protocollo: se questi non lo rispettava, toccava agli astanti, al medico o al prete richiamarlo all’ordine consuetudinario. Era necessario che i parenti, gli amici, i vicini, fossero presenti nella stanza. Si conducevano anche i bambini. Se pensiamo, oggi, quante precauzioni si prendono per allontanare i bambini da tutto ciò che riguarda la morte… (ivi: 25-26)

    Osserva, ancora, Philippe Ariès: «Il vecchio atteggiamento in cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, indifferente, contrasta troppo con il nostro, in cui la morte fa paura al punto che non osiamo più pronunciarne il nome». Lo studioso chiama questa morte familiare la “morte addomesticata”, la quale differisce totalmente dalla morte di oggi, divenuta “selvaggia” (ivi: 26).

    Un atteggiamento di questo tipo permetteva anche la coesistenza fisica dei vivi e dei morti. Per lungo tempo, infatti – a partire dal Medioevo e fino al XVIII secolo – i defunti erano sepolti in chiesa. Questa consuetudine ha avuto origine nella Tarda Antichità, con le sepolture ad sanctos, ossia presso le spoglie dei martiri. Nel Medioevo si seppellivano i morti sia nella chiesa, sia nello spazio consacrato intorno ad essa, sia sub stillicidio, ossia sotto la grondaia del tetto.Non importava tanto l’esatta destinazione del corpo del defunto, l’individualità della tomba, quanto il fatto che fosse seppellito in terra consacrata (Ariès 1998, pp. 26-31; Chavarrìa Arnau 2009: 171-192).

    Il fatto che i morti fossero sepolti nello spazio consacrato non impedì che questo divenisse un luogo pubblico: «lo spettacolo dei morti, le cui ossa affioravano alla superficie dei cimiteri, come il cranio di Amleto, non impressionava i vivi più dell’idea della propria morte» (Ariès 1998: 33).

    Durante i lunghi secoli trascorsi dal Medioevo al XIX secolo l’atteggiamento di fronte alla morte è radicalmente cambiato. Nasce, nell’uomo, un sentimento diverso: evitare il turbamento e l’emozione troppo forte «causata dall’orrore dell’agonia e dalla semplice presenza della morte nel pieno della vita felice, perché ormai è generalmente ammesso che la vita è sempre felice o deve averne l’aria». Tutto ciò è avvenuto a causa del progresso della medicina. Ecco così che la morte si trasforma da fatto “naturale” in qualcosa di terribile, da combattere e “sconfiggere”. Oggi «la morte è stata scomposta, frazionata in una serie di piccole tappe di cui, in definitiva, non si sa quale sia la morte vera, quella in cui si è perduta la conoscenza, o quella in cui è venuto meno il respiro… Tutte queste piccole morti silenziose hanno sostituito e cancellato la grande azione drammatica della morte» (ivi: 68-70).

    L’antropologo Geoffrey Gorer, nel 1955, nel suo lavoro dall’eloquente titolo The Pornography of Death, osserva che «i processi naturali della corruzione e del decadimento del corpo sono diventati disgustosi, tanto quanto lo erano un secolo fa i processi naturali della nascita e della copulazione» (p. 206). Gorer ha chiaramente dimostrato come la morte sia divenuta un tabù e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto. Se, dunque, «una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii al capezzale del moribondo», oggi gli stessi «sono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell’amore, ma, quando non vedono più il nonno e se ne stupiscono, gli si dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori» (Ariès 1998: 73).

    Se quello appena descritto rappresenta il quadro generale della trasformazione dell’atteggiamento dell’uomo nei confronti della morte, il Salento, così come il resto del Meridione d’Italia, ha conservato fino a tempi anche recenti peculiari consuetudini legate ai rituali funerari.

    L’ultimo addio

    «E’ qui che i salentini dopo morti

    fanno ritorno

    col cappello in testa»

    (Vittorio Bodini, Finibusterrae)

    Nell’immaginario popolare salentino, Sancta Maria de Finibus Terrae ha sempre ricoperto un posto particolare, privilegiato. È qui che i morti – ben vestiti, come nel loro feretro – tornano, prima di passare nell’aldilà. Il gallipolino Ettore Vernole, negli anni Trenta, osservava:

    «Nel Salento il morto si seppellisce completamente vestito, finanche con le scarpe, e nelle campagne vicine sussiste più tenace l’uso di aggiungere il cappello; nella bara si chiude qualche oggetto ch’era caro al defunto, oppure immagini di Santi. Si narra di sogni, controllati spesso da prove inequivocabili, mediante i quali i morti hanno avvertito i superstiti d’essere stati derubati di indumenti o monili funebri per opera di qualche sciacallo in veste umana; e si conchiude che i morti desiderano di conservare, per l’altra vita, il loro ultimo abbigliamento; appunto per questo il loro vestiario è accurato, lindo, tale da essere decoroso quandu lu mortu stae ‘la presenza de Diu»(Vernole 1933: 71).

    Alcuni ricorderanno perfino di sogni in cui il morto chiede particolari oggetti che gli servono nell’aldilà, che vengono poi puntualmente “spediti”, collocandoli nella bara di un altro defunto del paese. Ancora oggi, nel Salento, quando muore una persona, subito nella casa ci si appresta a coprire gli specchi e vengono spalancate le porte, affinché l’anima del defunto non resti “intrappolata” sulla Terra.

    Riporta ancora Ettore Vernole: «Ai piedi del feretro son deposte le Insegne della Confraternita cui il morto era ascritto, e i Fratelloni della Confraternita intervengono al corteo vestiti col sacco rituale dai colori distintivi e col volto coperto dal cappuccio; la processione, col crocifero in testa, s’appressa alla porta della casa del morto, al Crocifisso si fa fare capolino per simboleggiare la visita del Signore misericordioso, e subito dopo si allinea mentre il corteo si forma» (Vernole 1933: 76).

    Usanza ancora ampiamente praticata è, poi, quella del consulu (o dinsule), ossia il far visita ai parenti del defunto portando loro qualcosa da mangiare, usanza che ricorderebbe le àgapi funebri degli antichi greci.

    Fotografare i morti

    È ancora oggi comune trovare nelle abitazioni un angolo (solitamente su una mensola o un mobile), sul quale sono sistemate diverse fotografie di parenti o amici defunti, affiancate solitamente da un lumino e da un vaso di fiori. Ma una pratica un tempo piuttosto diffusa è quella della fotografia post mortem. Questa nasce e si sviluppa nell’Inghilterra Vittoriana, per poi diffondersi presto anche in Italia, in Europa e nel nuovo continente, e cadere in disuso solo intorno agli anni quaranta del Novecento. Il defunto poteva essere fotografato nel feretro, oppure come se stesse dormendo, o ancora simulando attività della vita quotidiana.  Ciò che colpisce, è che spesso corpi esanimi vengono rappresentati come se ancora possedessero un barlume di vita. L’abilità dei fotografi – professionisti e specializzati – consisteva nel restituire vita all’immagine del defunto: era consuetudine ritoccare gli scatti nell’intento di ridare freschezza al volto, o magari luce agli occhi altrimenti vuoti (Orlando 2014: 24; in generale, si veda anche Orlando 2013).

     

     

    Figura 2: Fotografia post mortem di età Vittoriana. La fanciulla, defunta, è ritratta tra i due genitori. Si noti il contrasto tra l’immobilità del corpo, ormai esanime, della fanciulla e le immagini in movimento, sfuocate, dei genitori (https://it.wikipedia.org).

     

     

     

    Qual è la ragione dell’utilizzo di questa pratica? Nel rispondere a questa domanda, molti hanno ricordato che non tutte le famiglie erano dotate di un ritratto dei propri componenti, per cui una fotografia post mortem poteva spesso rappresentare l’unica occasione disponibile per conservare un ricordo, un’unica immagine della persona cara. E spesso questo accadeva con i bambini nati morti o morti in tenerissima età. Ciononostante, la spiegazione appare incompleta, poiché sono documentati molti casi di persone per le quali si conservano un gran numero di ritratti fotografici in vita, ma al momento del loro trapasso viene comunque praticata la fotografia post mortem. Come spiegare, allora, questa “ossessione” – che oggi diremmo morbosa – per questa pratica?

    Ciò ci riconduce al valore antropologico delle spoglie del defunto. Spiega Mirko Orlando: «Il cadavere è un soggetto ambivalente in cui confluiscono forze antitetiche, volte da un lato alla sua conservazione, e dall’altro al suo occultamento. Come residuo organico di una vita ormai concessa ad altri mondi, esso è testimone infausto, ma come residuo, appunto, di un’anima ormai disincarnata, rimane come unico topos di socializzazione dell’estinto. Parliamo anche di una soglia aperta tra due varchi comunicanti: il mondo fenomenico e l’aldilà»(Orlando 2014, pp. 8-9).

    Occorre poi ricordare che, nel culto dei morti, l’immagine possiede un potere ancestrale, che ha lo scopo di garantire al soggetto la sua immortalità. Scrive Hans Belting, «il defunto scambiava il proprio corpo, ormai perduto, con un’immagine attraverso la quale poter restare accanto ai vivi. Solo nell’immagine poteva aver luogo lo scambio con la presenza del defunto. Il mezzo rappresentava il corpo del defunto così come esso era per i corpi dei vivi che effettuavano lo scambio simbolico tra morte e immagine» (Belting 2011, p. 41).

    Figura 3: Anni '20. Ritratto post mortem di un neonato salentino. Collezione privata (è vietata la riproduzione e ogni utilizzo dell'immagine senza il consenso dell'autore).

     

     

     

    Figura 3: Anni ’20. Ritratto post mortem di un neonato salentino. Collezione privata (è vietata la riproduzione e ogni utilizzo dell’immagine senza il consenso dell’autore).

     

     

    Il pianto funebre

    Stendalì: suonano ancora. È il titolo di un documentario del 1960 di Cecilia Mangini e Pier Paolo Pasolini dedicato alla pratica del lamento funebre nella Grecìa salentina. La pellicola, girata interamente a Martano, ricostruisce uno degli ultimi esiti dei riti di lamentazione funebre che sopravvivevano, ancora fino a qualche decennio fa, nel Salento.

     

    Figura 4: Scena del documentario “Stendalì”, di Cecilia Mangini e Pier Paolo Pasolini.

     

    L’antico rituale era molto comune nel Salento; la sua esecuzione avveniva a cura delle prèfiche (o rèpute o chiangimorti), vere e proprie “specialiste” del pianto rituale. La pratica del lamento funebre è già nota in epoche molto remote, soprattutto nell’antica Grecia:se ne ha notizia nei versi di Omero. Alla morte di Ettore la madre Ecuba ricorda l’amore provato per il figlio e ringrazia gli dei per avergli risparmiato lo scempio del corpo:

    E tra loro anche Ecuba iniziò sonoro lamento:

    “Ettore, nel mio cuore il più amato fra tutti i figli,

    anche da vivo tu eri caro agli dei,

    perciò quelli di te si son presi cura ancora, nel destino di morte”.

    (Iliade XIV, vv. 747-750)

    Testimonianza iconografica di questa antica pratica è rappresentata dai grandi vasi dipinti del Maestro del Dipylon o del Pittore di Hirschfeld, datati all’VIII secolo a.C., i quali rappresentano scene di pròthesis (esposizione del corpo del defunto) ed ekphorà (corteo funebre),dove tutta una serie di figure, femminili e maschili, portandosi le mani alla testa, piangono attorno al letto funebre.

     

     

    Figura 5: Scena di prothesis da un’anfora greca del periodo Geometrico (https://it.wikipedia.org)

     

     

     

     

    A Gallipoli – dove la prèfica era chiamata la greca – alla morte d’una giovane puerpera si eseguiva un lamento, riportato da Ettore Vernole (cit, p. 72):

    Quando nasciu sta giovine

    la mammàna scettau l’acqua pe la via,

    passàu na Fata pèrfida

    e nde vagnàu la pudìa:

    disse: c’è masculu, cu majara a la guerra,

    e ci è fèmmana a la lefunìa.

     

    [Quando nacque questa giovane

    La levatrice gettò l’acqua per strada

    Passò una perfida strega

    E le bagnò l’orlo della veste:

    disse: se è uomo, che muoia in guerra,

    se è donna, che muoia durante il puerperio].[1]

    Ancora (ivi, p. 73):

    Quando nasciu sta giovine

    foe nata de vennardia

    e l’acqua ci la sciacquava

    la menàra mienzu la via:

    de ddai passàra tre Fate

    e se vagnara la pudìa…

    la piccicca nde mise lu Fatu,

    aggia murire a la lefunìa…

     

    [Quando nacque questa giovane

    Nacque di venerdì

    E l’acqua con la quale venne lavata

    La buttarono per strada:

    di lì passarono tre streghe

    si bagnarono il bordo della veste…

    La piccola emise il verdetto,

    dovrà morire nel puerperio…]

    Il pianto funebre si caratterizza qui come un vero e proprio rituale magico, legato ai due momenti più critici dell’esistenza: la nascita e la morte (de Martino 2011).

    Sempre a Martano, nel 1954, Alan Lomax e Diego Carpitella raccoglieranno, durante la loro esplorazione etnografica, diverse testimonianze di lamenti funebri in dialetto grìko e romanzo (v. Agamennone 2017: 131-ss).In quella stessa circostanza, Carpitella iniziò, probabilmente, ad intuire le analogie tra due generi di canti: il lamento funebre e la ninna nanna. Essi, infatti, hanno una comune azione “incantatoria”, atta a «favorire il progressivo ottundimento della reattività emotiva e motoria, volta a indurre il lento scivolamento dei bambini nel sonno (ninna nanna), e a lenire l’urto del cordoglio esasperato per la perdita, nel lamento funebre» (Agamennone 2017: 79).

    Il napoletano Giuseppe Ceva Grimaldi, Primo Soprintendente generale degli Archivi e Primo Ministro del Regno delle Due Sicilie, afferma: «Le cantatrici dei lamenti esercitano nelle esequie un ministero essenziale. Esse sedono intorno al feretro avendo in secondo circolo i congiunti: cominciano con l’intuonare una cantilena, ch’è diversa secondo la condizione dell’estinto, ed invitano gli astanti a piangere con loro». L’autore riporta poi un particolare lamento funebre eseguito nella Grecìa salentina in occasione della morte di un giovinetto, strutturato secondo un dialogo tra il padre e il figlio morto, con intermezzi della lamentatrice. Un passo, sebbene originariamente in grìko e tradotto in italiano dall’autore, appare di particolare interesse:

    Il padre: Egli era sul fiore degli anni suoi, nel più bel sole della vita; ed ora va a passare la sua giovinezza sotto una pietra oscura.

    Lamentatrice: o se quella pietra odiata, che forma il pavimento del tempio si spezzasse; e se ritornassero quei giovinetti agli amplessi delle sorelle e dei fratelli!

    È qui da evidenziare un elemento importante: la presenza di una “pietra oscura”, evidentemente la lasta che copre la tomba; questa, a sua volta pare formare «il pavimento del tempio», ossia della chiesa. Questi versi richiamano, in maniera molto chiara, l’uso – già visto in precedenza – di seppellire i defunti nel Medioevo, ossia all’interno e all’esterno degli edifici di culto. Per il Salento, ciò è documentato, in particolare, dagli scavi archeologici nel casale medievale di Apigliano, tra Martano e Zollino, proprio nell’area della Grecìa Salentina (v. Arthur, Bruno 2009). Questo mostra come, più spesso di quanto crediamo, la cultura popolare serbi –a volte velatamente, altre in maniera più evidente – il ricordo di antiche pratiche rituali, oggi ormai perdute e dimenticate.

    Bibliografia:

    Maurizio Agamennone, Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954), Squilibri, Roma, 2017

    Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, BUR Rizzoli, Milano1998 [I ed. 1975]

    Paul Arthur, Brunella Bruno, Apigliano. Un villaggio bizantino e medioevale in Terra d’Otranto. L’ambiente, il villaggio, la popolazione, Regione Puglia, C.R.S.E.C. Le/40, Martano,2009

    HansBelting, Antropologia delle immagini, Carocci, Roma 2013

    Jacques Boulenger (a c. di), Les Romans de la Table ronde, Plon, Paris, 1941

    Giuseppe Ceva Grimaldi, Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d’Otranto nell’anno 1818, Ed. Porcelli, Napoli 1821

    Alexandra Chavarrìa Arnau, Archeologia delle chiese. Dalle origini all’anno Mille, Carocci, Roma, 2009

    Ernesto de Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 2011 [I ed. 1959]

    GeoffreyGorer, La pornografia della morte, «Encounter», ottobre 1955, poi in Death, grief and mourning in contemporary Britain, Doubleday, New York, 1963

    Reinhold Köhler, Perché gli uomini non sanno più quando devono morire, «Guida allo studio delle tradizioni popolari», 1, 1881

    Mirko Orlando, Fotografia post mortem, Castelvecchi, Roma 2013

    Mirko Orlando, Per una teoria generale della fotografia postmortem, «Intersezioni», 2, 2014

    Ettore Vernole, Il paganesimo nel folclore salentino. I funèbri, «Rinascenza salentina», a. II, 1934

    Note

    [1]Il puerperio è definito come il periodo di tempo che inizia subito dopo il parto e termina con il ritorno dell’apparato genitale alle condizioni funzionali pregravidiche. Convenzionalmente dura 6 settimane.

    [1]La Mort d’Arthus, in J. Boulenger, Les Romans de la Table ronde, Plon, Paris, 1941

    [2]La Quete du Sangreal, in Id.

    Dello stesso autore:

    https://www.associazionearches.it/il-santuario-la-festa-e-il-culto-di-maria-santissima-della-campana-a-casarano/

    https://www.associazionearches.it/le-masserie-del-capo-di-leuca/

    https://www.associazionearches.it/i-riti-della-settimana-santa-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/finibusterre-ritratto-di-un-salento-dimenticato/

    https://www.associazionearches.it/gli-apiari-nel-salento/

    https://www.associazionearches.it/la-tradizione-della-caremma-nel-salento/

     

  • FINIBUSTERRE: RITRATTO DI UN SALENTO DIMENTICATO

    FINIBUSTERRE: RITRATTO DI UN SALENTO DIMENTICATO

    di Alessio Stefàno

    «Maestro,

    sono un solitario, a cui, in questi anni di smarrimenti, la sua parola è valsa di conforto e di conferma. Per dirle la mia gratitudine, le dedico un romanzo che le invio a parte, un libro non gaio, nel quale il dramma è quello stesso del restare uomini».

    È il testo di una lettera, datata al giugno 1936, scritta da Luigi Corvaglia, filosofo e scrittore nato a Melissano nel 1892.

    Il destinatario della lettera non è un uomo qualunque ma il più grande filosofo italiano del Novecento: Benedetto Croce. Gli “anni di smarrimenti” a cui il mittente fa riferimento sono quelli del Regime fascista. Erano passati appena undici anni da quel 1° maggio 1925, quando il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” del quale lo stesso Benedetto Croce si era fatto promotore, sancì la definitiva rottura del filosofo napoletano e di numerosi altri intellettuali italiani col regime, contro le pericolose deviazioni verso le quali questo si stava avviando.

    libro autografo di Luigi Corvaglia, esposto in occasione della mostra a Melissano sul Vanini, a cura di Dario Acquaviva (su gentile segnalazione di Stefano Cortese)

    Luigi Corvaglia

    La produzione letteraria del Corvaglia è molto vasta e comprende alcune commedie come La casa di Seneca (1926), Rondini (1928), Tantalo (1929), S. Teresa ed Alonzo (1931), così come intensa è la sua attività di ricerca sul pensiero filosofico naturalistico-rinascimentale del Vanini e dello Scaligero (E. Gaballo, 2010).

    Ma il romanzo che l’autore invia al suo Maestro è uno scritto di tutt’altra natura. Il suo titolo è semplice ed evocativo: Finibusterre.

    Benedetto Croce, dopo aver letto con piacere il libro, apprezzò notevolmente «lo sfondo storico rappresentato in modo assai vigoroso» e il «trattamento dei caratteri e degli affetti» (Lettera del 30 ottobre 1936).

    La vicenda romanzesca si svolge nella prima metà dell’Ottocento, entro uno sfondo storico di miserevoli avvenimenti. I signorotti locali sono pronti a garantirsi, in ogni modo, il privilegio di sfruttare, nelle terre del Capo – dove dominano fatica silenziosa, ignoranza e malaria – una vasta folla di uomini inermi. Donato Valli descrive questo romanzo come un «sondaggio nel corpo della civiltà salentina, donde scaturirà la prima dolorosa consapevolezza della condizione di ultima frontiera non solo geografica ma anche spirituale» (D. Valli 1999, p. 214).

    Ecco così che, già nelle prime pagine del romanzo, emerge l’immagine di quel Salento per noi (forse) sconosciuto e dimenticato:

    «Entro la malia […] di un mare di turchese è disteso il Capo, scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose, s’estendono entro una luce violenta che le illumina senz’ombre. In questo spiazzo si muovono gli uomini, assorti, lenti, come seguendo il ritmo intimo di questa monotonia. Parlano sottovoce o urlano, ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa.

    La lingua è aspra, cupa, povera d’immagini, virile, quasi ieratica, ancora latina ed ellenica in buona parte. Sorridono di rado. Il riso è spasmo. Cantano nenie, ove, dallo sfondo d’infinito divino e inutile, tornano le nostalgie di remoti nomadismi e d’indefinibili aspettazioni. Tono d’anima un grigiore cipiglioso.

    Vivono in povertà, senza lirismi. Un frusto di pan d’orzo li sfama. Pan di grano è sinonimo di viatico. Il bisogno ha spenta in loro ogni vivezza. La lotta secolare con la terra e coi turcheschi li ha fatti chiusi, sospettosi, ma nel tempo stesso energici e insensibili alle sofferenze. La vita è fatica uguale, in cui l’uomo dura senza gemiti, nel gran mare del mondo, con le poche cose fatte da lui e dai suoi e che perciò son sue: casa, terra, donna, figli, ch’egli difende da un mondo di nemici… Tutto è qui: fatica e istinti, donde un concetto squallido delle ragioni del vivere. Dallo sfibramento dell’esperienza la riflessione cava la trama di lividi moralismi: Tutto passa. Siamo portati dal destino. In fondo la morte» (L. Corvaglia, Finibusterre, 1936, pp. X-XI).

    È in questa cornice, tetro affresco di parole, che si muovono silenziosi gli attori di una storia già scritta dal destino. I personaggi del Corvaglia sono gli umili: Piero e Maria, Diascane e Maddalena, Anna e Lisa e tutta la massa dei contadini e dei pastori, «protagonisti rassegnati di una storia senza eroismi e senza gloria». Ciò che muove questa massa, sfruttata da potenti nobili e dai malviventi che vivono al loro seguito, è una sorta di istinto comune: «la fame, implacabile come un destino, tragica livellatrice dei sentimenti a un passo dall’ultima consunzione». È così che «ogni fantasia, ogni speranza, ogni progetto, ogni anelito di bontà finiscono con l’impastarsi in quella terribile concretezza di uno stomaco vuoto, che annulla le differenze e tutto unifica in universale gemito di dolore» (D. Valli 1999, pp. 225-226).

    La storia ha inizio dalla costa Ionica del Salento Meridionale; ma i luoghi appaiono ben diversi da quelli che oggi conosciamo:

    «Pietro scendeva con la mandria verso la palude. S’era levata nell’aria una frescura fumosa di puntini di nebbia, che odoravan d’arsiccio. Diafana dappresso, diveniva poco più innanzi compatta, sino a nasconder l’orizzonte tutt’intorno. Il sole s’affacciava smorto dalla cresta della Serra, dietro una cortina di nuvole che ora s’univano, ora si sfrangiavano. Fasci improvvisi di luce assaettavano il terreno, rinverdendo la macchia» (L. Corvaglia, Finibusterre, cit., pp. 14-15).

    Un paesaggio tetro e piatto, costellato di macchie insidiose e di fetide paludi, dove ogni estate «la caldura […] prometteva un risveglio più grave della malaria» (ivi, p. 49).  Un paesaggio del quale si può avere immediata contezza andando ad osservare la cartografia storica.

    Cartografia del Rizzi – Zannoni (1812). Dettaglio della porzione della costa ionica del Capo di Leuca da Torre San Giovanni (Ugento) a Torre Vado (Morciano di Leuca). Si notino, in particolare, le caratterizzazioni delle varie aree Paludose e Macchiose, oggi non più esistenti a seguito degli interventi di bonifica conclusi nel secondo quarto del Novecento.

    Ma la palude – così come il bosco – è anche il luogo del soprannaturale, delle apparizioni, porta verso mondi lontani e sconosciuti. È qui che il deforme mandriano Dòmine – «una larva d’uomo» – in una cappella diruta e dimenticata, improvvisamente – quasi in uno stato di trance – incomincia a cantare «un’antica nenia salentina, lenta, lieve, dolce, che parea venire da lontananze». È un canto interiore, liberatorio; «si sviluppava enarmonico, come se montasse tra mille anfratti, dapprima più rumore che suono, poi si fissava chiaro, in accordo con un misterioso diapason interiore». In quegli attimi «lo sguardo dello storpio si illuminava. Affiorava l’uomo mancato, l’altra personalità, di cui l’ordinaria era una deviazione». Ma l’uomo cantava nella rassegnazione che «il male sarebbe tornato tante volte sino all’ultima» (ivi, pp. 17-18).

    È così che, dalla penna di Luigi Corvaglia, si presenta al lettore – quasi trent’anni prima di Ernesto de Martino – la terra del cattivo passato che ritorna e del rimorso, chiavi di lettura del dolore delle Tarantate: «noi oggi sappiamo che il “pungolo” non è l’assalto di un demone o di un dio, ma il cattivo passato che ritorna e che si ripropone alla scelta mondana riparatrice» (E. de Martino, p. 300). Il morso simbolico del ragno viene presentato come ri-morso di un episodio critico del passato, di un conflitto rimasto senza scelta, che l’etnologo può osservare sul campo (E. Imbriani, 2018, p. 85). In senso più ampio l’intera Italia meridionale, l’antico Regno di Napoli, è terra del rimorso, cioè del «cattivo passato che torna e rigurgita e opprime col suo rigurgito» (E. de Martino, 2013 [1961], p. 35; E. Imbriani, 2018, p. 85).

    E nel romanzo del Corvaglia non poteva mancare un capitolo dedicato al Tarantismo: «Tarantola pronuba». Protagonista del morso è la povera Lisa, la quale «una mattina non aveva potuto abbandonare il letto». Ella, volgendo inerme lo sguardo verso il soffitto, osservava tra le travature «una esile ragnatela». I simboli erano lì, pronti ad agire nell’inconscio della fanciulla: la tela, il ragno, San Paolo… Alla fine «presa dalla vertigine, s’abbandonò a qualcosa di oscuro emerso dagli abissi della sua vita, e chiuse gli occhi» (Finibusterre, cit., pp. 284-285).

    Copertina della prima edizione del romanzo (fonte: https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/13/il-salento-nella-produzione-letteraria-di-luigi-corvaglia-melissano-1892-roma-1966/)

    Di quella terra, al Corvaglia, lo affascinano ancora i miti, la storia, le vestigia d’un passato lontano, che il tempo, l’incuria e l’indifferenza vanno lentamente sbriciolando (C. Micolano 1982, p. 88). Il disegno della copertina del romanzo – un bosco d’ulivi contorti – venne affidato alla mano di «un altro tenace indagatore dell’archetipo salentino», Vincenzo Ciardo, il quale «in quegli anni approfondiva le ricerche del suo paesaggio di terra riarsa e di sassi luminosi, di ulivi tormentati e di silenzi tragici» (D. Valli 1999, p. 214).  Quegli stessi ulivi del quale il Corvaglia ci racconta la mitica origine:

    «Tempi remoti. Un giorno le ninfe intrecciavan danze. Sopraggiunse Méliso, pastore che aveva umore ridanciano e prese a dileggiarle con versacci. Le ninfe, irritate, gli si fecero intorno come vespe, lo toccò la prima: Fatato! Le ganasce si fecero rigide, legnose. Lo toccò la seconda, poi la terza, la quarta…Da tocco a tocco le gambe divennero radici, penetrarono nel terreno, il tronco morto, scorza dura, le braccia, rame d’oleastro ove l’anima restò prigioniera. Figli di Méliso furono i polloni dell’albero. La pianta ebbe frutti, semi, si diffuse. Passarono molti anni. Una delle ninfe, impietosita, tolse la magia. Ma Méliso era già secco. Anche nella maggior parte degli olivastri, suoi figlioli, l’anima si era fatta legnosa e non poterono nascere in forma d’uomini. I pochi che tornarono alla vita non riacquistaron quasi più l’abitudine del sorriso, così intima rimase in loro la natura dell’ulivo» (Finibusterre, cit., pp. 226-227).

    L’ulivo diventa anche immagine dell’anima della popolazione salentina: «in esso geme una fatica d’esistere che non ha pari se non nel paesaggio corroso e drammatico delle serre aggettanti sul mare» (D. Valli 1999, p. 215).

    Ma l’anima dei salentini è fatta anche di pietra. Ce lo ricorda don Paolo Santacroce, uno dei personaggi più interessanti del romanzo, enigmatico penitenziere del santuario di Santa Maria a Finibus Terrae: «Il signore per dar forma all’anima salentina scelse la pietra. Dalla roccia veniamo e vi torniamo. Pietra siamo» (Finibusterre, cit., p. 228).

    Bianca è la pietra del Salento, quella che diede il nome all’ultimo promontorio che si affaccia ripido sul mare: Leuca, λευκός (leukòs). E su questo bianco promontorio si affaccia il Santuario, un tempo ultimo baluardo della civiltà e della cristianità, proteso verso il mare e l’infinito. L’austera chiesa, «attraverso feritoie e finestrottole […] occhieggiava ostile verso ponente. Un piombatoio era posto a dominio del portone del vestibolo, in fondo al quale s’intravedeva la porta del tempio. Un’ala di fabbricati ferrigni continuava quella cupezza a sinistra». «Sull’orlo del promontorio» – dove oggi svetta l’alto faro – «s’elevava tozza massiccia la torre dei guardacoste». Era qui che si assolvevano i peccati più gravi ed era qui che «i più grandi assassini vi avevano trovata la pace».

    È a Finibusterre che tutti tornano: «chi non ci va da vivo ci ha da andar da morto» (Finibusterre, cit., pp. 203-204).

    Finibus Terrae. Promontorio Punta Meliso. Foto N. Febbraro.

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    BIBLIOGRAFIA:

    1. Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [I ed. 1936]
    2. de Martino, La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 2013 [I ed. 1961]
    3. Gaballo, Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia, «Spiciliegia Sallentina», n. 7, 2010
    4. Imbriani (a c. di), Il peso dei rimorsi. Ernesto de Martino cinquant’anni dopo, Milella, Lecce, 2018
    5. Micolano, Finibusterre, romanzo storico di Luigi Corvaglia: una rievocazione del Salento all’inizio del secolo scorso, «Contributi», anno I, n. 2, Giugno 1982
    6. Valli, Il dio ignoto. Lettura del romanzo Finibusterre di Luigi Corvaglia, in D. Valli (a c. di), Aria di casa. Cronache di cultura militante, Serie II, Tomo I, 1999