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  • PRESENTAZIONE LIBRO  Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    PRESENTAZIONE LIBRO Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    VENERDÌ 9 ottobre ore 19, sala polivalente Torre Vado

    PRESENTAZIONE LIBRO

    Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico, di Alessio Stefàno

    Il libro raccoglie – sotto forma di brevi racconti – le più affascinanti ed enigmatiche leggende carsiche salentine.

    L’autore offre alcune chiavi di lettura simboliche ed antropologiche delle stesse leggende, penetrando in maniera profonda nella cultura tradizionale del Salento, dove alcuni luoghi rappresentano non solo centri che legittimano identità e appartenenza delle popolazioni, ma vere e proprie soglie tra il mondo umano e sovrumano.

    Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Morciano di Leuca, Lorenzo Ricchiuti, e della consigliera delegata alla Cultura, Ombretta Renzo, l’autore dialogherà con Marco Piccinni (Gruppo Speleologico Tricase), che relazionerà sugli interventi di pulizia svolti all’interno della Vora Grande di Barbarano del Capo, e con Marco Cavalera (Archès APS), che farà il punto della situazione sul censimento, studio e accatastamento delle grotte di Torre Vado.

    Con l’occasione sarà proiettato il cortometraggio “La Vora Grande di Barbarano, tra geologia, storia e leggende”, realizzato da B. Luigi Nuzzo, con riprese di Emanuele Levantaci, Antonio Pellico e del GST e voce narrante di Elisa Maggio.

    Nel corso dell’incontro ci saranno voci e suggestioni teatralizzate a cura del Teatro delle Quinte, diretto da Nicola Luigi Torricella.

    Vi aspettiamo venerdì 9 ottobre alle ore 19.00 all’area servizi di Torre Vado, presso la sala polivalente.

    Iniziativa organizzata dall’Associazione Archès APS e dal Gruppo Speleologico Tricase, con il patrocinio del Comune di Morciano di Leuca e la preziosa collaborazione del Teatro delle Quinte.

  • “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    di Alessio Stefàno

    Un patrimonio musicale dimenticato

    La terra del Salento conserva da sempre un legame privilegiato con la musica, in tutte le sue variegate espressioni. Questo si è manifestato in ogni aspetto della vita delle sue popolazioni: alla nascita, come alla morte dell’individuo; nel gioco dei fanciulli e nel corteggiamento amoroso; nel domestico, nel quotidiano, e persino durante le lunghe ore di duro lavoro nei campi. Non possiamo, poi, non ricordare le numerose ricorrenze sacrali, che da tempo immemore scandiscono l’ordo temporis nella nostra terra: dal Natale, alla Quaresima, ai riti della Settimana Santa, sino ad arrivare alle numerose feste patronali che caratterizzano ogni singolo borgo del Salento.

    Come molti altri aspetti della “cultura popolare”, in questa terra, così come in tutto il Meridione d’Italia, anche il “canto popolare” è entrato nel sistema della proposta turistica e delle politiche di sviluppo locale. Così, il folklore – divulgato attraverso i libri, i documentari televisivi, attraverso la musealizzazione e l’istituzionalizzazione dei “beni demo-etno-antropologici” – ha suscitato un nuovo interesse per le comunità di riferimento (Giancristofaro 2020: 12). Negli ultimi due decenni, in effetti, si è assistito in maniera crescente a pratiche di riappropriazione e patrimonializzazione della “cultura popolare” da parte delle stesse comunità. Considerate testimonianze di un “lontano passato”, le varie tradizioni hanno spesso subito le manipolazioni delle nuove politiche culturali; queste, se da un lato si sono preposte l’obiettivo di salvaguardare le peculiarità delle consuetudini locali, dall’altro hanno portato alla loro riproposizione sul «mercato delle identità» (Imbriani 2013: 193). È accaduto così che, allo spontaneo processo di riaffermazione e riscoperta degli usi e costumi scomparsi o che rischiavano di scomparire si sono presto affiancati, «finendo spesso con il prevalere, vari interessi economici, istituzionali e politici diretti a manipolare a proprio vantaggio le manifestazioni tradizionali» (Buttitta 2013). In quegli stessi luoghi dove le forme “tradizionali” del canto e della musica popolare continuavano – spesso in sordina e in ambito familiare – a vantare una certa diffusione, si è assistito, nel corso degli ultimi decenni, alla nascita di numerosi gruppi di folk revival, i quali si proponevano di eseguire nelle pubbliche piazze i canti e le musiche dei “tempi che furono”.

    Il processo di riscoperta, riappropriazione e riproposizione della “musica popolare” ha, tuttavia, anche portato ad una più o meno consapevole “selezione” del patrimonio musicale tradizionale, finendo spesso col far prevalere un singolo genere: quello della cosiddetta “pizzica-pizzica”. Molti canti popolari – i quali non ben si adattavano ai gusti e alle mutate esigenze del pubblico – sono finiti, così, per essere dimenticati; altri, invece, hanno subito processi più o meno importanti di trasformazione e riplasmazione, soprattutto, nella loro originaria musicalità. Un caso emblematico, in tal senso, è rappresentato da uno dei canti più famosi del repertorio tradizionale salentino: “Lu rusciu de lu mare” (Il rumore del mare).

    Un canto popolare e le sue trasformazioni: Lu rusciu de lu mare

    Il testo del canto è piuttosto noto:

    Na sira ieu passai de le patule

    E ntisi le ranocchiule cantare.

     

    A una una ieu le sintia cantare,

    Ca me pariane lu rusciu de lu mare.

     

    Lu rusciu de lu mare è mutu forte,

    La fija de lu re se dae alla morte.

     

    Iddha se dai alla morte e ieu alla vita,

    La fija de lu re sta se marita.

     

    Iddha sta se marita e ieu me ‘nzuru;

    La fija de lurre me dae nu fiuru.

     

    Iddha me dae nu fiuru e ieuna parma,

    La fija de lu re sta va alla Spagna.

     

    Iddha sta va alla Spagna e ieu in Turchia,

    La fija de lurre, la zita mia.

     

    Una sera io passai dalle paludi/e sentii le ranocchie cantare.

    A una una io le sentivo cantare/che mi sembravano il rumore del mare.

    Il rumore del mare è molto forte/la figlia del re si dà alla morte.

    Lei si dà alla morte ed io alla vita/la figlia del re sta per sposarsi.

    Lei sta per sposarsi, io prendo moglie/La figlia del re mi dona un fiore.

    Lei mi dona un fiore, io una palma/la figlia del re se ne va in Spagna.

    Lei se ne va in Spagna ed io in Turchia/la figlia del re la fidanzata mia.

     

    In alcune versioni è presente la strofa aggiuntiva:

    E vola volavola palomba mia!

    Ca ieulu core meu ne l’aggiu dare.

     

    E vola volavola colomba mia/che io il mio cuore le devo donare.

     

    Il testo è costruito attraverso distici dalla struttura rimica irregolare (AB CB DD EE FF GH II), con la presenza di rime baciate nei tre distici centrali ed in quello finale. Come osservato da Alessandro Bitonti, a livello lessicale il testo è denso di arcaismi come rusciu (rumore, forse dal greco ρόθιον), ranòcchiule (rane), fiuru (fiore), zzita (fidanzata); i verbi mmarita (‘maritarsi’, da maritāre, derivato da marītus) e ‘nzuru (ossia ‘prendere in moglie’, dalla voce latina inuxorāre) che sono usati secondo il loro valore semantico originario (Bitonti 2015: 307-308).

    Possiamo inquadrare questo brano nel genere dei “canti narrativi”, notevolmente diffuso nel Salento e in altre aree della Penisola; anche la sua tematica è nota: l’amore impossibile tra la figlia di un re ed un uomo comune.

    Fig. 1 – Mare in tempesta a Marina Serra (Foto dell’autore)

    La musica che accompagna il testo, nella gran parte delle versioni oggi eseguite, è caratterizzata da un’introduzione strumentale, cui segue un incipit a ritmo più lento (I strofa) e, per trasformarsi, a partire dalla seconda strofa in una tradizionale “pizzica”, sebbene in tonalità minore.

    In realtà, analizzando la documentazione etnografica, ci si accorge facilmente che la versione che si esegue oggi è molto diversa rispetto a quella che possiamo definire come “tradizionale”.

    La documentazione etnografica ed etnomusicale

    Il canto che oggi conosciamo come “Lu rusciu de lu mare” risulta già documentato nella remota rilevazione effettuata da Vittorio Imbriani e Antonio Casetti nella seconda metà dell’Ottocento (Casetti Imbriani 1871: 396). Ecco il testo riportato dagli studiosi:

    De sira nde passai de la padula,

    Nci ‘ntisi ‘nu ranecchiulu cantare.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    E nu ‘lu sentu,

    Ca le parole soi copre lu ‘ientu.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    Iddhu – sse dae la morte, iddha la vita,

    La figghia de lu Rre sse sta ‘mmarita.

    ‘Ogghiu mme ’nzuru.

    La figghia de lu Rre porta lu fiuru.

    ‘Ene ‘ientu de mare, ‘e ne de terra,

    A figghiu de lu Rre fazzu la guerra.

    Li dau ‘na parma,

    La figghia de lu Rre ‘sse nd ‘ae alla Spagna.

    Iddha alla Spagna, iu vadu alla Turchia,

    La figghia de lu Rre la sposa mmia.

     

    La prima registrazione sonora del canto si ha, invece, ad opera di Alan Lomax il 16 agosto 1954 a Gallipoli[1] (Agamennone 2017: 289-290).Il canto venne documentato nel corso del breve soggiorno salentino dello stesso Lomax e di Diego Carpitella, rientrante nel programma della estesa ricognizione etnografica condotta dai due studiosi nel Meridione d’Italia, tra il luglio del 1954 e il gennaio del 1955. La rilevazione salentina si svolse a cavallo tra giovedì 12 agosto e martedì 17 agosto 1954, e produsse l’acquisizione di 79 documenti sonori, raccolti prevalentemente in quattro località: Calimera, Galatone, Gallipoli e Martano (Cfr. Agamennone 2017).

    Riportiamo il testo documentato da Lomax:

    Lu rusciu de lu mare è tantu forte

    La fija de lu re se dae alla morte

     

    Iddha se dai la morte e ieu la vita

    La fija de lu re sta se marita

     

    Iddha sta se marita e ieu me nsuru

    La fija de lu re portau lu fiuru

     

    Iddha portau lu fiuru e ieu la palma

    La fija de lu re è sciuta a Spagna

     

    Iddha è sciuta a Spagna e jeu in Turchia

    La fija de lu re la sposa mia

     

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente lu sergente m’aggiù pijà

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente m’aggiù pijà.

     

    Pur ruotando intorno ad un costante nucleo semantico, il testo presenta diverse redazioni, tra le quali si notano alcune differenze. Tali differenze, tuttavia, sono da considerarsi essenzialmente insite al processo stesso di trasmissione del canto, per lungo tempo affidato all’oralità. Lo stesso non si può affermare, tuttavia, per ciò che riguarda il tema e la struttura musicale, oggetto di modifiche sostanziali e, più o meno deliberate. Nella versione raccolta da Lomax, infatti, il ritmo del canto appare più lento, quasi rassomigliante ad una sorta di “ninna-nanna”, così da simulare l’andamento, lento e cadenzato, delle onde del mare.

    Tale fatto appare sostanzialmente confermato anche nella versione raccolta a Gallipoli da Ettore Vernole negli anni ‘30 del Novecento (Vernole 1934: 270), com’è possibile verificare dallo spartito musicale da egli stesso riportato:

    Tra Spagna e Turchia: il contesto storico

    Tornando al testo – il cui orizzonte tematico appare, come s’è detto, senz’altro evidente – in questa sede è interessante soffermarsi sul contesto storico che ne ha visto la genesi, deducibile grazie all’analisi di due elementi peculiari che lo caratterizzano.

    Il primo è la menzione della Spagna. È a partire dal Cinquecento, infatti, che il Salento entrò a far parte del dominio Spagnolo. Nel 1504 il Trattato di Lione attribuì il possesso del Regno di Napoli alla Spagna. Tuttavia, il dominio spagnolo in Puglia fu messo in discussione venticinque anni dopo, ai tempi della guerra fra Carlo V re di Spagna e Francesco I re di Francia. Ma nel 1529, con la pace di Cambrai, i due sovrani si divisero le rispettive sfere di influenza stabilendo che la Puglia rimanesse territorio spagnolo (cfr. Loiotine Lombardo 2003).

    Stessa importanza riveste nel testo anche la menzione della Turchia. La presenza dei Turchi nel Salento è indissolubilmente legata ad un fatto storico molto importante e noto: la conquista di Otranto nell’estate del 1480, l’eccidio degli “Ottocento Martiri” e la successiva liberazione da parte dell’esercito aragonese nel settembre del 1481 [2]. Anche dopo questi importanti eventi, tuttavia, la Terra d’Otranto si troverà spesso ad essere flagellata dalla minaccia “turca”, rappresentata soprattutto dalla pirateria. Specialmente dopo la caduta di Otranto, infatti, «la pirateria assume per la nostra provincia un andamento periodico […]. È un incubo che tormenta le popolazioni, le quali hanno la disgrazia di vivere sul mare. Anche quando il pericolo non c’è, si teme: lo ha creato la fantasia, e i Turchi, perché per i Salentini barbareschi e pirati levantini in genere erano Turchi, sono stati visti anche quando non c’erano» (Panareo 1933: 5).

    Alla prima metà del Cinquecento sono ascrivibili le maggiori e più frequenti incursioni della pirateria Turca nel Salento. Questa tragica parentesi, apertasi dopo la presa di Otranto, si accentua notevolmente a seguito della battaglia della Prèvesa, il 27 settembre 1538, per poi attenuarsi e avviarsi al tramonto dopo la battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, quando le forze combinate della Lega Santa, sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, ottennero la prima grande vittoria contro l’Impero ottomano. È proprio nella prima metà del Cinquecento, infatti, che sono documentabili le maggiori molestie inflitte dai “Turchi” alla Terra d’Otranto; tra queste possiamo senza dubbio ricordare la presa di Castro del 1537 (una seconda conquista della città, sebbene di minore entità, si avrà anche nel 1573/75) (ivi: 5-7). Dopo la battaglia di Lepanto, le scorrerie della pirateria “turca” continueranno nel Salento per oltre un secolo, ma si tratterà di gruppi sempre meno organizzati: «la pirateria, come istituzione al servizio della politica, può dirsi tramontata nel cinquecento. Quell’altra, autonoma, volgare, rivolta a solo scopo di rapina e di furto, si sostituì nei secoli successivi» (ivi: 13).

    Appare a questo punto chiaro come la nascita del canto debba scriversi proprio in quel lungo e tormentato periodo che vede il Salento uscire da un lungo medioevo ed affacciarsi, a fatica, sulle soglie della modernità.

    Considerazioni conclusive

    Alla luce della breve analisi qui condotta, possiamo senza dubbio affermare che “Lu rusciu de lu mare”, oltre a rappresentare uno dei canti più belli ed evocativi del patrimonio musicale tradizionale salentino, è uno dei più antichi e rappresenta la testimonianza concreta di un preciso orizzonte storico culturale.

    Alla sostanziale invariabilità del testo, ruotante intorno ad un preciso nucleo tematico, non è tuttavia corrisposta la conservazione della originaria melodia, sin dalle origini legata allo stesso significato del testo.

    Dopo una lunga stagione di revival folkloristico, nella quale nel panorama della musica popolare salentina si imponeva sostanzialmente – con poche eccezioni – una versione “moderna” del canto, nell’edizione del 2020 del noto festival della “Notte della Taranta”, il maestro concertatore Paolo Buonvino decide di riproporne una versione polifonica, strumentata secondo la linea melodica “antica”. Che sia il segnale di una nuova consapevolezza nei confronti del patrimonio etnomusicale del Salento? Sarà il tempo a dircelo.

    https://www.youtube.com/watch?v=yBoA6LwwKns

    Bibliografia

    M. Agamennone, Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (Agosto 1954), Roma 2017.

    V. Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista, Bari 2016.

    A. Bitonti, Musica e testi in Salento fra tradizione e modernità, «L’Idomeneo», 19, 2015, pp. 303-312.

    I. E. Buttitta, Continuità delle forme e mutamento dei sensi. Ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Acireale-Roma 2013.

    A. Casetti, V. Imbriani, Canti popolari delle Provincie meridionali, Torino 1871, v. I.

    L. Giancristofaro, Osservazioni sul folklore per una teoria della cultura e delle istituzioni politiche, «Palaver», 9, n. 2, 2020, pp. 319-362.

    E. Imbriani, Religione popolare e identità culturali, in Romano A., Spedicato M. (a c. di), Sub voce sallentinas: studi in onore di p. Giovan Battista Mancarella, Lecce 2013, pp. 189-195.

    G. Loiotine Lombardo, La dominazione spagnola in Puglia, Bari 2003.

    S. Panareo, Turchi e barbareschi ai danni di Terra d’Otranto, «Rinascenza salentina», 1, 1933, pp. 2-13.

    E. Vernole, Il dopolavoro e i cori tradizionali del Salento, «Rinascenza salentina», 4, 1934, pp. 264-275.

    Note

    [1]L’esecuzione è a cura di alcune voci maschili, accompagnate da un mandolino e due chitarre.

    [2] Per un’analisi storica dei fatti relativi alla conquista ottomana di Otranto si può far riferimento, in generale, a Bianchi 2016.

     

  • La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    La storia di Casarano attraverso le epigrafi

    di Alessio Stefàno

    in memoria del prof. Gino Pisanò

    Premessa

    Per lo storico e l’archeologo, incalliti “viaggiatori nel tempo” incaricati di scrivere la nostra storia, particolare importanza assumono i documenti epigrafici. Sin da quando l’uomo ha incominciato a padroneggiare la scrittura, infatti, ha prodotto iscrizioni d’ogni genere, incise, graffite, dipinte su materiali disparatissimi (marmo, pietra, bronzo, terracotta). Queste testimonianze rappresentano importanti fotografie del nostro passato, che ci parlano non solo di accadimenti storici ma anche di importanti aspetti socio-culturali. Accade così che è possibile ricostruire – almeno parzialmente – le vicende di una comunità, ma soprattutto scrivere una storia che «non veda storie per eccellenza e storie che non siano tali, né ammetta il primato di una storia delle strutture (economiche o socio- culturali che siano) rispetto ad una storia delle sovrastrutture o quello di una storia dello spirito (laica o religiosa, delle idee o dell’anima che sia) rispetto ad una storia degli oggetti su cui lo spirito si eleva e lavora» (GALASSO 1982, p. 6).

    A questa storia, a lungo definita “minore” o “locale”, che a volte può apparire estranea al corso dei grandi eventi, ma che in fondo è solo parte della “grande” storia (e soprattutto è la nostra storia), si era già interessato il compianto professore Gino Pisanò. A lui va il merito di aver curato, tra le diverse pubblicazioni riguardanti la nostra città, la terza sezione del volume Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano (Galatina 1994), nel quale è raccolta una nutrita serie di testimonianze epigrafiche (anche scomparse) che vanno a costituire vere e proprie “istantanee” del passato della nostra città. Molte sono state qui riportate, altre sono state raccolte dal sottoscritto; proveremo qui a ripercorrere attraverso di esse le vicende della nostra comunità e dei suoi uomini.

    Le origini: l’età Romana e Medievale

    Proprio attraverso un’epigrafe possiamo, verosimilmente, scrivere l’inizio della storia di Casarano. Rinvenuta negli anni Settanta, reimpiegata già in antico all’interno del muro di un’abitazione (dove ancora oggi è conservata), si tratta di una piccola stele in pietra locale, con un frontoncino semilunato decorato da solcature concentriche. Ecco il testo:

    D(IIS) M(ANIBUS)

    MUSICUS MAXIMI NI

    SER(VUS) V(IXIT)

    A(NNIS) VII

    H(IC) S(EPULTUS) E(ST)

    LEVVIUS ET

    CALE FILIO

    PIISSIMO

    B(ENE) M(ERENTI) P(OSUERUNT)

    Agli Dei Mani Musico

    servo di Massimino

    visse anni sette

    qui è sepolto

    Levio e Cale

    al piissimo figlio

    che ben meritò posero

    Questa lapide doveva segnalare, in origine, il luogo di sepoltura di un bambino di nome Musicus, figlio di un uomo ebreo (Levius) e di una donna greca (Cale), come dimostra chiaramente l’etimologia dei due nomi (PISANÒ, SCHIAVO 1985, p. 71; GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 103-104).

    Il fanciullo ha un nome inusuale, tipicamente schiavile; lo stesso testo dell’epigrafe afferma esplicitamente che egli si trovava (sin dalla nascita) in condizioni servili nei confronti di un certo Massimino (“Maximini servus”). Siamo di fronte, dunque, a un documento di straordinaria importanza storica, che ci presenta la realtà del latifondo, ossia di una grande proprietà agricola, gestita solitamente da membri dell’aristocrazia romana attraverso un largo impiego della manodopera servile. Allo stesso tempo, l’epigrafe ci racconta di come il Salento fosse, già in età Romana, crocevia di popoli e culture provenienti da ogni parte del Mediterraneo. L’iscrizione – chiaramente pagana – è stata solitamente datata al I secolo d.C., ma con maggiore prudenza, in assenza di confronti puntuali, possiamo ascriverla ad un periodo piuttosto ampio, compreso tra il I e il III secolo d.C. (fig.1).

    Fig. 1

    Allo stesso periodo doveva appartenere l’epigrafe rinvenuta negli anni Settanta sotto il pavimento della chiesa di Santa Maria della Croce, durante i lavori di restauro, ormai da tempo perduta. Piuttosto frammentaria, secondo la ricostruzione del prof. Pisanò si tratterebbe di un’iscrizione funeraria menzionante la gens Vibuleia, attestata a Gallipoli su un’epigrafe del I secolo d.C. (PAGLIARA 1972, p. 77; PISANÒ, SCHIAVO 1985 p. 72).

    Il monumento più importante di Casarano è sicuramente rappresentato dalla chiesa di Santa Maria della Croce o di Casaranello, oggetto in anni recenti di numerosi studi e pubblicazioni. All’interno della chiesa si conserva un palinsesto di affreschi, che coprono tutto il lungo e travagliato periodo del Medioevo. Al di sopra di alcuni di questi sono presenti delle iscrizioni dedicatorie e numerosi graffiti devozionali in lingua greca, spesso di difficile lettura. La più importante tra queste trova posto su un affresco dell’XI secolo, posto su uno dei pilastri interni e rappresentante la Vergine col Bambino (Theotokos). L’iscrizione, infatti, testimonia la riconsacrazione della chiesa alla presenza di un vescovo di Gallipoli (JACOB 1988).

    Falsi storici: l’epigrafe di papa Tomacelli

    Nella stessa chiesa di Casaranello è conservata, al di sopra della porta d’ingresso, un’epigrafe del 1717, la quale ha alimentato un mito a lungo creduto vero dai casaranesi (e non solo), circa la nascita di un papa – Bonifacio IX – nella nostra città (fig. 2).

     Fig. 2

    Ecco il testo tradotto in italiano:

    A Dio ottimo massimo O passeggero

    fermati e ammira la grande bellezza di questo tempio qui

    Bonifacio IX Tomacelli Sommo pontefice

    Nato da genitori signori dell’uno e dell’altro Casarano Ricevette il Sacro Battesimo.

    Questa chiesa dapprima venerò come madre, egli, che poi sulla terra fu vicario del sommo Dio.

    Antonio Sanfelice Vescovo di Nardò

    Ordinò di rinnovare il ricordo quasi perduto dell’ottimo pontefice

    Che aveva acquisito meriti immortali nei confronti del mondo cattolico e della sua chiesa

    Nell’anno di Cristo 1717

    Recenti studi hanno permesso, in via definitiva, di far luce su questa figura, dimostrando che i Tomacelli possedettero il feudo di Casarano solo dopo il 1378, mentre Bonifacio IX nacque intorno al 1350, dunque sicuramente non venne battezzato in questi luoghi (SERIO 2020, pp. 119-143). Il Sanfelice, in effetti, con lo scopo di dar lustro alla diocesi di Nardò, presentandola come ricca di antichità e di uomini prestigiosi, impiantò «una vera e propria officina di falsi, mediante la creazione e la pubblicazione di numerosi apocrifi» (v. STEFÀNO 2018, pp. 11-28).

    Gli antichi moniti delle dimore signorili

    Sulla facciata di palazzo Valente, uno dei più belli e antichi del centro storico di Casarano, è riportata una breve epigrafe (figura 3): INVIDIA INVIDENTI NOCET 1572.

          Fig. 3

    “L’invidia nuoce all’invidioso”, ricorda il monito al visitatore. A partire da Cinquecento diventano molto comuni presso le dimore signorili epigrafi riportanti proverbi, moniti e massime latine. L’iscrizione di palazzo Valente, in particolare, trova confronto con un’iscrizione coeva conservata a Manduria sulla facciata di palazzo Dimitri e con una più tarda riportata sull’architrave di un’abitazione settecentesca di Locorotondo.

    Un’altra epigrafe della stessa categoria era collocata su un edificio cinquecentesco adiacente alla Chiesa Madre, nella memoria popolare identificato come la casa natale di papa Bonifacio IX, e distrutto negli anni Sessanta. Come ci informa il prof. Pisanò, l’iscrizione fu salvata da un tal Guerino Toma, che dopo averla recuperata dalle macerie la conservò nel suo villino di campagna (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 109). Il testo recita:

    VOX MISSA NESCIT REVERTI.

    “La voce, una volta uscita, non sa tornare indietro” è la traduzione di questa massima, la quale avvisa che, in alcuni casi, cui ci si accorge troppo tardi di aver detto qualcosa di sconveniente. Questa volta la fonte è rappresentata dalla letteratura latina classica, in particolare dal poeta Orazio (Ars poetica, 390).

    Le epigrafi possono occupare non solo l’esterno ma anche l’interno delle residenze signorili.

    FORTUNA FACIET P(rospera) AD 1812. L’iscrizione, anche questa raccolta dal Pisanò, risulta affrescata sulla volta di casa Martina Toma, un tempo appartenente all’importane famiglia D’Elia di Casarano. Essa vuol mettere in evidenza il peso della fortuna nella vita umana e, soprattutto, nel gioco delle carte, col quale i D’Elia spesso si intrattenevano con i propri amici all’interno di questa abitazione. Nel giardino dello stesso fabbricato, un’iscrizione (oggi mutila) spiega, infatti, la destinazione di questo luogo:

    HYACINTHUS DE ELIA

    PATRICIUS CALLIPOLITANUS

    SIBI POSTERISQUE SUIS

    CURARUM LEVAMENTO AMICIS HOSPITIO

    SUBURBANUM AB INCHOATO EXTRUXIT

    TAMDIU SE VIXISSE EXTIMANS

    QUAMDIU [POTUISSET]

    PARUMPER AURES [SECUNDAS PRAEBERE CETERIS]

    A.D. M[—]

    Il testo in italiano recita: «Giacinto D’Elia, patrizio gallipolino, costruì dalle fondamenta questa villetta suburbana per sé e per i suoi discendenti al fine di alleviarne gli affanni, per gli amici al fine di ospitarli, stimando che tanto sarebbe vissuto fino a quando avesse potuto per un po’ ancora accogliere generosamente gli altri. Nell’anno del Signore 1[812]» (l’epigrafe, mutila, riporta solo la prima cifra dell’anno, ma è verosimile che sia coeva alla precedente).

    L’iscrizione evidenzia il valore dell’amicizia e dell’ospitalità, doti evidentemente possedute dalla famiglia di don Giacinto D’Elia (1750-1826) (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, pp. 115-116). La casa passò poi alla famiglia Lupo e, infine, alla famiglia Martina Toma. Probabilmente, nella stessa casa, nacque Adele Lupo, poetessa casaranese vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento (IVI, pp. 116-117; su Adele Lupo si veda MARRELLA, SCORRANO 2001).

    Tra le famiglie importanti di Casarano un posto particolare è senza dubbio occupato dai Nuccio, il cui don Pompeo intratteneva stretti rapporti di amicizia col poeta vate Gabriele D’Annunzio e con il Re Vittorio Emanuele III. Sulla porta d’ingresso del loro palazzo è scritto:

    HUC ADES: EXCIPIES SOLACIA ARTIS ET MUNERA AMICITIAE

    ossia: “Vieni qui: troverai i conforti dell’arte e i valori dell’amicizia” (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 119).

    Ma i nobili e i feudatari di Casarano non fecero solo costruire ex novo palazzi urbani e suburbani; spesso restaurarono anche antiche masserie, trasformandole in casini di campagna, patria dell’otium e della contemplazione della natura. Così fece Matteo D’Aquino, prete massone di Casarano, come ancora oggi ci ricorda l’epigrafe sulla sua facciata di Casino Cammire:

    POMARIUM HOC

    AB IMPIA RECTORUM OSCITANTIA

    PAENE DELETUM

    MATTHAEUS DE AQUINO

    E CASARANENSIUM DYNASTIS

    RESTAURAVIT

    ET IN NITIDIOREM FORMAM

    REDEGIT MDCCLXXXIX

    L’epigrafe è traducibile come segue: «Questo pomario, quasi distrutto dall’ampia indolenza dei suoi amministratori, Matteo D’Aquino dei feudatari di Casarano, restaurò e ridusse a più decoroso aspetto nel 1789» (IVI, p. 113; su Matteo D’Aquino si veda PISANÒ 1993).

    Tra le epigrafi un tempo adornanti luoghi di campagna è da ricordare anche quella, piuttosto frammentaria, rivenuta come materiale di riempimento all’interno di un muro di confine presso Masseria Palla e oggi qui conservata. L’iscrizione, databile tra il XVI e il XVIII secolo, è stata ricostruita dal sottoscritto e riporta un versetto del libro del profeta Isaia:

    [DIVITI]Æ SALUTIS

    [SAPIEN]TIA ET SCIENTIA

    [TIMO]R DOMINI

    [ISPE] TESAURUS [EIUS]

    [ISAIAH X]XXIII

    Ricchezze salutari

    sono sapienza e scienza

    Il timore di Dio è il suo tesoro

    Isaia 33

    Fig. 4

    Le epigrafi religiose

    Nobili e feudatari di Casarano non si occuparono solo dei loro palazzi e delle loro dimore di campagna, ma versarono il loro impegno economico anche nella realizzazione di edifici religiosi. Lungo la facciata della chiesa di San Domenico di legge:

    AQUINATES LEONES FORTES DEI CULTO AQUINO SOLI SACRUM EREXERE DELUBRUM 1676

    Ossia: “I leoni aquinati, forti nel culto di Dio, questo sacro tempio all’astro d’Aquino nel 1676”. I D’Aquino, detti leoni perché sul loro stemma campeggiano, appunto, i leoni, completarono la costruzione dell’edificio, dedicato all’«astro di Dio», San Tommaso D’Aquino (GRAZIUSO, PANARESE, PISANÒ 1994, p. 121).

    Grazie alla carità dei cittadini, invece, fu portata a termine l’attuale chiesa Matrice:

    D.O.M. CONCIVIUM CHARITAS

    TRES FRUCTUS VIGESIMANS OPUS

    TRESDECIM AB HINC ANNIS INCEPTUM

    PERFECIT ANNO MDCCXII

        Fig. 5

    I cittadini, infatti, offrirono la ventesima parte di tre prodotti della terra, affinché, dopo tredici anni, venisse completata la costruzione del sacro Tempio, terminata nel 1712 (IVI, p. 123).

    Su iniziativa di un altro privato, invece, venne eretta la chiesa di San Pietro, come ci ricorda la consunta epigrafe su un medaglione di pietra leccese sovrastante il portale:

    D.O.M.

    AC DIVO PETRO

    PETRUS CALBANO

    EREXIT H.S.

    A.D. 1702

    Fig. 6

    La chiesa, infatti, venne eretta per volontà di Pietro Calbano nel 1702, in onore del santo del quale portava il nome (IVI, p. 122).

    Grazie all’intervento di Matteo D’Aquino, priore («amato per il suo lignaggio non meno che per la sua pietà»), ma anche di tutti i confratelli, invece, nel 1751 venne ampliata ed abbellita la chiesa dell’Immacolata, sede dell’omonima confraternita fondata nel 1619 da Giovan Battista Filomarino (IVI, pp. 128-129):

    D.O.M. TEMPLUM HOCCE

    PROTOPLASTORUM LABE IMMUNI

    DICATUM

    QUOD NE ARCTUM PIO SODALIUM CONSURSU

    FORET

    MATTÆUS DAQUINO PRÆFECTUS

    CASARANENSIUM DUNA[STARUM]

    NON MINUS GENERE QUAM PIETATE

    ACCEPTUS PROPRIO SODALIUM

    AC SODALITATIS ÆRE

    AMPLIANDUM ET EXORNANDUM

    CURAVIT

    REPARATÆSALUTIS

    ANNO MDCCLI

    Il calvario adiacente alla chiesa venne realizzato, invece, tra il 1913 e il 1918 dalla baronessa Olimpia Passero, come ci ricorda l’epigrafe bronzea collocata sul cancello. Donna particolarmente pia e devota, ella si occupò della realizzazione di molte opere religiose nella città, tra le quali lo splendido cappellone del Santissimo Sacramento nella Chiesa Matrice, come ci ricorda, anche qui, un’epigrafe del 1910.

    Nella chiesa Matrice e nelle altre chiese della città molte altre epigrafi, spesso poste sugli altari, ci raccontano le vicende di questo luogo e, soprattutto delle famiglie più importanti, i cui illustri benefattori spesso commissionavano restauri e nuove realizzazioni artistiche e architettoniche (cfr. SORRONE 2013).

    Epigrafi pubbliche e memoriali

    Sin dall’età Romana e fino a tutta l’età Moderna, le epigrafi servono anche a commemorare eventi di rilevanza politica e comunitaria, come la fondazione di edifici pubblici e monumenti. È il caso della torre dell’orologio, collocata su uno dei lati brevi della piazza cittadina. Qui l’epigrafe, posta in un medaglione sovrastante lo stemma cittadino, recita:

    D.O.M.

    H[O]ROLOGIUM

    HOCCE FUIT

    ÆDIFICATU[M]

    TEMP[OR]E

    SINDACATUS

    U.I.D.D. ORONTII FERILLI

    A.H.S. 1790

    Fig. 7

    L’iscrizione ci informa che il campanile venne edificato nel tempo in cui era sindaco Oronzo Ferilli, “dottore dell’uno e dell’altro diritto”, ossia quello civile e quello canonico (come ci ricorda l’abbreviazione U.I.D.D.), nell’anno dell’umana salvezza 1790 (IVI, p. 114) (figura 7).

    Ma le epigrafi a carattere pubblico e politico possono anche essere non “ufficiali”, un po’ come accade al giorno d’oggi con i graffiti sui muri. È il caso delle iscrizioni dipinte, rinvenute nel 2015, che recitano ABBASSO IL PAPA RE e VIVA VITTORIO EMANUELE IN CAMPIDOGLIO, sul fronte di

    palazzo Arditi. Databili tra il 1860 e il 1870/71, raccontano il tormentoso periodo politico conseguente all’unificazione della Penisola (la cosiddetta Questione Romana). Le iscrizioni sono state recentemente oggetto di restauri, grazie al progetto “Tracce di storia”, ideato da Marco Mazzeo e messo in atto con la collaborazione di diversi enti locali (figura 8).

       Fig. 8

    Tra le iscrizioni a carattere politico rientra anche una lapide a lungo dimenticata, rinvenuta in un’aiuola circolare nel piazzale antistante il cimitero di Casarano. L’epigrafe recita:

    IN MEMORIA DI ARNALDO MUSSOLINI

    Arnaldo Mussolini, fratello del Duce scomparso improvvisamente nel 1931, fu giornalista, insegnante e politico italiano. L’interesse per la natura lo indusse a dedicarsi all’organizzazione dell’agricoltura, alla rinascita boschiva, alle attività di bonifica, diventando il primo presidente del Comitato Nazionale Forestale. Il 27 novembre 1928 gli fu conferita la laurea honoris causa in scienze agrarie. Dopo la sua scomparsa, il Comando delle Legioni della Milizia Nazionale Forestale diede disposizioni affinché venisse organizzata, in ciascun Comune del regno d’Italia, un’apposita cerimonia che prevedeva la piantumazione di un albero in memoria del fratello del Duce.

    A Casarano venne piantato un albero di pino in un’aiuola al di fuori del cimitero, corredato dall’epigrafe dedicatoria. La lapide venne poi occultata nel 1943, dopo la caduta del Regime. Questa, infatti, come molti altri documenti ed opere pubbliche del Ventennio, fu condannata alla damnatio memoriae. Si può notare come l’iscrizione risulti scalfita, nonché mutila nella parte sinistra, dove forse era applicato un fascio littorio (o una foto del fratello del duce). Anche il pino piantumato nell’aiuola venne in seguito tagliato, per poi essere dopo molto tempo sostituito da un nuovo albero.

    L’epigrafe, oggi nuovamente al suo posto, è di grande importanza, poiché rappresenta il «simbolo di un’epoca che, seppur con le sue ombre, ha segnato in maniera importante anche la piccola storia della nostra città che, attraverso una testimonianza come questa, diventa parte della grande Storia» (CASARANO 2008) (figura 9).

    Fig. 9

    Tra le epigrafi memoriali è sicuramente da ricordare quella di Gaetano Romano, poeta e massone nato a Casarano nel 1883, tragicamente scomparso nel 1910 durante un incidente sul convoglio ferroviario postale Foggia-Lecce presso il quale prestava servizio. Di lui si ricordano, in particolare, la composizione del testo dell’Inno al Venerdì Santo (poi musicato da Ernesto Romano) e la poesia in vernacolo “Susu lu munte de la Campana” (v. VALENTINO 1998, FRACASSO 1994/95). Dopo il tragico avvenimento, l’amministrazione comunale del tempo, con a capo il sindaco don Domenico De Donatis, pose una lapide in piazza Garibaldi (figura 10).

    Fig. 10

    L’ultimo addio

    Sin da tempi remoti è in uso nella nostra civiltà l’incisione di epitaffi, ossia di iscrizioni sepolcrali aventi come scopo quello di onorare e ricordare un defunto. Se, passeggiando nei nostri cimiteri, ci apprestassimo ad osservare con attenzione, noteremmo numerose lapidi ormai spostate dai luoghi di originaria sepoltura e spesso accatastate negli angoli, consunte dalle intemperie. I loro morti aspettano ormai in silenzio di essere consegnati all’oblio.

    Una di queste, fra tutte, mi ha sempre colpito molto. Si tratta di un segnacolo in pietra leccese, annerito di muschi e licheni; una corona di fiori scolpita circonda il nome, ormai quasi illeggibile, della defunta (che qui ometteremo). In basso, sulla base del segnacolo, è inciso il commovente epitaffio:

    MOGLIE ESEMPLARE DI RARE VIRTU’ DOMESTICHE IL MARITO ED I FIGLI

    DESOLATISSIMI INVITANO TUTTI ALLA PREGHIERA. MORTA 8 OTTOBRE 1918.

    Fig. 10

    Non faremmo fatica a immaginare (anzi, ne troveremmo ulteriore conferma nei documenti d’archivio) che questa giovane donna (di appena 33 anni, secondo i documenti d’archivio) sia stata strappata all’affetto dei suoi cari dall’epidemia di influenza Spagnola che falcidiò la popolazione mondiale tra il 1918 e il 1919, mietendo numerose vittime anche nel Salento, soprattutto tra i giovani adulti. A Casarano fu addirittura necessario un registro supplementare degli atti di morte, come dimostrano i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce (Stato civile italiano › Casarano › Morti › 1918 › 3227, suppl. 2).

    Ma molte altre tombe dimenticate possono raccontare delle storie. Spesso sono storie di vite semplici, di famiglie umili di artigiani e contadini. E sono storie che stanno per essere definitivamente dimenticate. Ma c’è un dovere della memoria che ci impone di lottare contro l’oblio.

    Conclusioni

    Il presente articolo vuol essere un omaggio al professore Gino Pisanò, letterato, umanista e intellettuale raffinato, scomparso quasi otto anni fa. A lui va il merito di aver raccontato, prima di tutti, la storia di questa città. Molte delle epigrafi qui riportate (anche quelle oggi perdute) sono state da lui raccolte in una pubblicazione, citata in bibliografia. Concludo con un’epigrafe, che egli stesso fece realizzare ed apporre all’ingresso della sua casa in campagna e che riporta anche nel suo libro: HIC CONSISTO AC MORUM MECO, “Qui mi fermo e mi intrattengo con me stesso”.

    Note

    Per la lettura delle epigrafi si ricorda che, secondo la consuetudine dettata dal sistema Panciera- Krummrey, le abbreviazioni si sciolgono tra parentesi tonde ( ), mentre tra parentesi quadre [ ] si riportano le integrazioni delle lacune nel testo.

    Si ringrazia la signora Adriana De Lorenzis per aver permesso la documentazione e studio dell’epigrafe conservata presso Masseria Palla.

    Bibliografia

    CASARANO Antonio, Una lapide dedicata ad Arnaldo Mussolini (intervista al prof. L. Marrella), «Lo Scirocco», n. 2, 2008, (22).

    FRACASSO Concetta, Gaetano Romano poeta casaranese di fine Ottocento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Lecce, 1994/95.

    GALASSO Giuseppe, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondadori, Milano 1982.

    GRAZIUSO Luciano, PANARESE Emilio, PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    JACOB Andrè, La consécration de Santa Maria della Croce à Casaranello et l’ancien diocèse de Gallipoli, «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», 25, 1988 (147-163).

    Marrella Luigi, Scorrano Luigi, Un inno ed un sospiro. Adele Lupo di Casarano, Barbieri, Manduria 2001.

    PAGLIARA Cosimo, Note di epigrafia salentina, III, in Annali dell’Università di Lecce, Galatina 1973.

    PISANÒ Gino, SCHIAVO Mino, Casarano e Wierich De Daun in una pergamena del 1717, Congedo, Galatina, 1985.

    PISANÒ Gino, La villa suburbana di Matteo D’Aquino. Un prete massone del ‘700 a Casarano, «Presenza taurisanese», Maggio 1993 (6-7).

    PISANÒ Gino, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Congedo, Galatina 1994.

    SERIO Antonio Sebastiano, Casarano nel Basso Medioevo, Barbieri, Manduria 2020.

    SORRONE Maura, La chiesa madre di Casarano: nuove ipotesi e brevi annotazioni, «Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto», Anno 2, n. 2, 2013 (disponibile online su: https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/03/la-chiesa-madre-di-casarano-nuove-ipotesi-e- brevi-annotazioni/).

    STEFÀNO Leo, S. Maria della Croce (Casaranello). Oltre un secolo di studi su un monumento paleocristiano del Salento, Grifo, Lecce, 2018.

    VALENTINO Paolo, Canti a vint’anni, Casarano 1998.

    Su Gaetano Romano: http://www.carusa.it/Personaggi/2276

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    https://www.associazionearches.it/usi-e-consuetudini-funerari-nella-cultura-popolare-salentina/

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  • Il Santuario, la festa e il culto di Maria Santissima della Campana a Casarano

    Il Santuario, la festa e il culto di Maria Santissima della Campana a Casarano

    di Alessio Stefàno

    Santuario della Madonna della Campana (foto di A. Stefàno)

    Riassunto

    Casarano è un comune della provincia pugliese di Lecce. Nell’immediata periferia di questo paese, sopra un piccolo colle, si trova il Santuario della Madonna della Campana, costruito nel XVII secolo. Questo santuario rappresenta il centro di una tradizionale festa, celebrata la domenica e il lunedì dopo Pasqua, caratterizzata da particolari forme rituali. Questo lavoro analizza le tradizioni locali che riguardano la festa Madonna della Campana, il suo simbolismo rituale e il significato di riti e simboli nel contesto dell’antica e rurale società contemporanea.

    Altare della Madonna della Campana (foto di A. Stefàno)

    Introduzione

    La festa della Madonna della Campana – che si svolge la domenica e il lunedì dopo Pasqua – rientra nel più vasto complesso delle feste religiose e patronali del Salento e del Meridione d’Italia e presenta alcune peculiarità di carattere simbolico-rituale, oggetto di una ricerca ancora in fieri.
    Centro nevralgico del culto e della festa è rappresentato dall’omonimo santuario, posto sulla cima di un modesto rilievo sovrastante da oriente la città di Casarano (Lecce), nell’area delle Serre Salentine.

    La festa, così come si svolge oggi, rappresenta il risultato di importanti processi di trasformazione verificatisi soprattutto nel corso degli ultimi due/tre decenni.

    Attraverso questo studio, basato fondamentalmente su una ricognizione di documenti d’archivio ed etnografici, si vogliono indagare alcuni aspetti peculiari del fenomeno festivo, proponendo per questi alcune chiavi di lettura. Si tenta anche una ricostruzione dei processi di de-funzionalizzazione e ri-funzionalizzazione cui i simboli rituali sono andati incontro nel corso del tempo.

    Articolo pubblicato sulla rivista “Palaver” 9 (2020), n. 2, 533-564, e-ISSN 2280-4250
    DOI 10.1285/i22804250v9i2p533
    http://siba-ese.unisalento.it, © 2020 Università del Salento

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    il santuario la festa il culto di Maria Santissima della Campana a Casarano

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    Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca 

    I riti della Settimana Santa nel Salento