In occasione della seconda ristampa del volume “Archeologia del Salento”, l’associazione Archès organizza a Salve un’iniziativa che prevede, alle 19, una visita guidata nel Centro Storico, nell’ambito della rassegna Salvestate.
A seguire, alle 21, sarà offerto un rinfresco sul terrazzo di Palazzo Ramirez e, alle 21.30, sarà la volta di un convegno focalizzato sullo studio e la promozione del patrimonio storico-archeologico ed ambientale salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro. Interverranno gli autori del volume Nicola Febbraro, Anna Lucia Nicolì e Marco Cavalera.
Prenotazione obbligatoria (solo per la visita guidata) tramite WhatsApp al n. 340-5897632.
#Alezio partecipa alle Giornate EUROPEE dell’ Archeologia.
L’iniziativa, patrocinata e sostenuta dall’Amministrazione Comunale di Alezio e dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con l’Associazione Archès APS, la Soprintendenza Archeologica, delle Belle arti e del Paesaggio di Brindisi e Lecce e l’Università del Salento, ha l’obiettivo di valorizzare il patrimonio archeologico della cittadina messapica.
Il programma culturale proposto prevede:
Venerdì 18 giugno
” VISITE GUIDATE GRATUITE “
Visite guidate presso la Necropoli Messapica di Alezio e il Museo Civico Messapico.
Sabato 19 giugno ore 17
” A SPASSO NELL’ ANTICHITÀ “
Visite guidate in abiti messapici presso la Necropoli Messapica di Alezio.
Domenica 20 Giugno ore 17
” PICCOLI ARCHEOLOGI “
Laboratorio didattico per bambini.
Tutti gli eventi sono GRATUITI.
Per partecipare a entrambe le iniziative è OBBLIGATORIO
PRENOTARSI telefonando al 335-7670971 (il numero è attivo dalle ore 9.00 alle ore 12.00, dal lunedì al venerdì)
Posti limitati nel rispetto delle normative anticovid 19.
Morciano di Leuca sorge a tre chilometri da Torre Vado, ai piedi della Serra Falitte che la divide dalla sua frazione Barbarano.
Le sue origini risalgono all’età messapica e romana, quando il territorio era costellato da numerose fattorie, dedite in particolare alla produzione e al commercio del grano e dell’olio. Le ville rustiche romane di Morciano gravitavano nell’area di influenza del municipium di Vereto (Patù), importante città che aveva il suo approdo di riferimento nella baia di San Gregorio.
Nel corso di ricerche di superficie sono state individuate almeno tre aree ad interesse archeologico, riconducibili al modello insediativo del vicus (agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e gli approdi), che disegnano una particolare vivacità economica di questo territorio in età romana imperiale.
Fig. 1. Tracce di antica viabilità tra Morciano e Vereto.
Dal Medioevo all’età moderna
Le prime notizie storiche su Morciano si ricavano nella “cedula captivorum” del 1239, ossia l’elenco dei feudali custodi dei prigionieri di Federico II. In questo documento viene indicato il nome di un Riccardo de Murchano, famiglia di cui non si conosce nulla.
Nel 1274 Carlo I Angiò concede regio assenso per il matrimonio tra Guglielma, figlia di Riccardo de Morciano con un certo Tedesco De Cuneo, all’epoca ritenuto uno dei personaggi più influenti e vicini a Carlo I (famigliare e consigliere).
Il motivo che ha spinto gli angioini a legare un uomo molto importante come Tedesco da Cuneo ad un feudo collocato nella più estrema periferia dell’Impero è soprattutto di tipo politico, in quanto la famiglia de Murchano aveva avuto dei feudi anche nel precedente regime svevo ed aveva legami di parentela con una famiglia antiangiona, i Sambiasi; quindi questo matrimonio si era reso necessario per tenere sotto controllo questa parte di feudo.
Ed infatti, nel 1297, alla morte di Tedesco da Cuneo, Guglielma dona la sua parte di feudo al nipote Riccardo Sambiasi, figlio del partigiano svevo Ruggiero Sambiasi. La donazione implica un tentativo da parte dell’oculata dinastia angioina di riabilitare la famiglia Sambiasi. Il regio assenso alla donazione è stato subordinato all’accertamento (inquisitio) che il valore del feudo donato non ecceda le 30 once, donando l’eccedente alla regia curia.
Da questo accertamento emerge che all’inizio del ‘300 il feudo di Morciano era diviso in tre parti[1]:
Quella di Riccardo Sambiasi;
Quella di Guglielmo de Morciano;
Quella di Guiscardo di Sangiorgio.
Il castello, probabilmente, rientrava nella parte dei Sambiasi e forse esisteva fin dai tempi di Guglielma de Morciano.
Fig. 2. Torrione del castello di Morciano.
Nel 1336 Guiscardo di Sangiorgio vendette la sua parte feudale al conte di Lecce e duca di Atene Gualtiero di Brienne. Prima del 1369 i conti di Lecce acquistarono anche la seconda parte del feudo di Morciano, quella appartenente a Gualtiero de Morciano.
Nel 1464 si registra uno scambio di quote feudali tra i Sambiasi e Dell’Antoglietta, che avevano ceduto in cambio di Salve la loro quota di Morciano. Ruggero Sambiasi, alla sua morte avvenuta nel 1482, lasciò scritto nel testamento che il casale di Morciano sarebbe stato diviso tra i suoi due figli: una parte con il castello, una senza castello. Questa seconda parte fu venduta ai Capece nel 1531 da Antonello Sambiasi.
Guiduccio Sambiasi fece costruire, agli inizi del ‘500, i torrioni del castello. Nel 1518 anche questa parte feudale fu acquisita dai Capece che la vendettero ai Castromediano nel 1523. Nel 1629 gli stessi Castromediano acquistarono dai Capece l’altra parte feudale (quella che loro acquistarono nel 1531 dai Sambiasi), riunificando finalmente il feudo di Morciano[2].
Il centro storico tra chiese e palazzi
Il nucleo più antico del centro storico si identifica in pochi isolati racchiusi da via Roma, via Castromediano, via Pace, via Ippolitis, via Nuova e Via Torri.
Fig. 3. Centro storico di Morciano (Via Ippolitis).
Via Roma e le piazze San Giovanni e Chiesa sono state oggetto di importanti rinvenimenti archeologici nel corso di operazioni di scavo per la messa in opera di condotte di pubblica utilità, svoltesi nel 2006. Si tratta di una settantina di tombe medievali attigue alla chiesa matrice, di numerosi granai e di imboccature di frantoi ipogei.
Palazzo Strafella
Già convento dei Religiosi del Carmine di Morciano di Leuca di cui si conserva, nell’ex refettorio, un affresco seicentesco (più volte rimaneggiato) che rappresenta l’Ultima cena.
Fig. 4. Particolare dell’affresco dell’Ultima cena di Palazzo Strafella.
La parte superiore dell’edificio, invece, risale alla fine dell’Ottocento così come la facciata su Via Roma.
Fig. 5. Palazzo Strafella.
Attualmente è sede dell’Ufficio Informazioni Turistiche del Comune di Morciano di Leuca e ospita una biblioteca e una sala convegni per iniziative a carattere culturale e sociale.
Chiesa madre San Giovanni Elemosiniere
La Parrocchiale è dedicata a San Giovanni Elemosiniere, patrono del paese. Eretta nella seconda metà del Cinquecento, ostenta un magnifico portale d’ingresso, che anticipa alcuni stilemi del barocco, che ne ingentilisce la forma austera di chiesa fortificata.
Fig. 6. Chiesa di San Giovanni Elemosiniere.
Centro storico – Vico Torri
A sud e ad est di Piazza Giovanni Paolo II si snodano le viuzze di Borgo Torri, il nucleo più antico del paese di origine medievale. Da qui si prosegue su via Nuova fino a giungere dinnanzi a casa Monteduro, dei primi anni del ‘600 e di recente restaurata dall’Amministrazione comunale.
Fig. 7. Vico Torri.
Fig. 8. Casa Torre.
Cappella della Madonna di Costantinopoli
Ubicata lungo l’antico tracciato stradale che conduceva a Vereto, la Cappella della Madonna di Costantinopoli (seconda metà XVI secolo) conserva al suo interno, addossato alla parete, un interessante monolite affrescato con l’immagine della Vergine e il Bambino.
Fig. 9. Affresco su monolite con la Madonna e il Bambino.
Castello Valentini
Si tratta di un’imponente struttura fortificata eretta a difesa dell’abitato. Dotato in origine di quattro torrioni angolari, subì importanti rimaneggiamenti nel corso del Cinquecento e del Seicento.
Fig. 10. Castello visto dall’atrio di Palazzo Strafella.
Chiesa della Madonna del Carmine
La chiesa, insieme all’annesso convento, venne fatta costruire nel 1484 dal barone Ruggiero Sambiasi. Si caratterizza per un’alta facciata, sul cui portale settecentesco vi è un ovale con un altorilievo che rappresenta l’Annunciazione. Al suo interno conserva eleganti altari, tele di pregevole fattura artistica e un organo a canne.
Fig. 11. Piazza San Giovanni con la colonna e chiesa del Carmine.
Trappeti ipogei
Nel sottosuolo di Morciano si aprono oltre venti frantoi ipogei, che nel passato hanno contribuito alla fioritura economica del paese grazie alla produzione di olio di oliva. I trappeti risalgono per lo più al XVII secolo e alcuni di essi conservano in buone condizioni gli ambienti di lavoro e gli arredi originari.
Fig. 12. Trappeto ipogeo Corciulo-Pizzileo.
Chiesa di S.M. di Loreto o della Natività
Attuale cappella del Cimitero, la sua costruzione risale al 1670. All’interno è presente una pregevole statua della Madonna in pietra locale.
[1] Tra duecento e trecento pare che il casale di Morciano fosse suddiviso in tre parti feudali: de Morciano, Sangiorgio e successivamente Sambiasi. In età normanna queste tre parti costituivano un’unica entità feudale. La ragione della divisione feudale va individuata tra le divisioni ereditarie e dotali.
[2] Vallone G., “Terra, feudo, castello”, in “Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di A. Caloro”, Galatina, 2008, pp. 49-78.
Barbarano offre al visitatore una autentica e suggestiva realtà di borgo. Adagiata ai piedi della Serra Falitte, la sua fondazione risale al Medioevo, quando alcuni villaggi ubicati nelle vicinanze furono abbandonati e la popolazione preferì rifugiarsi in un luogo che offriva naturale protezione dalle scorrerie dei “barbari”.
Il centro storico presenta due elementi caratteristici: una torre cinquecentesca, notevole esempio di architettura militare, e la Parrocchiale dedicata a San Lorenzo, semplice e lineare nel suo sviluppo.
Alla periferia del paese – inoltre – si segnalano l’elegante complesso architettonico di Santa Maria del Belvedere (“Leuca Piccola”) e le “vore”, enormi inghiottitoi naturali, fra i più significativi esempi del carsismo salentino.
Sulla sua storia municipale sono state pubblicate alcune monografie ad opera di studiosi locali: Cesare Daquino (“Barbarano”, Capone Editore, 1989) e Francesco Cazzato (“Barbarano del Capo raccontata dai preti”, Imago, 2010).
Le prime note storiche si riferiscono alla fine del 1600, quando il Padre Cappuccino Luigi Tasselli citò Barbarano nella sua “Antichità di Leuca”: “Barbarano (prima Vorano) perché lato ad esso vi sono due voragini meravigliose, originate da terremoti, o così da principio, da tempi antichissimi, dopo la famiglia Antoglietta fu di nuovo, come prima, delli signori Capeci, ed in maniero, che ne tempi di Carlo V, era Padron di Barbarano Anibale Capece”[1].
La storia delle successioni feudali in Barbarano racconta le vicende di sole quattro famiglie: i Dell’Antoglietta, i D’Aquino, i Sangiorgio e, soprattutto, i Capece, quest’ultimi feudatari del luogo dal 1442 al 1806.
Proprio alla casata dei Capece si deve la costruzione del castello di Barbarano, di cui la svettante torre è la parte superstite. Da alcune notizie bibliografiche[2] si evince che la torre, oggi alta 18 metri, era circondata da un fossato profondo circa 2 metri, colmato nel secolo scorso. L’architrave della porta d’ingresso conserva un autorevole stemma gentilizio, che ricorda le nobili origini della famiglia di appartenenza, e una data incisa che toglie ogni dubbio sull’epoca dell’edificazione o, per lo meno, di una sua ristrutturazione: 1505[3].
La struttura difensiva si sviluppa su tre piani: il primo si presenta sostanzialmente come un posto di guardia. Al secondo piano, invece, si accede attraverso una stretta e tortuosa scaletta interna, tipica delle torri cinquecentesche. L’ambiente si caratterizza per la presenza di quattro finestre rettangolari aperte in direzione dei punti cardinali, ai cui lati delle bocche strettissime consentivano di tenere sotto controllo la situazione intorno all’edificio fortificato. Infine si accede sul terrazzo su cui sono posizionate sette aperture ad arco che assicuravano la sistemazione di altrettanti armi da guerra.
Fig. 1 – Torre dei Capece
A piano terra si apre una grande corte interna sulla quale si affacciano gli alloggi residenziali e i vari locali di servizio, tra cui una scuderia.
Sul lato di piazza Caduti sono stati scavati due pozzi, uno all’interno della corte e l’altro all’esterno del castello. Queste cisterne garantivano acqua alla popolazione dell’intero casale. Secondo fonti orali al secondo pozzo si accede dal trappeto posto sotto Piazza Caduti.
Lo studioso Cosimo De Giorgi ha censito queste due cavità: “Giungendo a Barbarano dalla via di Montesardo, presso la cascina Panzera, vi è un pozzo detto il Seggio, profondo sino all’acqua metri 11. Un altro pozzo trovasi nella corte della cascina ed è profondo 12 metri[4]”.
L’area sottostante la corte è completamente vuota; un’enorme cavità profonda circa 13 metri costituiva un serbatoio capace di assicurare autonomia idrica per mesi interi alla vita della comunità. Un grande terreno, che si estendeva ad ovest dal castello fino a via Messeri e ad est fino all’attuale via S. Caterina da Siena, era destinato alla coltivazione di cereali.
La Chiesa di San Lorenzo
Particolare è invece la posizione della chiesa parrocchiale di Barbarano, consacrata al patrono San Lorenzo. La sua costruzione risale alla metà del 1500, ad opera della famiglia Capece e non a caso proprio di fronte alla facciata principale del castello baronale, all’epoca in aperta campagna e distante circa 500 metri dal nucleo abitato del paese. Questa peculiarità venne annotata anche da Giacomo Arditi: “La chiesa parrocchiale sta fuori circa mezzo chilometro verso levante, con conseguente disagio per i fedeli[5]”.
Fig. 2 – Chiesa di San Lorenzo
Al suo interno venivano seppelliti quasi tutti i defunti di Barbarano, prima della realizzazione del cimitero all’esterno del paese.
Secondo quanto riportato dalla tradizione orale[6], le più antiche sepolture erano presenti nell’attuale piazza San Lorenzo, dove fino alla fine del XIX secolo erano ancora visibili i resti dell’antica chiesa matrice dedicata a Santo Stefano. Di questa struttura – abbandonata a seguito della costruzione della chiesa di San Lorenzo – fa menzione monsignor De Rossi nel corso della sua visita pastorale nel 1711. Nel 1879, Giacomo Arditi scriveva: “di una vecchia chiesa di S. Stefano avanza solo un frammento di arco gotico con decorazioni e bassorilievi, creduto del XV secolo[7]”.
Tra le vie del centro storico
Nella stessa epoca, di fronte al castello, vi era una seconda chiesa dedicata a San Nicola, “appartenente ai feudatari e collegata al frantoio ipogeo del palazzo baronale da un passaggio sotterraneo, che veniva frequentata anche dai contadini che lavoravano al servizio dei baroni. Questo tunnel di circa una decina di metri è entrato nella memoria fantasiosa delle generazioni successive”[8].
La cappella era affiancata da due strade cieche: la via dei Giorgi (poi divenuta via San Giorgio) e via Cortini, abitate da persone che lavoravano alle dipendenze del feudatario. Via San Giorgio è ora un accesso privato, mentre via Cortini coincide con l’attuale via Baracca. Questo quartiere venne collegato al resto del paese tramite via Anton Viti. Probabilmente l’antica divisione del paese in due rioni “Cappaddhari” e “Chiazzaluri” sarebbe da riferire alla presenza delle due chiese di S. Stefano e S. Nicola. Il nucleo principale del paese però ruotava intorno alla prima chiesa parrocchiale, nella cui piazza antistante confluivano le più importanti strade: via Viti, via di Mezzo, via dei Messeri e via S. Stefano[9].
Fig. 3 – via Baracca angolo via Viti
Alla confluenza di via Viti, via Baracca e piazza Castello, nei primi anni del 1600, venne eretta la Chiesa dell’Assunta. Attualmente è costituita da una navata centrale e una laterale posticcia.
Fig. 4 – Cappella dell’Assunta
All’interno si conservano due grandi tele che per dimensioni e resa artistica rappresentano notevoli esempi del manierismo salentino, attribuite all’artista neretino Antonio Donato D’Orlando[10].
Fig. 5 – Tela della SS. Trinità all’interno della Cappella dell’Assunta
Su via Viti, nel corso di recenti interventi di restauro, è stata rinvenuta un’iscrizione datata al 1614: “In molu immolu”, probabilmente da riferire alla presenza di un antico frantoio nei pressi dell’abitazione.
Fig. 6 – Iscrizione in via Viti riferita ad un antico mulino.
Un’altra cappella presente in via Viti, descritta come decadente da monsignor De Rossi nella visita pastorale del 1711, è quella dedicata alla Concezione della Beata Vergine (nota anche come cappella della Madonna delle Grazie[11]). Attualmente è utilizzata come garage/deposito privato. Degni di nota sono un campanile a vela e una finestra decorata con motivi geometrici e vegetali[12].
Fig. 7 – ex cappella su via Viti
Infine, sempre su via Viti, è ubicata un’altra cappella, ora abitazione privata. Di questo edificio sacro si ricavano notizie storiche sia dalla visita pastorale di Mons. De Rossi che da fonti di archivio del XVII secolo. La chiesa fu costruita dalla confraternita della B.V. Assunta in onore della Madonna di Loreto nel luogo detto “Lo Munte”. In un documento notarile del 1643 si viene a sapere che confinava con una località chiamata “Monticello”, su un leggero rialzo che dà il nome a via Montello. Di questa cappella, attualmente, si conserva solo una statua acefala in una nicchia sull’architrave di ingresso[13].
[3] La data è seguita da un’iscrizione celebrativa sotto lo stemma della famiglia Capece: “Depose i potenti ed esaltò gli umili”.
[4] De Giorgi C., Descrizione fisica, geologica e idrografica della provincia di Lecce, 1960 (rist.), p. 27.
[5] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, p. 63, 1879.
[6] Alcune persone anziane del luogo raccontano del rinvenimento di numerose tombe scavate nel banco di roccia nel corso di lavori di posa di condotte della fognatura e dell’AQP alla metà del secolo scorso. Secondo queste testimonianze, le tombe furono interrate e non indagate dagli organi competenti.
[7] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, 1879, p. 63.
[8] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 22.
[9] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 22-23.
[10] Cazzato M., Cazzato V., Barbarano del Capo in “Atlante del Barocco in Italia. Lecce e il Salento 1”, De Luca Editori d’Arte, 2015, p. 285.
[11] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 104.
Alla periferia orientale di Patù è possibile ammirare, nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista, una costruzione molto particolare e massiccia: si tratta della famosa “Centopietre”. A dispetto del nome, i poderosi blocchi di pietra non sono cento ma di meno, in parte disposti a formare i muri e in parte un tetto a doppio spiovente. Si tratta di materiale lapideo di reimpiego, e poiché ne troviamo altri nella chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce, con tutta probabilità esso doveva provenire da un tempio presente nella sovrastante serra, a Vereto.
Fig. 1. Chiesa di San Giovanni Battista vista dalla Centopietre.
L’interno dell’edificio è separato in due ambienti nel senso della lunghezza: cinque piedritti (due colonne e tre pilastri) sorreggono un’architrave, che è la struttura su cui poggiano i conci degli spioventi, formata da blocchi con incisi dei triglifi.
Fig. 2. Centopietre vista dalla Chiesa di San Giovanni Battista.
A quando risale?
La commistione di elementi di epoche passate ha sollevato la questione della corretta datazione negli studiosi dall’Ottocento in poi: si trattava di un monumento preistorico, messapico o di epoca più tarda?
Oggi gli studiosi affermano con certezza che si tratta di un monumento funebre di epoca medievale che riutilizza elementi messapici. Infatti, in seguito ad una campagna di scavi che l’architetto Adriano Prandi ha condotto nel 1950 all’interno e nell’area immediatamente intorno all’esterno della “Centopietre”, sono state rinvenute delle tombe all’interno delle quali i corpi deposti avevano lo sguardo rivolto ad est. Sebbene quei dati archeologici fossero molto lacunosi e a tratti imprecisi, si può affermare ancora oggi che questa costruzione nasca come sacello funerario per accogliere un personaggio facoltoso e tutta la sua famiglia in un’area già destinata come cimitero. Si trattava senz’altro di un personaggio ricco o di ruolo sociale elevato, appartenente o all’aristocrazia o al clero.
Fig. 3. Tombe scavate nel banco di roccia nell’attiguo fondo loc. Camporè.
Tra leggenda e storia
Del resto, una leggenda molto fantasiosa vuole che qui sia stato seppellito, il 24 giugno dell’877 un cavaliere di nome Germiniano (o Giminiano). Si stava profilando uno scontro tra le truppe del re carolingio Carlo e i Saraceni, interessati a conquistare il Capo di Leuca. Prima dello scontro, Germinano venne inviato, secondo i codici cavallereschi dell’epoca, a perorare un’ultima volta la pace ma venne imprigionato e barbaramente ucciso. Ciò scatenò l’ira dei Cristiani i quali, presi dalla furia di vendetta, non solo sconfissero duramente i nemici ma una volta recuperato il corpo lo seppellirono erigendo un monumento funebre così importante per onorarne la memoria.
La leggenda vuole anche che le spoglie di Giminiano furono riportate in seguito nel suo Paese d’origine, la Francia.
Il ciclo di affreschi
Vale la pena osservare quanto ancora si conserva sulle pareti interne, che riportano degli affreschi risalenti allo “scorcio del XII secolo” (datazione attribuita dalla professoressa di storia dell’arte medievale Marina Falla Castelfranchi). Nonostante l’umidità e gli agenti atmosferici degradino lentamente i colori e i tratti, anno dopo anno, si notano ancora la sagoma dei santi affrescati sulla parete occidentale.
Emergono le figure, più o meno nitide, di ben tredici santi, rappresentati eretti e frontalmente, iscritte in nicchie con colonne decorate come per imitare il marmo colorato e ricche di dettagli architettonici. Alle loro spalle doveva esserci pure un velario continuo che si fermava all’altezza delle ginocchia e di cui rimangono chiaramente le decorazioni dell’orlo tra la quinta, la sesta e la settima figura. La parte più bassa della zoccolatura è invece completamente scomparsa.
Fig. 4. San Giuliano sulla parete orientale.
Tra i primi tre, il solo riconoscibile con certezza è San Giuliano giovane, rappresentato con vesti riccamente decorate a losanghe secondo gli stilemi della moda bizantina (fig. 4). Ad essi segue un gruppo di cinque santi con barba che sono molto probabilmente vescovi poiché raffigurati nella quasi totalità con un libro in mano, il loro attributo convenzionale (Fig. 5, 6).
Fig. 5. Santi vescovi.
Fig. 6. Santo vescovo.
A loro seguono delle figure femminili: Santa Barbara, Santa Margherita e S. Anna col bambino in grembo (Fig. 7).
Fig. 7. Santa donna.
Purtroppo in altre zone gli affreschi sono scomparsi del tutto, rimangono delle tracce di colore prive di qualsiasi connotazione. L’unica porzione dove ancora si conserva qualcosa è da ricercare nella parete di fondo, che ripropone una scena di S. Giorgio e il drago – poiché nella parte inferiore sembra di scorgere la coda – e di una Crocifissione: in particolare, si scorge il busto del Cristo fino all’altezza del perizoma, la mano sulla sinistra, i piedi e, sulla destra, la parte superiore del capo della Vergine (fig. 8).
Fig. 9. Lacerto di affresco raffigurante la Crocifissione.
Infine si notano delle tracce di affresco anche sull’architrave centrale sorretta dalle colonne e pilastri, tra i triglifi e le metope (fig. 10).
Fig. 10. Tracce di affreschi sull’architrave.
Bibliografia
Calo’ M., Cavalera M. “Appiedi! Sentieri e cammini del Salento”, Itinerarti Edizioni, Galatina (Le), 2019, pp. 71-75.
Bonfrate M., De Marco A., “Guida di Patù”, Taccuini di Vereto n. 5, Terra Archeorete del Salento, 2015.
Falla Castelfranchi M., “La chiesa di S. Giovanni Battista e le cosiddette «Centopietre» a Patù”, da “Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI”, a cura di GIOIA BERTELLI, Edipuglia – Jacabook, Bari-Milano 2004, pp. 269-274.
Siete pronti?! Noi sì e non vediamo l’ora di riprendere le nostre attività!!!
Finalmente possiamo presentarvi le nuove proposte per i prossimi mesi estivi. I Borghi, centri storici, paesaggi, le più rinomate località del nostro amato Salento fino agli angoli più nascosti: qui troverete tante “golosità” pronte per essere assaporate.
Naturalmente ci ritroveremo nel rispetto delle nuove normative in vigore per l’emergenza sanitaria e potremmo goderci la gioia di incontrarci, conoscere e fare nuove esperienze in tutta sicurezza.
Perciò, cosa aspetti?
Osserva le nostre proposte scaricando il pdf qui brochure 2020 e scegli quale sarà la tua.
Noi ti aspettiamooooo!
Dalla terra all’acqua, dall’olio al mare: questo fine settimana storie di nachìri e nocchieri tra Salve e Presicce!!!
– SABATO 2 DICEMBRE, con ritrovo alle 16:00 presso Palazzo Ramirez a Salve, ci immergeremo nel mondo sotterraneo dei frantoi: Gianluca Tonti, di Archès, guida turistica della regione Puglia ed esperto di storia locale, racconterà il lavoro della molitura delle olive nei secoli scorsi nel frantoio ipogeo comunale “Le Trappite” di Salve. “Riemergeremo” poi per affrontare una lettura sensoriale dell’olio d’oliva guidati dalla degustatrice professionista Jolanda de Nola, della “Tenuta Bianco”.
Alcuni produttori salvesi presenteranno la loro produzione nuova e passata.
– DOMENICA 3 DICEMBRE ci sposteremo a Presicce, la città dell’olio! Il punto di partenza è alle ore 16:00 presso Piazza Villani. Gianluca Tonti ci condurrà al sistema ipogeo di piazza del Popolo, illustrando alcuni frantoi e poi al museo della civiltà contadina in Palazzo Ducale.
Qui, a cura di Francesca Nuzzo e Giuseppe La Puma, degustazione di alcuni oli di produttori presiccesi.
A seguire, presentazione del libro: “Navigare sui muri – I graffiti navali del Salento (XII-XVIII sec)” (ed. Botanica Ornamentale) di Angelo Cossa. Dopo i saluti dell’ass.re alla cultura, al turismo e al marketing territoriale Paola Ponzo e Marco Cavalera (Associazione Archès) dialogherà con l’autore Stefano Cortese, studioso ed esperto di archeologia e storia dell’arte del territorio.
“Paesaggi, passaggi e assaggi del Salento estremo” è il nome del progetto proposto dalla nostra associazione che è stato approvato da Puglia Promozione per l’Avviso Pubblico (“InPuglia365 – Sapori e colori d’autunno”).
A partire dal prossimo fine settimana e per tutti i week end fino a quello prenatalizio del 23 dicembre, verrà attivata una serie di laboratori e visite guidate che potrà essere fruita gratuitamente da tutti, residenti salentini e ospiti del Capo di Leuca.
Nel nostro progetto abbiamo individuato degli elementi chiave che rappresentano lo spirito di questo luogo. Ognuno di essi sarà oggetto di un’attività che prevederà una parte laboratoriale e una visita guidata focalizzata su aspetti poco noti del territorio, con una modalità di fruizione lenta e, attraverso la cooperazione sinergica di diversi soggetti, capace di creare un’esperienza turistica autentica.
In questi giorni stiamo mettendo a punto il calendario completo: seguiteci e non esitate a contattarci per avere informazioni e prenotarvi!!!
“Storie di marinai, di navi e di navigazioni tra il Basso Adriatico e il Canale d’Otranto, lette attraverso lo studio dei graffiti navali incise sulla nuda pietra, nelle segrete dei castelli, sulle facciate delle chiese, nei santuari in grotta.” …(dalla quarta di copertina).
Vi aspettiamo domenica 17 settembre, alle 19, nella saletta LUG di Palazzo Ramirez, dove verrà presentata la pubblicazione di Angelo Cossa, (ed. Botanica Ornamentale). Oltre all’autore saranno presenti Marco Cavalera, presidente dell’Associazione culturale Archès e la dott.ssa Beatrice Ghezzi, bibliotecaria, che coordinerà l’incontro.
Aprirà l’incontro il sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo.
L’appuntamento è aperto a tutti e avrà inizio alle 19.