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  • IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA

    LE ASSOCIAZIONI MARINA SERRA ETS, ARCHES, CLEAN UP TRICASE, ASD-MTB TRICASE, MEDITINERE, TINA LAMBRINI-CASA COMI, PRO LOCO TRICASE, LA CULONNA TUTINO, LA COOPERATIVA SOCIALE TERRA ROSSA,

    CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI TRICASE E CON LA COLLABORAZIONE DI MONDO RADIO,

    ORGANIZZANO

    UN’ESCURSIONE ARCHEOLOGICA, NATURALISTICA ED AMBIENTALE, GRATUITA ,DAL TITOLO:

    “IDEE IN CANTIERE: PERCORSI DI VALORIZZAZIONE PARTECIPATIVA”

    DOMENICA 13 GIUGNO

    PARTENZA: ORE 08,30 DAL PALAZZETTO DELLO SPORT DI TRICASE, ALLE PORTE DI TUTINO

    RIENTRO: ORE 11,30 SEMPRE AL PALAZZETTO

    PERCORSO: 5 KM CIRCA

    PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA AL NUMERO 3287825181

    MUNIRSI DI MASCHERINA E DI SCARPE COMODE

    La passeggiata di domenica 13 giugno interessa il territorio nord-occidentale del Comune di Tricase, solcato fin dall’età classica dal passaggio di importanti tratti viari, tra cui la cosiddetta “Via Sallentina”.

    Si tratta di una rete viaria che offriva la possibilità di ampie alternative per recarsi da un luogo all’altro della penisola. Gli stessi tracciati sono stati utilizzati sia dai Pellegrini in transito verso Leuca che dalla popolazione locale per gli spostamenti quotidiani. Esisteva quindi un dedalo di stradine e viottoli che collegava i paesi e gli stessi con le campagne circostanti e questo si riscontra anche nel territorio di Tricase, non a caso caratterizzato dalla presenza di numerose cappelle rurali, edicole votive e pietre fitte (menhir) che a volte assolvevano la funzione di “segnacoli stradali”.

    Prima tappa del percorso è il palazzetto dello sport di Tricase, dove saranno esposte criticità edilizie e possibili interventi che vedono il comune sforzo tra cittadinanza e Amministrazione locale per la riqualificazione di quegli stessi luoghi che ancora oggi raccontano la storia del nostro paese.

    Dal palazzetto ci si inserisce in un tratto dell’antica strada che collegava Tutino con Specchia e Miggiano. Si attraverserà località Campo Tomasi, per procedere parallelamente alla ferrovia. Giunti al vecchio casello ferroviario dismesso di Tutino, si lambisce la cappella della Madonna della Pietà, un edificio di culto costruito nel 1670 sopra una più vetusta cripta colma di detriti e vegetazione. Ancora oggi l’area compresa in questo tratto di percorso, evidenzia una forte vocazione agricola, e resti di un’economia rurale che non ha voluto piegarsi alla globalizzazione: piccoli orti familiari, condotti con pratiche a basso impatto ambientale; colture ordinate secondo un determinato avvicendamento per far riposare il terreno; varietà colturali adatte alle condizioni pedologiche; attività ormai abbandonate come quella del florovivaismo che serviva solo l’ambito locale. Scarse le tracce di quella che poteva essere stata la copertura vegetale dei secoli passati; la componente arborea è stata completamente sostituita da quella degli olivi e dei fruttiferi ed oggi, anche questi stanno lasciando il posto ad una disordinata flora infestante che colonizza muretti a secco e aree incolte: Alcuni dei vecchi tratturi sono rimasti interclusi in una rete viaria e non più utilizzati per i collegamenti.

    Si prosegue poi per Tutino per giungere alle spalle della Chiesa, in prossimità della quale, sulla destra, imboccheremo via Sferracavalli, conosciuta anche come via delle “Zicche”, che ricongiunge all’antico tracciato della “Via Sallentina”. In quest’ultimo tratto del percorso, di appena 450 metri, ormai nascosti dalla flora  infestante e micro discariche di rifiuti inerti anche pericolosi, si notano tracce di carraie e tagli nella roccia, sarà possibile individuare resti archeologici riferibili ad età romana.

    Nel corso della passeggiata si prevedono momenti partecipati di approfondimento e dibattito, con l’obiettivo di proporre mirati interventi di bonifica e ripristino dello stato originario dei luoghi, laddove l’uomo è intervenuto in modo più incisivo sul territorio (depositi incontrollati di rifiuti, posa di asfalto e cemento su antiche carraie, demolizione di muretti in pietra a secco, ecc).

  • Lucugnano: un paese del Capo di Leuca

    Lucugnano: un paese del Capo di Leuca

    di Marco Cavalera

    Lucugnano è una distesa di bianche e basse case, protetta idealmente da due colline che si ergono ad Oriente e ad Occidente (fig. 1).

    Fig. 1- Lucugnano vista da Est (loc. Petrì-Alfarano).

    Lucugnano si apprezza meglio ammirandolo dall’alto della Serra dei Cianci, oppure soffermandosi su un terrazzamento dell’antichissima zona dei Patri (fig. 2), laddove vi erano vasti fronti di cave di argilla, abbandonate da molti anni alla stregua dell’attività di estrazione e lavorazione di questa preziosa materia prima che, secondo una tradizione romantica, pare abbia dato origine anche al nome del paese.

    Fig. 2 – Lucugnano vista dalla collina ad est del paese.

    Il borgo

    Tante chiese e alcuni palazzi storici danno lustro ad un centro storico che si può immaginare più che vedere: un castello di cui si hanno pochissime notizie e per questo è intriso di fascino e mistero, una residenza nobiliare che nei decenni mediani del Novecento ha irradiato cultura ed elargito ospitalità ad intellettuali e gente comune (fig. 3).

    Fig. 3 – piazza di Lucugnano (foto di Fernando Manni). 

    Passeggiando negli stretti vicoli del nucleo più antico del paese si ammirano le tipiche case a corte, piccole abitazioni che si affacciano su un cortile interno, spazio comune dove si svolgeva la maggior parte della vita sociale dei tempi passati.

    Un’epigrafe su via dei Vasai richiama l’episodio biblico di Susanna e i vecchioni (fig. 4).

    Fig. 4 – epigrafe in via dei Vasai n. 40 (foto di Fernando Manni). 

    Un’iscrizione sulla facciata della Cappella di Santa Croce invita i pellegrini a fermare il passo (fig. 5).

    Fig. 5 – facciata della cappella di Santa Croce con epigrafe.

    Il territorio

    Ma le scoperte più interessanti di Lucugnano si effettuano nel territorio circostante. Numerose sono le cavità che si aprono nella tenera roccia e raccontano un’intensa attività estrattiva che si è protratta nel corso dei secoli (fig. 6). Dall’argilla cavata in loco si realizzavano manufatti poveri ma indispensabili per la vita quotidiana delle persone: tegole per le case, contenitori per uso alimentare, suppellettili per le umili dimore.

    Fig. 6 – fronte di cava di argilla in località Petrì-Alfarano.

    Frammenti di memoria collettiva riportano alla luce tragici eventi di “incidenti sul lavoro” durante l’estrazione dell’argilla, avvenuti nella prima metà del secolo scorso.

    Ai piedi di un uliveto, nei pressi di Bosco Martella, frammenti di archeologia giacciono nella terra rossa: ceramica romana proveniente dalla sponda opposta del Mediterraneo (fig. 7).

    Fig. 7 – paesaggio nei pressi del “Bosco Martella”. 

    I monumenti

    Alcune dimore storiche, la Parrocchiale e diverse cappelle di notevole pregio artistico impreziosiscono il centro abitato di Lucugnano, dove si respira un’autentica e suggestiva realtà di borgo del Capo di Leuca.

    Su Piazza Comi si affaccia la maggior parte dei tesori artistici del paese, sorvegliati dal palazzo baronale, ampliato nel XVI secolo dai Capece inglobando la torre di difesa a base quadrata che risale al basso Medioevo[1] (fig. 8, 9).

    Fig. 8 – Castello di Lucugnano.

    Fig. 9 – Torre del castello (foto di Fernando Manni).

    Di fronte al castello è stata eretta, nel 1921, la colonna del protettore Sant’Antonio da Padova, in origine molto più alta di quella attuale, restaurata e ricollocata settanta anni dopo in un punto più decentrato della piazza (fig. 10).

    Fig. 10 – Colonna di Sant’Antonio (foto di Fernando Manni).

    Sul lato meridionale troviamo Palazzo Comi, costruito intorno alla metà del XIX secolo dall’omonima famiglia baronale e appartenuto – fino al 1961 – a Girolamo Comi, uno dei poeti più rappresentativi del panorama letterario salentino del Novecento (fig. 11).

    Fig. 11 – Palazzo Comi (foto di Fernando Manni). 

    La Parrocchiale di Lucugnano è dedicata a Maria Santissima Assunta in Cielo (fig. 12). Non si conosce la data di costruzione ed è stata più volte oggetto di interventi edilizi: agli inizi del XVII secolo, nei primi anni dell’800 e nel 1985.

    Fig. 12 – Chiesa madre di Lucugnano. 

    Lucugnano, inoltre, annovera tra i suoi edifici religiosi il Santuario della Madonna Addolorata (1763) e le cappelle dedicate a:

    • Santa Croce (XVI secolo, fig. 13).

    Fig. 13 – Cappella di Santa Croce con la colonna (foto di Fernando Manni). 

    • Madonna delle Grazie (XVII secolo, fig. 14).

    Fig. 14 – Cappella della Madonna delle Grazie.

    • San Giuseppe (1783, fig. 15).

    Fig. 15 – Cappella di San Giuseppe. 

    • San Rocco (1969).
    • Santa Cesarea (fig. 16), ormai non più adibita al culto, lontana dal centro abitato lungo l’antica via che collega Specchia a Tutino.

    Fig. 16 – ruderi della Cappella di Santa Cesarea (foto di Fernando Manni, marzo 2004).

    • San Francesco Saverio, costruita nel 1719[2], restaurata di recente e riconsegnata alla comunità il 31 luglio 2010 (fig. 17).

    Fig. 17 – Cappella di San Francesco Saverio (foto di Fernando Manni).

    Quest’ultima sorge su via dei Vasai, antica strada che serba nel nome la principale attività artigianale del paese.

    L’edificio di culto si addossa ad una casa a corte (civico 40), sulla cui porta d’ingresso vi è un’epigrafe poco leggibile ma abbastanza chiara nei contenuti, che chiama in causa un celebre episodio biblico dell’antico Testamento (fig. 4). Si tratta della storia di Susanna e i vecchioni, la moglie fedele e casta di un ricco ebreo che spesso apriva la sua dimora per incontri conviviali. Tra gli ospiti abituali vi erano due vecchi giudici viziosi che tentarono di molestare la donna mentre si accingeva a farsi un bagno. I due minacciarono di denunciarla come fedifraga se non avesse concesso loro le proprie grazie; la donna non si arrese al ricatto e affrontò il giudizio; ormai prossima alla lapidazione, venne salvata da Daniele, il futuro profeta[3].

    Note

    [1] Il confronto con altre torri fortificate dell’area sud-salentina (ad esempio Racale, Felline, Barbarano, quest’ultimo eretto dalla famiglia Capece) permette di ipotizzare una datazione compresa tra il XIV e il XV secolo.

    [2] Data riportata nell’iscrizione sull’architrave della Cappella: “aedem quam cernis, ponunt, sacrantque fideles 1719”.

    [3] http://www.settemuse.it/arte/storia_di_susanna_e_i_vecchioni.htm.

    Bibliografia

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio. Storia, archeologia e paesaggio di un paese del Capo di Leuca, Tricase 2014, pp. 80.

    Ringraziamenti

    Desidero esprimere al Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese che mi ha dato la possibilità di pubblicare le ricerche sui siti del nostro paese e, in particolare, il presidente Fernando Manni che ha prodotto, con pazienza e passione per il proprio paese, la documentazione fotografica del libro. Insieme ad Antonio Giannuzzi ha svolto i sopralluoghi sui siti.

  • NON USCIRE DALLA TUA TERRA!

    NON USCIRE DALLA TUA TERRA!

    Come andarsene in giro anche quando non si può

    ovvero

    Eludere i domiciliari prima del Coronavirus

    Un’altra trovata geniale di Papa Galeazzo

    Protagonista di questa gustosa storia è ancora una volta il nostro eroe salentino, don Galeazzo De Palma, conosciuto come “Papa” Caiazzu”.

    Il racconto si inserisce nell’incessante scambio di “riguardi” che caratterizzò sempre il rapporto tra il nostro sacerdote di Lucugnano e il suo diretto superiore, il Vescovo di Alessano[1], simile a quello di un Don Camillo e Peppone ante litteram…

    Le prescrizioni del Vescovo risultavano spesso limitanti per il nostro prete, che, per indole ribelle e poco ossequioso delle gerarchie (non solo ecclesiastiche), trovava il modo per eluderle. Le trasgressioni del Nostro, però venivano di frequente sanzionate e punite con severi provvedimenti ai quali egli rispondeva puntualmente con trovate dello stesso tenore.

    Si innescava, così, una catena di botta – e – risposta, piccole vendette e dispettucci di esilarante comicità, dove emerge vincente in tutto il suo machiavellico splendore l’astuzia di “Papa Caiazzu”.

    La punizione

    Anche questa volta, “Papa Caiazzu” aveva subito un procedimento disciplinare – definiamolo così – per una marachella fatta ai danni del Vescovo. Poiché quest’ultimo lo aveva diverse volte punito conferendogli incarichi in luoghi sgraditi, lontani da Lucugnano, ed ogni volta “Papa Caiazzu” l’aveva fatta franca, il Vescovo cambiò strategia. Esasperato, gli aveva intimato questa volta, perentoriamente, di non lasciare la propria terra, Lucugnano, e che per nessun motivo doveva azzardarsi a varcare i confini parrocchiali.

    Antica strada carraia tra Lucugnano ed Alessano. 

    “Papa Caiazzu” per un certo periodo si attenne alla disposizione, ma, passato del tempo, un po’ perché aveva necessità di andare ad Alessano, un po’ perché voleva fargliela pagare al suo Vicario, ne pensò una delle sue.

    La vendetta

    Un giorno si fece portare dal servo un carretto, dando prima delle disposizioni per prepararlo, e, attaccata una coppia di buoi, salì sopra dirigendosi ad Alessano. Nei pressi del cortile della curia vescovile, iniziò a gridare e, agli uscieri che gli chiedevano ragione di quegli schiamazzi, egli rispose di far venire fuori il Vescovo. La richiesta sembrò irragionevole e fuori luogo – non si poteva disturbare Sua Eccellenza! – perciò ne nacque un diverbio finché lo stesso diretto interessato, attirato dal vociare della discussione, si affacciò dalla loggia del palazzo.

    Appena vide Papa Galeazzo, che sul carretto era spaparanzato su una poltrona, divenne paonazzo per la rabbia ricordandosi quanto ordinato.

    “Don Galeazzo, che cosa vi avevo detto?? Non dovete lasciare per nessun motivo la vostra terraaa!!!

    “Papa Caiazzu”, che non aspettava altro che quel momento per trionfare e prendersi la rivincita sul Vescovo, con l’espressione più serafica del mondo rispose:

    “Vostra Eccellenza, non ho contravvenuto affatto al vostro ordine. Infatti stavo discutendo con i vostri uscieri perché veniste voi fuori Voi. Io non posso scendere da qui e mettere piede nella terra di Alessano”.

    “Ma come, vi state prendendo gioco di me? Sì, che siete uscito fuori dalla vostra terra!”

    “Vostra Eccellenza, siete in errore! Io sono esattamente seduto sulla mia terra, la terra di Lucugnano: questa infatti è la terra del mio orto!” E, presa una manciata della terriccio che il servitore gli aveva caricato coprendo tutto il fondo del carretto, iniziò a spargerla sui presenti e sui dipendenti che erano corsi a vedere quel siparietto.

    E anche il Vescovo scoppiò a ridere, riconoscendo ancora una volta la trovata del geniale prete di Lucugnano.

    Postilla

    Nel Medioevo il termine “terra” indicava un borgo fortificato, circondato da alte mura e protetto da un castello. Ancora oggi rimane il ricordo di quell’assetto urbano nella toponomastica: basti pensare a Borgo Terra di Muro Leccese o Castrignano del Capo.

    Nota

    [1] Il racconto originale riporta il Vescovo di Alessano, ma in realtà Lucugnano ha sempre fatto parte della Diocesi di Ugento, anche prima del 1818, quando la sede vescovile di Alessano-Leuca fu soppressa e accorpata a quella di Ugento, a seguito della bolla De utiliori di Papa Pio VII.

    Per approfondimenti sulla figura di Papa Galeazzo: https://www.associazionearches.it/papa-galeazzo-tra-leggenda-erealta/

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  • La Cappella dell’Addolorata di Lucugnano

    La Cappella dell’Addolorata di Lucugnano

    di Marco Cavalera

    La costruzione

    La Cappella, ubicata in via della Madonna a Lucugnano, fu eretta nel 1763 su iniziativa di alcuni devoti e aperta al culto l’anno successivo.

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    La facciata, delimitata da due pilastri laterali, è sormontata da un timpano mistilineo ricco di decorazioni e volute, con due grandi nicchie vuote ai lati e una croce sulla sommità (fig. 1).

    Fig. 1 – Cappella della Madonna Addolorata (foto di Fernando Manni). 

    L’interno è ad unica navata, con copertura ottenuta dall’incrocio di due volte a spigoli. Risalta un pregevole altare in marmo sovrastato da un elemento architettonico in pietra leccese, delimitato da due colonne rastremate che sorreggono dei capitelli compositi. Al centro una tela raffigura la Madonna Addolorata o dei Sette Dolori, commissionata al pittore ruffanese Saverio Lillo da Anna Carignani, moglie del marchese di Botrugno Saverio Castriota[1]. Nel paliotto sotto la mensa è stata collocata la statua di Cristo morto, che viene portata in processione il Venerdì Santo insieme a quella dell’Addolorata custodita in una nicchia del presbiterio (fig. 2).

    Fig. 2 – Altare della cappella della Madonna Addolorata (foto di Fernando Manni).

    Il miracolo del 1788

    Le vicende susseguitesi intorno alla Cappella vanno ben oltre i puri aspetti architettonici e artistici. Nel 1770 il re di Napoli Ferdinando IV ne ordinò la chiusura a causa di miracoli e profezie che si fingevano a nome di una falsa divota bizoca a nome suor Maria Pajano, di unita col sacerdote Don Vincenzo Giaccari.

    I lucugnanesi e i fedeli dei paesi limitrofi continuarono a manifestare la propria devozione per la Vergine Addolorata anche dopo il decreto regio di chiusura.

    L’11 agosto del 1788, però, avvenne un evento prodigioso: la massiccia porta della Cappella si aprì da sola a seguito di una forte e rumorosa deflagazione, insieme allo stipo, dove era chiusa a due chiavi e con due catenacci la statua della suddetta Vergine, senza apparirvi lesione alcuna nelle maschiature ed a detti ferri[2]. La popolazione intera gridò al miracolo, ritenendo la straordinaria apertura volontà dell’Addolorata, stanca della chiusura e di essere privata della devozione dei fedeli di Lucugnano. Qualche mese dopo, nel dicembre del 1788[3], lo stesso Ferdinando IV concesse finalmente la riapertura della Cappella, con gaudio del popolo.

    [1] Monaco 1996, p. 119 (per l’attribuzione al pittore ruffanese della tela). Peluso, Peluso 2008, pp. 325-326.

    [2] Sanapo 1992, p. 62.

    [3] Arciprete di Lucugnano era, all’epoca, Don Nicola Daniele.

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    Bibliografia:

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio. Storia, architetture, archeologia e paesaggio di un paese del Capo di Leuca, Tricase (Le) 2014.

    Monaco M., Frazioni di Tricase, in Iscrizioni latine del Salento. Melendugno e Borgagne, Parabita, Tricase e frazioni, (a cura di) Mancarella C., Barone L., Monaco M., Galatina 1996, p. 119.

    Sanapo A., Lucugnano. Microstoria di una comunità del Salento, Galatina 1992.

    Peluso M., Peluso V., Guida di Tricase, Caprarica, Depressa, Lucugnano, Sant’Eufemia, Tutino e le Marine, Galatina 2008.

  • “Secundu cucuzza canta, Pasca è luntana”

    “Secundu cucuzza canta, Pasca è luntana”

    di Associazione Archès

     

    Secundu cucuzza canta, Pasca è luntana / Quando la zucca suona, Pasqua è lontana

    Racconto liberamente tratto da Michele Paone, “Il breviario di Papa Galeazzo”, Galatina 2001, Congedo Editore, pp. 80-82.

    Papa Galeazzo, ritratto di Papa Galeazzo conservato al Museo provinciale S. Castromediano di Lecce.

    Nel 1500, ai tempi di Papa Galeazzo, prima dell’invenzione della stampa, dei calendari di Frate Indovino, delle catene sui social, delle Palme benedette su WhatsApp, per ricordarsi delle festività da onorare si ricorreva ad alcuni espedienti pratici.

    Nel caso della Quaresima, ad esempio, solitamente si utilizzava una “caremma”, un fantoccio con le sembianze di una vecchietta esposto ai balconi delle case. Ad essa veniva applicata un’arancia appesa al filo della conocchia (strumento che in coppia con il fuso serviva per filare), rivestita di tante penne lunghe di gallo quante erano le settimane della Quaresima. Ogni settimana veniva tolta una piuma fino al giorno della Resurrezione, quando la “caremma” veniva bruciata appesa ad un palo.

    Caremma su un balcone di un palazzo di Morciano di Leuca.

    In alcuni monasteri e nelle sacrestie delle chiese, invece, si usava come calendario un quadro di legno, con tanti chiodini di legno che venivano rimossi giorno per giorno.

    Papa Galeazzo, però, originale in tutte le sue cose, si era confezionato un proprio, speciale calendario. In un guscio disseccato di zucca, di quelle che i contadini adibiscono per tenere all’asciutto le sementi degli ortaggi, riponeva ogni giorno dell’anno tanti semi di zucca per quanti giorni compongono l’anno. Perché non dimenticasse poi il ricadere delle varie festività, ai semi di zucca, che indicavano i giorni feriali, univa un numero sufficiente di fave, tante erano le feste dell’annata.

    Zucca gialla

    Giorno per giorno, poi toglieva la semenza della zucca, che indicava i giorni feriali, affinché in ogni momento dell’anno poteva darsi conto del tempo trascorso e di ciò che gli rimaneva di fare per le celebrazioni della chiesa.

    Una domenica delle Palme nella Lucugnano di 450 anni fa

    Una domenica delle Palme, l’arciprete, andando in chiesa per celebrare la messa, rimase sorpreso nel vedere il popolo provvisto di rami di ulivo e, chiestone il motivo, apprese che in quel giorno ricorreva la festività.

    Parrocchiale di Lucugnano (foto di Fernando Manni). 

    Papa Galeazzo quella mattina, nel rimuovere dalla zucca la solita fava, non si accorse del gruzzoletto rimasto e, sconcertato, si fece portare dal sacrestano in chiesa il suo originale calendario per procedere ad una verifica. Contate le fave, ne trovò nella zucca una quantità tale che, rifacendo i calcoli, si convinse dell’errore in cui erano incorsi i suoi parrocchiani. Quindi, sicuro di essere dalla parte della ragione, si posizionò sull’altare e cominciò a celebrare la messa domenicale ordinaria.

    Giunto il momento della benedizione, il popolo si accalcò presso l’altare per la benedizione delle palme:

    – “Piano figlioli”, gridò Papa Galeazzo, “voi siete in errore. Non ricorre oggi la festa delle Palme”.

    – “Sì che ricorre oggi”, risposero i parrocchiani che si erano già stipati nei pressi dell’altare.

    – “Sentite figlioli”, ribadì l’arciprete, “sarà il mio calendario a dire la verità, cioè che voi sbagliate. E qui (mostrando la zucca) è riposto il verbo della verità. Ora, innanzi a voi, ricontiamo le fave e da esse sapremo da quale parte sta la ragione”.

    Rovesciato sull’altare il contenuto della zucca, Papa Galeazzo ricontò le fave e, tornato a convincersi dell’errore in cui era caduto il popolo, voltandosi verso la platea, annunciò a tutti: “Figliuoli, di fave ne abbiamo ancora in gran quantità, quindi, secundu cucuzza canta, Pasca è luntana” (quando la zucca canta, Pasqua è lontana) e, riprendendo la messa, rimandò indietro il popolo senza benedire le palme.

    Ma Papa Galeazzo aveva preso un forte abbaglio; in effetti, in quel giorno ricorreva la festa delle Palme. Non aveva considerato che la sorella, avendo trovato nella stanza dell’arciprete la scodella con le fave rimosse man mano dalla zucca, senza saperne il motivo, le aveva riversate nella zucca dove il fratello aveva le altre. Papa Galeazzo venne a conoscenza della cosa e la domenica successiva benedisse le palme e celebrò la Pasqua.

    Dalla leggenda alla realtà

    Questo racconto di Papa Galeazzo, vissuto nella seconda metà del ‘500, potrebbe avere un riferimento storico preciso.

    La confusione dell’arciprete di Lucugnano potrebbe infatti ricordare lo smarrimento, e anche probabilmente la resistenza, che ebbe la popolazione occidentale quando il 4 ottobre 1582 entrò in vigore il calendario gregoriano.

    Calendario gregoriano (fonte https://www.trentaminuti.it/il-calendario-gregoriano-origini-e-storia.html).

    Questo nuovo modo di computare i giorni era stato introdotto dal pontefice Gregorio XIII per correggere le storture del calendario giuliano. Quest’ultimo, in vigore dal 46 a.C., faceva coincidere un anno con 365 giorni esatti, non tenendo conto dell’effettiva durata di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi.

    L’aver escluso, per 1500 anni, fino al 1582, la “coda” di ore, aveva comportato uno sfasamento di 10 giorni tra il calendario e la caduta dell’equinozio di primavera, segnato dalle meridiane del tempo l’11 marzo invece del 21. Di conseguenza anche la data stabilita per la Pasqua – che cadeva la domenica successiva alla prima luna piena di primavera – slittava.

    Papa Gregorio stabilì, quindi, che il 4 ottobre di quell’anno dovessero essere recuperati quei 10 giorni, facendoli saltare del tutto. Il mondo occidentale andò a letto il 4 ottobre e si svegliò il giorno dopo con il calendario che indicava la data non del 5 ma del 15 ottobre.

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  • “MESCIU DONATO” E L’ARTE FIGULA A LUCUGNANO

    “MESCIU DONATO” E L’ARTE FIGULA A LUCUGNANO

    di R. Martella

    La musica della creatività…ecco quello che scaturisce dal movimento del tornio, morbidamente mosso dalla danza di un piede, mentre le mani, accarezzando con delicata forza, inumidendola di tanto in tanto, plasmano la creta. Gesti che ricordano la notte dei tempi. Gesti che si ripetono in un moto continuo alla ricerca di forme necessarie al quotidiano ed anche all’apparenza semplice.

    L’incontro con “Mesciu Dunatu” di Lucugnano avviene nella penombra della sua bottega mentre fa danzare il piede sul tornio, alla ricerca di forme da creare con una piccola quantità di argilla originaria delle cave del suo paese, ritrovata con grande fortuna, in quanto presente nelle cisterne ripulite di un vecchio laboratorio, dove i discepoli, operando e commettendo degli errori “a na vutata d’occhiu” (furtivamente), eclissavano i loro malfatti nelle vasche. “Mesciu Dunatu” continua a far girare il tornio, rimembrando i suoi trascorsi e le difficoltà incontrate per imparare l’arte ed a ben preparare la materia prima, che comunque in Lucugnano non era delle migliori. Le cave presenti in quel territorio offrivano una creta certamente non pura, come in tanti altri luoghi, e doveva maggiormente esser lavorata prima dell’uso. Le cave, situate nei pressi del paese, hanno fornito tanto materiale per il lavoro, chiedendo un tributo in vite umane, come in tutti i luoghi simili. Il lavoro in cava veniva svolto senza alcun accorgimento ed era durissimo; vi era chi sfruttava il proprio terreno, chi invece affittava o cavava quella quantità di creta necessaria, cedendo la decima. Certamente vi era chi, tornato al mattino presto da una festa patronale di un paese vicino raggiunto in bicicletta, e avviluppato dalla musica della banda e dalle luci e senza orologio, giungeva a casa e, credendo di potersi riposare, appena steso sul “saccone”, la voce del padrone, il padre, lo richiamava alla realtà. Durezza della vita.

    La creta, sparsa per terra e su un sottile strato di cenere, veniva pestata  più volte per poi essere passata al setaccio e renderla pura il più possibile. Poi ogni “Mesciu” fabbricava le forme maggiormente richieste dall’uso e dal mercato e per la bellezza e finezza dipendeva dalla mano del Maestro. C’era chi utilizzava una certa quantità di argilla per una sola forma, chi invece, con quella stessa quantità, sfornava diversi pezzi. Gli embrici subivano una preparazione diversa dalle altre forme e la loro cottura avveniva con forni aperti. “U nzartaru” era lo stampo utilizzato per dar forma agli embrici che venivano smerciati in tutto il Salento.

    Il carro era il mezzo di trasporto principe per recarsi ai mercati che erano tanti. L’uso dei prodotti di argilla era una costumanza e la richiesta continua. Erano anche oggetti fragili, per cui nascevano dei piccoli depositi nei mercati più importanti per evitare delle perdite con continui trasporti. La rottura di una “Vozza o Padale” (contenitori per liquidi e solidi, abbisognevoli di una lunga procedura di manifattura), significava ad esempio una grande perdita. Essi, infatti, a seconda della grandezza, venivano creati in tre tempi. L’osso di seppia lisciava e liberava dei segni delle dita i manufatti, che invece erano identificativi sulle tenute che venivano attaccate alla fine della composizione della vozza. Il pettine, con tre denti, abbelliva le forme con tocchi che molto spesso ne riconoscevano l’autore.

    Il sole calava e “Mesciu Dunatu” continuava a danzare col suo piede e a dar movimento al tornio.

    Bibliografia:

    M. Cavalera, R. Martella, “Cave di estrazione dell’argilla nel territorio di Lucugnano (Tricase)”, in Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano, 12, pp. 59-78, Galatina, 2010, Congedo Editore.

  • PAPA GALEAZZO, TRA LEGGENDA E…REALTÀ

    PAPA GALEAZZO, TRA LEGGENDA E…REALTÀ

    di Marco Cavalera

    Il nome di Lucugnano è da sempre associato a quello del più celebre dei suoi abitanti, ossia l’estroso e irriverente Arciprete Papa Galeazzo (Papa Caliazzu), personaggio arguto, autore ed attore di episodi divertenti, leggendari ed anacronistici.

    Un ritratto, che raffigura l’Arciprete con lo sguardo obliquo intento a fissare qualcosa che si agita alle sue e alle nostre spalle, è conservato al Museo provinciale S. Castromediano di Lecce.

    Dal punto di vista antropologico, Papa Galeazzo rappresenta, nell’immaginario collettivo salentino, la figura più emblematica, più pirotecnica e irriverente figlia della cultura popolare di metà cinquecento.

    Un parroco di campagna realmente esistito

    Don Galeazzo è il parroco di campagna che racchiude in sé la semplicità di un don Abbondio con tutta la caustica furbizia di un Pulcinella. A lui si attribuiscono gustosissimi cunti e culacchi, ovvero storie e aneddoti umoristici, spesso a sfondo sessuale, che hanno l’obiettivo di farsi beffe di nobili e alti prelati, a volte dipinti come sciocchi e boriosi, facendo emergere per contrasto l’arguzia e la sagacia dell’astuto sacerdote.

    Sulla sua esistenza, tuttavia, si hanno non pochi dubbi: alcuni pensano che la sua figura sia stato il frutto della creatività e della fantasia popolare, altri sostengono – invece – che sia vissuto nel XVI secolo.

    Lo studioso Giovanni Cosi ha analizzato la figura di Papa Galeazzo dal punto di vista storico e, nel contributo “Papa Galeazzo tra mito e realtà”, pubblicato nel 1974, ha portato alla luce una serie di documenti a lui riferibili, tutti datati alla seconda metà del XVI secolo.

    La sua prima menzione è stata rintracciata in una pergamena del 1556, ancora inedita, relativa ad un atto notarile, mentre la seconda – questa volta del 1564 – è sempre riferita ad un documento di un notaio di Specchia, che stipula un atto di vendita di un feudo nel Castello di Castiglione d’Otranto. In questo caso il nome “Galeazzo De Palma” viene associato a quello di un presbitero.

    Altri cinque documenti, rogati dal notaio Pietro Orlando da Specchia, riportano il nome di “don Galeazzo De Palma”. In questi casi il nome viene preceduto dal “don”, segno che si tratta di un ecclesiastico.

    Nel libro di Mauro Ciardo “La controriforma nel Salento meridionale” (Lecce 2014, Edizioni Grifo), è riportato un documento del 1586, relativo alla convocazione di tutti i sacerdoti della Diocesi di Ugento da parte di Monsignor Desiderio Mazzapica, nel cui elenco compare  il nome di Don Galeazzo De Palma – tra i 151 ecclesiastici presenti – come “vicario” (rappresentante) della parrocchia di Lucugnano.

    Purtroppo, in questa ricerca di ricostruzione storica, non ci vengono in aiuto gli archivi parrocchiali, le cui notizie di sacerdoti partono dal 1589 con Don Orfeo De Palma, arciprete di Lucugnano fino al 1620.

    Dall’esigua documentazione storica pervenuta si evince, dunque, che Papa Galeazzo (don Galeazzo De Palma) abbia ricoperto qualche incarico sacerdotale a Lucugnano tra il 1556 e il 1589, ossia nell’arco temporale che intercorre tra il primo documento a lui riferito e il primo anno di sacerdozio di don Orfeo De Palma.

    La sua attività sacerdotale negli anni seguenti il Concilio di Trento

    Rimane tuttavia un “mistero” come la figura di Papa Galeazzo possa essere stata “compatibile” con la contemporanea presenza, in qualità di Vescovo di Ugento, dell’integerrimo Desiderio Mazzapica, un Carmelitano che mise in atto la severità del suo ordine, facendo applicare le discipline imposte dalla Controriforma, dal momento che lo stesso Monsignore aveva partecipato ad alcune sessioni del Concilio di Trento nel 1562.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta, è vietata. 

    Bibliografia:

    Ciardo M. “La controriforma nel Salento meridionale”, Lecce 2014, Edizioni Grifo.

    Cosi G., Papa Galeazzo tra mito e realtà, in Paone M. (a cura di) Studi di Storia Pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1974, pp. 125-130.

    Cosi G., Papa Galeazzo dal mito alla realtà, in Leucadia 1. Studi e ricerche, Società di Storia Patria per la Puglia, Miggiano 1986, pp. 55-62.

    Paone M., Breviario di Papa Galeazzo, Galatina 2001, Congedo Editore.

  • Palazzo Comi a Lucugnano

    Palazzo Comi a Lucugnano

    di Marco Cavalera

    La visita di Rina Durante

    Rina Durante, in occasione della sua prima visita a Casa Comi, rimase incantata dall’atmosfera che si respirava a Lucugnano nella prima metà del Novecento: Tra le pagghiare e le pietraie, si sentiva solo il frinire delle cicale, poi neppure più questo, come se il mondo cominciasse da quel punto a finire. Si entrava in un altro paesaggio in cui i segni umani ed economici scomparivano del tutto e la natura era un vuoto minerale, aspro e desolato […]. Gli interni erano ancora più rispondenti al paesaggio, di una semplicità disadorna: mobili di legno nudo, di stile francescano, cui la diuturna cura di generazioni di servi aveva conferito un’opaca lucentezza; volte a stella, grandi arazzi di fiocco leccese alle pareti e quadri rinascimentali, còtime di terracotta ovunque con la raffigurazione dell’ulivo, simbolo della casa editrice; pavimenti in mosaico che richiamavano quello di Otranto. Ogni cosa concorreva a un effetto di rustica raffinatezza e andava a sigillare per incanto il paesaggio che avevamo attraversato[1].

    Il Palazzo

    Palazzo Comi si affaccia sulla piazza principale del paese, oggi intitolata allo stesso poeta, che pare immortalata in una fotografia di inizio secolo scorso, se non ci fossero le automobili al posto delle carrozze e dei traini.

    Palazzo Comi. Esterno (foto di Fernando Manni)
    Palazzo Comi. Esterno
    (foto di Fernando Manni)

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  • La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    di Marco Cavalera

    La cappella di Sant’Eufemia

    La cappella di Sant’Eufemia si trova nell’omonima località (Comune di Specchia), presso un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano (fig. 1).

    Fig. 1 – cappella di Sant’Eufemia (esterno). 

    La struttura ha una pianta longitudinale (15,30 x 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, rivolta ad Oriente.

    L’edificio è stato costruito riutilizzando conci e colonne in pietra leccese provenienti dal casale di Grassano[1] (fig. 2).

    Fig. 2 – blocchi di riutilizzo nella struttura muraria della cappella. 

    L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce patente inserita in un cerchio[2] (fig. 3).

    Fig. 3 – croce patente sul lato sud della cappella. 

    L’interno è suddiviso in tre navate delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto (fig. 4). Le campate sono irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa sia nella distanza tra le colonne che hanno diverse circonferenze. A seguito degli ultimi restauri, nell’abside a catino è stato collocato un sobrio altare di pietra leccese, costituito da un monolite e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente[3].

    Chiesa di Sant'Eufemia. Interno

    Fig. 4 – cappella di Sant’Eufemia (interno). 

    La Cappella fu descritta da Monsignor Tommaso De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711: […] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […][4].

    Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside[5].

    Lo scavo archeologico

    Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha messo in luce un piccolo cimitero con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio. Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo[6] – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte[7].

    Il casale di Grassano

    Rinvenimenti fortuiti di monete di diverse epoche, di alcune colonne sepolte e di frammenti di ceramica[8] indiziano la presenza di un casale di età tardo repubblicana ed imperiale (I sec. a.C./VI sec. d.C.), denominato Grassano[9].

    Secondo alcuni storici il toponimo, riportato dal Catasto Onciario della Terra d’Otranto del 1755, deriverebbe da Crassus, cognome della gens Licinia. Nel Salento, infatti, molti nomi locali derivano da antichi gentilizi romani in ius, che nella gran parte dei casi terminano in ano. Il casale dista circa 1 km da Lucugnano il cui toponimo – a questo punto – potrebbe anche derivare dal gentilizio Licinius[10]. È tuttavia difficile accettare l’ipotesi che si tratti di un accampamento militare costruito dal celebre Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), membro del I Triunvirato (60 a.C.) insieme a Pompeo e Cesare, proconsole in Siria dal 54 a.C. e promotore della guerra contro i Parti.

    È più plausibile ipotizzare un’area di frammenti fittili riferibile ad un insediamento rustico di età romana (tardo repubblicana e imperiale) con una continuità di vita fino al Medioevo, quando i suoi abitanti abbandonarono il sito e si trasferirono nei centri vicini: Specchia, Lucugnano e Miggiano.

    La località ha subìto una estesa urbanizzazione che non permette di indagare sistematicamente l’area e di integrare i pochi dati (per lo più orali) a disposizione.

    A 500 metri a sud-ovest dal sito di Grassano, al confine tra il Comune di Miggiano e quello di Specchia, è attestato da documenti notarili e dalla tradizione locale il toponimo Campo Romano, che potrebbe indicare una frequentazione in età romana del territorio.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    NOTE: 

    [1] Penna 1995, p. 52; Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [2] http://www.specchia.it.

    [3] Penna 1995, pp. 54-57.

    [4] Penna 1995, p. 48.

    [5] De Giorgi 1975, p. 130.

    [6] Si tratta di fibbie, borchette decorative di cintura e placchette bronzee a forma di rosetta (Penna 1995, p. 58).

    [7] Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [8] In particolare anfore (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica. I manufatti fittili e le monete raccolte durante i sopralluoghi sono stati consegnati alle autorità competenti e sarebbero conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Taranto. Si ringrazia il prof. Antonio Penna per la preziosa informazione.

    [9] Penna 1995, pp. 62-63.

    [10] Etimologia avanzata dalla studiosa A. Marinelli (Marinelli 1986, pp. 135-164).

    BIBLIOGRAFIA:

    Bertelli G., La Chiesa di S.Eufemia a Specchia Preti, in Bertelli G. (a cura di) Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004, pp. 276-277.

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia e Montesano Salentino (clicca qui), Tricase 2009.

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio (clicca qui ), Tricase 2014.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, Lecce 1922, pp. 279-280.

    De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Vol. II, rist. anast. Lecce 1975.

    La Porta M.T., Note sui toponimi in -ano della ‘Calabria’ romana, in Marangio C. (a cura di) La Puglia in età repubblicana, Galatina 1988, pp. 233-247.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, Brindisi 1975, pp. 135-164.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br) 1995, pp. 45-65.

    Penna A., Chiese e palazzi di Specchia, Tricase (Le) 2014, p. 120.

     

     

  • Lucugnano. Tra leggenda e realtà

    Lucugnano. Tra leggenda e realtà

    Visita guidata a Lucugnano del 19 ottobre 2014 (foto di F. Manni)

    “In Lucugnano allora, come oggi, si fabbricavano bellissimi vasi d’argilla, per la conservazione del vino chiamati volgarmente vozze, e per depositarvi l’olio, chiamati orci; di questi orci però se ne fabbricavano di piccolissima mole, per gli usi domestici, da tener luogo alla bottiglia dell’acetiera, di forma speciale, col becco, da servire meglio agli usi della cucina, e si chiamavano cutrubbi: e, Papa Galeazzo…”

    Cosa avrà combinato stavolta l’arciprete di Lucugnano?! Per chi vuole sapere la fine dell’esilarante “culacchio”, per chi la conosce già ma desidererebbe ascoltarla dal vivo ancora una volta e magari vedere da vicino la forma delle “vozze” e dei “cutrubbi”, non dovrà far altro che andare a Lucugnano domenica 19.

    Il ritrovo è fissato per le nove in Piazza Comi. Da qui inizierà un percorso progettato e condotto dalle guide dell’Associazione culturale Archès, dove la concretezza e il rigore della memoria storica scivolerà costantemente in momenti di fantasiosa e irriverente comicità a cura del Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese che riporterà in carne e ossa i “cunti” del leggendario personaggio. Sarà una tessitura di racconti tra il centro abitato e la campagna circostante. Infatti dai vicoli del paese, con una sosta al Santuario della Madonna Addolorata e una visita alla casa del poeta Girolamo Comi, officina di cultura importantissima nella metà del secolo scorso, si passerà alla fonte dell’artigianato figulo: le cave di argilla in disuso di località Petrì-Alfarano con tutti gli elementi tipici del paesaggio contadino (pajare, palmenti, cavità).

    L’itinerario proposto è totalmente inedito e al termine, per tutti i partecipanti, ci sarà la degustazione di un olio molto particolare.

    Ritrovo ore 9 Piazza Comi a Lucugnano.

    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632.

    copertina libro "Lucugnano i il suo territorio", di M. Cavalera
    copertina libro “Lucugnano i il suo territorio”, di M. Cavalera