Tag: archeologia

  • “SALENTO SOTTOTERRA. ARCHEOLOGIA, GEOLOGIA, STORIE E LEGGENDE DELLA GROTTA DELLE FATE”

    “SALENTO SOTTOTERRA. ARCHEOLOGIA, GEOLOGIA, STORIE E LEGGENDE DELLA GROTTA DELLE FATE”

    L’Associazione Culturale Archès ed il Gruppo Speleologico Tricase, con il patrocinio ed il sostegno economico della Città di Salve, hanno curato il progetto che ha portato il 17 novembre del 2017 alla pulizia dell’invaso carsico denominato Grotta delle Fate ed alla pubblicazione del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“.

    Il progetto editoriale (Libellula edizioni, Tricase) è a cura di Nicola Febbraro e Marco Piccinni e consta delle preziose collaborazioni di: Stefano Margiotta (geologo), Stefano Calò (archeologo), Stefano Cortese (storico dell’arte) e Antonia Belgiorno (geologa).

     Il volume si avvale anche dei patrocini non onerosi della Regione Puglia (Assessore all’Industria Turistica e Culturale), della Società Speleologica Italiana e della Federazione Speleologica Pugliese.

    La pubblicazione, frutto di due anni di ricerche sul campo e bibliografiche, analizza il fenomeno carsico e antropologico del Salento leccese, dei suoi inghiottitoi naturali e delle sue grotte, con un occhio di riguardo per Grotta delle Fate (Salve), inquadrata dai punti di vista archeologico, geologico, speleologico, antropologico e aneddotico.

    Il volume è stato presentato domenica 6 Maggio alle ore 19:00 presso la sala conferenze di Palazzo Ramirez (Piazza Concordia, Salve).

    Contributo: 25 €
    Editore: Libellula Edizioni (Tricase)
  • La “Chiusa” presso la Masseria Fano: un sito messapico nel territorio di Salve

    La “Chiusa” presso la Masseria Fano: un sito messapico nel territorio di Salve

    di Associazione Archès

    Le ricerche degli archeologi australiani

    Le diverse fasi di occupazione del pianoro della Chiusa, presso la Masseria Fano (Comune di Salve), sono state ricostruite grazie alle indagini sistematiche condotte da un’équipe di archeologi australiani tra il 1987 e il 1991.

    Una fase di scavo a La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 137)
    Una fase di scavo a La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 137).

    Una fase di scavo a La Chiusa con l’archeologo Ted Robinson (Descoeudres, Robinson 1993, p. 191).

    Le prime fasi abitative

    La documentazione acquisita ha permesso di verificare un abbandono del sito agli inizi del XIV sec. a.C. ed una nuova occupazione, circa mezzo millennio dopo, durante le fasi iniziali dell’età del Ferro (poco prima del 900 a.C.).

    Insediamento messapico de La Chiusa presso Masseria Fano. 

    I reperti di terracotta, riferibili a questa seconda fase di frequentazione intensiva del pianoro, sono quasi esclusivamente di produzione locale. Si tratta di ceramica ad impasto, figulina e della cosiddetta “matt-painted”, decorata con fasce dipinte. Sono stati rinvenuti anche pochi reperti di importazione, tra cui frammenti di grandi contenitori – a volte decorati con listelli o cordoni incisi – e di vasi usati per attingere il vino, databili tra la prima metà dell’VIII e il VII secolo a.C. Il manufatto più importante rinvenuto sul pianoro è un disco o piatto di calcare frammentario, decorato con file di triangoli incisi a bassorilievo, datato all’VIII secolo a.C. e utilizzato probabilmente come offerta in un contesto cultuale.

    La fase messapica arcaica

    L’insediamento venne abbandonato una seconda volta tra la fine VIII – inizi VII secolo a.C. per essere occupato – circa 150 anni dopo – nel corso dell’età arcaica (alla metà circa del VI secolo a.C.). A questa fase di frequentazione del sito è riferibile l’imponente cinta muraria, che aveva una lunghezza di 650 metri e racchiudeva una superficie di circa 3 ettari.

     veduta aerea dell'insediamento de La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 78)
    Veduta aerea dell’insediamento de La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 78).

    Le indagini archeologiche hanno consentito di verificare che le mura erano – in alcuni tratti – larghe oltre sei metri, costituite da un doppio paramento in blocchi calcarei e da un riempimento interno di pietrame.

    Ricostruzione ipotetica dello svolgimento di un rito cerimoniale nei pressi della Porta Ovest a La Chiusa. Disegno di Marcello Fersini (fonte: Febbraro 2011).

    Nella cinta muraria si apriva almeno una porta (ad Ovest), protetta a NO da un massiccio bastione con andamento curvo, accanto alla quale probabilmente era stato collocato un altare. Il corridoio d’ingresso dell’insediamento fortificato presentava uno spesso strato di pietrisco, sotto il quale vi era un battuto stradale in eccellente stato di conservazione. Resti riferibili alla strada sono stati individuati anche dentro l’abitato. L’abbandono della porta è stato datato alla fine del VI – inizi V secolo a.C.

    I reperti

    All’età arcaica è da riferire un louterion, ossia un bacino di terracotta su alto piede usato sia per funzioni religiose (riti legati a sacrifici) che profane, probabilmente di produzione corcirese (Corfù).

    Louterion rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Descoeudres, Robinson 1993, p. 177 e Febbraro 2011.

    Di notevole interesse appare il rinvenimento di materiali ceramici iscritti, tra cui un alfabetario arcaico su un vaso di produzione locale, che potrebbe attestare una sua funzione cultuale (offerta o dedica).

    Alfabetario rinvenuto a La Chiusa. Fonte: SANTORO 1984 e FEBBRARO 2011.
    Alfabetario rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Santoro 1984 e Febbraro 2011.

    I reperti diagnostici più recenti sono datati al 480/70 a.C., decennio in cui gli archeologi ipotizzano l’abbandono dell’insediamento. Si tratta di frammenti fittili, importati dalla Grecia e dalla Magna Grecia, fra i quali vi è un frammento di parete di lekythos (piccolo contenitore di profumo) che reca dipinta una figura sdraiata in un contesto di simposio con altri personaggi, interpretata come Dioniso in compagnia di altri dei.

    L’abbandono

    Tra le ipotesi avanzate riguardo al definitivo abbandono dell’insediamento dei Fani, la più plausibile appare la relazione con i rapporti conflittuali tra Messapi e Tarantini che hanno caratterizzato i primi decenni del V secolo a.C. Le diverse campagne di scavo effettuate alla Chiusa – tuttavia – non hanno restituito prove dirette di distruzioni violente dell’abitato.

    Secondo gli archeologi Descoeudres e Robinson, gli abitanti dei Fani avrebbero deciso di lasciare l’insediamento semplicemente perché il piccolo terrazzo non era più adatto alle necessità di un insediamento urbano. Il pianoro, inoltre, non offriva più la protezione necessaria contro le efficienti armi del tempo. Il sito più grande e meglio difendibile – Vereto – si trovava solo a pochi chilometri a sud-est dei Fani. L’ipotesi più verosimile è, quindi, che gli abitanti della Chiusa, assieme a quelli di altri simili piccoli insediamenti, si siano trasferiti presso l’insediamento posto sulla Serra di Vereto.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta, è vietata. 

    Bibliografia:

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 48-51.

    Descoeudres J.P., Robinson E., La ‘Chiusa’ alla masseria del Fano. Un sito messapico arcaico presso Salve in provincia di Lecce, Lecce 1993.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase, 2011, pp. 199-209.

    Sammarco M., Masseria Fano (Salve, Lecce), in Insediamenti del Salento dall’antichità all’età moderna, a cura di Guaitoli M. e Cazzato V., Galatina 2005, pp. 66-68.

     

  • OGGETTO D’ARTE MOBILIARE DEL PALEOLITICO SUPERIORE FINALE DAL RIPARO POZZICHE DI SALVE (LECCE)

    OGGETTO D’ARTE MOBILIARE DEL PALEOLITICO SUPERIORE FINALE DAL RIPARO POZZICHE DI SALVE (LECCE)

    di Nicola Febbraro

    Nel novembre del 2006 è stata rinvenuta, da Nicola Febbraro e dal signor Antonio Piccinno, una pietra calcarea piatta e regolare (dimensioni massime 15 x 10 x 4 cm), che si caratterizza per la presenza, su una delle due facce, di incisioni di tipo geometrico – lineare. La scoperta è avvenuta, nel corso di ricerche sistematiche di superficie svolte nell’ambito di una tesi di laurea in Paletnologia, nei pressi di un riparo sottoroccia individuato in località Sorgente Pozziche, nel territorio comunale di Salve. Il sito è localizzato all’interno della valle terrazzata del Canale Tariano, ramo orientale del Canale Fano.

    Pietra incisa dal riparo Pozziche (Salve)

    La pietra incisa trova confronti con i numerosi esemplari individuati nelle stratigrafie della Grotta Riparo esterna delle Veneri di Parabita, di Grotta Romanelli (Castro), di Grotta del Cavallo (Nardò) e di Grotta Marisa (Otranto). Si tratta di depositi – talvolta provvisti di datazioni assolute – che sembrano costituire delle tappe di un processo evolutivo della produzione artistica, che ha interessato il Salento in un arco di tempo relativamente breve (Romanelliano, Epiromanelliano e Sauveterriano).

    La pietra presenta diverse fratture, forse antiche ed intenzionali, così come gli esemplari rinvenuti nella Grotta Riparo esterna delle Veneri di Parabita. Si tratta, probabilmente, di manifestazioni rituali.

    I motivi decorativi, che coprono totalmente una delle facce del reperto, in alcuni punti sono di difficile lettura, a causa dei processi erosivi che la pietra ha subito. La decorazione consiste in una serie di bande parallele affiancate (delimitate da linee singole o a coppia) riempite – fatta eccezione per una che occupa una posizione pressoché centrale – con una fitta serie di tratti paralleli ad esse ortogonali. Le bande sono combinate con un motivo a graticcio.

    Le interpretazioni degli studiosi, riguardo al significato di tali formule di espressione artistica, sono molto contrastanti. Per alcuni hanno avuto una finalità pratica piuttosto che ornamentale (ad esempio si è potuto trattare di notazioni numeriche, di scansioni temporali, ecc.), per altri si tratta di manifestazioni che rientrano nel complesso universo simbolico dell’uomo.

    L’oggetto d’arte mobiliare rinvenuto in località Sorgenti Pozziche – per concludere – può essere riferito al Paleolitico superiore finale, più esattamente all’Epigravettiano finale di fase romanelliana o epiromanelliana, ossia ad un periodo di transizione tra il Pleistocene e l’Olocene (attorno ai 10.000 anni fa). Delle conferme in tal senso provengono sia dai confronti effettuati in ambito salentino che dall’analisi dell’industria litica e del complesso faunistico rinvenuti in associazione allo stesso.

    (contributo tratto da Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, a cura di N. Febbraro, Tricase 2011, pp. 99-105)

    Bibliografia:

    Aprile G., Dell’Anna S., Febbraro N., Piccinno A., Una pietra incisa da Riparo Pozziche (Salve, Lecce), in Atti della LXII riunione scientifica (I.I.P.P.). L’arte preistorica in Italia, Trento 2007, sez. poster.

    Astuti P., Dini M., Grifoni Cremonesi R., Kozlowski S., Tozzi C., L’industria mesolitica di Grotta Marisa (Lecce, Puglia) nel quadro delle industrie litiche dell’Italia meridionale, in Riv. Sc. Preist., Vol. LV, Firenze 2005, pp. 185-208.

    Cremonesi G., Due complessi d’arte del Paleolitico superiore: la Grotta Polesini e la Grotta delle Veneri, in Mundi B. e Gravina A. (a cura di), Atti (Tomo secondo) del 6° Convegno sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia. L’arte paleolitica italiana nel suo contesto cronologico e culturale (Tavola Rotonda), San Severo (Fg) 1987, pp. 35-45, Tav. XXX-XXIV.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase 2011, pp. 99 – 105.

    Palma di cesnola A., L’arte del Paleolitico superiore in Italia, in Il Paleolitico superiore in Italia. Introduzione allo Studio, Firenze 1993, pp. 461-496.

    Possenti L., Grotta delle Veneri. Arte Mobiliare, in E. Ingravallo (a cura di), La Passione dell’Origine, Lecce 1997, pp. 167-173.

  • ARCHEOLOGIA DEL SALENTO.  Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    ARCHEOLOGIA DEL SALENTO. Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    di Sandra Sammali

    (contributo pubblicato su Progetto Salento, n. 21, anno IV n. 4, settembre 2011)

    Copertina libro Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dove la Terra ci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

    Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

    Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature Straniere – entrambi presso l’Università del Salento – ha presentato un quadro generale della presenza umana nella penisola salentina dai primi abitanti al periodo della romanizzazione, focalizzando l’attenzione sul contesto specifico del territorio di Salve.

    La monografia è frutto di dieci anni di ricerche e studi, iniziati nel 2001, nella quale sono confluiti i reperti già noti di ricerche archeologiche di archivio e bibliografico e rinvenimenti più recenti, quali grotte di rilevanza geologica e tumuli funerari di grande interesse, che hanno apportato un contributo fondamentale nel rivisitare e completare la tradizione preistorica e storica di Salve. Una tradizione a cui contribuì notevolmente lo storico salvese Aldo Simone, con il suo libro Salve, storia e leggende.

    Le ricerche sul territorio, mosse dalla passione di Nicola e dall’amore per la sua Terra, sono state intraprese con un duplice obiettivo: realizzare una carta archeologica  su cui riportare tutte le testimonianze archeologiche del territorio di Salve e ricostruire diacronicamente quella che è stata la frequentazione dello stesso. Uno strumento preziosissimo sia per esperti del settore, sia per l’amministrazione Comunale che, ora, ha  in mano uno strumento concreto per la conoscenza del territorio, la sua  tutela e valorizzazione.

    L’apporto notevole di questo lavoro è costituito dalle nuove scoperte effettuate in territorio di Salve, da Nicola e Marco. “Marco – ci dice Nicola – è una persona semplice e umile, il  miglior collaboratore che avessi mai potuto desiderare”. Originario di Lucugnano, si è dedicato a questo lavoro con anima e corpo, spinto anche lui dalla stessa passione.

    Le scoperte che in assoluto  stanno loro  a cuore, di natura geologica più che archeologica, sono tre cavità carsiche mai rilevate prima e sconosciute agli studiosi:  Grotta Febbraro, Grotta Marzo e Grotta Foscarini de Donatis,  a cui hanno dato il nome del proprietario del fondo in cui ciascuna è situata. All’interno di queste cavità, i due archeologi hanno eseguito rilevazioni che hanno permesso di portare alla luce  testimonianze delle oscillazioni climatiche, e del conseguente innalzamento del livello del mare. Grotta Febbraro si trova oggi a 72m s.l.m., “ma – ci spiega Nicola – la presenza di una spiaggia cosiddetta ‘tirreniana’, costituita da un deposito di ciottoli arrotondati e sabbie fossilifere, testimonia che 100.000 anni fa il mare arrivava fino al suo interno”.

    Diversi tumuli funerari e cultuali, testimoni dell’età dei Metalli, hanno portato alla luce la fasi dell’evoluzione degli abitanti di questa Terra: non più grotte, ma strutture in pietra e terra, muri a secco, monumenti funerari, vasellame, anfore resti ossei umani e animali.

    Poi, sul finire dell’età del Ferro,  piccoli villaggi di capanne sparsi nel territorio “abitati da genti iapigie che diedero origine alla civiltà messapica”. Marco Cavalera, esperto in materia, ha riportato fra le pagine del libro gli aspetti peculiari di questi antenati: evoluzione del sistema insediativo, linguaggio, religione, necropoli, corredi funerari (coppe, bicchieri, trozzelle) e santuari.

    Uno studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve è stato condotto da Anna Lucia Nicolì, collaboratrice e moglie dell’autore. L’indagine toponomastica ha permesso di acquisire informazioni sulla frequentazione antropica del territorio nelle diverse epoche storiche. Sono state individuate sei categorie di toponimi, in base alla loro derivazione (da nomi di famiglia, santi, morfologia territoriale, flora e fauna, centurioni romani e di derivazione sconosciuta) in base alle quali è stato possibile realizzare la Carta Toponomastica del territorio di Salve.

    La presentazione del libro si è tenuta il 9 luglio scorso, presso il Palazzo Ramirez, nell’ambito del progetto “Raccontare il territorio. Giovani idee tra memoria e identità”, a cui era presente il Presidente della Provincia, dott. Antonio Gabellone che, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza storica dell’opera:

    “Libri come questo di Febbraro ci spingono, sapientemente guidati, a lanciare uno scandaglio più in profondità. Si scoprono così aspetti inattesi (…). Un grande lavoro di ricerca tra cumuli di pietre, grotte ed anfratti, pianori e canaloni, condotto con immensa passione e altrettanto rigore tecnico e scientifico (…) Il recupero della storia culturale, tradizionale di un popolo sn fondamentali. (…)”.

    Una passione che accompagna Nicola Febbraro sin dalla giovinezza, come ha voluto ricordare anche il Sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo:

    “Un libro che finalmente vede la luce, un lavoro importantissimo, portato avanti con l’immensa passione che da sempre lo ha legato al nostro territorio e alla nostra comunità. Dalle pagine trasuda tutto l’amore che Nicola ha  per il territorio salvese: ha trovato la nostra storia, la nostra identità le nostre radici. Abbiamo portato avanti questo progetto perché ci crediamo da sempre. Per me, essere qui questa sera non vuol dire svolgere il mio semplice dovere istituzionale, ma sono qui con immenso piacere;  perché siamo tutti convinti che questi lavori debbano essere divulgati, non solo agli esperti, ma alla Comunità tutta, perché essa possa acquisire la consapevolezza e conoscenza della propria storia, delle proprie radici e memorie e custodirle per tramandarle alle generazioni successive”.

    Nicola, con una voce che lasciava trapelare la sua emozione, ha raccontato:

     “ricordo 20 anni fa, quando ero piccolo, passavo il pomeriggio avventurandomi nei meandri di una grotta situata nella campagna di mio zio, in località Montani. Era una grotta buia  che mi accattivava, mi chiamava ad entrare nonostante mi incutesse paura e rispetto al tempo stesso, perché una grotta è qualcosa di ignoto che si sviluppa nelle viscere della Terra.  E ogni volta che riuscivo a fare un passo più avanti, ad entrarvi sempre più in profondità per me era una grande conquista. Poi, a distanza di anni, per me è stata un’emozione indescrivibile trovare proprio lì quello che avevo letto e studiato nei libri”.

    La sua passione, pian piano, lo ha portato oltre i confini da lui conosciuti, a leggere le pietre che solo all’occhio dell’esperto schiudono il proprio segreto. Nicola Febbraro ha vestito  i panni dell’interprete della proprio passato, del passato dell’intera Comunità salvese, che ora, grazie alla sua opera divulgativa, potrà conoscere scoprire la propria identità, il proprio patrimonio ambientale e culturale, e noi tutti gliene saremo sempre riconoscenti.

    “Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

    N. FEBBRARO,  Archeologia del Salento, il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase 2011.

    Contatti:

    associazionearches@gmail.com

    Contributo: 25 €