Tag: archeologia

  • Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Di Nicola Febbraro

    Antonio Piccinno, classe 1940, è un decano degli studi paletnologici salentini. È stato un tecnico, in realtà, ma ha pubblicato una serie incredibilmente lunga di articoli e di contributi scientifici. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo presso il dipartimento di Paletnologia dell’Università del Salento, dove ha prestato servizio dapprima in qualità di collaboratore del compianto prof. Giuliano Cremonesi (sino al 1992) ed in seguito, sino al suo pensionamento, della prof.ssa Elettra Ingravallo.

    È stata per me una figura importante, quand’ero impegnato nella stesura della tesi di laurea. In questa occasione ha messo a mia disposizione tutte le sue conoscenze e competenze in ambito paletnologico. È stato fondamentale, quindi, affinché io potessi inquadrare cronologicamente l’industria litica (strumenti in pietra), i frammenti ceramici ed i resti fossili di fauna pleistocenica, che man mano individuavo durante le mie ricognizioni di superficie in territorio di Salve.

    Antonio, assieme al suo gemello Francesco, ha fra l’altro individuato e segnalato agli organi competenti numerosi siti archeologici prei/protostorici in ambito salentino. Nel solo territorio di Salve, a titolo d’esempio, sono stati gli scopritori, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, di diversi siti: Grotta Montani, Grotta Marzo con le sue figure dipinte (fig. 1), l’insediamento di Spigolizzi, alcune cavità nel fondo del Canale Fano, ecc.

    Fig. 1 – Alcuni disegni in ocra rossa presenti all’interno di Grotta Marzo (in alto) e alcune figure presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto). Fonte: Graziosi 2002 (Tab. X, n. 16, Tav. 9b; Tab. X, n. 17, Tav. 9c; Tab. 10, n. 2, Tav. 69b).

    Riguardo a Grotta Marzo mi ha riferito di aver accompagnato per un sopralluogo, effettuato nei primi anni ’70, il dott. Decio De Lorentiis, l’allora direttore del Museo di Maglie, e il prof. Paolo Graziosi. Quest’ultimo è stato un docente di fama internazionale, il più autorevole studioso italiano delle antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. In quegli anni frequentava la nostra provincia in quanto impegnato nello studio dei dipinti neolitici di Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto).

    Ad accogliermi in casa Piccinno, il 2 settembre del 2016, è la signora Maria Concetta, ossia un’insegnante in pensione elegante, riservata e distinta ma soprattutto madre e moglie molto accorta. Solo in poche occasioni sono andato a far loro visita ad Ugento. Antonio, che trovo in fremente attesa del nostro incontro, ha già preparato nel suo studio un po’ di materiale bibliografico da donarmi. È una persona molto schiva e riservata con qualche acciacco fisico, che lo ha allontanato dalla sua grande passione: passeggiare in campagna. Solo dieci anni prima, da neo-pensionato, ha preso parte a tutte le campagne di scavo effettuate nella necropoli a tumuli (III millennio a.C.), ubicata a ridosso di Grotta delle Fate (figg. 2 e 3).

    Fig. 2 – Antonio Piccinno durante una fase dello scavo del Tumulo 1, a cura dell’equipe della prof.ssa Elettra Ingravallo, con sullo sfondo i ruderi di Masseria Fano.
    Fig. 3 – Antonio Piccinno e Nicola Febbraro durante una fase dello scavo dell’urna cineraria del tumulo 1.

    Antonio ha iniziato a frequentare il territorio di Salve negli anni ’50, in particolare il Feudo del Fano. A quell’epoca lo faceva per pura passione, in quanto sarebbe diventato un professionista della disciplina solo qualche lustro più in là[1].

    Mi racconta che l’allora proprietaria di Masseria Fano era la baronessa Winspeare, che il ruscello che scorre nel fondo della gravinella aveva una portata maggiore rispetto a quella attuale e che al suo interno vi erano anche diverse hirudinee (sanguisughe).

    Si incuriosì di quest’ambito territoriale in quanto ne aveva letto le particolari caratteristiche morfologiche sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare di cui disponeva. Quando poi ebbe modo di frequentarlo di persona le sue aspettative non rimasero deluse.

    Si recava ai Fani con la sua autovettura assieme al gemello, oltrepassando il ponte in località Terramascia. In questa fase erano impegnati con delle ricerche di superficie nel deposito preistorico di Grotta Montani (fig. 4), che sarebbe stato, nel corso dell’estate del 1973, oggetto di un’indagine stratigrafica. Mi riferisce che quando lambivano Grotta delle Fate (fig. 5), ignota per loro all’epoca, erano colpiti da un tanfo irresistibile, dovuto alla presenza, nella piccola dolina che ne delimita l’ingresso (fig. 6), di un ragguardevole deposito di sansa. Fu grazie a questo sgradevole particolare che individuarono la voragine.

    Fig. 4 – Il signor Antonio Piccinno, sulla destra, nei pressi di Grotta Montani (maggio 1973), in compagnia di un contadino del posto (archivio fotografico F.lli A. e F. Piccinno, Taviano – LE).
    Fig. 5 – Copertina del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storia e leggende su Grotta delle Fate (Salve)”, a cura di N. Febbraro e M. Piccinni, con i contributi di S. Margiotta, S. Calò, S. Cortese e A. Belgiorno.
    Fig. 6 – Dolina che delimita l’ingresso di Grotta delle Fate.

    Prima di esplorarla hanno pazientemente atteso che il cattivo odore svanisse. Le motivazioni della loro scelta sono facili da intuire. Certamente non erano mossi dalla voglia di incontrare di persona le fate, i satiri o di rinvenire un prezioso tesoro (come accadde ai precedenti esploratori intervistati), quantomeno nel senso letterario del termine.

    I fratelli Piccinno erano già allora dei formidabili “annusatori” di siti di antica frequentazione umana. E questo era l’unico scopo di quella loro esplorazione. Volevano appurare se in quella voragine vi fosse qualche traccia della presenza dell’uomo da riferire ad epoche prei/protostoriche.

    Si limitarono a perlustrare il primo grande ambiente (figg. 7 e 8). Anzitutto, perché non erano attrezzati in quell’occasione (non disponevano nemmeno di una piccola fonte di illuminazione artificiale) ma soprattutto perché ne percepirono da subito l’instabilità e la pericolosità. Intuirono, inoltre, che la voragine non celasse nulla di particolarmente antico, archeologicamente parlando. Un’idea in tal senso se l’erano già formulata in precedenza, considerando che l’area esterna, da loro già minuziosamente perlustrata, non aveva restituito nulla di interessante. Ad ogni modo, l’eventuale presenza di tracce antiche sarebbe stata impossibile da rilevare. Al suolo, infatti, era presente un importante deposito costituito da materiale alluvionale, penetrato dall’esterno, e dai numerosi crolli dalle pareti e dalla volta.

    Fig. 7 – Primo ampio ambiente di Grotta delle Fate.
    Fig. 8 – Porzione del cono di detriti misto a rifiuti situato all’ingresso della voragine.

    Approfittando del fatto di trovarmi di fronte ad uno dei massimi esperti di preistoria salentina, gli ho comunque chiesto se secondo lui fosse o meno mai stato frequentato dall’uomo antico quell’articolato sistema carsico. Antonio, senza pensarci su un attimo, mi ha risposto con un altro quesito: “Secondo te, l’uomo preistorico era «tantu fessa» da scegliere di frequentare un inghiottitoio naturale di acqua piovana, un ipogeo nel quale convergevano centinaia di metri cubi di acqua provenienti dal Canale Fano?”.

    Una volta tornati alla luce del sole si imbatterono in un contadino che era intento a lavorare la terra. Gli chiesero delle notizie riguardo alla voragine, che non sapevano ancora fosse denominata Grotta delle Fate. L’agricoltore disse loro di non essere mai entrato al suo interno, in quanto intimorito da tutto ciò che si vociferava sul suo conto, ma che la curiosità in tal senso non gli mancava. Raccontò loro la leggenda delle fate e dei contadini che avevano assistito alle loro ammalianti danze. Quella fu la prima ed al contempo l’ultima volta in cui i fratelli penetrarono nell’inghiottitoio.

    Antonio e suo fratello, all’epoca, facevano parte del Gruppo Speleologico di Maglie, per il quale segnalavano delle evidenze che insistevano nel Capo di Leuca. Fu così che, poco tempo dopo, vi fu la prima ispezione ufficiale all’interno di Grotta delle Fate da parte di un’équipe di speleologi. La stessa avvenne nel 1961 ed un accurato resoconto fu poi effettuato qualche decennio dopo, dallo stesso Antonio, in un articolo pubblicato nel 1990 su Annu Novu Salve Vecchiu, che riprendeva integralmente quanto pubblicato nel notiziario del gruppo: la rivista “La Zagaglia” (fig. 9). I fratelli Piccinno, invece, si sono concentrati in seguito esclusivamente sull’indagine archeologica delle gravinelle circostanti (i due rami del Canale Fano) e della Serra di Spigolizzi.

    Fig. 9 – Pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino P. de Lorentiis di Maglie (Lecce).

    Ricorda Antonio che in quell’unica occasione, assieme al fratello Francesco, scorse sia il pozzetto che il cunicolo che si aprono nel primo ambiente; ha inoltre bene in mente la presenza di “qualche graffito rappresentante una croce greca, che fa dubitare della esistenza «in loco», di un vecchio tempio” (fig. 10).

    Fig. 10 – Croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo di Grotta delle Fate verso NO.

    Antonio, durante la sua esperienza nel territorio di Salve, frequentò e fece amicizia con la cosiddetta “colonia” di stranieri, ossia con tutti quegli artisti, scrittori, studiosi o in genere personalità di grande cultura che qui si sono trasferite a partire dagli anni ’70, dando lustro al nostro territorio. Fra queste mi cita in particolare Gerhard (detto Gerardo) Cerull, artista originario della Baviera (Germania), che incontrava nei pressi della Masseria Fano, dove alloggiava in una struttura rurale. Ma è stato anche un assiduo frequentatore di Masseria Spigolizzi e non poteva essere altrimenti, considerando la grande passione che nutriva la scrittrice Patience Gray per l’archeologia.

    Terminata la nostra chiacchierata, immortalo i due coniugi Piccinno nei pressi del loro giardino. La signora Maria Concetta, che più volte è intervenuta durante la stessa, è ritrosa a mettersi in posa. Ma io insisto e riesco a raggiungere il mio obiettivo.

    Durante i km che mi separano da casa, percorsi a bordo del mio scooter, passo in rassegna tutti i momenti vissuti con Antonio. Penso alla velocità con cui il tempo scivola via e soprattutto a quando io, giovanissimo studente universitario, varcai per la prima volta e con il cuore in gola l’uscio del laboratorio di Paletnologia, dove lui prestava servizio.

    Rapito da questi pensieri ed attraversato da un brivido di malinconia, in men che non si dica sono colpito da un familiare e rassicurante segnale stradale rettangolare, che recita: “Benvenuti a Salve”. Così, dolcemente, sono riportato nella mia quotidiana realtà.

    BIBLIOGRAFIA

    Febbraro N., Ricognizioni di interesse paletnologico sul territorio di Salve, Tesi di laurea in paletnologia (relatrice: Prof.ssa Elettra Ingravallo), Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011.

    Febbraro N., Storie e racconti di visitatori occasionali in Grotta delle Fate in Febbraro N. e Piccinni M. (a cura di) Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve), Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2018, pp. 224-228.

    Graziosi P., Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Firenze 2002.

    Piccinno A., La Grotta delle Fate. Un patrimonio ipogeo da recuperare e valorizzare (Itinerari speleologici), in Annu Novu, Salve Vecchiu (IV edizione), Melissano (Le) 1990, pp. 21-27.

    Carlo Stasi, Gerhard Cerull, un “salentino per caso“, Nuovo Quotid. di Puglia 31.5.2015, pag. 39.

    [1] All’epoca svolgeva la libera professione di geometra. Nel 1972, poi, vinse il concorso che lo fece diventare un tecnico in ambito universitario. Esercitò questo ruolo dapprima presso la facoltà di Lettere e Filosofia e in seguito presso quella di Conservazione dei Beni Culturali, cattedra di Paletonologia.

  • L’Ape. Un insetto prezioso tra storia, cultura, patrimonio culturale ed archeologia

    L’Ape. Un insetto prezioso tra storia, cultura, patrimonio culturale ed archeologia

    Un’ora sola ti vorrei. Incontri in biblioteca.

    Sabato 17 gennaio, alle ore 18.00, al primo piano di Palazzo Strafella a Morciano di Leuca si terrà un appuntamento dedicato a chi ama la natura, la biodiversità, il paesaggio e l’archeologia, e a chi si impegna nella conoscenza e nella tutela di questi temi.

    Ospite principale dell’incontro sarà l’archeologo Guven Gümgüm, che nei suoi studi ha posto l’attenzione su un piccolo ma fondamentale insetto: l’ape, unendo la ricerca storico-archeologica a una profonda sensibilità per ecologia e ambiente.

    Il dott. Gümgüm sta conducendo uno studio sugli apiari antichi nel mondo mediterraneo. Arrivato in Italia con un assegno di ricerca finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, ha completato la sua specializzazione presso l’Università del Salento

    Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca e a campagne di scavo archeologico in Italia e a Dublino e in Turchia ha insegnato presso l’Università di Uludağ, collaborando con diversi team di ricerca in Anatolia.

    Durante l’incontro conosceremo anche l’Associazione A.Di.P.A. (Associazione diffusione piante amatori) attraverso le dott.sse Maria Luisa Quintabà, responsabile della Sezione Puglia, e Lucia Gagliardi, agronoma e referente del progetto Apiflora Salento.

    I saluti istituzionali saranno affidati al Sindaco di Morciano, Lorenzo Ricchiuti, e Diego Coppola – Consigliere delegato all’Ambiente.

    Un grande spazio anche agli apicultori del territorio, che racconteranno le proprie esperienze e produzioni.

    Evento organizzato e coordinato dall’Associazione culturale Archès, in collaborazione con il Comune di Morciano di Leuca.

  • Salve: Una storia millenaria

    Salve: Una storia millenaria

    L’Associazione culturale Archès, con competenze archeologiche, storiche, artistiche e antropologiche, vi condurrà alla scoperta dei borghi più belli e autentici del Salento e dei colori, profumi, visioni e saperi del paesaggio rurale del Salento.

    mercoledì  6, 13, 20, 27 agosto 2025

    ore 16.30 – Salve: Una storia millenaria

    Le tracce dell’uomo nel territorio di Salve sono molto antiche e numerose. Il suo paesaggio è rigoglioso di vegetazione con uliveti e canneti alimentati da un ruscello d’acqua perenne. Nel corso dell’escursione visiteremo testimonianze diverse e affascinanti raccontate dai nostri archeologi, tra cui una grotta preistorica frequentata 70.000 anni fa, un tumulo funerario, dei monumenti della civiltà contadina. Info e prenotazione obbligatoria: 340-5897632.

    Prenotazione entro le 12 del giorno stesso dell’escursione

  • Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Nel corso dell’incontro l’archeologo Riccardo De Donno racconterà i diversi aspetti della storia del vino nel Salento messapico, grazie allo studio delle fonti storiche ed archeologiche. Sarà analizzato il ruolo del vino all’interno delle comunità messapiche ed il suo utilizzo non solo come bevanda quotidiana, ma anche come elemento centrale delle cerimonie religiose e sociali. Saranno esaminati gli sviluppi delle tecniche agricole, di estrazione del mosto e di fermentazione. L’archeologo infine prenderà in esame i vari impianti di estrazione del mosto di età messapica, ponendo particolare interesse allo studio dei palmenti rupestri, utilizzati sia per la pigiatura che per la spremitura dell’uva.

    L’incontro sarà introdotto dal prof. Francesco Meo, docente di Archeologia presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, direttore scientifico delle campagne di scavo archeologico nel sito messapico di Muro Leccese e del locale museo (Museo Diffuso di Borgo Terra). Modera Marco Cavalera dell’Associazione Archès.

    A seguire è previsto un intrattenimento musicale ad opera del gruppo di musica Blues e rock n roll “Makàri”.

    Evento su prenotazione, presso l’enoteca Melacotogna di Salve (via Persico n. 31), al numero 329.9734812 (degustazione con aperitivo 15 € a persona).

  • Le grotte preistoriche del territorio costiero del Capo di Leuca – vecchi studi e nuove prospettive di ricerca

    Le grotte preistoriche del territorio costiero del Capo di Leuca – vecchi studi e nuove prospettive di ricerca

    Venerdì 19 luglio, ore 19, presso Palazzo Strafella – Morciano di Leuca.

    A sud-est d’Italia, nell’estremo lembo di Terra che viene definito Capo di Leuca, si annidano luoghi magici che nascondono scorci incantati.

    Si tratta di tesori di inestimabile valore, sotto il profilo storico-naturalistico, e le loro peculiarità li hanno resi oggetto di superstizioni e di culti primordiali. Inaccessibili dalla terraferma, si possono raggiungere per lo più attraverso una navigazione sottocosta.

    Numerose sono le grotte che ci raccontano una storia antica. La presenza dell’uomo che le ha frequentate risale al Paleolitico medio e superiore (130000/10000 anni fa), quando prima l’Homo di Neanderthal e dopo l’ Homo Sapiens le hanno occupate dedicandosi alla caccia e alla raccolta di frutti spontanei. Il paesaggio era profondamente diverso. Dobbiamo immaginare infatti che, a causa delle oscillazioni climatiche, in questo periodo, molto freddo, le grotte non erano in riva al mare, ma nell’entroterra. Quindi avremmo visto la distesa d’acqua non nella sua posizione attuale ma “spostata” di diversi chilometri verso ovest. Anche la flora e la fauna apparivano molto diverse dall’attuale, con orsi, pinguini, mammuth.

    L’incontro pone l’obiettivo di accendere i riflettori dedicato agli aspetti storici, botanici ed antropologici, tra indagini passate, studi in corso ed eventuali frontiere di fruizione 4.0, con la finalità di diffondere la sua conoscenza ad un più ampio pubblico di fruitori.

    Ai relatori verrà chiesto di illustrare l’importanza archeologica, geologica, antropologica, botanica dei siti chiedendo loro di avanzare delle ipotesi di nuove indagini sulle cavità preistoriche, con un focus sulle attività già in atto di valorizzazione del sito e quelle future.

    PROGRAMMA:

    Piero Medagli, “La flora rupestre del territorio di Leuca”.

    Stefano Margiotta, “La costa e le grotte del Capo di Leuca: splendidi testimoni dell’evoluzione geologico del territorio”.

    Nicola Febbraro, “Riti, scambi e commerci lungo il territorio costiero del Capo di Leuca”.

    Alessio Stefàno, “Hic sunt dragones. Le leggende delle grotte del Diavolo e dei Giganti”.

    Luigi B. Nuzzo, “Dal buio della caverna alla fruizione AR e VR”.

    Modera l’incontro: Marco Cavalera

    Saluti introduttivi: dott. Lorenzo Ricchiuti sindaco di Morciano di Leuca

    Avv. Ombretta Renzo consigliera delegata alla Cultura

  • Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI NEI PRIMI 20 ANNI DI ATTIVITA’ A SALVE. DALLE PRIME RICERCHE ARCHEOLOGICHE ALLE PROPOSTE DI VISITE GUIDATE SUL TERRITORIO. 

    Sabato 30 dicembre 2023

    L’Associazione Archès, in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Salve, organizza un incontro focalizzato sulla valorizzazione e promozione del patrimonio storico, archeologico e paesaggistico del territorio, presentando un resoconto dell’attività ventennale dell’Associazione che qui ha percorso i primi passi all’alba del nuovo millennio e che è culminata, nel 2011, con la pubblicazione del volume “Archeologia del Salento”, oggi giunto alla seconda ristampa.

    Il programma prevede una visita guidata gratuita che parte dall’area archeologica dei tumuli funerari e si conclude a Grotta Montani, una cavità scoperta dai fratelli Piccinno ed indagata nel 1973 dai compianti archeologi Giuliano Cremonesi ed Elettra Ingravallo, dove sono state portate alla luce tracce della presenza nel sito dell’Uomo di Neanderthal, risalenti a 70000 anni fa.

    La seconda parte si svolgerà, invece, nella saletta di Palazzo Ramirez, palazzo storico di recente acquisito dal comune di Salve, in cui si relazionerà sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro, con interventi di Nicola Febbraro “Vent’anni di ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve“, di Marco Cavalera “Esperienze di Turismo culturale ecosostenibile a Salve e nel Capo di Leuca” e di B. Luigi Nuzzo “Innovazione e transizione digitale del patrimonio culturale. Creazione di nuovi prodotti creativi per lo storytelling”.

    Introdurranno l’incontro il Sindaco di Salve, Avv. Francesco Villanova, l’Assessore all’Ambiente e al Turismo, Ing. Francesco De Giorgi, e la Responsabile Ufficio Promozione e Conservazione dei Beni Culturali, dott.ssa Caterina Stasi.

    Programma di sabato 23 dicembre 2023:

    ore 14.30 – visita guidata all’area archeologica dei tumuli e a Grotta Montani (escursione gratuita con prenotazione obbligatoria contattando il numero 340.5807632).

    Ore 17.00 – ritorno a Salve, a Palazzo Ramirez, visita a Metessi. Piccolo museo sulla tessitura artigianale salentina.

    Ore 17.30 – incontro culturale sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, presso Palazzo Ramirez.

    Il convegno è stato realizzato grazie al contributo concesso dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali. 

  • I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    Elefanti o alberi? Guardando questa foto, che abbiamo scattato l’anno scorso e che ha fatto il giro del web e di diverse testate, è difficile dare una risposta. Ciò che ci viene da pensare, però, è che “nulla è più certo del cambiamento”: il territorio e il paesaggio sono in continua evoluzione, e la natura sta facendo il proprio corso.


    L’ulivo, oramai secco e privo della sua chioma argentea, offre sostegno alle branchie vigorose ed invadenti dell’ipomea indica, che a sua volta, rivestendolo, sembra volergli restituire una nuova chioma verde.


    Domenica 30 ottobre, dopo un mese di pausa, riprenderemo il cammino tra questi “elefanti-alberi”, in una vegetazione rigogliosa che per secoli è convissuta con le attività umane: fornaci romane, paiàre, liame, insediamenti di messapica memoria.

    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2023.

    L’escursione verrà effettuata con guide abilitate ai sensi della L.R. 9/2016.

    E’ previsto un contributo di partecipazione.

  • L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    di Marco Cavalera

    Ricerche e scavi

    Le valenze archeologiche di Torre S. Gregorio sono note grazie alle indagini condotte nell’estate del 1971 da Cosimo Pagliara; in quell’occasione furono eseguiti, da un gruppo di sommozzatori che collaborava con la missione britannica di P. Throckmorton, la prospezione subacquea ed il recupero di materiale giacente sui fondali dell’insenatura.

    Baia di San Gregorio vista da Sud. 

    Più recentemente sono state effettuate ricognizioni e rilievi a  mare e a terra nel corso del programma di ricerca del Prog. Strat. C.N.R. – Università di Lecce 251100 – Unità Operativa 2 e dell’insegnamento di Archeologia Subacquea dell’Università di Lecce.

    Baia di San Gregorio vista da Nord. 

    L’antico approdo di Vereto

    Il suo centro interno di riferimento era Vereto, intorno al quale erano piuttosto diffusi gli insediamenti rustici in età romana[1]. L’antica Veretum era collegata al suo porto attraverso l’attuale via vicinale di Volito[2].

      Via vicinale di Volito.

    La baia era ben protetta dai venti dei quadranti settentrionali, orientali e meridionali e fornita di sorgenti. La presenza di queste ultime fu certamente un elemento che ha condizionato la scelta del luogo dove impiantare la struttura portuale. Lo storico locale Tasselli – alla fine del ‘600 – a proposito delle sorgenti di acqua dolce di Torre S. Gregorio, scriveva: “da un Canale trà le Torri di San Gregorio, e del Martello (Torre Marchiello), un’acqua la migliore di tutte somministrata à tutti da un Pozzo, che i Paesani dicono di Olito”[3].

    Pozzo di Volito. 

    Le evidenze sommerse

    I fondali dell’insenatura di Torre S. Gregorio presentano numerose ed interessanti evidenze archeologiche, la più importante delle quali è l’opera frangiflutti posta perpendicolarmente al fianco meridionale dell’insenatura, all’imboccatura della baia (orientata in direzione SE-NO). Si tratta di una costruzione a “pietre perse” che aveva la funzione di proteggere il bacino dai venti meridionali[4].

    Attualmente si presenta come un aggere con profilo interno a scarpa, costituito da pietrame proveniente forse da una cava locale, delle seguenti dimensioni: 50 metri larghezza, 80 metri lunghezza. Il fianco esterno risulta molto intaccato dall’azione dei marosi, mentre quello interno è meglio conservato e mantiene un notevole grado di inclinazione.

    In alcuni tratti la sua altezza, dal piano di posa, è di due metri, mentre la cresta si trova mediamente a 2,30 metri di profondità. Se si considera che il dorso della struttura doveva affiorare (se non emergere), tenendo conto dell’azione del mare che ha spazzato la sua parte sommitale, si può ipotizzare un innalzamento del livello del mare pari a 1,50 – 2 metri[5].

    La grande opera antemuraria di Torre S. Gregorio presenta uno stretto parallelo morfologico con quella coeva di Saturo (Taranto).

    Per quanto riguarda la sua datazione, la presenza di frammenti fittili di età ellenistica e/o tardorepubblicana tra il pietrame e sulla superficie dell’antemurale suggerisce una contemporaneità con le evidenze a terra.

    Le evidenze a terra

    Le vestigia archeologiche sono visibili alla base del ripido pendio che porta all’insenatura. Si tratta di due tratti di fondazioni o camminamenti di servizio all’approdo, entrambi in blocchi di carparo.

    Il primo è ubicato sul declivio, perpendicolarmente alla linea di costa, lungo il costone meridionale del canalone che continua sotto il livello del mare.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (primo allineamento).

    Il secondo allineamento è parallelo alla linea di costa. Il tratto conservatosi è costituito da cinque conci su due filari non uniformi. Circa sei metri più a sud-ovest si nota il “negativo” di un blocco cavato o asportato, e un altro blocco isolato, disposto di taglio e con lo stesso orientamento del tratto descritto. Potrebbe trattarsi dei resti smembrati di un allineamento molto più consistente, che fiancheggiava la riva meridionale dell’insenatura seguendo un percorso più o meno rettilineo a quota 2,5 metri s.l.m.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (secondo allineamento).

    Le strutture di servizio per l’approdo sono state datate al II sec. a.C. grazie al rinvenimento, sotto i blocchi di fondazione, di alcune monete della zecca di Durazzo coniate tra il 238 e il 168 a.C.

    Questo ritrovamento non è casuale. Infatti, dopo la conclusione della seconda guerra punica ed il declino definitivo di Taranto, Brindisi avrà la leadership economica del Salento. I contatti tra le due sponde dell’Adriatico si fanno ben più intensi, specie tra gli importanti terminali di Brindisi e Durazzo. Vengono, in questa fase, ad usufruire dell’incremento di traffici e scambi anche i centri minori, sia dell’Epiro che del Salento (ad esempio Torre S. Gregorio), che dispongono di scali e possono così assorbire parte del movimento di merci e persone.

    Procedendo verso ovest, cioè verso la punta del promontorio, si incontra un pozzo di acqua dolce, mentre una sorgente si trova presso la riva.

    Pozzo di acqua dolce. 

    Immediatamente alle spalle della baia (nella parte alta del promontorio), in località Fangara, era ubicata una cisterna-deposito di forma rettangolare – scavata nel banco di roccia – che presentava una ripida scala che conduceva al fondo unitamente a tracce di intonaco grossolano sulle pareti[6]. Tra il materiale di riempimento vi erano dei frammenti di anfore, alcuni dei quali bollati.

    Le rotte

    La baia dovette essere frequentata, a partire dall’età messapica, da navi che percorrevano la rotta Grecia-Italia attraverso Corcira, il basso Adriatico e il Capo Iapigio. Il piccolo porto messapico subì delle profonde trasformazioni in età tardorepubblicana, quando furono realizzate le strutture di servizio per l’approdo.

    Note

    [1] Vereto, secondo Pagliara, aveva in età storica due porti: Torre S. Gregorio sarebbe stato lo scalo vero e proprio, a carattere mercantile, mentre Leuca era piuttosto “luogo di sosta per natanti impegnati su rotte che avevano termine in porti lontani, sicchè la loro presenza può essere valutata come testimoniante consuetudini cultuali proprie di naviganti” e si configura come “santuario emporico” (luogo indigeno frequentato da Greci) ossia approdo connesso a luoghi di culto  (Daquino 1991; Auriemma 2003, p. 142; Auriemma 2004, p. 275).

    [2] Lungo questa strada, nella proprietà di M.A. Pedone (f.° 7 part. 16) sono venute alla luce “resti di interesse archeologico”: Archivio Soprintendenza Archeologica della Puglia – Corrente – b. Patù 1992 (Auriemma 2004, p. 286).

    [3] Tasselli 1859. Ancora oggi da questo pozzo, denominato Volito, sgorga acqua dolce alla profondità di 5 metri (Daquino 1991).

    [4] Pagliara, nel 1971, ha condotto alcune indagini sulla struttura in oggetto, a conclusione delle quali ha scritto: “l’elemento più notevole sott’acqua è il vestigio di un molo flangiflutti, ottenuto, a quel che è dato vedere, con l’accumulo di pietrame della zona per una gettata di mt. 70 a partire dalla riva. Il moto ondoso ha abbattuto completamente le parti emergenti in antico, sicchè oggi il molo si presenta come una secca piuttosto pericolosa per chi intenda entrare nella cala doppiando il capo da SE” (Pagliara 1969-71, p. 129).

    [5] Auriemma 2003, pp. 136; Auriemma 2004, pp. 279-280.

    [6] Don Vincenzo Rosafio aveva fornito le misure in metri della struttura: profondità 3,50, lunghezza 4, larghezza 3. Vi erano inoltre sette blocchi monolitici di copertura (Rosafio 1968).

    Bibliografia:

    Archeoclub D’Italia. Sede Vereto, Itinerario storico-archeologico tra Giuliano e Patù. Guida fotografica, Galatina (Le), 2002.

    Auriemma R., Archeologia della costa salentina: l’approdo di Torre S. Gregorio, in Studi d’Antichità, XI, pp. 127-148, Martina Franca (Ta), 2003.

    Auriemma R., Salentum a Salo. Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento (Volume primo), pp. 278-286, Galatina (Le), 2004.

    Cavalera M., Tesi di Laurea Specialistica in Archeologia “Archeologia del Paesaggio costiero tra Lido Marini (Ugento) e Torre S. Gregorio (Patù)”, relatrice prof.ssa Rita Auriemma, Anno Accademico 2007-2008.

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010.

    D’Andria F.,  L’esplorazione archeologica, in Leuca, p. 47, Galatina (Le), 1978.

    Larva L., Messapia. Terra tra due Mari, p. 273, Galatina (Le), 2010.

    Pagliara C., Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, in Annali Università di Lecce, 5, pp. 121-136, Lecce, 1969-71.

    Sammarco M., Vereto: appunti di topografia, in Ciardo M., Torsello S. (a cura di), Studi in onore di Antonio Michele Ferraro, pp. 53-65, Tricase (Le), 2008.

    Per approfondimenti:

    https://www.associazionearches.it/le-dinamiche-insediative-del-salento-meridionale-in-eta-romana/

    https://www.associazionearches.it/acqua-dalle-rocce-il-canale-volito-patu/

    https://www.associazionearches.it/vereto-antica-citta-messapica-tra-le-pietre-e-gli-ulivi-dellomonima-serra/

     

  • Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    “Smarrimenti” è il titolo della rassegna dell’Associazione Archès APS che vede quest’anno la sua seconda edizione. Realizzata con il sostegno del Programma straordinario in materia di cultura e spettacolo 2020 della Regione Puglia, gli “smarrimenti” sono in realtà delle “erranze culturali” tra temi e luoghi diversi del Salento.

    Il terzo incontro della rassegna “Lungo il mio andare. Relazioni, racconti e cronache dei pellegrini del Mediterraneo” è previsto a Ruggiano, nel Santuario di Santa Marina, crocevia di incontri e pellegrinaggi.

    Sabato 20 novembre Marco Leo Imperiale ci condurrà alle “origini del culto di Santa Marina a Ruggiano, tra archeologia e devozione”. Archeologo medievista, dottore di ricerca in “Storia dei centri, delle vie e della cultura dei pellegrinaggi nel Medioevo euromediterraneo”, cultore della materia e membro della commissione di esame della cattedra di Archeologia Medievale (Università del Salento), nel 2008 ha condotto gli scavi archeologici all’interno del santuario che hanno permesso di ripercorrere le vicende costruttive dell’edificio di culto dal Medioevo in poi. Sarà l’occasione, quindi, per conoscere le evidenze archeologiche emerse e mettere in risalto l’importanza avuta in passato dal santuario di Santa Marina, ma con uno sguardo al presente e al futuro.

    L’incontro inizierà alle ore 19, sarà introdotto dagli interventi del sindaco di Salve Francesco Villanova e del parroco di Ruggiano don Luigi Stendardo e si svolgerà nel rispetto della normativa anti Covid vigente.

  • Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Domenica 14 novembre, alle ore 9, andremo alla scoperta di uno dei territori più interessanti del Salento, dal punto di vista paesaggistico, archeologico e storico-culturale.

    Il paesaggio rurale di Salve, infatti, offre al visitatore uno spettacolo di inimmaginabile bellezza. Il Canale Fano, delimitato dalla dolce collina nota come Serra di Spigolizzi, si sviluppa lungo due rami paralleli che si approfondiscono di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, conosciuto come Canale Fano, si congiunge con il ramo orientale, denominato Tariano, nei pressi della mitica Grotta delle Fate. Si tratta di uno scorcio idilliaco, dalle molteplici peculiarità archeologiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche.
    Il percorso si snoda dal Canale Tariano – tra preistorici ripari, fornaci d’età romana, i ruderi di un antico frantoio, pajare, ulivi secolari e canneti – al limitrofo Canale Fano, con il suo ruscello alimentato da sorgenti, la sua grotta italo/greca affrescata, dove negli ultimi anni la natura ha preso il sopravvento e ha creato scenari inimmaginabili e meravigliosi.
    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2022.
    L’escursione si svolgerà nel rispetto delle normative anti-covid 19.