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  • CANTI POPOLARI DI MORCIANO IN UNA RACCOLTA DI FINE OTTOCENTO

    CANTI POPOLARI DI MORCIANO IN UNA RACCOLTA DI FINE OTTOCENTO

    di Alessio Stefàno

    Tra il 1871 e il 1872 Antonio Casetti e Vittorio Imbriani pubblicano l’importante opera, in due volumi, “Canti popolari delle provincie meridionali” (Roma-Torino-Firenze, Ermanno Loescher), contenuta all’interno della collana “Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di D. Comparetti ed A. D’Ancona”.

    Su Antonio Casetti, professore e funzionario ministeriale salentino, si hanno notizie relativamente scarne. Sappiamo che nacque a Lecce il 30 marzo 1840. Dopo il conseguimento della laurea presso l’università di Napoli, si trasferì a Milano, dove tenne cicli di lezioni propedeutiche all’insegnamento dell’italiano nell’Accademia scientifico letteraria. Nel 1872 si trasferì a Roma, dove fu assegnato al liceo ginnasio “Visconti”. Nel 1874, fu nominato direttore dell’appena costituito “Museo d’istruzione” e poco dopo, già affetto dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte l’anno successivo, ottenne il trasferimento a Lecce come provveditore di quella provincia (cfr. L. MONTEVECCHI-M. RAICICH 1995, pp. 30 e passim.).

    Se poco si sa di Antonio Casetti, assai più cospicue sono le notizie biografiche su Vittorio Imbriani. Vittorio Ugo Imbriani (nome che tradisce la passione del padre per Victor Hugo) nacque a Napoli il 27 ottobre 1840. Nel 1849 la reazione borbonica costrinse il padre, già ministro dell’istruzione nel governo Troya, a fuggire a Genova portando con sé Vittorio. Ricongiuntisi l’anno seguente con il resto della famiglia, nel 1853 si trasferirono a Nizza, poi, l’anno successivo, a Torino. Vittorio ottenne poi dal padre di raggiungere a Zurigo, nel 1858, Francesco De Sanctis, di cui seguì i corsi universitari.1 Dopo gli studi universitari a Berlino ed un soggiorno a Parigi, durante il quale si affiliò alla massoneria, al ritorno nella patria ormai unificata ebbe inizio il suo faticoso processo di partecipazione alla vita accademica, culturale e politica della nuova Nazione, seguendo la strada comune a molti altri intellettuali del tempo, sulle orme del suo maestro, De Sanctis. Gli anni dal 1866 alla morte furono «fittissimi di scritture e di imprese appassionate e ricche d’ingegno: circa cinquanta lavori a stampa, continuata mobilitazione di collaboratori e collaboratrici, una mole documentaria imponente, e nell’epistolario decine di lettere spesso corpose come saggi» (cfr. A.M. Cirese 1990, p. 165). In questa mole di studi ed edizioni spiccano proprio i Canti popolari delle provincie meridionali.2

    VITTORIO IMBRIANI - fondazione Vittorio Imbriani Vittorio Imbriani (da: https://fondazionevittorioimbriani.jimdofree.com/appunti/biografie/).

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    Francesco De Sanctis (da: wikipedia).

    All’interno della pubblicazione, i canti sono suddivisi per luoghi e numerati progressivamente, in ordine alfabetico, attraverso numeri romani (I, II, ecc.); numerosi altri canti sono poi riportati nelle cospicue note e sparsi qua e là nel testo. Il tutto costituisce un’opera piuttosto lunga, complessa ed articolata, la cui impalcatura di base è sì costituita dall’articolazione dei vari canti presentati per luoghi, ma allo stesso tempo apre alla ricerca di confronti tra i diversi luoghi della neonata Nazione ed alla ricorrenza di peculiari tematiche nell’ambito della narrazione popolare.

    Nell’ottica positivista e nazionalista che ha portato alla stesura della raccolta di Casetti e Imbriani, «questi depositi della memoria non vengono considerati per la loro reale qualità comunicativa e attiva […] ma per tutti quegli elementi – definiti spontanei o naturali – che sgorgano, per così dire, da un fondo condiviso». In buona sostanza, dopo aver portato a compimento il processo politico dell’Unità, occorreva giustificare l’esistenza di una realtà culturale nazionale; bisognava, insomma, «giocare con le tessere residue di un puzzle scomposto e disperso nei secoli trascorsi» (cfr. E. Imbriani 2012, p. 148). Il conseguimento dell’unità nazionale lasciava infatti irrisolta la questione dell’unità culturale del paese: occorreva «cucire un tessuto costituito da parti molto differenti e distanti tra loro e lacerate e complicate al loro interno; fare gli italiani si presentava come una impresa di lunghissima durata ed estremamente difficoltosa» (Ivi, pp. 149-150).

    È in quest’ottica che occorre leggere l’imponente lavoro dei due studiosi sui canti popolari. Per gli eruditi dell’Ottocento, fiabe, proverbi, danze, canti, e tutte le manifestazioni della “cultura popolare” erano da leggersi quali testimonianze della continuità nel tempo della cultura di un gruppo, ed in essi era lecito supporre e rintracciare i fondamenti stessi di una nazione. Ciò rispondeva ad una necessità: quella di costruirsi un passato comune. In Italia, come avveniva negli altri paesi europei, il folklore forniva il proprio contributo a questa esigenza e, contemporaneamente, era chiamato a segnalare la molteplicità culturale esistente nel nuovo regno unitario (Ivi, p. 153).

    Tornando ai canti raccolti, per quel che riguarda il Salento meridionale (allora facente parte della Provincia di Terra d’Otranto), nel Volume I sono riportati i canti di Calimera (in numero di 7) e Nardò (38); sono, inoltre, presenti, nelle cospicue note, ulteriori canti raccolti in diversi altri paesi del Salento (ad es, Arnesano, Cerfignano, Cutrofiano, Galatina…). Nel Volume II, sono raccolti i canti di Monteroni (10), Carpignano Salentino (15), San Donato (7), Martano (14), Lecce e Cavallino (39); anche qui, sono presenti, sparsi nel testo e nelle note, altri canti raccolti in diversi borghi salentini. Nello stesso volume sono raccolti anche quelli di Morciano, in numero di 15.

    All’alba dell’Unità Nazionale, Morciano è un piccolo comune del Capo di Leuca (Mandamento di Gagliano del Capo, Circondario di Gallipoli, Provincia di Terra d’Otranto) di appena 1.045 abitanti (cfr. Dizionario dei comuni del regno d’Italia ecc., 1863, p. 63); nel 1871 – data più prossima alla ricerca di Casetti e Imbriani – il piccolo centro si è addirittura leggermente spopolato, contando un numero totale di 1036 abitanti (v. F. GIUGNI 1871, p. 374).

    Come si spiega allora l’interesse di studiosi dal calibro nazionale e internazionale per un piccolo paese del Capo di Leuca?3 Una chiave di lettura ci viene offerta dallo stesso Imbriani. Nella premessa al primo volume, infatti, lo stesso studioso si premura di avvertire il lettore che «i canti non sono stati raccolti tutti dal Casetti e da me», spiegando come quelli di Lecce e Cavallino, così come una parte di quelli di Morciano, siano in realtà stati raccolti da Sigismondo Castromediano, «Duca di Caballino», cui si devono anche quelli di Calimera e di Spongano (A Casetti-V. Imbriani 1871, v.I, p. VIII). L’interesse dei due studiosi per il piccolo borgo di Morciano si giustifica, dunque, con l’intervento in prima persona di un illustre studioso salentino, col quale i due studiosi erano in contatto, per di più legato familiarmente alla storia di questo luogo. Sigismondo Castromediano, infatti, conservava il titolo di Duca di Cavallino e di Morciano, ereditato dal padre Domenico.4

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    Sigismondo Castromediano (da: wikipedia).

    L’interesse del “Duca di Caballino” per i canti popolari del Salento, trova piena giustificazione nella sua attività di patriota e nella sua spiccata sensibilità di studioso verso i beni culturali del Salento, che si manifesta anche attraverso un precocissimo interesse di ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari. Il Castromediano, infatti, fu uno dei primi intellettuali salentini (accanto a Luigi Giuseppe De Simone), a porsi in maniera “moderna” il problema della raccolta e documentazione di canti popolari, all’interno di un più ampio e complesso progetto di politica culturale (cfr. S. TORSELLO 2013). In un breve articolo scritto in risposta all’appello di Antonio Casetti e Vittorio Imbriani per la raccolta di canti popolari pubblicato sul giornale napoletano “La Patria”, Sigismondo Castromediano non solo si pone come interlocutore privilegiato dei giovani studiosi, ripromettendosi di aiutarli nella loro meritoria attività, ma pubblica i testi di due canti da egli stesso raccolti, che di fatto costituiscono una delle prime fonti documentarie sulla musica popolare salentina: Quannu te llai la facce, famoso canto reso celebre anche dall’interpretazione del tenore leccese Tito Schipa, ed un lamento funebre, noto in più versioni presso vari luoghi del Salento (Ivi).

    Tornando all’oggetto del presente contributo, prima di soffermarci su alcuni dei canti documentati per Morciano, è utile riportare e sottolineare un avvertimento degli stessi autori: «Parecchi de’ dialetti ai quali appartengono i rispetti, gli stornelli, le ninne-nanne, le canzonette infantili, gl’indovinelli, ecc., contenuti in questo saggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali, non vennero mai scritti, che noi si sappia. Abbiam quindi spesso dovuto crearne l’ortografia» (A. CASETTI-V. IMBRIANI 1871, I, p. V). Si comprenderà, dunque, perché alcuni termini ed espressioni potranno apparire al lettore inusuali rispetto al dialetto tipico di Morciano e dell’area del Capo di Leuca.

    Castello di Morciano di Leuca.

    Il capitolo dedicato a Morciano inizia con il seguente canto, contrassegnato dal numero I:

    Ahi quante pene pate ‘n omu zitu?

    Massimamente quandu è ‘nnamuratu!

    De la ‘ ucca lu perde l’appetitu,

    Perde lu sentimentu de la capu;

    E de la facce lu so’culuritu,

    ‘Ddenta comu de serpe ‘mbelenatu;

    Cussi cinca ‘ide mmie, poveru zitu,

    Pe’ ‘na figghia de mamma su’ dannatu.

    Il canto descrive il trasporto amoroso di cui è vittima un uomo, follemente innamorato di una donna, la quale provoca nello stesso un totale ottundimento dei sensi e la totale perdita del senno. La tematica del canto è, dunque, quella amorosa, cifra distintiva di buona parte dei canti raccolti nel piccolo borgo del Capo. Sulla stessa linea, infatti, si prosegue col canto II, che gli autori riscontrano, con poche variazioni nel testo, anche a Lecce e Cavallino:

    Bianca palumba ci hai le bianche pinne,

    Sia benedetta l’ura ci t’amai!

    Lu latte ci lattai de le toi minne,

    ‘Mmucca lu tegnu e nu ‘lu scurru mai.

    Arveru de ulia ci mitte fronda,

    La toa bellezza nu ‘fenisce mai:

    Mme pari comu nave ‘mmienzu l’onda,

    Quantu cchiù crisci, cchiù beddha te fai.

    Interessante è il canto contrassegnato dal numero X:

    La tùrtura ci perse la cumpagna,

    Nu’ sse ‘ mmasuna cchiù sou verde locu.

    Ma sse nde vola subra alla muntagna,

    Suspiri mina e lagreme de focu.

    Oh quantu lu mmiu core sse travaglia,

    Mo ‘ ci lu bene mmiu mutau de locu!

    Come evidenziato dagli stessi autori, il canto trova confronti molto evidenti con uno molto simile diffuso, in diverse varianti, nell’area toscana:

    La tortora che ha perso la compagna

    Dice che non la sa più ritrovare;

    e se trova dell’acqua lei si bagna,

    e se l’è chiara la fa intorbidare;

    E poi con l’ale si batte nel petto,

    e va dicendo: Amor sia maledetto!

    E poi con l’ale si batte nel core,

    e va dicendo: Maledetto sia l’amore!

    Casetti e Imbriani propongono per questo canto una genesi letteraria, rintracciandone l’origine in «un sonettuccio di Baldassarre Olimpio dagli Alessandri da Sassoferrato, mediocrissimo poetucolo del cinquecento» (A. CASETTI-V. IMBRIANI 1872, v.II, pp. 288-289). Essi si riferiscono a Caio Baldassarre Olimpo Alessandri da Sassoferrato (noto anche come Olimpo da Sassoferrato), poeta marchigiano nato alla fine del Quattrocento e attivo nella prima metà del Cinquecento. Membro dell’Ordine dei minori conventuali, fine studioso e lettore di Aristotele, Olimpo compose numerosi versi d’amore con lo scopo di ricreare la mente affaticata dagli studi filosofici. È certo che passò quasi ininterrottamente di città in città a predicare, ma pochissimo si sa della sua vita. Alla sua predicazione e, più genericamente, alla sua condizione di religioso, sono dovuti i Sermoni e i Prohemii, che apparvero a Perugia, i primi nel 1519, i secondi nel 1522. Contemporaneamente, e anzi già prima di queste due opere, cominciarono a diffondersi i libretti di rime amorose, che talora egli stesso cantava accompagnandosi col liuto, o componeva ad istanza di amici, e che costituiscono la parte predominante e più significativa della sua produzione letteraria. Nelle sue opere ricorrono frequentemente motivi cari alla tradizione poetica popolare, e spesso esse rispecchiano con immediatezza costumi e momenti di vita popolare marchigiana. Il brano citato dagli studiosi appartenne senza dubbio ad una di queste raccolte, anche se non ci è stato possibile verificare, almeno per il momento, a quale.5 Da un punto di vista letterario tutta la sua produzione risente dell’influsso petrarchesco, ma non è priva talvolta di un tono personale. Anzi, insieme ai moduli tradizionali si incontrano componimenti di rara freschezza ed eleganza, come la famosa Frottola alla pastorella del “Linguaccio”, che ebbe molta fortuna, e da cui hanno avuto inizio i moderni studi su questo poeta, come si può notare ancora osteggiato e relegato nell’ambito dei poeti minori nella critica e dagli studiosi dell’Ottocento.6

    Qual che sia, in ogni caso, l’origine del canto X di Morciano, è interessante notare come testi e temi di alcuni canti popolari (nel Salento ne sono noti diversi esempi) abbiano avuto una ampia diffusione in molte aree della Penisola, anche lontane tra loro e tradizionalmente considerate come non facenti parte dello stesso habitus culturale.

    Altresì interessante, per altri aspetti, è, infine il canto numero XIV:

    Silenciu, amici, ca cantandu dicu

    Quantu foi de ‘sta donna ‘mpassiunatu

    Ricche, sentiti lu miu cantu arditu

    Occhi, chiangiti lu miu miseru statu!

    A tribunal d’amore foi banditu,

    ca la megghiu zitella iu ebbi amatu;

    e poi ca n’autru amante ha preferitu,

    e senza fazzu male m’ha scacciatu.

    Ci informano, infatti, a riguardo gli autori: «Il Duca di Caballino vuole assolutamente vedere in questo rispetto un frammento di qualche canto di trovatore: “oggi” – dice egli – “i nostri contadini non sanno cosa fosse stato un tribunal d’amore”». Gli autori, concludono, comunque che «è certo imitazione di quest’ottava della solita provenienza letteraria»:

    Silenzio amici, al mio cantar invito

    Or che canta il suo duolo un disperato:

    Porgete orecchio e al suo cantar l’udito,

    E compiangete il suo pietoso stato.

    Io tra gli amanti era il più gradito,

    Tra gli amanti era amante riamato,

    Ma del Regno d’amor fui già bandito,

    E senza causa, oh dio! fui discacciato.

    Com’è noto, il trovadore rappresenta il poeta proprio della civiltà romanza, nato dalla società feudale, figura che ebbe ampia diffusione nei secoli XII e XIII, con la fioritura della poesia provenzale. Tra i numerosi trovadori, alcuni appartennero alle più alte classi sociali, altri, di origine più modesta, furono attivi presso le corti dei signori, in Catalogna, Aragona, Castiglia ed Italia, diffondendovi i nuovi modi della lirica amorosa. L’opera di questi ebbe un forte influsso sulle letterature volgari, non soltanto dei popoli neolatini, ma di tutta l’Europa occidentale e centrale.7 Al di là della supposta origine “trovadorica” di questo canto salentino, è interessante notare come lo stesso Sigismondo Castromediano, lungi dal raccogliere in maniera acritica le vive manifestazioni della cultura popolare salentina, si preoccupasse di indagarne le origini e comprenderne il significato. La sua passione e il suo interesse nei confronti della “cultura popolare” del Salento sono ben chiare in una sua espressione, che riportiamo a chiusura di questo breve intervento: «Oh le canzoni dei leccesi quanto son candide ed espressive! Quanta bellezza!, quanta attraenza! Possono assomigliare alla donna che mi accenna e io la inchino e l’amo».8

    NOTE

    1 Ricordiamo che F. De Sanctis (1817-1883) fu un importante critico letterario, filosofo e uomo politico italiano. Fu autore della Storia della letteratura italiana (1870-71), capolavoro della storiografia letteraria, il quale si pone anche come storia della coscienza nazionale. Per ulteriori informazioni e bibliografia, si faccia riferimento, in generale a A. MARINARI, De Sanctis, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 39, 1991.

    2 Le brevi informazioni qui riportate su Vittorio Imbriani sono state ricavate da G. IZZI, Imbriani, Vittorio, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 62, 2004, cui si rimanda per ulteriori approfondimenti e per la relativa bibliografia.

    3 Nello stesso Capo di Leuca, nelle immediate vicinanze di Morciano, ad esempio, Salve ha il doppio di abitanti, 2242 (F. GIUGNI 1871, p. 510).

    4 Sigismondo Castromediano, nasce a Cavallino il 20 gennaio 1811 da Domenico, duca di Morciano, e da Teresa dei marchesi Balsamo. Discendeva da un’antica e illustre famiglia di origine francone, scesa in Italia nel sec. XII. Dopo le complesse vicende della sua giovinezza (tra cui il carcere), nelle elezioni del 27 gennaio 1861 il Castromediano fu eletto deputato dal collegio al primo Parlamento nazionale. Consigliere e deputato provinciale dal 1869 al 1879, preposto alla Pubblica Istruzione, secolarizzò l’educandato femminile di Lecce e ne incrementò la Biblioteca provinciale. Costituita col regio decreto del 21 febbraio 1869 la Commissione consultiva per la conservazione dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto. Per suo impulso fu fondato il Museo archeologico di Lecce, allo scopo di raccogliervi materiale proveniente dai primi scavi che documentavano la cultura messapica. Sulla figura di Sigismondo Castromediano si può far riferimento, per notizie di carattere generale, a L. AGNELLO, Castromediano, Sigismondo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 22, 1979. Cfr. anche G. MONTONATO 2011. A. LAPORTA 2013. F. D’ASTORE-L. GIANNONE 2014.

    5 Ad eccezione dei Sermoni, la consultazione delle opere di Olimpo da Sassoferrato è molto difficile. Le sue pubblicazioni sono conservate presso le biblioteche nazionali di Firenze, Roma, Napoli e presso il polo universitario di Bologna.

    6 Le informazioni biografiche su Caio Baldassarre Olimpo Alessandri da Sassoferrato sono state ricavate da R. AVESANI, Alessandri, Caio Baldassarre Olimpo da Sassoferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 2, 1960, cui si rimanda per ogni approfondimento sulla vita e le opere del poeta.

    7 https://www.treccani.it/enciclopedia/trovatore/

    8 L’espressione compare in un breve articolo del Castromediano pubblicato in «Il Cittadino Leccese», Anno V, n. 52, Lecce, Marzo 1866, pp. 207 -208, scritto in risposta all’appello di Casetti e Imbriani per la raccolta di canti popolari sul giornale napoletano “La Patria”, appello che poi sarebbe sfociato nella monumentale monografia Canti popolari delle province meridionali (si veda S. TORSELLO 2013).

    BIBLIOGRAFIA:

    AA.VV., Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 2004.

    CASTROMEDIANO S., Un mucchietto di gemme. Umile preghiera ai leggitori, e alle leggitrici, «Il Cittadino Leccese», A. V, n. 52, Lecce 1866.

    CIRESE A.M., Imbriani demopsicologo, in Studi su Vittorio Imbriani. Atti del Primo convegno su V. Imbriani nel centenario della morte, Napoli novembre 1986 (a c. di R. Franzese e E. Giammattei), Napoli 1990.

    D’ASTORE F. – L. GIANNONE (a c. di), Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura (Atti del Convegno Nazionale di Studi, Cavallino di Lecce, 30 novembre-1 dicembre 2012), Galatina 2014.

    GIUGNI F., Dizionario dei Comuni del Regno d’Italia, Firenze 1871.

    IMBRIANI E., Folklore per la nazione, «L’Idomeneo», 14, 2012.

    LAPORTA A., Il Duca Bianco di Cavallino (nuovi contributi), Galatina 2013.

    MARTINA F., Sigismondo Castromediano. L’uso civile della storia patria, in R. Giura Longo e G. De Gennaro (a c. di), La storiografia pugliese nella seconda metà dell’Ottocento, 2002.

    MINISTERO DELL’INTERNO (a c. di), Dizionario dei comuni del regno d’Italia compilato sulla seconda edizione della statistica amministrativa, Torino-Milano 1863.

    MONTEVECCHI L., RAICICH M., L’inchiesta Scialoja sulla istruzione secondaria maschile e femminile (1872-1875), Roma 1995.

    MONTONATO G., Breviario dal carcere. Sigismondo Castromediano e i patrioti salentini del 1848, Galatina 2011.

    TORSELLO S., Sigismondo Castromediano e i “canti del popolo”, 5 febbraio 2013 (articolo pubblicato su http://lnx.vincenzosantoro.it/2013/01/05/sigismondo-castromediano-e-i-canti-del-popolo/ consultato il 4/1/2022).

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  • NON USCIRE DALLA TUA TERRA!

    NON USCIRE DALLA TUA TERRA!

    Come andarsene in giro anche quando non si può

    ovvero

    Eludere i domiciliari prima del Coronavirus

    Un’altra trovata geniale di Papa Galeazzo

    Protagonista di questa gustosa storia è ancora una volta il nostro eroe salentino, don Galeazzo De Palma, conosciuto come “Papa” Caiazzu”.

    Il racconto si inserisce nell’incessante scambio di “riguardi” che caratterizzò sempre il rapporto tra il nostro sacerdote di Lucugnano e il suo diretto superiore, il Vescovo di Alessano[1], simile a quello di un Don Camillo e Peppone ante litteram…

    Le prescrizioni del Vescovo risultavano spesso limitanti per il nostro prete, che, per indole ribelle e poco ossequioso delle gerarchie (non solo ecclesiastiche), trovava il modo per eluderle. Le trasgressioni del Nostro, però venivano di frequente sanzionate e punite con severi provvedimenti ai quali egli rispondeva puntualmente con trovate dello stesso tenore.

    Si innescava, così, una catena di botta – e – risposta, piccole vendette e dispettucci di esilarante comicità, dove emerge vincente in tutto il suo machiavellico splendore l’astuzia di “Papa Caiazzu”.

    La punizione

    Anche questa volta, “Papa Caiazzu” aveva subito un procedimento disciplinare – definiamolo così – per una marachella fatta ai danni del Vescovo. Poiché quest’ultimo lo aveva diverse volte punito conferendogli incarichi in luoghi sgraditi, lontani da Lucugnano, ed ogni volta “Papa Caiazzu” l’aveva fatta franca, il Vescovo cambiò strategia. Esasperato, gli aveva intimato questa volta, perentoriamente, di non lasciare la propria terra, Lucugnano, e che per nessun motivo doveva azzardarsi a varcare i confini parrocchiali.

    Antica strada carraia tra Lucugnano ed Alessano. 

    “Papa Caiazzu” per un certo periodo si attenne alla disposizione, ma, passato del tempo, un po’ perché aveva necessità di andare ad Alessano, un po’ perché voleva fargliela pagare al suo Vicario, ne pensò una delle sue.

    La vendetta

    Un giorno si fece portare dal servo un carretto, dando prima delle disposizioni per prepararlo, e, attaccata una coppia di buoi, salì sopra dirigendosi ad Alessano. Nei pressi del cortile della curia vescovile, iniziò a gridare e, agli uscieri che gli chiedevano ragione di quegli schiamazzi, egli rispose di far venire fuori il Vescovo. La richiesta sembrò irragionevole e fuori luogo – non si poteva disturbare Sua Eccellenza! – perciò ne nacque un diverbio finché lo stesso diretto interessato, attirato dal vociare della discussione, si affacciò dalla loggia del palazzo.

    Appena vide Papa Galeazzo, che sul carretto era spaparanzato su una poltrona, divenne paonazzo per la rabbia ricordandosi quanto ordinato.

    “Don Galeazzo, che cosa vi avevo detto?? Non dovete lasciare per nessun motivo la vostra terraaa!!!

    “Papa Caiazzu”, che non aspettava altro che quel momento per trionfare e prendersi la rivincita sul Vescovo, con l’espressione più serafica del mondo rispose:

    “Vostra Eccellenza, non ho contravvenuto affatto al vostro ordine. Infatti stavo discutendo con i vostri uscieri perché veniste voi fuori Voi. Io non posso scendere da qui e mettere piede nella terra di Alessano”.

    “Ma come, vi state prendendo gioco di me? Sì, che siete uscito fuori dalla vostra terra!”

    “Vostra Eccellenza, siete in errore! Io sono esattamente seduto sulla mia terra, la terra di Lucugnano: questa infatti è la terra del mio orto!” E, presa una manciata della terriccio che il servitore gli aveva caricato coprendo tutto il fondo del carretto, iniziò a spargerla sui presenti e sui dipendenti che erano corsi a vedere quel siparietto.

    E anche il Vescovo scoppiò a ridere, riconoscendo ancora una volta la trovata del geniale prete di Lucugnano.

    Postilla

    Nel Medioevo il termine “terra” indicava un borgo fortificato, circondato da alte mura e protetto da un castello. Ancora oggi rimane il ricordo di quell’assetto urbano nella toponomastica: basti pensare a Borgo Terra di Muro Leccese o Castrignano del Capo.

    Nota

    [1] Il racconto originale riporta il Vescovo di Alessano, ma in realtà Lucugnano ha sempre fatto parte della Diocesi di Ugento, anche prima del 1818, quando la sede vescovile di Alessano-Leuca fu soppressa e accorpata a quella di Ugento, a seguito della bolla De utiliori di Papa Pio VII.

    Per approfondimenti sulla figura di Papa Galeazzo: https://www.associazionearches.it/papa-galeazzo-tra-leggenda-erealta/

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  • I riti della Settimana Santa nel Salento

    I riti della Settimana Santa nel Salento

    di Alessio Stefàno

    Calendari rituali e immagini cultuali

    La Pasqua rappresenta la festa più importante del mondo cristiano Orientale ed Occidentale. Com’è noto, ufficialmente, la Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme e si conclude il Sabato Santo. Nel corso di essa, si ricordano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni terreni di Gesù: quelli della sua Passione, della sua Morte sulla Croce e della sua deposizione nel Sepolcro prima della Resurrezione.

    I “sabburchi” (sepolcri), deposti sugli altari delle chiese il Giovedì Santo (foto di Alessio Stefàno). 

    Al calendario liturgico ufficiale, tuttavia, si affiancano delle celebrazioni di carattere più popolare, che affondano le loro radici nel mondo cristiano antico e medievale; ne è un esempio la ricorrenza dell’Addolorata, celebrata il venerdì precedente alla Domenica delle Palme. Prefigurazione della Settimana Santa, esso è il giorno in cui ricorre la memoria dei Sette Dolori di Maria. Tale titolo si basa su alcuni momenti della vita della Vergine descritti nei Vangeli: La Profezia dell’anziano Simeone sul Bambino Gesù, La fuga in Egitto della Sacra famiglia, La perdita di Gesù nel Tempio, L’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis, Maria ai piedi della Croce, Maria accoglie nelle sue braccia il Figlio morto, Maria vede seppellire Gesù.

    A livello popolare cristiano, segnatamente nei paesi meridionali, culti e relative pratiche rituali, non possono prescindere dalla rappresentazione materica del Sacro (Buttitta 2012, p. 697). I dolori della Vergine si presentificano, dunque, nella sua immagine: la Madonna appare vestita di nero; una, cinque o sette spade le trafiggono il cuore; il fazzoletto nella sua mano ha appena asciugato le lacrime versate per la perdita dell’amato Figlio; il suo sguardo è rivolto a cielo, verso il Padre. Quante madri, nella storia, non si saranno identificate nel suo dolore, a seguito della perdita di figlio o per le pene e le afflizioni della vita quotidiana? È questa la ragione della profonda diffusione, ieri come oggi, del culto della Vergine Addolorata: l’immensa umanità della sua figura e del suo profondo dolore.

    Madonna Addolorata (foto di Alessio Stefàno). 

    La memoria dell’Addolorata è ancora oggi particolarmente viva e sentita a Gallipoli. Qui, a mezzogiorno in punto del venerdì il simulacro della Vergine esce dalla sua chiesa, alla presenza di una gran folla in preda alla commozione, per recarsi in Cattedrale, per poi – dopo la Messa e l’esecuzione della tradizionale Frottola (un oratorio sacro in musica) – percorrere tutte le strade della città (Perrone 2003, pp. 58-60).

    Processione del Venerdì Santo a Gallipoli (foto di Gianluca Tonti). 

    Memorie di grecità

    In alcuni riti della Quaresima e della Settimana Santa, il Salento serba ancora memoria del suo antico legame col mondo Bizantino. Ancora oggi diffusa nell’area dell’hinterland gallipolino è la tradizione del Santu Lazzaru o Lazzarenu. Si tratta una questua itinerante, spesso notturna, dove attraverso l’esecuzione di un canto tradizionale che narra le vicende della resurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, si raccolgono viveri e generi alimentari (un tempo prevalentemente uova e prodotti caseari).

    Ancora oggi nella cultura Ortodossa, il sabato delle Palme è il Sabato del “Santo e Giusto Lazzaro”, la cui resurrezione prefigura l’evento culmine della fede cristiana: la vittoria del Cristo sulla morte (cfr. Stefàno 2020).

    Ma un’eco della grecità di questi territori sono anche i canti di Passione (Passiùna) della Grecìa Salentina. Vere e proprie sacre rappresentazioni, queste si svolgevano nei crocevia dei paesi e rappresentavano, in forma itinerante, le ultime vicende della vita terrena di Cristo (cfr. Costa, 2011).

    Di chiara derivazione Bizantina è anche la preparazione della cuddhura, (una sorta di pane che poteva assumere varie forme e contenente all’interno delle uova sode) donata come segno beneaugurale o portata in chiesa da bambini e ragazzi la mattina di Pasqua per essere benedetta. Il termine “cuddhura” deriva dal greco κολλύρα, e fa riferimento al pane che rappresenta Cristo. Era in uso, infatti, presso una setta di donne nell’Oriente Bizantino, lo scambio di pani benedetti in occasione di alcune importanti festività (Orlando, 2002, pp. 13-16).

    La Grande Settimana

    Con la Domenica delle Palme si entra ufficialmente nel periodo rituale della Settimana Santa. È il giorno in cui si ricorda il trionfale Ingresso a Gerusalemme di Gesù, in sella a un asino e osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (Gv 12,12-15). In questo giorno una consuetudine assai comune era la realizzazione di crocette e panarieddhi: manufatti in palma intrecciata di varie forme dimensioni. I primi avevano la forma di una croce e, una volta benedetti, si andavano a conservare nelle proprie abitazioni, spesso deponendoli accanto alle immagini dei santi o dei parenti defunti; i secondi, invece, andavano a custodire al loro interno dei dolciumi che venivano poi consumati il giorno di Pasqua.

    Il Giovedì Santo segna l’inizio del Triduo pasquale. È il giorno in cui viene commemorata l’Ultima Cena e celebrata l’istituzione dell’Eucaristia. Ancora oggi in tutte le parrocchie (ma un tempo era comune anche nelle chiese minori e nelle cappelle rurali) vengono allestiti gli Altari della Reposizione, nel linguaggio comune chiamati “Sepolcri”. Questi vengono ornati con lampade e candele, con elementi simbolici che richiamano alla presenza del pane e del vino, con fiori; immancabile è la presenza del “grano bianco”, ottenuto da semi lasciati germinare per lungo tempo al buio.

    Il Venerdì Santo è il secondo giorno del Triduo Pasquale. È il giorno delle processioni che commemorano i momenti salienti della passione di Cristo. Apre la processione la Croce dei Misteri, un manufatto ricco di elementi simbolici: il calice, la corona di spine, il velo della Veronica, la lancia, i chiodi, il gallo, la tunica, la scala… è il riassunto della Passione che sta per compiersi, o meglio per essere rappresentata. Seguono le varie statue: Gesù nell’orto degli ulivi, il Cristo alla colonna, la Crocifissione, la deposizione nella tomba e, infine, Maria che piange il Figlio morto. Il loro susseguirsi – in ordine rigorosamente cronologico – rende presenti, qui ed ora, i fatti della fede.

    La storia della salvezza umana può essere sottratta al tempo e al luogo del mito e rendersi tangibile, attuale. Sono questi i momenti in cui «le barriere spazio-temporali che normalmente separano il fedele e la divinità si dissolvono, consentendo, in quel tempo e in quel luogo, il tempo e il luogo del rito, un contatto diretto e immediato, concreto, fisico» (Buttitta 2012, p. 698).

    Ancora oggi, ad alcune processioni, partecipano i Penitenti: figure anonime, scalze ed incappucciate, che si rendono partecipi al dolore del Cristo attraverso dei gesti penitenziali, quali il trasporto di una croce o di pesanti pietre, o ancora il percuotersi il petto e le spalle.

    I flagellanti in Terra d’Otranto

    Un documento prezioso per aver cognizione di peculiari forme penitenziali un tempo diffuse nelle Processioni del Venerdì Santo è rappresentato da un breve saggio di Pietro Pellizzari, pubblicato nel 1889 nell’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, dal titolo I flagellanti in Terra d’Otranto. Lo studioso riporta che la pratica del flagellarsi le carni «è ancora d’uso recentissimo e non al tutto cancellato in qualche paese di queste contrade meridionali». La testimonianza proviene dal piccolo borgo di Muro Leccese, nel cuore del Salento:

    «E poi cominciano a darsi colle discipline dietro le spalle, che le portano tutte spogliate, e ogni botta che si danno si strappano la carne e s’insanguinano tutti. E se per caso c’è qualche innamorato e passa davanti la ragazza, e (essa) non lo vede bene insanguinato si scombinano, non si vogliono più, chè dice (la ragazza) che non s’è fatto onore, perché chi più si scoia più è bravo» (Pellizzari 1889, p. 348).

    Ma tale pratica, sebbene continuasse a resistere, si presentava ormai in una fase di declino:

    «Quest’anno dodici soli son quelli che s’hanno da macellare, chè l’anno passato ne furono tutti proibiti ma essi si chiusero entro la chiesa davanti a Gesù Cristo morto, e chi più potè, dette! si stracciarono tutte le spalle, si uccisero, e finì che bisognò si scassasse la porta e si tirassero le discipline di mano» (ivi, pp. 348-349).

    Ciò che sorprende è come la pratica della flagellazione abbia non solo uno scopo devozionale; addirittura essa può apparire come qualcosa di necessario, quasi “terapeutico”: «E siccome due anni addietro i carabinieri li andavano seguitando e non si poterono flagellare come d’uso, dissero che s’intesero tutti malandati giacché dicono che quello è sangue c’à da uscire» (ivi, p. 349).

    Processione di flagellanti, opera di Francisco Goya (1812-1819). Fonte: wikipedia. 

    Quasi fuoriuscita dai meandri di una storia dimenticata, tale pratica compare davanti ai nostri occhi quasi come “disturbante” e nel nostro pensiero poco ha a che fare con le forme della religiosità e della devozione. Ma è in una realtà ben determinata che essa prende senso: possiamo definirla quella appartenente alla «cultura della miseria», dove «l’assenza di alternative e di chiare prospettive di ordine sociale e politico» portano gli uomini  a rivolgersi, per la risoluzione dei numerosi problemi che affliggono la loro quotidianità, «a un tipo di cattolicesimo, quale è appunto quello popolare, che offre protezione e grazie in cambio di devozioni particolari, di sacrifici, di impegni individuali» (Rossi 1969, p. 107).

    BIBLIOGRAFIA:

    Buttitta Ignazio Emanuele, Simulacri divini. Ruoli cultuali e pratiche devozionali, in T. Pugliatti, S. Rizzo, P. Russo, Manufacere et scolpire in lignamine. Scultura e intaglio del legno in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, 2012.

    Costa Diana, I Passiuna tu Christù. Rito e teatro di una cantica popolare della Grecìa Salentina, «Antropologia e Teatro», n. 2, 2011.

    Orlando Luigi, Tesori da salvare. Canti, riti e tradizioni della Pasqua nella Grecìa Salentina, 2002.

    Pellizzari Pietro, I flagellanti in Terra d’Otranto, «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», VIII, 1889.

    Perrone Cosimo, Riti e manifestazioni di culto a Gallipoli. Tra storia mito e leggenda, 2003.

    Rossi Annabella, Le feste dei poveri, 1969.

    Stefàno Alessio, Le notti di Lazzaro. Storia di una tradizione popolare salentina, 2020 [In corso di pubblicazione].

    Dello stesso autore:

    Tradizione della Caremma

    Per ascoltare una bella registrazione di un Lazzarenu, ecco una versione degli Ucci di Cutrofiano (Aramirè): cliccare qui

  • GLI APIARI NEL SALENTO

    GLI APIARI NEL SALENTO

    di Alessio Stefàno

    Le campagne, in tutto il Salento, sono ancora disseminate di costruzioni che sono servite a lungo come ricovero per gli animali.

    Si tratta di strutture di pietra squadrata e lavorata, pensate e realizzate come abitazioni, vere e proprie case. Ciò dipende senz’altro dalla plurisecolare abbondanza di pietra da costruzione esistente nel sottosuolo. Sebbene nell’abbandono dell’ambiente rurale salentino, questi elementi siano tuttora visibili, non sempre vengono apprezzati o se ne conosce la funzione; tra di essi, i più misteriosi si direbbero proprio essere gli alveari di pietra, di cui si è perduto quasi del tutto l’uso.

    Alcuni alveari di pietra sono ancora integri ed osservabili, ma la maggior parte sono stati purtroppo smantellati. Se ne trovano all’interno di masserie, nei giardini delle case di campagna, nei campi; hanno una struttura modulare e ogni elemento di essa è la cosiddetta “ucca te api” (bocca delle api), un concio di pietra tufacea locale a forma di parallelepipedo, reso cavo all’interno per tutta la sua lunghezza.

    Le “ucche” (bocche) vengono collocate adiacenti una all’altra, su una base in muratura, in modo che non tocchino direttamente il terreno, in strati sovrapposti; in ognuna di esse, la facciata interna dovrà essere ruvida, per consentire ai favi un appiglio più agevole.

    Probabile apiario nel cortile di un complesso rurale in pietra a secco (Torre Vado, loc. Nepole)

    I due lati rimasti aperti vengono chiusi rispettivamente con due lastre di tufo, una delle quali munita di uno o più buchi, per consentire l’ingresso e l’uscita delle api; dal lato posteriore, a quello delle minuscole aperture, i contadini, rimuovendo il coperchio di pietra, introdurranno gli sciami, estrarranno i favi e faranno il necessario per la pulizia e la salvaguardia degli insetti.

    Piccolo apiario in pietra, in un complesso rurale nel territorio di Torre Vado

    Gli apari sono costituiti da un numero di arnie anche molto elevato.
    Alcuni apari più piccoli possono anche essere sistemati sotto la chioma di un albero nel muro di cinta che circonda il frutteto e l’orto delle case di campagna, e in questo caso rivolgono all’esterno il lato riservato alle api e all’interno quello per i contadini allevatori.

    I recinti eretti a protezione degli alveari sono chiamati “curtali” e il più grande e spettacolare di essi si trova nelle campagne di Salve, nel Capo di Leuca, a poche centinaia di metri dall’inghiottitoio della “Grotta delle Fate” sulla collina dei “Montani”: l’Apàro Valentini. È un’antica struttura utilizzata per l’allevamento delle api, con un singolare aspetto di piccolo forte e caratterizzata da alte mura con pietre a secco, ormai pressoché diroccate; le arnie sono tutte scavate in banchi di tufo. Vi si trova anche una torre colombaia merlata.

    Dall’alto dei fabbricati è possibile ammirare uno stupendo panorama del nostro litorale costiero.

    Aparo Valentini, nel territorio di Salve (foto di G. Tonti)

    Bibliografia

    A. Costantini, Guida ai monumenti dell’architettura contadina del Salento, Congedo Editore, Bari, 2017, pp. 104-108.

    E. Imbriani, Pietre e saperi popolari, in M. Spedicato (a c. di), Pietra su pietra: il Salento e le sue fondamenta tra storia e scienza. Omaggio a Eugenio Rizzo, Grifo, Lecce, 2017.

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