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  • Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Di Nicola Febbraro

    Antonio Piccinno, classe 1940, è un decano degli studi paletnologici salentini. È stato un tecnico, in realtà, ma ha pubblicato una serie incredibilmente lunga di articoli e di contributi scientifici. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo presso il dipartimento di Paletnologia dell’Università del Salento, dove ha prestato servizio dapprima in qualità di collaboratore del compianto prof. Giuliano Cremonesi (sino al 1992) ed in seguito, sino al suo pensionamento, della prof.ssa Elettra Ingravallo.

    È stata per me una figura importante, quand’ero impegnato nella stesura della tesi di laurea. In questa occasione ha messo a mia disposizione tutte le sue conoscenze e competenze in ambito paletnologico. È stato fondamentale, quindi, affinché io potessi inquadrare cronologicamente l’industria litica (strumenti in pietra), i frammenti ceramici ed i resti fossili di fauna pleistocenica, che man mano individuavo durante le mie ricognizioni di superficie in territorio di Salve.

    Antonio, assieme al suo gemello Francesco, ha fra l’altro individuato e segnalato agli organi competenti numerosi siti archeologici prei/protostorici in ambito salentino. Nel solo territorio di Salve, a titolo d’esempio, sono stati gli scopritori, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, di diversi siti: Grotta Montani, Grotta Marzo con le sue figure dipinte (fig. 1), l’insediamento di Spigolizzi, alcune cavità nel fondo del Canale Fano, ecc.

    Fig. 1 – Alcuni disegni in ocra rossa presenti all’interno di Grotta Marzo (in alto) e alcune figure presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto). Fonte: Graziosi 2002 (Tab. X, n. 16, Tav. 9b; Tab. X, n. 17, Tav. 9c; Tab. 10, n. 2, Tav. 69b).

    Riguardo a Grotta Marzo mi ha riferito di aver accompagnato per un sopralluogo, effettuato nei primi anni ’70, il dott. Decio De Lorentiis, l’allora direttore del Museo di Maglie, e il prof. Paolo Graziosi. Quest’ultimo è stato un docente di fama internazionale, il più autorevole studioso italiano delle antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. In quegli anni frequentava la nostra provincia in quanto impegnato nello studio dei dipinti neolitici di Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto).

    Ad accogliermi in casa Piccinno, il 2 settembre del 2016, è la signora Maria Concetta, ossia un’insegnante in pensione elegante, riservata e distinta ma soprattutto madre e moglie molto accorta. Solo in poche occasioni sono andato a far loro visita ad Ugento. Antonio, che trovo in fremente attesa del nostro incontro, ha già preparato nel suo studio un po’ di materiale bibliografico da donarmi. È una persona molto schiva e riservata con qualche acciacco fisico, che lo ha allontanato dalla sua grande passione: passeggiare in campagna. Solo dieci anni prima, da neo-pensionato, ha preso parte a tutte le campagne di scavo effettuate nella necropoli a tumuli (III millennio a.C.), ubicata a ridosso di Grotta delle Fate (figg. 2 e 3).

    Fig. 2 – Antonio Piccinno durante una fase dello scavo del Tumulo 1, a cura dell’equipe della prof.ssa Elettra Ingravallo, con sullo sfondo i ruderi di Masseria Fano.
    Fig. 3 – Antonio Piccinno e Nicola Febbraro durante una fase dello scavo dell’urna cineraria del tumulo 1.

    Antonio ha iniziato a frequentare il territorio di Salve negli anni ’50, in particolare il Feudo del Fano. A quell’epoca lo faceva per pura passione, in quanto sarebbe diventato un professionista della disciplina solo qualche lustro più in là[1].

    Mi racconta che l’allora proprietaria di Masseria Fano era la baronessa Winspeare, che il ruscello che scorre nel fondo della gravinella aveva una portata maggiore rispetto a quella attuale e che al suo interno vi erano anche diverse hirudinee (sanguisughe).

    Si incuriosì di quest’ambito territoriale in quanto ne aveva letto le particolari caratteristiche morfologiche sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare di cui disponeva. Quando poi ebbe modo di frequentarlo di persona le sue aspettative non rimasero deluse.

    Si recava ai Fani con la sua autovettura assieme al gemello, oltrepassando il ponte in località Terramascia. In questa fase erano impegnati con delle ricerche di superficie nel deposito preistorico di Grotta Montani (fig. 4), che sarebbe stato, nel corso dell’estate del 1973, oggetto di un’indagine stratigrafica. Mi riferisce che quando lambivano Grotta delle Fate (fig. 5), ignota per loro all’epoca, erano colpiti da un tanfo irresistibile, dovuto alla presenza, nella piccola dolina che ne delimita l’ingresso (fig. 6), di un ragguardevole deposito di sansa. Fu grazie a questo sgradevole particolare che individuarono la voragine.

    Fig. 4 – Il signor Antonio Piccinno, sulla destra, nei pressi di Grotta Montani (maggio 1973), in compagnia di un contadino del posto (archivio fotografico F.lli A. e F. Piccinno, Taviano – LE).
    Fig. 5 – Copertina del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storia e leggende su Grotta delle Fate (Salve)”, a cura di N. Febbraro e M. Piccinni, con i contributi di S. Margiotta, S. Calò, S. Cortese e A. Belgiorno.
    Fig. 6 – Dolina che delimita l’ingresso di Grotta delle Fate.

    Prima di esplorarla hanno pazientemente atteso che il cattivo odore svanisse. Le motivazioni della loro scelta sono facili da intuire. Certamente non erano mossi dalla voglia di incontrare di persona le fate, i satiri o di rinvenire un prezioso tesoro (come accadde ai precedenti esploratori intervistati), quantomeno nel senso letterario del termine.

    I fratelli Piccinno erano già allora dei formidabili “annusatori” di siti di antica frequentazione umana. E questo era l’unico scopo di quella loro esplorazione. Volevano appurare se in quella voragine vi fosse qualche traccia della presenza dell’uomo da riferire ad epoche prei/protostoriche.

    Si limitarono a perlustrare il primo grande ambiente (figg. 7 e 8). Anzitutto, perché non erano attrezzati in quell’occasione (non disponevano nemmeno di una piccola fonte di illuminazione artificiale) ma soprattutto perché ne percepirono da subito l’instabilità e la pericolosità. Intuirono, inoltre, che la voragine non celasse nulla di particolarmente antico, archeologicamente parlando. Un’idea in tal senso se l’erano già formulata in precedenza, considerando che l’area esterna, da loro già minuziosamente perlustrata, non aveva restituito nulla di interessante. Ad ogni modo, l’eventuale presenza di tracce antiche sarebbe stata impossibile da rilevare. Al suolo, infatti, era presente un importante deposito costituito da materiale alluvionale, penetrato dall’esterno, e dai numerosi crolli dalle pareti e dalla volta.

    Fig. 7 – Primo ampio ambiente di Grotta delle Fate.
    Fig. 8 – Porzione del cono di detriti misto a rifiuti situato all’ingresso della voragine.

    Approfittando del fatto di trovarmi di fronte ad uno dei massimi esperti di preistoria salentina, gli ho comunque chiesto se secondo lui fosse o meno mai stato frequentato dall’uomo antico quell’articolato sistema carsico. Antonio, senza pensarci su un attimo, mi ha risposto con un altro quesito: “Secondo te, l’uomo preistorico era «tantu fessa» da scegliere di frequentare un inghiottitoio naturale di acqua piovana, un ipogeo nel quale convergevano centinaia di metri cubi di acqua provenienti dal Canale Fano?”.

    Una volta tornati alla luce del sole si imbatterono in un contadino che era intento a lavorare la terra. Gli chiesero delle notizie riguardo alla voragine, che non sapevano ancora fosse denominata Grotta delle Fate. L’agricoltore disse loro di non essere mai entrato al suo interno, in quanto intimorito da tutto ciò che si vociferava sul suo conto, ma che la curiosità in tal senso non gli mancava. Raccontò loro la leggenda delle fate e dei contadini che avevano assistito alle loro ammalianti danze. Quella fu la prima ed al contempo l’ultima volta in cui i fratelli penetrarono nell’inghiottitoio.

    Antonio e suo fratello, all’epoca, facevano parte del Gruppo Speleologico di Maglie, per il quale segnalavano delle evidenze che insistevano nel Capo di Leuca. Fu così che, poco tempo dopo, vi fu la prima ispezione ufficiale all’interno di Grotta delle Fate da parte di un’équipe di speleologi. La stessa avvenne nel 1961 ed un accurato resoconto fu poi effettuato qualche decennio dopo, dallo stesso Antonio, in un articolo pubblicato nel 1990 su Annu Novu Salve Vecchiu, che riprendeva integralmente quanto pubblicato nel notiziario del gruppo: la rivista “La Zagaglia” (fig. 9). I fratelli Piccinno, invece, si sono concentrati in seguito esclusivamente sull’indagine archeologica delle gravinelle circostanti (i due rami del Canale Fano) e della Serra di Spigolizzi.

    Fig. 9 – Pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino P. de Lorentiis di Maglie (Lecce).

    Ricorda Antonio che in quell’unica occasione, assieme al fratello Francesco, scorse sia il pozzetto che il cunicolo che si aprono nel primo ambiente; ha inoltre bene in mente la presenza di “qualche graffito rappresentante una croce greca, che fa dubitare della esistenza «in loco», di un vecchio tempio” (fig. 10).

    Fig. 10 – Croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo di Grotta delle Fate verso NO.

    Antonio, durante la sua esperienza nel territorio di Salve, frequentò e fece amicizia con la cosiddetta “colonia” di stranieri, ossia con tutti quegli artisti, scrittori, studiosi o in genere personalità di grande cultura che qui si sono trasferite a partire dagli anni ’70, dando lustro al nostro territorio. Fra queste mi cita in particolare Gerhard (detto Gerardo) Cerull, artista originario della Baviera (Germania), che incontrava nei pressi della Masseria Fano, dove alloggiava in una struttura rurale. Ma è stato anche un assiduo frequentatore di Masseria Spigolizzi e non poteva essere altrimenti, considerando la grande passione che nutriva la scrittrice Patience Gray per l’archeologia.

    Terminata la nostra chiacchierata, immortalo i due coniugi Piccinno nei pressi del loro giardino. La signora Maria Concetta, che più volte è intervenuta durante la stessa, è ritrosa a mettersi in posa. Ma io insisto e riesco a raggiungere il mio obiettivo.

    Durante i km che mi separano da casa, percorsi a bordo del mio scooter, passo in rassegna tutti i momenti vissuti con Antonio. Penso alla velocità con cui il tempo scivola via e soprattutto a quando io, giovanissimo studente universitario, varcai per la prima volta e con il cuore in gola l’uscio del laboratorio di Paletnologia, dove lui prestava servizio.

    Rapito da questi pensieri ed attraversato da un brivido di malinconia, in men che non si dica sono colpito da un familiare e rassicurante segnale stradale rettangolare, che recita: “Benvenuti a Salve”. Così, dolcemente, sono riportato nella mia quotidiana realtà.

    BIBLIOGRAFIA

    Febbraro N., Ricognizioni di interesse paletnologico sul territorio di Salve, Tesi di laurea in paletnologia (relatrice: Prof.ssa Elettra Ingravallo), Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011.

    Febbraro N., Storie e racconti di visitatori occasionali in Grotta delle Fate in Febbraro N. e Piccinni M. (a cura di) Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve), Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2018, pp. 224-228.

    Graziosi P., Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Firenze 2002.

    Piccinno A., La Grotta delle Fate. Un patrimonio ipogeo da recuperare e valorizzare (Itinerari speleologici), in Annu Novu, Salve Vecchiu (IV edizione), Melissano (Le) 1990, pp. 21-27.

    Carlo Stasi, Gerhard Cerull, un “salentino per caso“, Nuovo Quotid. di Puglia 31.5.2015, pag. 39.

    [1] All’epoca svolgeva la libera professione di geometra. Nel 1972, poi, vinse il concorso che lo fece diventare un tecnico in ambito universitario. Esercitò questo ruolo dapprima presso la facoltà di Lettere e Filosofia e in seguito presso quella di Conservazione dei Beni Culturali, cattedra di Paletonologia.

  • Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    di Nicola Febbraro e Marco Cavalera

    Le grandi Specchie nel Salento. Premessa

    Il termine specchia[1], in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificate.

    Fig. 1 – Specchia Silva nel territorio di Taurisano.

    Numerosi sono gli studiosi che, a partire dal XIX secolo, si sono interessati al fenomeno delle grandi specchie, molte delle quali sono state nel tempo smantellate[2].

    Gli studi degli storici

    De Giorgi – che ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir – ne ha censite, in Terra d’Otranto, 143[3]. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo[4].

    Jatta – i cui studi sono da riferire agli inizi del XX secolo – considerava le grandi specchie dei monumenti d’età storica. Lo studioso è stato il primo ad effettuarne una distinzione cronologica e funzionale in piccole e grandi specchie, intendendo in questo ultimo caso quelle il cui diametro poteva raggiungere i 35 metri e la cui altezza era compresa, generalmente, fra i 15 e i 20 metri. Jatta – infatti – ha ritenuto che le grandi specchie siano state edificate a scopo sia difensivo che di controllo del territorio. Riguardo alle piccole specchie – invece – lo studioso ha ipotizzato che si sia trattato di monumenti eretti a scopo funerario[5].

    Drago – nel corso degli anni ’40 del secolo scorso – riprese la teoria, proposta da Jatta, secondo la quale occorreva fare una distinzione, dal punto di vista cronologico e funzionale, fra piccole e grandi specchie. Lo studioso procedette allo scavo di tre grandi specchie e di diverse piccole specchie. Dallo scavo delle prime non emersero né ossa umane né manufatti, motivo per cui giunse alla conclusione che non si trattava di monumenti funerari. Lo studioso, a proposito delle piccole specchie, ha osservato che la loro diffusione riguarda tutta la Puglia mentre le grandi specchie sono ubicate esclusivamente nel Salento. Drago – nel 1941 – ha scavato undici piccole specchie (i cui diametri oscillavano fra i 15 e i 30 metri e le cui altezze non superavano i 2-2,5 metri) situate in territorio di Vernole (Le). Lo scavo permise di individuare delle celle dolmeniche con dromos (corridoio) di accesso al cui interno vi erano delle sepolture e dei reperti archeologici: frammenti ceramici ad impasto, manufatti in selce ed in bronzo, frammenti di ossa umane (talvolta bruciate) ed alcuni resti ossei pertinenti ad un fanciullo e ad un individuo adulto rannicchiato. Tali monumenti sono stati attribuiti all’età del Bronzo (II millennio a.C.)[6].

    Neglia, a proposito dell’originaria funzione e cronologia delle grandi specchie, è giunto alla conclusione che si tratta di apprestamenti difensivi di età messapica (I millennio a.C.). Lo studioso, a tal proposito, ha osservato che alcune di esse sono disposte in cerchio attorno ad alcuni centri messapici (Rudiae, Ceglie, Ugento e Oria) a mo’ di anello difensivo avanzato rispetto alla linea delle fortificazioni[7].

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale[8]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni (Manduria) conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[9].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente[10].

    Fig. 2 – ruderi della Specchia Torricella (Supersano). Foto del 24 marzo 2009. 

    Le ipotesi avanzate riguardo ad un’esatta definizione della funzione e della cronologia delle grandi specchie – come visto – sono molteplici e spesso discordanti, cosicché non si è ancora giunti ad una conclusione unanimemente condivisa.

    Lo studio etimologico del termine, unitamente all’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, suggerisce che si sia trattato di monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. Lo loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Fig. 3 – Specchia “de Amygdalis” nel territorio di Specchia.

    Grandi Specchie nel territorio di Salve

    Aldo Simone, storico salvese, a proposito di grandi specchie scrive che “In feudo di Salve ve n’erano alcune: una esiste ancora, un po’ dimezzata, nei pressi della nostra spiaggia (Posto Cantoro), un’altra stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta; ma la più grande era quella della masseria Cucuruzzi, detta anche la specchia dei Fersini”[11]. Fra le grandi specchie esistenti in feudo di Salve la sola Specchia Cantoro è presente negli elenchi stilati da De Giorgi, Teofilato e Palumbo[12] ed è citata – inoltre – da Passaseo[13] in un suo studio.

    La Specchia dei Fersini o Cucuruzzi

    Fig. 4 – Specchia dei Fersini o Cucuruzzi (foto N. Febbraro).

    In località Cucuruzzi, a breve distanza dalle Masserie Spiggiano (Presicce) e Fersini (Salve), sono stati individuati i ruderi della Specchia dei Fersini o Cucuruzzi. La specchia sorge su un altopiano della Serra Falitte ad un’altitudine s.l.m. pari a 142 metri. Dalla sua sommità si domina visivamente un vasto territorio. La Specchia dei Fersini dista circa 2 Km da quella di Pozzo Mauro, ubicata sull’omonima serra in territorio di Presicce, con la quale è collegata visivamente.

    Simone, a proposito della Specchia dei Fersini, scrive che “non è rimasto più nulla: hanno portato via tutto l’ingente materiale per costruzione di massicciate stradali, di vespai e di altro”[14]. La specchia, in realtà, ha sì subito un notevole asporto di materiale, considerando quelle che dovevano essere le sue originarie dimensioni, ma della stessa se ne è conservato un rudere che, delle tre presenti in territorio di Salve, è il più significativo.

    La Specchia di  Spigolizzi

    Fig. 5 – Specchia Spigolizzi.

    Sulla dorsale della Serra Spigolizzi, a circa 100 metri ad est dall’omonima masseria, sono stati individuati i ruderi della Specchia di Spigolizzi. Questa ultima è ubicata  sul ciglio del margine orientale della Serra a circa 105 metri s.l.m. Simone scrive che “stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta”[15]. Dal ciglio della serra, sul quale è ubicata la specchia, si domina visivamente un ampio territorio tanto verso il mare che verso l’entroterra dove è collegata a vista con la Serra di Pozzo Mauro e con l’omonima specchia.

    La Specchia di Spigolizzi ha subito dei notevoli rimaneggiamenti agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso quando, in occasione della costruzione della strada rurale che lambisce l’omonima masseria, dalla stessa è stata asportata una grande quantità di materiale lapideo. I ruderi della specchia hanno subito delle regolarizzazioni da parte di Norman Mommens che, nel corso dei primi anni ’70, ne ha conferito l’attuale forma tronco-conica.

    La  Specchia Cantoro

    Fig. 6 – l’originaria maestosità della Specchia Cantoro (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    In località Macchie Cantoro, alla periferia di Posto Vecchio, sono stati individuati i ruderi della Specchia Cantoro (32 metri s.l.m.). Questa – come detto – è stata censita da Teofilato e da Palumbo. Simone scrive che si “presentava un po’ dimezzata”[16] mentre Passaseo ci fa sapere che “la Specchia Cantoro è diventata nel corso dei secoli un grande ammasso di pietre e oggi, purtroppo, non c’è più essendo stata smantellata alla fine degli anni ’50 per la costruzione di un tratto di strada litoranea”[17].  Della specchia, in realtà, si sono conservati dei ruderi che, sebbene siano poco significativi, rendono l’idea della sua originaria maestosità e permettono – inoltre – di ubicarla esattamente.

    Lo smantellamento della Specchia Cantoro è da far risalire al 1960 quando, in occasione della realizzazione della massicciata del tratto di litoranea che collega Torre Pali a Torre Vado, ha fornito una grande quantità di materiale lapideo[18].

    Fig. 7 – rudere della Specchia Cantoro visto da ovest (Foto N. Febbraro), nel 2007. 

    Tratto da:

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    N. Febbraro e M. Cavalera “Il fenomeno delle grandi specchie nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve“, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, a cura di N. Febbraro (Libellula Edizioni, 2011, prima ristampa luglio 2015).

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampo’ M., Manifestazioni funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Passaseo N., Grotte-abitazione nel territorio di salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, IX edizione, pp. 15-18, Galatina (Le) 1995.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della storia, Bari 2004.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    https://www.associazionearches.it/la-specchia-de-amygdalis-di-specchia/

    https://www.associazionearches.it/il-fenomeno-dei-dolmen-nella-puglia-meridionale/

    Note

    [1] Specchia: frequente toponimo usato nelle province di Bari, Lecce e Taranto. Salentino specchia “grande cumulo di sassi o di pietrame di forma tondeggiante” dal latino specula “luogo alzato”, “posto di guardia” (Rohlfs 1986).

    [2] A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono state distrutte numerose grandi specchie. Lo smantellamento è stato dovuto alla crescente richiesta di materiale lapideo in conseguenza del notevole sviluppo di opere edilizie e stradali. Gli spezzoni informi di pietra calcarea – inoltre – sono stati utilizzati per l’ottenimento di calce (Neglia 1970).

    [3] De Giorgi 1922.

    [4] De Giorgi 1905.

    [5] Corsini 1986.

    [6]   Cipolloni SampÓ 1987.

    [7]  Neglia 1970.

    [8]  D’Andria 1991.

    [9]  D’Andria 1991.

    [10]  Arthur 1997.

    [11] Simone 1981.

    [12] Neglia 1970.

    [13] Passaseo 1995.

    [14] Simone 1981.

    [15] Simone 1981.

    [16] Simone 1981.

    [17] Passaseo 1995.

    [18] Passaseo 2005.

  • REMEMBERING PATIENCE

    REMEMBERING PATIENCE

    “Remembering Patience – serata in onore di Patience Gray con testimonianze delle sue amiche ed amici”

    Palazzo Ramirez, Salve, 31 ottobre 2018 ore 18.30

    locandina-patience

    Nell’anniversario dei centouno anni dalla nascita di Patience Gray e ad anno esatto dall’uscita della sua biografia: “Fasting e Feasting, the Life of visionary food writer Patience Gray”, scritta dal giornalista statunitense Adam Federman, vogliamo ricordare questa donna straordinaria con una serie di testimonianze delle sue amiche e amici.

    CHI ERA PATIENCE…

    Nel 1970 Patience Gray, scrittrice, giornalista e artista inglese, e il suo compagno, lo scultore di origine fiamminga Norman Mommens, si stabilirono sulla serra di Spigolizzi, nelle campagne di Salve, in una masseria del XVIII secolo, in stato di abbandono da diversi anni. La resero abitabile, ma non hanno accettato il collegamento alla rete elettrica.

    A Spigolizzi, per oltre trent’anni, i giorni furono scanditi dal ticchettio della Olivetti Lettera 22 di Patience e dal tintinnio del martello e dello scalpello di Norman, ma anche dai ritmi imposti dal lavoro nel campo antistante la masseria, dominato dalla statua del “Gran pazzo” eretta sul perimetro dell’antica aia circolare. Qui Patience ha portato a compimento, tra gli altri, i volumi “Work Adventures Childhood Dreams” (Edizioni Leucasia, Presicce 1999) e “Honey from a Weed. Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, The Cyclades and Apulia” (Prospect Books, Londra 1986), un libro di cucina e cultura culinaria mediterranea unico nel suo genere. L’opera, che ebbe un notevole successo e lusinghiere recensioni, e che continua a essere ristampata, ha avuto una gestazione di quasi vent’anni. Nel corso di lunghe peregrinazioni tra Carrara, la Catalogna e la Grecia, al seguito della “insaziabile fame di pietra” del compagno scultore, Patience aveva raccolto un numero impressionante di ricette, dalla viva voce di massaie, contadini e cuochi delle locali trattorie, confluite in quello che è universalmente considerato un capolavoro. Norman morì l’8 febbraio del 2000, Patience lo seguì cinque anni dopo, il 10 marzo 2005. Ambedue riposano nel cimitero di Salve.

    LA BIOGRAFIA

    “Adam Federman ha trascorso due mesi a Spigolizzi, ospite di Nicolas Gray, figlio di Patience, e di sua moglie Maggie Armstrong, che dopo la morte di Norman si sono stabiliti a loro volta alla masseria per stare insieme a Patience. Adam ha avuto la possibilità di consultare anche il copioso carteggio lasciato dalla scrittrice, centinaia di lettere scambiate con amici, famigliari, editori, scrittori, giornalisti e artisti di mezzo mondo. Recensendo il volume, lo scrittore William Boyd parla di “un libro illuminante su una donna straordinaria, cuoca e scrittrice. La vita intensa Patience Gray sembra aderire perfettamente alle sue idee visionarie e rivoluzionarie sul cibo, la cucina e il mangiare. Dovrebbe essere considerata una figura totemica dell’arte culinaria del nostro tempo.” Federman ha anche intervistato molti di coloro che l’hanno conosciuta, qui nel Salento e altrove, delineando il ritratto di una donna affascinante, intelligente e versatile.

    Fonte: Aldo Macagnino (http://www.piazzasalento.it/tag/patience-gray)

    IL RICORDO E LE TESTIMONIANZE

    A raccontarla, il 31 ottobre, ci saranno gli amici che hanno conosciuto Patience, ognuno dei quali darà un personale contributo: Antonio Lupo – coordinatore dell’incontro – Aldo Macagnino, Ada Martella, Marilena Cataldini, Mario Ricchiuto e Ada Stasi, Edoardo Winspeare, Roberto Polo, Maurizio Nocera e Ada Donno, Vito Russo e altri che vorranno raccontare la propria testimonianza…

    Saluti di Francesco Villanova, Sindaco di Salve.

    L’Appuntamento è mercoledì 31 ottobre, giorno del suo compleanno, a Palazzo Ramirez, alle ore 18.30.