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  • Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    di Marco Cavalera
    Il Salento tra Uomo e Natura

    La siccità, la terra arida e l’aspra roccia calcarea hanno da sempre messo a dura prova la resistenza delle comunità che hanno abitato il Salento. L’ambiente tuttavia, pur nel suo aspetto ostile, ben accoglie chi è disposto a lottare per viverci. La terra rossa, simbolo di un paesaggio che si surriscalda sotto il sole cocente, si mescola con la poesia della sua attesa delle piogge, che sono viste quasi come una benedizione che allevia il peso di un’avversa condizione.

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    L’uomo e la natura sembrano quasi danzare su una linea sottile, un confine che non è mai del tutto definito, ma che costantemente sfuma tra la civiltà e l’istinto primordiale. La natura, aspra e selvaggia, rappresenta una forza che sfida l’uomo, ma allo stesso tempo lo alimenta, lo nutre e lo mette alla prova. In questo scenario, la “civilizzazione” non è mai separata da questa lotta con l’ambiente: anzi, la sua stessa esistenza è costruita su un rapporto di continua resistenza e adattamento.

    Le abitazioni, le coltivazioni e le tradizioni non sono altro che testimonianze di questa sfida quotidiana, dove l’uomo, pur con la sua capacità di trasformare l’ambiente, non riesce mai a sottomettere completamente la terra. È come se il legame con la natura fosse indelebile, una sorta di richiamo primordiale che l’uomo non può ignorare, ma che non vuole nemmeno perdere. E così, nella durezza della terra e nel caldo inclemente del sole, l’uomo trova il suo posto, ma anche il suo limite: l’assenza di acqua superficiale completa le difficoltà.

    L’acqua e il Salento

    Il territorio salentino, pur essendo caratterizzato da una media annua di circa 700 millimetri di piogge, presenta una rete idrografica superficiale scarsamente sviluppata. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui la geologica del suolo e la sua morfologia. Le rocce permeabili, infatti, favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, impedendo la formazione di fiumi o corsi d’acqua superficiali significativi. Inoltre, la debole inclinazione del terreno contribuisce a rallentare il deflusso delle acque, che invece di scorrere in superficie, tendono a filtrare nel sottosuolo.

    Questo assetto idrografico particolare è una delle ragioni per cui, nonostante le piogge annuali, il paesaggio appare così asciutto e arido. La scarsità di corsi d’acqua superficiali ha anche un impatto sulle coltivazioni e sull’agricoltura, che dipendono in gran parte dalle risorse idriche sotterranee e dalla gestione delle acque piovane.

    L’acqua, quindi, diventa un bene prezioso, custodito e sfruttato con attenzione.

    Fin dall’antichità, la popolazione locale ha sviluppato dei sistemi ingegnosi per raccogliere e conservare le scarse risorse idriche. Le prime evidenze di queste pratiche risalgono all’età romana, quando l’ingegneria idraulica avanzata veniva applicata anche in queste terre, apparentemente lontane dai grandi centri urbani dell’Impero.

    Le vasche per l’approvvigionamento idrico, chiamate anche cisterne o pozzi, erano strutture scavate nel terreno o costruite in muratura, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana. Questi impianti venivano posizionati strategicamente per sfruttare le piogge stagionali e permettere alla popolazione di avere acqua disponibile durante i periodi di siccità. Le cisterne erano spesso collegate a canali di raccolta che convogliavano l’acqua piovana dalle superfici circostanti direttamente nelle vasche.

    Queste, di solito ubicate nei pressi delle ville rurali o delle tenute agricole, erano spesso coperte per evitare l’evaporazione. Le stesse continuavano a essere utilizzate nei secoli successivi, adattandosi alle necessità mutevoli del territorio, ma mantenendo una radice profonda nelle pratiche sviluppate dai romani.

    Queste strutture sono ancora oggi visibili, sebbene molte siano in stato di abbandono, testimoniando un’eredità antica che continua a influenzare la vita del Salento.

    Vasche di raccolta d’acqua in età romana. Il “Cisternale” di Vitigliano

    La cisterna monumentale, ai piedi della collina nella periferia nord-occidentale di Vitigliano, rappresenta un eccezionale esempio di ingegneria idraulica dell’antichità, che testimonia l’importanza dell’approvvigionamento idrico per le comunità rurali del Salento, in particolare in periodi di siccità. Scavata nel banco di roccia, ha una capacità straordinaria, in grado di contenere oltre 162.000 litri d’acqua. La struttura, lunga 12,30 metri e larga 3,05 metri, è sostenuta da pilastri di pietra che sorreggono una copertura di lastre, sormontate da capitelli a forma di piramide rovesciata  (fig. 1, 2).

    Fig. 1: “Cisternale” di Vitigliano.

    Fig. 2: “Cisternale” di Vitigliano (particolare dei pilastri e delle lastre di copertura).

    La presenza di gradini e cavità circolari suggerisce che la cisterna fosse alimentata sia dalle acque di deflusso pluviale tramite canali di scolo, che da eventuali falde acquifere sotterranee. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dei criptoportici romani, che erano usati per creare spazi coperti e protetti per conservare l’acqua in modo sicuro e duraturo. La cisterna non serviva soltanto un nucleo familiare, ma una comunità rurale più ampia, dedita all’agricoltura e all’allevamento, che esportava i propri prodotti in tutto il bacino del Mediterraneo.

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi riguardo alla sua datazione e funzione. Cosimo De Giorgi ipotizzò che la cisterna fosse stata inizialmente utilizzata come ipogeo (tomba sotterranea) prima di essere riadattata per la raccolta dell’acqua, mentre Pasquale Maggiulli suggerì che potesse risalire all’età del Ferro, attribuendole una funzione sepolcrale iniziale. L’archeologo Adriano Prandi, invece, ritenne che la struttura di età romana, dato l’uso di un intonaco impermeabile di cocciopesto e le dimensioni dei blocchi di copertura, che corrispondono al piede romano (29,6 cm).

    In ogni caso, la cisterna aveva una funzione cruciale nel garantire l’approvvigionamento idrico durante tutto l’anno, anche nei periodi di siccità, assicurando un flusso costante d’acqua per gli insediamenti agricoli e rurali situati tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi e Ortelle, dove sono stati individuati numerosi siti di piccole e medie dimensioni risalenti all’età romana e tardo antica. La presenza di simili strutture in tutta la regione salentina e nelle aree limitrofe, come nel tarantino e nel brindisino, rafforza l’idea che la gestione dell’acqua fosse una questione fondamentale per l’efficienza agricola e la prosperità delle comunità.

    L’esistenza di vasche per la raccolta dell’acqua piovana è una caratteristica distintiva degli insediamenti rustici romani, soprattutto quelli dedicati alla produzione agricola.

    Nel tarantino (nella Masseria Fontana), nel brindisino (nella Masseria San Giorgio), e nel leccese, dove è stata individuata una serie di cisterne a Morciano di Leuca, nella località Concagnane (fig. 3, 4). Si tratta di insediamenti, spesso situati lontano dai grandi agglomerati urbani, che dipendevano da sistemi idrici autonomi, costruiti per garantire una fornitura continua di acqua potabile e per l’irrigazione delle coltivazioni.

    Fig. 3, 4: alcune cisterne rinvenute in loc. Concagnane a Morciano.

    In età medievale e moderna

    Il problema della gestione della raccolta delle acque è rimasto un aspetto centrale anche in età medievale e moderna, continuando a influenzare le modalità di vita e di organizzazione degli insediamenti.

    Due esempi significativi si trovano nei pressi di Masseria Don Lattanzio, a Cutrofiano, e a Macurano, nel comune di Alessano (fig. 5, 6). In entrambi i casi, si tratta di testimonianze di canalizzazioni e cisterne che suggeriscono una continua attenzione alla gestione dell’acqua. A Cutrofiano, in particolare, sono stati rinvenuti sistemi di canalizzazione che raccoglievano e convogliavano l’acqua piovana verso una cisterna semi ipogeica.

    Fig. 5, 6: sistemi di canalizzazione acqua in una masseria di Macurano.

    In alcuni casi, a Macurano, sono state utilizzate come vasche delle presunte tombe di età più antica (fig. 7). Questa pratica di riutilizzo di strutture funerarie come serbatoi d’acqua evidenzia non solo una continuità di utilizzo del territorio, ma anche la capacità delle comunità medievali e moderne di adattarsi alle necessità quotidiane, sfruttando le risorse già esistenti in modo pragmatico.

    Fig. 7: cisterna ricavata in una presunta tomba nelle campagne di Macurano.

    Le cisterne medievali e moderne sono quindi una testimonianza di un’eredità che parte dall’antichità e si perpetua nel tempo, con l’adattamento delle strutture preesistenti a nuove funzioni.

    Sorgenti e torrenti naturali nel territorio dei Fani (Salve)

    Nel territorio di Salve esempi di sistemi idrici sono rappresentati dai canali Tariano (fig. 8), Fano (fig. 9) e Muscio.

    I canali Muscio e Tariano sono a regime pluviale e si attivano principalmente in seguito alle precipitazioni. Questo significa che il flusso d’acqua dipende dalle piogge stagionali e dalla loro intensità.

    Fig. 8: fondo del Canale Tariano (Salve).

    Al contrario, il Canale Fano, nel suo ramo occidentale, si distingue per la presenza di un ruscello perenne, alimentato da sorgenti di acqua dolce. La principale fonte di approvvigionamento per questo ruscello è una piccola grotta scavata nel calcare, situata lungo il versante orografico sinistro, a circa 200 metri a valle della Masseria Fano. La sorgente che alimenta il ruscello ha una portata che può variare notevolmente a seconda delle stagioni: durante la stagione delle piogge, la portata media della sorgente è di circa 100 litri al minuto. Tuttavia, nel periodo estivo, quando la disponibilità di acqua nelle falde è ridotta, la portata della sorgente diminuisce drasticamente, fino a diventare quasi nulla, a causa della scarsità di piogge e della naturale riduzione delle falde acquifere.

    Fig. 9: ruscello del Canale Fano (marzo 2022).

    Questo contrasto tra i due canali evidenzia come, nel Salento, l’approvvigionamento idrico possa dipendere da diverse fonti e modalità di raccolta: da un lato, attraverso canali a regime pluviale come il Canale Muscio, e dall’altro, l’approvvigionamento da sorgenti come quello del Canale Fano. La gestione delle risorse idriche in queste aree continua a essere una sfida, in quanto dipende fortemente dalle precipitazioni e dalle condizioni ambientali, con impatti diretti sulle attività agricole e sulla vita quotidiana delle popolazioni locali.

    L’acqua e la morte. Un tragico evento a Salve nel 1615

    A Salve nel 1615 si verificò un evento straordinario, in cui purtroppo perse la vita una giovane fanciulla. La notizia è riportata da padre Luigi Tasselli nell’opera “Antichità di Leuca” (Lecce 1693):

    “l’anno 1615 superchiarono tanto le piogge e l’acque la nostra Provincia, ed in specialità tutto questo Capo salentino, che le profonde voraci e maravigliose di Barbarano si empirono tutte a dismisura; ed in Salve crescendo fuori di modo le acque, in luoco non basso ma alto, si avanzarono otto palmi, per le quali affogata rimase una donzella in età di 10 anni“.

    L’evento descritto da padre Luigi Tasselli si riferisce a una straordinaria inondazione che colpì il Salento nel 1615, in particolare l’area di Salve, uno dei comuni più meridionali della provincia di Lecce. Secondo la testimonianza, le piogge eccezionali di quell’anno provocarono un innalzamento anomalo delle acque, che superarono livelli mai visti prima, mettendo in ginocchio il Capo di Leuca.

    Il testo riporta con grande drammaticità come a Salve, in località Ortomasciu, le acque salirono di ben otto palmi (circa 2 metri), allagando vaste aree (fig. 10, 11). L’evento fu così tragico da causare la morte per annegamento di una giovane fanciulla di soli 10 anni. Questo episodio evidenziava le potenzialità devastanti delle precipitazioni abbondanti che, in mancanza di un efficace sistema di drenaggio o protezione, potevano provocare danni significativi.

    Il racconto di padre Tasselli, infatti, non è solo una testimonianza della forza incontrollata degli elementi, ma anche una riflessione sulla fragilità delle comunità rurali e sull’importanza della gestione dell’acqua. L’evento del 1615 rimane una delle numerose storie che sottolineano il legame tra l’uomo e l’ambiente, e la costante tensione tra la necessità di sfruttare le risorse naturali e la vulnerabilità alle forze della natura.

    Fig. 10, 11: loc. Ortomasciu (Salve) a seguito di forti precipitazioni.

    Stagni temporanei nel Salento. Il comprensorio dei “Paduli”

    Il comprensorio dei Paduli si estende su un’area che coinvolge 12 comuni salentini, tra cui Specchia. Si tratta di un territorio in cui scorrono numerosi canali a carattere pluviale, che giocano un ruolo fondamentale nel raccogliere le acque meteoriche provenienti dalle precipitazioni (fig. 12, 13, 14, 15). Questi canali non sono permanenti, ma si attivano principalmente durante le piogge, raccogliendo l’acqua che altrimenti defluirebbe rapidamente. La geomorfologia favorisce la formazione di stagni temporanei, che possono persistere anche per settimane o mesi. Questi acquitrini hanno una grande importanza ecologica, poiché offrono rifugio e nutrimento a numerose specie di flora e fauna idrofile e di uccelli migratori.

    Pertanto la presenza di zone umide nel comprensorio dei Paduli favorisce una ricca biodiversità, con la presenza di piante acquatiche, anfibi, insetti, uccelli e altri animali che dipendono da questi habitat per la loro sopravvivenza. Questi spazi naturali sono quindi un patrimonio ecologico che necessita di essere protetto e conservato, anche in considerazione dell’intensificazione delle attività agricole e urbanistiche che minacciano questi delicati ecosistemi.

      

    Fig. 12, 13, 14, 15: stagni temporanei nel territorio di Specchia.

    Le acque di Miggiano

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che questo abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dall’età dei metalli, si sono stanziati nel comprensorio. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”.

    Fig. 16, 17, 18, 19: stagni temporanei nel territorio di Miggiano.

    La Padula Mancina (Montesano Salentino)

    L’area di Padula Mancina, situata a nord-ovest di Montesano Salentino, rappresenta uno degli ultimi residui di un’ampia palude che un tempo caratterizzava la zona. Questa area acquitrinosa ospita una serie di elementi di grande interesse naturalistico, tanto da costituire un habitat ricco di biodiversità (sito a interesse comunitario).

    La palude ora è ridotta ad uno stagno di modeste dimensioni, con una superficie di circa 2,5 ettari (fig. 20, 21).

    Nonostante la siccità che ha ridotto in parte l’estensione della palude originale, Padula Mancina rimane una testimonianza importante del passato acquitrinoso della territorio e rappresenta una risorsa ecologica di grande valore. L’area continua a essere un rifugio per una varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali legate agli ambienti umidi e che trovano qui un habitat ideale, da proteggere e tutelare.

    Fig. 20, 21: Padula Mancina (Montesano Salentino).

    Per approfondire i progetti di studio e valorizzazione della Padula Mancina, si consiglia la visione del documentario “Le acque effimere di Padula Mancina. Storie di stagni mediterranei nel Salento”. Una produzione Manu Manu Riforesta! – di Bruna Rotunno e Ada Martella.

    Bibliografia:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase, 2009.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” , Tricase, 2011.

     

  • La Chiesa della Madonna del Passo di Specchia. Da “Laura bizantina” a Santuario

    La Chiesa della Madonna del Passo di Specchia. Da “Laura bizantina” a Santuario

    Di Giovanni Perdicchia

    La chiesa della Madonna del Passo. Un’antica cripta di origini bizantine trasformata in chiesa alla fine del Cinquecento.

    Fig. 1. Complesso della Madonna del Passo (Specchia).

    Il territorio di Specchia, per la natura carsica del luogo e per la posizione collinare, da sempre è stato segnato da grotte, anfratti e caverne, che da tempi preistorici hanno visto la presenza dell’uomo e vi sono diverse testimonianze della presenza ed attività umana costante dal periodo preromano a quello medievale. Proprio in una di queste grotte ed ai piedi di una delle colline si stanziarono alcuni monaci italo-greci provenienti dall’Oriente, che portarono qui il loro culto verso le immagini sacre, che essi stessi dipingevano sulle pareti (fig. 2). Qui le parole diventavano figure ed episodi di una Bibbia viva ed aperta sulla loro fede e sulle loro tradizioni. Testimonianza concreta di questa presenza rimangono nella parte retrostante della cripta dove resta ancora un lungo corridoio con sedile scavato nella roccia; proprio qui i monaci passavano lungo tempo in preghiera, in meditazione e dormivano nel VIII e IX sec. (fig. 3a e 3b). Monaci italo-greci che probabilmente hanno convertito il luogo e le grotte presenti trasformandole in edificio di culto mariano dedicato alla Madonna del Passo. Il termine Laura ha origini greche e significa “cammino stretto” o “gola” proprio come in questo caso una stretta gola scavata nella nuda roccia.

    Fig. 2. Monaci italo-greci (fonte: https://www.ricocrea.it/2020/04/29/pagine-di-storia-i-basiliani/).

    Fig. 3a. Corridoio interno alla cripta.

    Fig. 3b. Sedile scavato nella roccia all’interno del corridoio. 

    Da un antichissimo tracciato viario di età romana…

    I giorni 8 e 9 settembre si svolge la Festa della Madonna Del Passo, probabilmente così chiamata perché la cripta a lei dedicata si trova sulla strada che tange Specchia e porta a diverse direttrici da Sud a Nord e da Est a Ovest. Si ipotizza, che anticamente, come scrive il Prof. Penna, in quel luogo fosse ubicato un “passo”, un punto di passaggio tra le Serre Salentine, di un percorso stradale di notevole importanza strategica, sia militare, sia commerciale per il territorio del Capo di Leuca seguendo gli antichi tracciati. Da segnalare anche il tesoretto di circa 250 monete d’argento (seppellito nel III secolo a.C.), provenienti da diverse aree della Magna Grecia, di cui 214 recuperate, restaurate, ed esposte al museo Marta di Taranto. Quest’ultima recente notizia avvalora l’ipotesi di un insediamento messapico nel territorio che poi fu conquistato dai romani e presidiato con compiti militari e che, in via ipotetica, potrebbe coincidere con il nucleo più antico del centro di Specchia, sulla collina. Sui tracciati messapici quindi si inseriscono i Romani ed è da notare che il luogo si trova esattamente nella distanza delle XII miglia romane a metà strada tra Castro (17 km), Ugento (15 km) nell’asse est/ovest (le statio romane si trovavano ad una distanza tra le X-XII miglia). Il luogo è stato frequentato sin dai primi secoli forse su un santuario pagano, tenendo conto anche delle testimonianze sul territorio con la presenza di un insediamento romano nell’antico casale Grassano e della chiesa bizantina di S. Eufemia, di Sant’Elia (non più esistente), San Demetrio (anche questo non più esistente) e la cripta di San Francesco, oltre ad alcuni reperti trovati in zona come monete e vari frammenti fittili di epoca romana, come riporta lo studioso Antonio Penna in uno dei suoi volumi su Specchia. Sempre nella zona, nel secolo scorso, è stato smontato il tratto di un’“antica cinta” di incerta datazione; persiste un tratto di muro sospetto che merita ulteriori approfondimenti, oltre ad una serie di blocchi squadrati inseriti nei muri a secco delle vicinanze, tutti di riutilizzo e delle stesse dimensioni  (fig. 4a e 4b).

    Fig. 4a. Tratto di muro sospetto, nei pressi della Madonna del Passo. che merita ulteriori indagini. Fig. 4b. Blocco di riempiego collocato in corrispondenza dell’ingresso del complesso. 

    …alla via dei pellegrini

    Il sito con la conversione divenne un itinerario mariano che conduce alla Serra dei Peccatori ed all’antica via dei pellegrini, chiamata anche la via della Perdonanza (fig. 5). Divenne luogo di incontro, di sosta e di ritrovo per il commercio dove da molti secoli si svolge la tradizionale fiera con il mercato e vendita degli animali, oltre alla transumanza degli stessi. Nel contesto del luogo la cripta si trova affiancata alla masseria del Pozzo, ad altri ambienti ipogei ancora da indagare, ad un trappeto. Nelle vicinanze, in passato, era presente anche un antico cimitero. Inoltre a poca distanza erano ubicate diverse masserie, tra cui Masseria Magnone. In questo contesto si inseriscono anche alcuni toponimi come Catapano, Lo Fisca, le Cento Moscie, Mandre, le Cinque Vie, le Cento Vie attestati nei secoli passati in alcuni atti notarili.

    Fig. 5. Tratto di via basolata lungo la via della Perdonanza. 

    Il primo documento che cita la chiesa della Madonna del Passo è l’inventario della chiesa madre (citata come Madonna de lo Passo), datato al 1539, e quindi la sua eventuale riscoperta va collocata al Medioevo.

    La leggenda del pastore e della pecora con la Madonna

    La scoperta della cripta è legata ad una leggenda che si perde nella notte dei tempi e che ha fatto nascere una devozione molto sentita a Specchia. Si narra di una voragine che ospitava un’antica cripta, scoperta da un pastore che pascolando il suo gregge si accorse che aveva smarrito una pecora, la più grossa e la più generosa di latte. L’uomo, allora, cominciò a cercarla, ma per quanto avesse girato per campagne, fossi e cespugli non riuscì a trovarla. Calata la sera, andò a dormire, ma non riuscì a dormire per l’angoscia, sicché con le prime luci dell’alba si rimise alla ricerca. Passò tutto il giorno invano, ma proprio quando l’uomo stava per perdere ogni speranza di ritrovare l’animale sentì un belato che veniva da una grotta. Entratovi, trovò la sua pecora inginocchiata davanti all’immagine di una Madonna affrescata su una parete. Felicissimo tornò a Specchia e raccontò a tutti l’accaduto, subito considerato prodigioso, sicché si decise di erigere in quel posto una chiesa dedicata alla “Madonna del Passo”.

    Nel corso della storia tanti sono stati gli episodi nei quali gli specchiesi si sono rivolti alla Madonna del Passo, soprattutto nei momenti di difficoltà: dalla peste alle grandi carestie, l’ultimo  é avvenuto l’8 settembre del 1943, giorno proprio dei festeggiamenti della Madonna, quando diffusasi  la notizia dell’armistizio, moltissime donne hanno percorso l’ultimo tratto di strada che porta al santuario in ginocchio, affinché la Madonna facesse tornare incolumi i figli o mariti partiti in guerra. In segno di ringraziamento nel 2022 i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e militari con i loro labari, parteciparono allo solenne processione che si svolge da secoli esattamente l’8 settembre di ogni anno.

    L’interno della cripta

    La cripta nel corso del tempo ha subito diversi rimaneggiamenti. Una di queste fasi si potrebbe riferire al XII-XIV secolo, testimoniato dai semplici archetti pensili di riutilizzo presenti a chiusura della parte in grotta in alto.

    La parte della cripta dedicata al culto, di forma quadrangolare, ospita due altari laterali ed un altare centrale delimitato da un baldacchino con colonne e balaustre in pietra su tre lati, e ne occupa il centro dell’invaso. L’altare principale, con il titolo di Madonna del Passo, è in stile tardo rinascimentale, fatto costruire dal Dottore Geronimo Balsamo ed impreziosito da un dipinto su tavola della Vergine col Bambino che sostituiva l’icona originale ad affresco (fig. 6a e 6b).

    Fig. 6a-6b. Altare centrale. 

    Il baldacchino separa il Bema (presbiterio) dal Naos e ricorda le strutture delle basiliche orientali in cui c’era una netta divisione tra la parte riservata al clero e quella occupata dai fedeli. Tra i blocchi della balaustra si notano alcuni pezzi lavorati più antichi. Alcuni si riferiscono alla vecchia struttura in particolare al portale rinascimentale che ne impreziosiva l’ingresso e che testimonia anche la trasformazione, avvenuta nel XVI secolo, con l’aggiunta di un nuovo prospetto esterno e della volta composta a crociera nella prima parte verso l’ingresso.

    Fig. 7. Lacerti di decorazioni più antiche sulle pareti.

    Fig. 8. Tracce di antica decorazione sotto l’arco della volta a crociera. 

    Il De Rossi nel corso della visita pastorale  del 1711 scrisse: “Ho visitato la chiesa della Madonna del Passo, anticamente era una cripta rupestre ed in seguito per la devozione del popolo fù trasformata in chiesa… Anticamente si svolgevano grandi festeggiamenti… con grande concorso di popolo”. R. Marti afferma: “è questa Chiesa della Madonna del Passo, primordiale santuario di perseguitati cristiani”. Sempre il De Rossi aggiunge: “Serve l’oblato Leonardo Negro di Specchia e c’è anche la cella per l’abitazione del suddetto oblato”.

    Gli altari laterali erano dedicati al Crocifisso ed alla Natività della Beata Vergine, poi rifatti ad inizio Ottocento e dedicati rispettivamente all’Ecce Homo e a S. Luigi Gonzaga. Le pareti dell’ipogeo presentano tracce di antichi affreschi difficili da collocare cronologicamente ma probabilmente, in origine, doveva essere interamente affrescata (fig. 7, 8). Altre tracce di pitture si trovano nella parte alta dell’altare centrale e sono riferibili al primo Seicento con fasce decorate a grottesche. Sulle balaustre ed i blocchi di pietra, alcuni di riutilizzo, che delimitano l’altare principale sono incisi diversi nomi, date, simboli che stanno ad indicare la frequentazione di questo luogo di culto. Ciò fa pensare che questa cappella è stata visitata nel tempo da forestieri pellegrini, che hanno voluto lasciare testimonianza del loro passaggio ed indirettamente confermano il titolo di Madonna del Passo e della sua importanza.

    Sui blocchi oltre ai numerosi nomi dei pellegrini ci sono diversi simboli purtroppo in parte cancellati e difficili da interpretare, ma quello che si intravede con certezza sono i due simboli incisi sui blocchi laterali alla base della balaustra rappresentanti la triplice cinta e la scacchiera di alquerque; questi due simboli, se rappresentati all’interno o all’ingresso di un edificio di culto, assumono una forte valenza simbolica (fig. 9 e fig. 10).

    Fig. 9. Incisioni raffiguranti la “triplice cinta”. 

    Fig. 10. Incisioni rappresentanti la “scacchiera ad alquerque”. 

      Fig. 11. Nella nicchia era collocata una statua dedicata alla Madonna della Fava, trafugata negli anni ’60 del secolo scorso.  

    Chiesa o santuario?

    Riguardo alla definizione di santuario è lo stesso parroco, don Antonio Riva, che ci informa di tale denominazione. Va tuttavia specificato che si tratta di alcune fonti orali e di una vecchia cartolina che lo ricordano come santuario (fig. 12a e 12b). Anche il prof. Penna nel suo libro, con il beneficio del dubbio, lo definisce così; il Marti cita la chiesa allo stesso modo ma in riferimento all’antichità della cripta come “primordiale santuario…”. Di questo non si ha certezza ma rimane il sospetto. Allo stato attuale non essendoci documenti che  possano fugare i dubbi, come una bolla papale che ne attesti l’elevazione della chiesa a santuario, possiamo solo citarlo, nel ricordo dei cittadini e da fonti incerte. All’archivio Diocesano, ad un primo controllo fatto, non sembra ci siano riferimenti al riguardo anche perché i fondi più antichi sono andati dispersi. Quello che è certo e che serviranno ulteriori studi per riempire gli spazi vuoti della storia e preservare al meglio il luogo.

    Fig. 12a. Vecchia cartolina che ricorda la cripta come “santuario” (collezione Don Antonio Riva). 

    Fig. 12b. Vecchia cartolina che ricorda la cripta come “santuario” e il precedente ingresso del cimitero (collezione Giacomo Cazzato). 

    La sistemazione esterna

    All’esterno si trova anche una semplice costruzione volgarmente detta “capanne”, voltata a botte ed aperta con quattro archi che serviva come ricovero per i viandanti e pellegrini, come anche la masseria contigua (fig. 13).

    Fig. 13. Complesso della Madonna del Passo visto da Sud. 

    Nel 1600 la chiesa è attestata da un atto notarile come sede della confraternita del nome di Gesù.

    Intorno alla metà dell’Ottocento viene costruito il nuovo cimitero cittadino lontano dall’abitato. E’ in questo periodo che viene rifatto il prospetto della chiesa-santuario, con un portico neoclassico di ordine dorico che collega idealmente a quel mondo greco, da cui erano partiti i primi monaci.

    Nella parte interna del  portico neoclassico è stato edificato un Calvario disposto nelle cinque grandi nicchie al di sopra dei due ingressi. Sul lato sinistro si colloca l’antico campanile a vela. Nello spazio antistante si trova anche una colonna con la statua della Madonna del Passo che guarda verso il paese a protezione dei suoi abitanti.

    La statua della Madonna

    La statua della Madonna del Passo, conservata nella chiesa matrice, risale al XVIII secolo. Si tratta di un pregevole manufatto in legno policromo di scuola veneziana, che raffigura la Vergine con il Bambino, riportata nell’inventario nel 1878.

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    Fonti archivistiche e bibliografiche:

    Archivio Parrocchiale della Presentazione Beata Vergine Maria di Specchia.

    Archivio Comunale di Specchia.

    Archivio Diocesano di Ugento.

    Archivio di Stato di Lecce.

    De Giorgi C., Bozzetti di viaggio, 1888.

    Degl’Innocenti E., Taranto e la Messapia tra IV e III secolo a. C. Il tesoretto di Specchia al Museo Archeologico di Taranto, Claudio Grenzi Editore 2020.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Youcanprint 2020.

    Fonseca C.D., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina 1979.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br), 1995.

    Penna A, Chiese e Palazzi di Specchia, 2014.

    Ruppi F., I manoscritti di Carmelo Sigliuzzo, Cavallino 2010.

  • Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    di Nicola Febbraro e Marco Cavalera

    Le grandi Specchie nel Salento. Premessa

    Il termine specchia[1], in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificate.

    Fig. 1 – Specchia Silva nel territorio di Taurisano.

    Numerosi sono gli studiosi che, a partire dal XIX secolo, si sono interessati al fenomeno delle grandi specchie, molte delle quali sono state nel tempo smantellate[2].

    Gli studi degli storici

    De Giorgi – che ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir – ne ha censite, in Terra d’Otranto, 143[3]. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo[4].

    Jatta – i cui studi sono da riferire agli inizi del XX secolo – considerava le grandi specchie dei monumenti d’età storica. Lo studioso è stato il primo ad effettuarne una distinzione cronologica e funzionale in piccole e grandi specchie, intendendo in questo ultimo caso quelle il cui diametro poteva raggiungere i 35 metri e la cui altezza era compresa, generalmente, fra i 15 e i 20 metri. Jatta – infatti – ha ritenuto che le grandi specchie siano state edificate a scopo sia difensivo che di controllo del territorio. Riguardo alle piccole specchie – invece – lo studioso ha ipotizzato che si sia trattato di monumenti eretti a scopo funerario[5].

    Drago – nel corso degli anni ’40 del secolo scorso – riprese la teoria, proposta da Jatta, secondo la quale occorreva fare una distinzione, dal punto di vista cronologico e funzionale, fra piccole e grandi specchie. Lo studioso procedette allo scavo di tre grandi specchie e di diverse piccole specchie. Dallo scavo delle prime non emersero né ossa umane né manufatti, motivo per cui giunse alla conclusione che non si trattava di monumenti funerari. Lo studioso, a proposito delle piccole specchie, ha osservato che la loro diffusione riguarda tutta la Puglia mentre le grandi specchie sono ubicate esclusivamente nel Salento. Drago – nel 1941 – ha scavato undici piccole specchie (i cui diametri oscillavano fra i 15 e i 30 metri e le cui altezze non superavano i 2-2,5 metri) situate in territorio di Vernole (Le). Lo scavo permise di individuare delle celle dolmeniche con dromos (corridoio) di accesso al cui interno vi erano delle sepolture e dei reperti archeologici: frammenti ceramici ad impasto, manufatti in selce ed in bronzo, frammenti di ossa umane (talvolta bruciate) ed alcuni resti ossei pertinenti ad un fanciullo e ad un individuo adulto rannicchiato. Tali monumenti sono stati attribuiti all’età del Bronzo (II millennio a.C.)[6].

    Neglia, a proposito dell’originaria funzione e cronologia delle grandi specchie, è giunto alla conclusione che si tratta di apprestamenti difensivi di età messapica (I millennio a.C.). Lo studioso, a tal proposito, ha osservato che alcune di esse sono disposte in cerchio attorno ad alcuni centri messapici (Rudiae, Ceglie, Ugento e Oria) a mo’ di anello difensivo avanzato rispetto alla linea delle fortificazioni[7].

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale[8]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni (Manduria) conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[9].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente[10].

    Fig. 2 – ruderi della Specchia Torricella (Supersano). Foto del 24 marzo 2009. 

    Le ipotesi avanzate riguardo ad un’esatta definizione della funzione e della cronologia delle grandi specchie – come visto – sono molteplici e spesso discordanti, cosicché non si è ancora giunti ad una conclusione unanimemente condivisa.

    Lo studio etimologico del termine, unitamente all’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, suggerisce che si sia trattato di monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. Lo loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Fig. 3 – Specchia “de Amygdalis” nel territorio di Specchia.

    Grandi Specchie nel territorio di Salve

    Aldo Simone, storico salvese, a proposito di grandi specchie scrive che “In feudo di Salve ve n’erano alcune: una esiste ancora, un po’ dimezzata, nei pressi della nostra spiaggia (Posto Cantoro), un’altra stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta; ma la più grande era quella della masseria Cucuruzzi, detta anche la specchia dei Fersini”[11]. Fra le grandi specchie esistenti in feudo di Salve la sola Specchia Cantoro è presente negli elenchi stilati da De Giorgi, Teofilato e Palumbo[12] ed è citata – inoltre – da Passaseo[13] in un suo studio.

    La Specchia dei Fersini o Cucuruzzi

    Fig. 4 – Specchia dei Fersini o Cucuruzzi (foto N. Febbraro).

    In località Cucuruzzi, a breve distanza dalle Masserie Spiggiano (Presicce) e Fersini (Salve), sono stati individuati i ruderi della Specchia dei Fersini o Cucuruzzi. La specchia sorge su un altopiano della Serra Falitte ad un’altitudine s.l.m. pari a 142 metri. Dalla sua sommità si domina visivamente un vasto territorio. La Specchia dei Fersini dista circa 2 Km da quella di Pozzo Mauro, ubicata sull’omonima serra in territorio di Presicce, con la quale è collegata visivamente.

    Simone, a proposito della Specchia dei Fersini, scrive che “non è rimasto più nulla: hanno portato via tutto l’ingente materiale per costruzione di massicciate stradali, di vespai e di altro”[14]. La specchia, in realtà, ha sì subito un notevole asporto di materiale, considerando quelle che dovevano essere le sue originarie dimensioni, ma della stessa se ne è conservato un rudere che, delle tre presenti in territorio di Salve, è il più significativo.

    La Specchia di  Spigolizzi

    Fig. 5 – Specchia Spigolizzi.

    Sulla dorsale della Serra Spigolizzi, a circa 100 metri ad est dall’omonima masseria, sono stati individuati i ruderi della Specchia di Spigolizzi. Questa ultima è ubicata  sul ciglio del margine orientale della Serra a circa 105 metri s.l.m. Simone scrive che “stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta”[15]. Dal ciglio della serra, sul quale è ubicata la specchia, si domina visivamente un ampio territorio tanto verso il mare che verso l’entroterra dove è collegata a vista con la Serra di Pozzo Mauro e con l’omonima specchia.

    La Specchia di Spigolizzi ha subito dei notevoli rimaneggiamenti agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso quando, in occasione della costruzione della strada rurale che lambisce l’omonima masseria, dalla stessa è stata asportata una grande quantità di materiale lapideo. I ruderi della specchia hanno subito delle regolarizzazioni da parte di Norman Mommens che, nel corso dei primi anni ’70, ne ha conferito l’attuale forma tronco-conica.

    La  Specchia Cantoro

    Fig. 6 – l’originaria maestosità della Specchia Cantoro (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    In località Macchie Cantoro, alla periferia di Posto Vecchio, sono stati individuati i ruderi della Specchia Cantoro (32 metri s.l.m.). Questa – come detto – è stata censita da Teofilato e da Palumbo. Simone scrive che si “presentava un po’ dimezzata”[16] mentre Passaseo ci fa sapere che “la Specchia Cantoro è diventata nel corso dei secoli un grande ammasso di pietre e oggi, purtroppo, non c’è più essendo stata smantellata alla fine degli anni ’50 per la costruzione di un tratto di strada litoranea”[17].  Della specchia, in realtà, si sono conservati dei ruderi che, sebbene siano poco significativi, rendono l’idea della sua originaria maestosità e permettono – inoltre – di ubicarla esattamente.

    Lo smantellamento della Specchia Cantoro è da far risalire al 1960 quando, in occasione della realizzazione della massicciata del tratto di litoranea che collega Torre Pali a Torre Vado, ha fornito una grande quantità di materiale lapideo[18].

    Fig. 7 – rudere della Specchia Cantoro visto da ovest (Foto N. Febbraro), nel 2007. 

    Tratto da:

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    N. Febbraro e M. Cavalera “Il fenomeno delle grandi specchie nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve“, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, a cura di N. Febbraro (Libellula Edizioni, 2011, prima ristampa luglio 2015).

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampo’ M., Manifestazioni funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Passaseo N., Grotte-abitazione nel territorio di salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, IX edizione, pp. 15-18, Galatina (Le) 1995.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della storia, Bari 2004.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    https://www.associazionearches.it/la-specchia-de-amygdalis-di-specchia/

    https://www.associazionearches.it/il-fenomeno-dei-dolmen-nella-puglia-meridionale/

    Note

    [1] Specchia: frequente toponimo usato nelle province di Bari, Lecce e Taranto. Salentino specchia “grande cumulo di sassi o di pietrame di forma tondeggiante” dal latino specula “luogo alzato”, “posto di guardia” (Rohlfs 1986).

    [2] A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono state distrutte numerose grandi specchie. Lo smantellamento è stato dovuto alla crescente richiesta di materiale lapideo in conseguenza del notevole sviluppo di opere edilizie e stradali. Gli spezzoni informi di pietra calcarea – inoltre – sono stati utilizzati per l’ottenimento di calce (Neglia 1970).

    [3] De Giorgi 1922.

    [4] De Giorgi 1905.

    [5] Corsini 1986.

    [6]   Cipolloni SampÓ 1987.

    [7]  Neglia 1970.

    [8]  D’Andria 1991.

    [9]  D’Andria 1991.

    [10]  Arthur 1997.

    [11] Simone 1981.

    [12] Neglia 1970.

    [13] Passaseo 1995.

    [14] Simone 1981.

    [15] Simone 1981.

    [16] Simone 1981.

    [17] Passaseo 1995.

    [18] Passaseo 2005.

  • La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    di Stefano Cortese 

    Fonti storiche

    Sulla strada che congiunge Sant’Eufemia ad Alessano, nei pressi di alcune vestigia archeologiche (in particolare carraie e tombe), sorge la cripta del Gonfalone, segnalata da un vistoso campanile a vela e dei corpi di fabbrica (fig. 1).

    Fig. 1 – esterno della cripta del Gonfalone. Foto di Alessandro Bianco

    L’invaso è stato scavato nel banco roccioso in epoca imprecisata: le datazioni proposte del bene infatti, oscillanti dall’VIII all’XI secolo, risultano essere senza alcun fondamento, in assenza di documentazione probante sia a livello documentario-archivistico, che a livello artistico.

    I diversi studiosi hanno inoltre asserito una dipendenza della cripta dall’abbazia di san Nicola di Casole o dall’abbazia di santa Maria del Mito, senza indicarne la fonte, anzi avanzando l’ipotesi di una presenza stanziale di un insediamento monastico in loco, forse tratti in inganno dai vetusti testi del Tasselli[1] e Arditi[2]; stando però a quanto riportato in un documento che ho scovato di recente nell’archivio vescovile di Ugento, nel 1615 era dipendenza dell’abbazia commendata del Mito: nella relazione ad limina di quell’anno infatti, trovo scritto che il monastero tricasino “habet amexa ecclesia de S.ta Maria de Confalone”[3].

    Maggiore documentazione è stata però rinvenuta nell’archivio diocesano di Otranto[4] in quanto una quota del casale di sant’Eufemia apparteneva vescovo di Otranto[5], ma non utile a chiarirci le origini della cripta e la sua intitolazione originaria, ancora oggi sconosciuta; l’attestazione alla Madonna del Gonfalone infatti, come sottolinea Accogli[6], dovrebbe essere legate alla influenza francescana e riportata solo dal 1586.

    Probabilmente già concepita a pianta centrale, come le probabili contemporanee chiese greche, l’invaso è sostenuto da una selva di colonne e pilastri, mentre la zona centrale è dominata dal piccolo altare “balaustrato”. Il sacello inquadra una icona della Madonna con Bambino attraverso un ovale circondato da ricche ornamentazioni vegetali di gusto seicentesco e culminante con un timpano triangolare (fig. 2).

    Fig. 2 – altare balaustrato con l’affresco della Madonna con il Bambino. Foto di Stefano Cortese.

    Gli affreschi

    A sinistra dell’altare, lungo la parete sud-ovest, sono presenti diversi affreschi cinquecenteschi: riscontriamo quella che per alcune fonti era una santa ignota, ma che l’iscrizione esegetica a sinistra e l’attributo della torre la fa identificare come santa Barbara (fig. 3); a seguire, un santa con palma del martirio e recante un vassoio con gli occhi, senza dubbio santa Lucia.

    Fig. 3 – Santa Barbara. Foto di Stefano Cortese.

    Un santo di piccola taglia, posizionato su un podio decorato a punta di diamante, divide il pannello della santa siracusana dalla grande scena palinsesto della Dormitio Virginis (fig. 4), o Koimesis[7].

    Fig. 4 – Dormitio Virginis. Foto di Stefano Cortese.

    Erroneamente identificata come una morte di san Bonaventura[8], forse perché tratto in inganno dal titolo mariano del Gonfalone di matrice francescana, in realtà alcune caratteristiche iconografiche non pongono dubbi sulla vera identità della scena. In basso innanzitutto, davanti al motivo a scacchiera tipico dell’epoca quattro-cinquecentesca, compare un angelo mentre recide le mani al sacerdote ebreo Ruben (o Josafa, a seconda della versione del vangelo), intenzionato in origine a rovesciare il catafalco della Vergine defunta; le mani gli verranno poi riattaccate su ordine di Pietro. Domina la scena la Vergine adagiata su un bianco lenzuolo, mentre vicina alla Stessa, insieme ai santi apostoli (di alcuni dei quali si riconoscono le identità grazie alle iniziali dei nomi inclusi nei nimbi[9]), compaiono due figure apparentemente fuori contesto: potrebbero essere san Giacomo, vescovo di Gerusalemme e Hieroteus, vescovo di Atene, secondo un retaggio iconografie bizantine.

    In realtà, nell’affresco preso in esame, compare la figura la figura pontificale, riconoscibile a personale avviso dalla tiara papale ancora conica, ma a 3 corone (quindi con un terminus post quem alla metà XIV secolo), identificabile probabilmente come san Pietro; sulla destra un’altra figura, probabilmente un vescovo, reca un aspersorio. In alto, il Cristo con alla sua sinistra l’eidolon, ovvero l’anima della Vergine.

    A seguire, si staglia il pannello della santa Maria Maddalena, nella sua solita iconografia con il cofanetto di mirra (fig. 5).

    Fig. 5 – Santa Maria Maddalena. Foto di Stefano Cortese.

    Procedendo, in un riquadro sotto la scialbatura, si intravede san Paolo. Dietro l’altare, in una nicchia rettangolare incassata nella parete, sono ubicate scene della Passione: sulla parete di sinistra, è campito un Cristo che sale al calvario, mentre nella parete di fondo è presente la Crocefissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista (fig. 6).

    Fig. 6 – affresco della Crocefissione (XVI secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Sullo sfondo, un paesaggio e una città turrita, mentre il soffitto è costellato da stelle dipinte ad otto punte[10]. La crocefissione, così come la Dormitio Virginis, risulta essere palinsesta: proprio nella porzione centrale risulta lampante un distacco della pellicola pittorica cinquecentesca e che svela la presenza di uno strato di pittura bizantina (XIII secolo?). Per scovare un’altra traccia di bizantinità, bisogna recarsi presso l’uscita posta a nord-est[11], dove sulla parete destra è posta una piccola figura campita su di un blocco, con nimbo perlinato: probabilmente è un Cristo Pantocratore (fig. 7). Il pessimo stato di conservazione non ci consente di avanzare ipotesi certe, ma la collocazione, l’accenno della croce dietro il nimbo e soprattutto il colore porpora dell’himation sembrano essere indizi di un certo peso.

    Fig. 7 – Cristo Pantocratore (affresco del XIII secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Alcuni confronti e considerazioni finali

    Alla luce delle attuali condizioni di conservazione della cripta, sarebbe ipotizzabile un utilizzo della cripta a funzione funeraria (e presumibilmente non monastica) a partire dal XIII secolo; non sarebbe peregrino immaginare la presenza di una tomba proprio dove si scorge quello strato di pittura bizantina sotto la Crocefissione.

    Dopo la prima fase bizantina quindi, riconoscibile ad oggi da questi piccoli indizi, è evidente la fase databile alla seconda metà del ‘400, quando probabilmente fu posto lo stemma del Pendinelli[12] all’esterno e campita la prima Dormitio assieme altri frammenti pittorici, tra cui probabilmente un santo vescovo benedicente alla latina, riconoscibile sul muro nord e che trova confronti con il sant’Eligio emerso di recente nella matrice di Tiggiano e lo stesso santo nella cripta della Coelimanna di Supersano e della Madonna della Scalella a Gallipoli.

    Altri frammenti pittorici sono sparsi, sotto le scialbature, nella cripte, ascrivibili in larga parte (almeno per quelli visibili), alle due campagne di decorazione cinquecentesche: con la prima metà del ‘500, una nuova frequentazione dell’invaso portò alla stesura di una nuova pellicola pittorica, a cui sono riferibili la grande maggioranza degli affreschi oggi visibili. I confronti maggiormente tangibili possiamo riscontrarli nella cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri, datata al 1525: qui sia nel ciclo agiografico, che nelle immagini votive in basso, possiamo evidenziare la presenza delle stesse figure e motivi decorativi[13], dovuti o all’utilizzo degli stessi cartoni, o alla presenza dello stesso frescante in entrambi i contesti (fig. 8).

    Fig. 8 – Confronti tra la cripta del Gonfalone e la cappella di santa Caterina dei Francescani Neri (Specchia). Foto di Stefano Cortese. 

    Prima della fase del ‘600, palesato dall’altare con icona e da architetture esterne, è visibile una fase di fine ‘500, forse da datare con precisione agli anni ’80 del XVI secolo, vista l’iscrizione dipinta lungo il dromos di accesso, in prossimità di una corona. A questa fase potrebbe appartenere la ricca decorazione fitomorfa alle spalle dell’altare, in particolare dei fregi che separano diversi pannelli, tra cui uno che divide la scene di vita di un santo, da un santo vescovo (fig. 9); questi fregi trovano i parallelismi con la chiesa di san Domenico ad Andrano (1561), con la chiesa di san Niceta in Melendugno (1569), con l’ex cappella della Madonna del Rosario a Melissano (1575)[14], con la chiesa matrice di Corigliano (1576), col cantiere di Felline presso la Madonna dell’Alto (1577) e la cattedrale di Otranto, in particolare sant’Antonio Abate e alcuni affreschi della cripta.

    Fig. 9 – Cripta del Gonfalone, motivo fitomorfo (fine XVI sec). Foto di Stefano Cortese.

    Solo il restauro delle campiture potrà svelare maggiori informazioni al fine di contestualizzare quello che ad oggi appaiono labili tracce pittoriche quasi nascoste sotto le incrostazioni; quei brandelli di affreschi, ci fanno comprendere la devozioni della popolazione e nello stesso tempo la mole di informazioni alla quale potremmo andare incontro, al fine di riscrivere una storia che a tutt’oggi si manifesta in tutta la sua lacunosità.

    Bibliografia e fonti archivistiche
    • ACV, Archivio vescovile di Ugento, Relazioni ad limina. Alessano (riproduzioni)
    • Accogli F., La cappella del Gonfalone (cap. I) in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Arditi G., Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879
    • Cortese S., “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012
    • Fonseca C. D., Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979
    • Musio S., La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Tasselli L., Antichità di Leuca, Lecce, 1693
    Note

    [1] L. TASSELLI, Antichità di Leuca, 1693

    [2] G. ARDITI, Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879, p. 532

    [3]  ARCHIVIO DIOCESANO UGENTO, Alessano. Relazioni ad limina, f. 428, 1615

    [4] F. ACCOGLI (a cura di), La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 79

    [5]  Solo in data 6.11.1988 avvenne il passaggio alla diocesi di Ugento, cosi come ricorda l’epigrafe in piazza s. Eufemia

    [6] F. ACCOGLI (a cura di), op. cit. p. 74

    [7] Una delle più antiche attestazioni di tale iconografia in provincia è presso la cripta di santa Marina a Miggiano; altre dormitio basso medievali possono essere riscontrate nel castello di Acaya, nel santuario della Lizza ad Alezio, nell’abbazia di Cerrate e quella poco conosciuta nella chiesa di santa Maria di Miggiano a Muro Leccese.

    [8]  C. D. FONSECA e altri, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979, pp.189-193; F. ACCOGLI, op. cit. p. 39

    [9] L’espediente è utilizzato soprattutto in alcune ultime cene della seconda metà del XIII secolo come in Casaranello e san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica; in C. D. FONSECA, op. cit. pp. 189, sono riportate le iniziali FI(lippo?) e A(ndrea?).

    [10]  Il motivo della stella ad otto punte è visibile nelle cripte basso medievali (XIII-XIV secolo) del Crocefisso di Ugento, nella cripta di san Michele Arcangelo di Galatina e negli scudi campiti sul pilastro nella chiesa di santa Maria della Lizza ad Alezio.

    [11] Esistono due accessi all’ambiente sotterraneo, uno dei quali reca l’ingresso lunettato, l’altro un arco ad ogiva interno.

    [12] S. MUSIO, La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004, pp.115-124. Lo stemma è ubicato all’esterno; l’amico Salvatore Musio lo ha attribuito, in maniera convincente, al vescovo Stefano Pendinelli

    [13]  S. CORTESE, “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012. La figura di san Leonardo a Specchia, appare simile a quella di san Paolo a sant’Eufemia; il Cristo presente nella Dormitio appare simile al personaggio che trasporta la croce nella cappella di Specchia; altre analogie possono essere viste nel ciclo cateriniano dove una figura laterale è identica a quella presente nella scene della Passione a sant’Eufemia; anche il motivo della scacchiera risulta essere comune nei due contesti, così come il motivo decorativo delle vesti di santa Maria Maddalena e santa Barbara col san Marone di Specchia.

    [14] La chiesetta, ritenuta scomparsa, è in realtà ubicata in aperta campagna e presenta il muro ovest nella sua originalità, con campiti una Vergine con Bambino e un sant’Antonio Abate, datati al 1575.

    Contributo pubblicato su “Leucadia. Miscellanea Storica Salentina Giovanni Cingolani“, a cura della Società di Storia Patria della Puglia, sezione di Tricase, Anno IV Nuova Serie, 2012, Edizioni Grifo.

    Per approfondimenti sulla storia del territorio: https://www.associazionearches.it/lucugnano-e-il-suo-territorio-storia-architetture-archeologia-e-paesaggio-di-un-paese-del-capo-di-leuca/

  • La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    di Associazione Archès

    Cosa erano le “specchie”

    Il termine “specchia”, in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificata.

    Lo studio etimologico del termine e l’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati, dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, ci suggeriscono che sono stati monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. La loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Specchia dei Mori (o del Diavolo), ubicata tra Martignano e Martano (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    Le ipotesi degli  studiosi

    De Giorgi ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo.

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale [1]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni  di Manduria conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[2].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente [3].

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    Nel 1905 De Giorgi pubblica un libretto sulle specchie in Terra d’Otranto. Tra le 143 strutture censite, cita quella “de Amygdalis”, una delle poche a non aver visto di persona, di cui tuttavia trova dei riferimenti “negli antichi diplomi riguardanti quello che un tempo si chiamò Specchia prete ed oggi Specchia. Restava in cima alla Serra di Specchia prete (dei Peccatori n.d.r.), metatesi di pietre, a 2300 m. dall’abitato” [4].

    Frontespizio del volumetto scritto da Cosimo De Giorgi e pubblicato nel 1905 dallo “Stabilimento tipografico Giurdignano”.

    Alessandro Rizzo, recentemente, l’ha individuata sulla cima della Serra dei Cianci, a 195 metri s.l.m. [5] La struttura, nascosta da una fitta boscaglia di querce (roverelle, lecci e querce spinose) e di macchia mediterranea (cisto, lentisco, corbezzoli, ecc.), è stata nei secoli rimaneggiata con la costruzione di un muretto a secco perimetrale, in alcuni punti alto più di tre metri.

    Specchia “de Amygdalis” vista da sud, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Specchia “de Amygdalis” vista da nord, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Il diametro, ricostruibile grazie alle foto aeree, superava i 25 metri; l’altezza è difficilmente desumibile a causa delle pessime condizioni di conservazione e per la presenza della vegetazione. “La fame di pietra” dei contadini, peraltro, ha contribuito alla dispersione di materiale lapideo utilizzato per la realizzazione di muri e pajare, queste ultime numerose nei dintorni.

    Cima della specchia vista da nord. 

    Muretto a secco posticcio che delimita a nord la specchia.

    Sul terreno circostante si individuano pochissimi frammenti di ceramica acroma, di incerta datazione, che non ci forniscono molte informazioni sulla nostra specchia che, come tante costruzioni del passato, conserva un segreto che solo uno scavo archeologico può svelare.

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampò M.,  Manifestazioni  funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della    storia, Bari 2004.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Note

    [1] D’Andria 1991.

    [2] D’Andria 1991.

    [3] Arthur 1997.

    [4] De Giorgi 1905, p. 15. In effetti la struttura megalitica dista esattamente 2,3 km dal centro di Specchia ed altrettanti da quello di Lucugnano.

    [5] Rizzo 2020, pp. 144-146 (scheda n. 23).

     

  • Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    di Marco Cavalera

    L’età protostorica

    Il sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. L’insediamento dista circa 5 km da Specchia.

    Area intorno all’insediamento, dove si nota la trincea per la canalizzazione idrica, scavata negli anni ’80 del secolo scorso, che ha messo in luce alcune evidenze archeologiche.  

    Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[1].

    Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (Bronzo medio). 

    La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio (2.000/1.500 a.C.), vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[2].

     Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (interno). 

    Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale)[3].

    All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale (1.300/1.000 a.C.).

    M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

    In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera[4].

    L’età romana e medievale

    Il pianoro che sovrasta il costone roccioso, sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica, si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono forse pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie individuando, insieme alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia[5].

    Materiale lapideo rinvenuto e pubblicato dal prof. Pagliara (Pagliara 1980).

    Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

    I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

    Miggiano e Montesano visti dalla serra Magnone (Cardigliano). Foto novembre 2005. 

    L’importanza archeologica della località è confermata anche dal ritrovamento casuale, avvenuto nel 1952 in contrada (Fondo Vigne), di un tesoretto “composto da monete coniate dalla zecca di Taranto, sulle quali è impresso su un lato un cavaliere e sull’altro Taras sul delfino, la più antica risale alla fine del IV secolo a. C. le altre sono databili al III secolo a.C: 211 stateri della zecca tarantina, due stateri di Heraclea Lucaniae e un divisionale che presenta tipi e peso apparentemente avvicinabili a quelli delle dracme tarantine. Una testimonianza storica importante che dimostra la grande opposizione ai Romani, a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., da parte del popolo tarantino che si affidò allo spartano Cleonimo (303 a.C.) e poi a Pirro, per contrastare l’avanzata di Roma in Magna Grecia”[6].

    Articolo tratto da: https://www.associazionearches.it/medianum-ricerche-archeologiche-nel-territorio-di-miggiano-montesano-salentino-e-specchia/

    Note

    [1] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26). Le grotte, sia naturali che artificiali, erano spesso utilizzate come luogo di sepoltura collettiva in tutta l’età del Bronzo (II millennio a.C.).

    [2] Ciongoli 1989, p. 159.

    [3] Orlando 1997a, pp. 292-303. Tra il materiale fittile individuato durante le prospezioni di superficie si annoverano: due scodelle a orlo rientrante, una scodella troncoconica, tre anse a rocchetto (Neolitico finale – facies Diana), due frammenti di ceramica a squame e una parete con decorazione incisa (Eneolitico), un’olla ovoide, un frammento decorato con cordoni a riquadri, un fondo di forma non determinabile, due anse a nastro, tre anse a bastoncello verticale, una ciotola con carena media a gradino, una scodella con orlo rientrante (Bronzo recente-finale).

    [4] Orlando 1997a, pp. 290-291.

    [5] Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri –  decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (Pagliara 1980, pp. 221-225).

    [6] https://www.quisalento.it/si-svela-al-marta-il-tesoretto-di-specchia/

    Bibliografia

    Cavalera M., “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia, Montesano Salentino“, Dell’Iride Editore, Tricase 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, pg. 159, Martina Franca (Ta), 1989.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, pp. 19-38, Galatina (Le), 1995.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 290-303, Galatina (Le), 1997.

    Orlando M.A., Santa Maria di Leuca, in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 309-343, Galatina (Le), 1997.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

  • Storia della ferrovia nel Capo di Leuca

    Storia della ferrovia nel Capo di Leuca

    di Marco Cavalera

    Correva l’anno 1911

    Il 16 ottobre 1911 fu inaugurata, con una solenne cerimonia, la stazione di Gagliano del Capo, da dove partì, esattamente alle ore 05:07 del mattino, il primo treno in direzione Maglie, tra l’euforia della popolazione locale che da anni attendeva con ansia la realizzazione di tale opera.

    foto ferrovia di Dario Carbone
    foto ferrovia di Dario Carbone (tratto nei pressi di San Dana)

    La linea Maglie – Leuca fu fortemente voluta dalle personalità politiche di spicco del Basso Salento dei primi anni del Novecento, tra cui il barone Filippo Bacile, gli onorevoli Ruggieri, Codacci Pisanelli, Giuseppe Romano (fratello di Liborio Romano) e Domenico Daniele. Lungo la tratta Maglie – Leuca erano dislocate le seguenti stazioni ferroviarie: Tiggiano, Alessano, Tricase, Miggiano, Castiglione, Spongano, Poggiardo, Sanarica e Muro Leccese. Le stazioni furono intonacate di color rosso pompeiano, realizzate su due piani e dotate di servizio igienico, cisterna, piano caricatore e rimessa, ponte e binari di stazionamento[1].

    foto ferrovia di giacomo sergi
    foto ferrovia di Giacomo Sergi (tratto Alessano – Tiggiano)
    I “campanilismi” ossia come passare dalle discussioni sul tracciato alle “mazzate”.

    Al momento della progettazione della linea ferroviaria si sono registrati diversi episodi di accentuato “campanilismo” tra i paesi, desiderosi chi più chi meno di vedere il proprio territorio servito dalla ferrovia. Emblematico è quanto ci riporta Santo Marzano, a proposito della vicende storiche che hanno preceduto la costruzione della stazione di Miggiano, Specchia, Montesano, la cui ubicazione poneva il primo centro in una posizione strategica, mentre isolava fortemente Specchia e Montesano. Il comune di Specchia aveva chiesto alla Direzione Centrale delle ferrovie di denominare la nuova stazione Specchia/Miggiano/Montesano e in più di costruire una strada che collegasse direttamente il paese Specchia alla stazione[2], per evitare il passaggio degli abitanti di Specchia dal paese di Miggiano. La situazione degenerò e si verificarono dei disordini (mazzate) tra gli abitanti dei tre paesi coinvolti, tanto violenti da essere riportati ancora oggi dalla tradizione orale.

    I miggianesi rivendicavano la priorità nella denominazione della stazione in quanto ricadente nel proprio territorio comunale e si opponevano alla realizzazione della strada di collegamento diretto con Specchia, perché troppo costosa e pressoché inutile: il percorso, infatti, sarebbe stato abbreviato solo di poche centinaia di metri. La disputa terminò a favore dei miggianesi, sia per quanto riguarda il nome della stazione che per la realizzazione dell’arteria viaria, che fu costruita dopo la prima Guerra mondiale[3].

    Disordini del genere avvennero anche nell’estremo Capo di Leuca, per la denominazione della stazione di Gagliano. Dal Corriere Meridionale del 19 ottobre 1911 (n. 38, anno XXII) si apprende di alcuni episodi di cronaca avvenuti subito prima l’inaugurazione da parte di alcuni facinorosi contrari all’intitolazione stabilita della stazione di Gagliano: di fatti richiedevano tumultuosamente che di seguito alla denominazione Gagliano – Leuca fosse apposto il nome Arigliano[4].

    La prima corsa

    La cronaca della prima corsa della vaporiera sul tragitto Gagliano – Maglie è stata raccontata da un cronista del Corriere Meridionale e pubblicata sulle colonne dello stesso giornale tre giorni dopo, il 19 ottobre 1911: Pareva un sogno e sarà una realtà tra breve, fra pochi minuti! La frizzante brezza dell’alba è stata coraggiosamente affrontata da non pochi curiosi, che non sedusse il soave calduccio mattutino pur di provare l’emoziuone di vedere e il compiacimento di poter dire di aver assistito alla partenza del primo treno dal Capo di Leuca. […] Ma eccola che già piano piano si avanza, fischiando gioiosa in questa limpida e calma mattinata bene augurante! Si ferma dolcemente innanzi alla stazione, respirando rumorosamente a larghi intervalli. Un vocìo confuso, un farsi innanzi per meglio vedere, per ammirare, per toccare: uno scambio di saluti augurali fra chi parte e chi resta. Sono 5, 10, i primissimi che oggi partono. Un fischio potente, lungamente ondulato: si muove di nuovo dapprima pian piano, sbuffando impaziente, e poi maestosa accelerando, mentre una nuvola di denso fumo azzurrognolo s’innalza a pennacchio ondeggiante nel cielo limpido e sereno! Dagli sportelli e dal piazzale sventolano i fazzoletti, mentre ad una vecchietta a me daccanto gli occhi si gonfiano di lagrime! Sono le 05.07 precise[5].

    I primi disservizi

    Giovanni Cosi riporta che, dopo alcuni giorni dell’entrata in funzione del servizio ferroviario (avvenuto, come detto, il 16 ottobre 1911), l’autorità centrale delle ferrovie decise di modificare l’orario dei treni, creando non pochi disagi ai viaggiatori diretti nel Capo di Leuca, costretti ad attendere alla stazione di Tricase ben sei ore per poter prendere la coincidenza per Alessano, Tiggiano e Gagliano.

    Il 5 novembre del 1911 circa 2000 alessanesi e oltre 200 gaglianesi bloccarono i treni nella tratta Gagliano – Tricase, costringendo quindi i vertici della Società delle Ferrovie Salentine a ripristinare l’orario del primo giorno[6].

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    BIBLIOGRAFIA:

    G. Cosi, Arigliano. Ricordi di un paese, Gagliano del Capo 2010, pp. 63-64.

    A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, pp. 285-286.

    S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, pp. 71-75.

    S. Massaro, Le ferrovie del Capo di Leuca, pubblicato in Controcanto, Rivista culturale del Salento, Anno VII, numero 3, settembre 2011, pp. 10-13.

    NOTE

    [1] A. Massaro, Le ferrovie del Capo di Leuca, pubblicato in Controcanto, Rivista culturale del Salento, Anno VII, numero 3, settembre 2011, pp. 10-13.

    [2] S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, p. 74.

    [3] S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, pp. 71-75.

    [4] A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, p. 286 (nota 2).

    [5] A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, p. 285.

    [6] G. Cosi, Arigliano. Ricordi di un paese, Gagliano del Capo 2010, pp. 63-64.

  • MEDIANUM – Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia

    MEDIANUM – Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia

    Il quaderno tematico “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia” (Edizioni dell’Iride, 2009) è il risultato di tre anni di indagini archeologiche svolte da Marco Cavalera, coadiuvato da alcuni soci dell’Associazione Socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo di Miggiano, presieduta da Luigi Carbone.

    copertina libro
    copertina libro

    L’autore ha analizzato i territori comunali di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia con l’obiettivo di individuare, catalogare e preservare i siti archeologici minacciati da opere antropiche (espansioni urbanistiche, sbancamenti, costruzioni di nuove sedi stradali o di zone industriali) e di ottenere nuovi dati sulla frequentazione umana, qui attestata già a partire dalla Protostoria.

    Gli insediamenti relativi a questa fase erano distribuiti in luoghi favorevoli che garantivano difendibilità e risorse naturali. Quello di Cardigliano (Specchia), ad esempio, era ubicato su un’altura (150 m s.l.m.) da cui si poteva dominare il vasto territorio circostante. L’area di frammenti fittili di località Campo Romano (Specchia) si inserisce in questo capillare sistema insediativo. Il sito di località Rutti-Sala era posto su un pianoro (119 m s.l.m.) limitrofo ad un canale torrentizio ricco di acqua, in particolare nei periodi prolungati di pioggia. La presenza nell’area di diverse evidenze archeologiche – ceramica protostorica, sculture litiche, tumuli – documenta uno sfruttamento del territorio che va oltre la semplice e periodica frequentazione.

    L’età classica (messapica e romana) nel territorio in esame non è molto rappresentata. Le uniche testimonianze in tal senso sono state individuate nel territorio comunale di Specchia. A Cardigliano si rinvengono aree di frammenti fittili, una necropoli ed epigrafi inquadrabili genericamente all’età romana; in località Grassano è attestata una frequentazione dall’età romana a quella medievale.

    In località Pozzelle (Miggiano) sono stati individuati i resti di un casale bizantino abbandonato nel corso del XVII secolo. Infine, durante lavori di restauro effettuati all’interno di un vecchio edificio del centro storico di Miggiano, sono stati rinvenuti numerosi frammenti fittili di XV-XVI secolo, che integrano i già cospicui dati relativi alla distribuzione di ceramica dipinta a bande nel basso Salento.

    Contributo: 10 €
    Editore: Dell’Iride (Tricase)
  • La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    di Marco Cavalera

    La cappella di Sant’Eufemia

    La cappella di Sant’Eufemia si trova nell’omonima località (Comune di Specchia), presso un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano (fig. 1).

    Fig. 1 – cappella di Sant’Eufemia (esterno). 

    La struttura ha una pianta longitudinale (15,30 x 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, rivolta ad Oriente.

    L’edificio è stato costruito riutilizzando conci e colonne in pietra leccese provenienti dal casale di Grassano[1] (fig. 2).

    Fig. 2 – blocchi di riutilizzo nella struttura muraria della cappella. 

    L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce patente inserita in un cerchio[2] (fig. 3).

    Fig. 3 – croce patente sul lato sud della cappella. 

    L’interno è suddiviso in tre navate delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto (fig. 4). Le campate sono irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa sia nella distanza tra le colonne che hanno diverse circonferenze. A seguito degli ultimi restauri, nell’abside a catino è stato collocato un sobrio altare di pietra leccese, costituito da un monolite e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente[3].

    Chiesa di Sant'Eufemia. Interno

    Fig. 4 – cappella di Sant’Eufemia (interno). 

    La Cappella fu descritta da Monsignor Tommaso De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711: […] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […][4].

    Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside[5].

    Lo scavo archeologico

    Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha messo in luce un piccolo cimitero con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio. Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo[6] – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte[7].

    Il casale di Grassano

    Rinvenimenti fortuiti di monete di diverse epoche, di alcune colonne sepolte e di frammenti di ceramica[8] indiziano la presenza di un casale di età tardo repubblicana ed imperiale (I sec. a.C./VI sec. d.C.), denominato Grassano[9].

    Secondo alcuni storici il toponimo, riportato dal Catasto Onciario della Terra d’Otranto del 1755, deriverebbe da Crassus, cognome della gens Licinia. Nel Salento, infatti, molti nomi locali derivano da antichi gentilizi romani in ius, che nella gran parte dei casi terminano in ano. Il casale dista circa 1 km da Lucugnano il cui toponimo – a questo punto – potrebbe anche derivare dal gentilizio Licinius[10]. È tuttavia difficile accettare l’ipotesi che si tratti di un accampamento militare costruito dal celebre Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), membro del I Triunvirato (60 a.C.) insieme a Pompeo e Cesare, proconsole in Siria dal 54 a.C. e promotore della guerra contro i Parti.

    È più plausibile ipotizzare un’area di frammenti fittili riferibile ad un insediamento rustico di età romana (tardo repubblicana e imperiale) con una continuità di vita fino al Medioevo, quando i suoi abitanti abbandonarono il sito e si trasferirono nei centri vicini: Specchia, Lucugnano e Miggiano.

    La località ha subìto una estesa urbanizzazione che non permette di indagare sistematicamente l’area e di integrare i pochi dati (per lo più orali) a disposizione.

    A 500 metri a sud-ovest dal sito di Grassano, al confine tra il Comune di Miggiano e quello di Specchia, è attestato da documenti notarili e dalla tradizione locale il toponimo Campo Romano, che potrebbe indicare una frequentazione in età romana del territorio.

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    NOTE: 

    [1] Penna 1995, p. 52; Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [2] http://www.specchia.it.

    [3] Penna 1995, pp. 54-57.

    [4] Penna 1995, p. 48.

    [5] De Giorgi 1975, p. 130.

    [6] Si tratta di fibbie, borchette decorative di cintura e placchette bronzee a forma di rosetta (Penna 1995, p. 58).

    [7] Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [8] In particolare anfore (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica. I manufatti fittili e le monete raccolte durante i sopralluoghi sono stati consegnati alle autorità competenti e sarebbero conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Taranto. Si ringrazia il prof. Antonio Penna per la preziosa informazione.

    [9] Penna 1995, pp. 62-63.

    [10] Etimologia avanzata dalla studiosa A. Marinelli (Marinelli 1986, pp. 135-164).

    BIBLIOGRAFIA:

    Bertelli G., La Chiesa di S.Eufemia a Specchia Preti, in Bertelli G. (a cura di) Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004, pp. 276-277.

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia e Montesano Salentino (clicca qui), Tricase 2009.

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio (clicca qui ), Tricase 2014.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, Lecce 1922, pp. 279-280.

    De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Vol. II, rist. anast. Lecce 1975.

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    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, Brindisi 1975, pp. 135-164.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br) 1995, pp. 45-65.

    Penna A., Chiese e palazzi di Specchia, Tricase (Le) 2014, p. 120.