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  • PRESENTAZIONE LIBRO  Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    PRESENTAZIONE LIBRO Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    VENERDÌ 9 ottobre ore 19, sala polivalente Torre Vado

    PRESENTAZIONE LIBRO

    Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico, di Alessio Stefàno

    Il libro raccoglie – sotto forma di brevi racconti – le più affascinanti ed enigmatiche leggende carsiche salentine.

    L’autore offre alcune chiavi di lettura simboliche ed antropologiche delle stesse leggende, penetrando in maniera profonda nella cultura tradizionale del Salento, dove alcuni luoghi rappresentano non solo centri che legittimano identità e appartenenza delle popolazioni, ma vere e proprie soglie tra il mondo umano e sovrumano.

    Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Morciano di Leuca, Lorenzo Ricchiuti, e della consigliera delegata alla Cultura, Ombretta Renzo, l’autore dialogherà con Marco Piccinni (Gruppo Speleologico Tricase), che relazionerà sugli interventi di pulizia svolti all’interno della Vora Grande di Barbarano del Capo, e con Marco Cavalera (Archès APS), che farà il punto della situazione sul censimento, studio e accatastamento delle grotte di Torre Vado.

    Con l’occasione sarà proiettato il cortometraggio “La Vora Grande di Barbarano, tra geologia, storia e leggende”, realizzato da B. Luigi Nuzzo, con riprese di Emanuele Levantaci, Antonio Pellico e del GST e voce narrante di Elisa Maggio.

    Nel corso dell’incontro ci saranno voci e suggestioni teatralizzate a cura del Teatro delle Quinte, diretto da Nicola Luigi Torricella.

    Vi aspettiamo venerdì 9 ottobre alle ore 19.00 all’area servizi di Torre Vado, presso la sala polivalente.

    Iniziativa organizzata dall’Associazione Archès APS e dal Gruppo Speleologico Tricase, con il patrocinio del Comune di Morciano di Leuca e la preziosa collaborazione del Teatro delle Quinte.

  • Memorie dal sottosuolo. La necropoli a tumuli di Salve

    Memorie dal sottosuolo. La necropoli a tumuli di Salve

    a cura dell’Associazione Archès 

    Salve, l’Uomo e i millenni

    Il territorio di Salve, tra grotte preistoriche, monumenti megalitici funerari protostorici e antichi insediamenti umani, rappresenta una delle aree archeologiche più importanti del meridione d’Italia.
    Fig. 1. Territorio costiero di Salve, con il pianoro tra i due rami del Canale Fano e il sito de La Chiusa (foto di Maurizio Pepe). 

    Nel paesaggio a ridosso della costa elementi come la terra, la pietra e soprattutto l’acqua hanno condizionato lo scorrere della vita fin dall’antichità.

    Fig. 2. Ruscello a carattere pluviale che scorre nel Canale Tariano (foto N. Febbraro).

    Camminando per i campi e per la macchia mediterranea si percepisce una nota sottile di salsedine, indizio di una presenza che rimane nascosta ma costante, sullo sfondo: il mare Jonio. Tuttavia, è una fonte perenne di acqua dolce – che sgorga dal fondo di una gravinella – ad aver reso possibile l’insediamento umano in forma stabile e favorito il proliferare degli animali e delle piante, tanto più apprezzabile in un contesto in cui domina la siccità e la scarsità di approvvigionamento di acque di superficie.
    Fig. 3. Località Macchie Don Cesare, dove è attestata la maggiore concentrazione di tumuli.

    A due passi dal mare…

    Ed è proprio tra le località marine di Pescoluse e Torre Pali, in un’area di circa cento ettari d’estensione, che sono stati individuati ben 91 tumuli funerari, la cui scoperta è avvenuta nei primi anni del nuovo millennio. Da sempre questi mucchi di sassi erano stati considerati semplici spietramenti da parte degli agricoltori e sono rimasti dunque pressoché ignorati per millenni, preservando così il sito.

    Fig. 4. Aparo Valentini e sullo sfondo il mar Ionio.
    Quasi vent’anni fa…

    Paolo Cosi e Nicola Febbraro, esperti conoscitori del territorio, segnalarono alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia alcune strutture di notevole interesse dal punto di vista paletnologico. Grazie a quelle segnalazioni, dal novembre 2005, è stato avviato un progetto di indagine stratigrafica, sotto la direzione della compianta prof.ssa Elettra Ingravallo, docente di Paletnologia presso l’Università del Salento.

    Fig. 5. Fase di scavo del tumulo 6 (fonte: Archeologia del Salento, p. 144).

    Fig. 6. Vasetto inciso eneolitico rinvenuto nel tumulo 6 (fonte: Archeologia del Salento, p. 145).

    Gli scavi archeologici, su 12 tumuli, hanno offerto dei risultati che hanno aggiunto nuovi interessanti dati di rilevanza nazionale.

    Il tumulo 7

    Il tumulo, scoperto nel 2006, è l’unico a essere visibile al pubblico, ben segnalato e illustrato anche da pannelli esplicativi. La struttura messa in evidenza è una cista litica, all’interno della quale sono stati individuati nove livelli relativi, i cui dati attestano che venne usata dal 3100 al 2300 a.C. La stessa servì a contenere i corpi di circa una cinquantina di individui e doveva avere carattere di monumentalità; inoltre, poco distante, una fossa cultuale testimonia come in loco avvenissero dei riti piuttosto articolati.

    Fig. 7. Tumulo n. 7 visto dall’alto (foto tratta dal docufilm “Terrarussa e petre”).

    È in questa struttura funeraria che viene attestata eccezionalmente la compresenza del rito dell’incinerazione e dell’inumazione: i corpi dei defunti venivano cremati oppure sepolti.

    Fig. 8. Cassa rettangolare (ossario) dove sono stati rinvenuti i resti umani inumati e i vasi con gli incinerati nel tumulo 7 (fonte: Archeologia del Salento, p. 155).

    Gli ultimi scavi archeologici

    Nel 2013, in località La Cabina – Masseria Palicelli, venne scavato l’undicesimo tumulo funerario. Secondo la professoressa Elettra Ingravallo – che ha diretto la squadra di ricercatori su concessione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia – la struttura conserva al centro “una specie di vasca con grandi massi rocciosi non squadrati […]. Si tratta di un contenitore di roccia in cui abbiamo ritrovato le ceneri di uno o più individui e frammenti di ceramica. Poi tutto intorno c’è evidentemente un’area in cui si sono svolte le cerimonie che noi possiamo ricostruire, grazie al fatto che su tutta la superficie sono stati sparsi frammenti di ceramica rotta intenzionalmente”. Alcuni elementi, emersi nel corso dello scavo, permettono di ipotizzare la cerimonia funebre legata al tumulo: “prima si bruciava il cadavere, poi ne raccoglievano i resti deponendoli in vasi o, come in questo caso, in un contenitore di pietra. Su questo tumulo, a compimento di questa cerimonia, hanno acceso un ulteriore rogo come dimostra il livello di terra bruciata soprastante. L’incinerazione non doveva avvenire in loco ma nelle vicinanze. Forse il fuoco veniva acceso come purificazione, obliterazione. Un rito che finora non si conosceva per il terzo millennio a.C., una scoperta importante per l’archeologia e lo studio degli usi funerari delle popolazioni protostoriche”.

    Fig. 9. Tumulo funerario in località La Cabina – Palicelli (Salve). Foto di N. Febbraro

    L’area di rinvenimento della necropoli insiste su un territorio ad altissima valenza balneare, a due passi dalle marine di Salve la cui distesa di spiaggia finissima attrae ogni anno migliaia di turisti. Secondo Salvatore Bianco, all’epoca della scoperta funzionario di zona della Soprintendenza, “questa porzione di territorio, o meglio di paesaggio, pervenuto quasi intatto dal mondo della preistoria, rappresenta uno di quegli esempi di aree da salvaguardare, proprio secondo i dettami individuati dal nuovo Piano territoriale Paesaggistico della Regione Puglia. È un paesaggio di pietra, dove in pietra sono stati realizzati i tumuli funerari preistorici che convivono felicemente con le più recenti pagliare tradizionali. È un ambiente incontaminato, che bisogna conservare, un unicum in tutta l’Italia meridionale”.

    Fig. 10. Visita guidata al tumulo 7 organizzata dall’Associazione Archès.

    Note

    È possibile visitare la necropoli a tumuli di Salve contattando le guide archeologiche dell’Associazione Archès.

    Bibliografia

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase 2011.

    Nuovo Quotidiano di Puglia, ed. Lecce, lunedì 28 ottobre 2013 p. 21, Verità e segreti di una necropoli. Tumuli funerari scoperti a Marina di Salve. Intervista di Nicola De Paulis a Elettra Ingravallo.

    Nuovo Quotidiano di Puglia, ed. Lecce, lunedì 28 ottobre 2013 p. 21, Verità e segreti di una necropoli. Tumuli funerari scoperti a Marina di Salve. Intervista di Nicola De Paulis a Salvatore Bianco, ispettore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, responsabile per la Preistoria del Basso Salento.

    Ingravallo E., Aprile G., Tiberi I., I tumuli della necropoli di Salve. Architetture e rituali nell’ideologia funeraria dell’età del rame, Edipuglia, Bari, 2018.

  • Caverna e riparo sottoroccia (Salve – Lecce)

    Caverna e riparo sottoroccia (Salve – Lecce)

    di Nicola Febbraro, Marco Cavalera e Anna Lucia Nicolì 

    INTRODUZIONE

    La maggior parte delle informazioni e delle immagini presenti in questo articolo sono tratte dal volume “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” (fig 1).

    Fig. 1 – Copertina del volume “Archeologia del Salento”.

    Nel novembre del 2005, grazie ad una segnalazione avuta dal signor Antonio Ricciato di Salve, sono stati individuati una caverna e un riparo sottoroccia[1], in località  Posto Vecchio di Salve, entrambi ignoti alla letteratura locale, speleologica e paletnologica. La caverna non aveva ovviamente un nome con il quale poter essere identificata; le è stato assegnato pertanto quello del proprietario della particella su cui ricade: Foscarini-De Donatis. Il riparo e la caverna sono ubicati in un fondo incolto, posto a 15 metri sul livello del mare, nelle immediate vicinanze del centro abitato di Pescoluse (fig 2).

    Fig. 2 – Rilievo aereofotogrammetrico (foglio 5, comune di Salve) del 1985. Scala 1: 5000. 1 grotta all’interno del camping, 2 Grotta Triscioli, 3 Grotta Cantoro, 4 grotta distrutta dalla costruzione di un’abitazione moderna. 

    IL RIPARO SOTTOROCCIA

    Il riparo sottoroccia – ubicato immediatamente a Sud della caverna – si caratterizza per la presenza di una parete rocciosa, lunga circa 60 metri, il cui sviluppo ha un andamento pressoché regolare. La sua altezza massima, rispetto al piano di campagna, è di 5,5 metri. Alla base della stessa vi è un deposito – di terra rossa, sabbia e pietre calcaree – di incerto spessore, delimitato dalla parete rocciosa e da un muro a secco ad essa pressoché parallelo (fig. 3).

    Fig. 3 – Riparo sottoroccia con in primo piano il muro a secco.

    La notevole presenza di vegetazione spontanea ha reso difficoltoso sia l’accesso nella cavità che la perlustrazione dell’attiguo riparo. L’effettuazione di quest’ultima ha permesso, comunque, di individuare in superficie diversi resti fossili di fauna pleistocenica e alcuni manufatti in selce (fig. 4). I reperti sono stati prontamente segnalati agli organi competenti e posti in sicurezza presso il laboratorio di Paletnologia dell’Università del Salento, dove sono stati oggetto di studio nell’ambito di una tesi di laurea – la cui relatrice è stata la prof.ssa Elettra Ingravallo – discussa nel novembre del 2006.

    Fig. 4 – Strumenti in selce dal Riparo Foscarini-De Donatis: raschiatoi (1 e 2), lametta ritoccata (3) e punta (4).

    Le rocce maggiormente ricercate dall’uomo nel corso della preistoria (selce, ossidiana, quarzite, diaspro etc.) sono assenti nel Salento dove abbondano, invece, le formazioni calcaree. A causa di ciò, ad esempio, nel corso del Paleolitico medio salentino, H. di Neanderthal ha sfruttato anche delle valve di molluschi (callista chione in particolare) per l’ottenimento di manufatti. La presenza nei depositi preistorici salentini di rocce estranee alle nostre formazioni geologiche, come in questo caso, quindi, è indicativa degli intensi scambi fra i gruppi umani a medio e lungo raggio (particolarmente ricercate erano la selce dal Gargano e l’ossidiana dalle isole Eolie).

    Buona parte dei reperti faunistici, individuati nei pressi del riparo, erano indeterminabili (non presentavano cioè elementi tali da poter essere attribuiti ad una determinata specie); sei reperti – invece – sono stati attribuiti a Bos sp. e ad Equus sp. ossia a bovidi e ad equidi (fig. 5).

    Fig. 5 – Reperti di fauna pleistocenica dal Riparo Foscarini-De Donatis: denti di Bos sp. (1-3) e di Equus sp. (4-6).

    Tutti i denti rinvenuti sono appartenenti a degli equini. Non si è potuto stabilire se appartenessero ad Equus caballus o hydruntinus. Il primo è particolarmente presente in stratigrafie archeologiche del Paleolitico medio e superiore iniziale per poi divenire più raro nelle fasi successive. La specie hydruntinus diventa, invece, molto diffusa a partire dal Paleolitico superiore finale. L’hydruntinus (meglio noto come asino idruntino) è un equide di media mole, con gli arti snelli, molto diffuso nei contesti preistorici salentini, in particolare a Grotta Romanelli (Castro) e a Grotta del Cavallo (Baia di Uluzzo, Nardò). A prescindere dalla specie d’appartenenza (caballus o hydruntinus) il rinvenimento di resti fossili d’equidi costituisce un utile riferimento cronologico. Le specie di cavallo selvatico, infatti, scompaiono dai depositi preistorici italiani alla fine del Pleistocene ossia circa 10.000 anni fa. Resti attribuibili a degli equini, con evidenti segni dell’avvenuta addomesticazione, ricompaiono in Italia a partire dalla seconda metà del terzo millennio a.C. ossia nel corso dell’Eneolitico o età del Rame.

    La presenza dei frammenti ossei indeterminabili, prevalentemente di piccole dimensioni, potrebbe essere dovuta a fattori naturali o ad un’attività intenzionale di frantumazione per ricavarne il midollo, ossia una leccornia per i cacciatori-raccoglitori preistorici.

    I dati a disposizione, seppur esigui e frutto di ricognizioni di superficie, hanno permesso di ipotizzare una frequentazione del riparo, da parte di gruppi preistorici, nel corso delle fasi finali del Paleolitico superiore (circa 15/10.000 anni fa).

    LA CAVERNA

    La caverna (fig. 6), costituita da un unico grande ambiente, si sviluppa nelle formazioni calcarenitiche del Pleistocene medio (0.75 – 0.12 milioni di anni fa). Nei pressi dell’imboccatura – di notevoli dimensioni e rivolta a Sud/Est  (in direzione di S.Maria di Leuca) –  vi è un muro a secco, in parte diruto, probabilmente d’età post-medievale, che in origine si sviluppava sino alla volta (fig. 7).

    Fig. 6  – Planimetria e sezione trasversale della caverna. Scala 1: 100. 

    Fig. 7-  Grande imboccatura della caverna – con il muro a secco – che in origine si sviluppava sino alla volta.

    Il piano di calpestio della caverna è costituito, in prevalenza, da banco roccioso affiorante, ad eccezione di alcuni lembi di deposito a terra rossa che colmano delle depressioni. La volta e le pareti sono pressoché piane. A partire dall’angolo orientale della cavità si sviluppa un breve corridoio – scavato artificialmente –  in fondo al quale vi è un’apertura verso l’esterno di modeste dimensioni (fig. 8).

    Fig. 8  – Breve cunicolo che si apre dall’angolo est della caverna.

    Nell’angolo occidentale della caverna – invece – è presente un cunicolo la cui imboccatura, di piccole dimensioni, si sviluppa a circa un metro dal suolo e  non permette l’accesso al suo interno se non a professionisti del settore (figg. 9 e 10).

    Fig. 9 – Cunicolo con stalattiti e concrezioni calcaree.

    Fig. 10 – Imboccatura dello stretto cunicolo.

    Il cunicolo – del quale è possibile seguire visivamente lo sviluppo per circa 10 metri – si caratterizza per la presenza di un lento stillicidio, tuttora in corso, che ha originato numerose piccole stalattiti e concrezioni calcaree, che ricoprono buona parte delle pareti e della volta dello stesso (figg. 11 e 12).

    Fig. 11 – Volta del cunicolo con stalattiti.

    Fig. 12 – Primo piano delle concrezioni calcaree.

    All’interno della caverna Foscarini-De Donatis non sono state rinvenute tracce relative ad una frequentazione umana di interesse paletnologico. Si tratta – comunque – di un’eventualità che non si può escludere, considerando le evidenze individuate nell’attiguo riparo. L’intenso sfruttamento della cavità a scopo abitativo – avvenuto in età storica – può aver causato l’obliterazione delle tracce relative alle eventuali più antiche frequentazioni.

    LA FREQUENTAZIONE POST-MEDIEVALE DELLA CAVERNA

    Ai pastori e ai contadini che hanno abitato la caverna, probabilmente in età post-medievale, sono da attribuire i rifacimenti strutturali della stessa. In particolare: la costruzione del muro nei pressi della sua imboccatura, lo scavo di sedili e di piccole nicchie lungo le pareti, l’incisione di alcuni segni sulle stesse, fra cui alcune croci, e lo scavo del cunicolo che si apre nell’angolo est. In quest’ultimo caso si tratta, probabilmente, dell’ampliamento di una preesistente cavità. Il cunicolo potrebbe essere stato utilizzato come ricovero per i caprovini e magari delimitato da un muro a secco di cui non è rimasta traccia, se non la presenza di diversi blocchi calcarei irregolari sparsi al suolo. Questo spiegherebbe anche le ridotte dimensioni della sua apertura verso l’esterno, non adatta al transito umano.

    LE CAVITÀ NATURALI DI LOCALITÀ CANTORO

    Le cavità naturali annesse alla masseria Cantoro o “delli Rutti”, poco distanti dalla caverna (circa 800 metri in direzione Est/Nord-Est), presentano dei rifacimenti strutturali, a scopo abitativo e per il ricovero degli animali, confrontabili con quelli precedentemente descritti. In questo caso, l’utilizzo delle cavità ipogee a fini pastorali-agricoli è testimoniato dal catasto Murattiano del 1811. Il complesso carsico in questione era costituito da quattro cavità ipogeiche. Attualmente ne sono rimaste tre, poiché una è stata distrutta, nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso, in occasione della costruzione di un edificio moderno. La grotta più ampia è sita all’interno di un camping e le altre due, fra le quali Grotta Triscioli, hanno conservato i rifacimenti strutturali cui si è fatto cenno. All’interno di quest’ultima sono state rinvenute nel 1997, da alcuni membri dell’Associazione Speleologica Magliese, importanti testimonianze archeologiche d’età prei-protostorica. Fra queste si annoverano: dei resti di fauna pleistocenica, un vaso attribuito alla cultura neolitica di Serra D’Alto (IV millennio a.C.) e una ciotola monoansata riferibile alla media età del Bronzo (metà del II millennio a.C.).

    RINGRAZIAMENTI

    Gli autori ringraziano il sig. Antonio Ricciato per la segnalazione della caverna, il sig. Antonio Piccinno e i dott.ri Giuseppe Chiriacò e Alberto Potenza per l’analisi del materiale preistorico.

    RIFERIMENTI  BIBLIOGRAFICI

    BROGLIO A., Introduzione al paleolitico, Roma-Bari 1998.

    CIARANFI N., PIERI P., RICCHETTI G., Carta Geologica delle Murge e del Salento, Tavola I (scala 1:250.000), 1988.

    DE GROSSI MAZZORIN J., La caccia agli equidi nel Paleolitico.

    FABBRI P .F., INGRAVALLO E., MANGIA A. (a cura di), Grotta Romanelli nel centenario della sua scoperta (1900-2000), Atti del convegno di Castro 6-7 ottobre 2000, Congedo, Galatina 2003.

    FEBBRARO N., Ricognizioni di interesse paletnologico in territorio di Salve (Le), tesi di laurea in Paletnologia, Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    FEBBRARO N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011, pp. 89-92.

    FEBBRARO N. e CAVALERA M.,  Caverna e riparo sottoroccia in località “Posto Vecchio in territorio di Salve,  in “Annu novu, Salve Vecchiu”  XV, Alessano (Le) 2005, pp. 28-44.

    INGRAVALLO E., Lontano nel tempo. La preistoria del Salento, Lecce 1997.

    INGRAVALLO E., Il museo racconta. Il Salento e la preistoria, Cavallino (Lecce) 2004.

    MALATESTA A., Geologia e paleobiologia dell’era glaciale, La Nuova Italia scientifica, Roma 1985.

    MELEGARI G.E., Speleologia scientifica e esplorativa, Calderini, Bologna 1984.

    PASSASEO N.,  Grotte-abitazione nel territorio di Salve,  in “Annu novu, Salve Vecchiu”  IX, Salve 1995, pp. 15-18.

    PERONI R., L’Italia alle soglie della storia, Laterza 1996.

    TAGLIACOZZO A., I mammiferi dei giacimenti pre- e protostorici italiani. Un inquadramento paleontologico ed archeozoologico, in A. Guidi e M.Piperno, Italia Preistorica, Laterza 1992.

    [1] Termine con il quale si intende un ambiente all’aperto delimitato da una parete rocciosa che garantisce un parziale riparo dalle avverse condizioni atmosferiche, motivo per cui veniva scelto da alcuni gruppi umani, nel corso della preistoria, per stabilirvisi stagionalmente o per brevi periodi o per svolgere delle specifiche attività (lavorare la pietra, macellare la cacciagione, ecc.).

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  • Il Canale del Ciolo: archeologia e civiltà contadina

    Il Canale del Ciolo: archeologia e civiltà contadina

    di Associazione Archès

    Il Paesaggio della pietra

    Paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura.

    pianoro in località Monte Lagnune (Gagliano del Capo)

    Il paesaggio che fa da cornice al Canale del Ciolo (Gagliano del Capo) è un susseguirsi di veri e propri monumenti della civiltà contadina: villaggi di capanne pietra, circondati da dedali di muretti a secco, che si stagliano in perfetto equilibrio su un promontorio proteso verso il mare, dove l’orizzonte in alcune giornate limpide collima con la catena montuosa degli Acrocerauni.

    Le opere in pietra testimoniano una continua lotta tra l’uomo e la natura, con il primo impegnato a liberare spazi coltivabili e arabili anche laddove la seconda sembrava nettamente prevalere.

    Un esploratore del passato: Cosimo De Giorgi

    L’asprezza di queste contrade è stata descritta da Cosimo De Giorgi, che ha percorso stradine campestri per discendere nelle valli e nei burroni, arrampicandosi tra i sassi delle colline che fiancheggiano l’Adriatico e la vegetazione tipica della Macchia mediterranea che copre di verde tutto l’altopiano: bisogna tentare una ginnastica da scojattoli, scriveva lo studioso-viaggiatore, per osservare i burroni profondi e tanto pittoreschi del Ciolo e di Novaglie, che somigliano alle gravine di Castellaneta nel Tarantino, e per visitare le grotte delle Prazziche, molto sollevate sul mare, di fronte all’immenso mare di Leuca.

    Le grotte preistoriche

    Sulle alte falesie del Canalone del Ciolo, sospese tra Terra e Mare, si affacciano una miriade di cavità che da sempre hanno offerto riparo e protezione ad uomini ed animali.

    La stessa località è stata intensivamente indagata, negli anni ’60, da un’equipe di archeologi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, coadiuvata da alcuni gruppi speleologici locali, con ottimi riscontri dal punto di vista della conoscenza della Preistoria salentina.

    cavità lungo la falesia del Ciolo

    I depositi rinvenuti all’interno delle grotte hanno conservato importanti reperti archeologici e faunistici che attestano una loro frequentazione fin da epoche molto remote.

    Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una cavità naturale che si apre a 35 metri sul livello del mare lungo il costone sud-occidentale del Canale del Ciolo. Si tratta della Grotta dei Moscerini, così definita per via del cunicolo orizzontale infestato dai moscerini. Nel 1962 fu effettuato un piccolo saggio di scavo che ha messo in evidenza tracce di un focolare e numerosi frammenti di vasi ad impasto dell’età del Bronzo. Dieci anni dopo, nel 1972, venne rilevata dal Gruppo Grotte Milano, condotto da Adriano Vanin, che segnalava la presenza non solo dei moscerini ma anche di nasse utilizzate dai pescatori del luogo.

    A poche decine di metri di distanza, su una quota un po’ più elevata (60 metri s.l.m.), inglobata in una proprietà privata, si individua una cavità il cui ampio ingresso è chiuso da un muretto a secco. L’ambiente interno ospita un vetusto albero di fico che pare abbia trovato il suo habitat ideale, mentre delle buche nel sedimento di terra indiziano la presenza di piccoli mammiferi assopiti nel lungo letargo invernale. La grotta è costituita da un ampio ingresso, da cui si dirama un corridoio il cui sviluppo si segue con lo sguardo per pochi metri. Un altro cunicolo, di ridotte dimensioni, si apre a circa tre metri di altezza sulla parete a sinistra. Frammenti di ceramica ad impasto protostorica e acroma di incerta datazione si rinvengono qua e la sparsi sia sulla superficie interna della grotta che sul terrazzamento antistante.

    La Grotta delle Prazziche

    Sull’opposto pendio del Canale del Ciolo si apre, a 62 metri s.l.m., la Grotta Prazziche di Sopra, da alcuni anni attrazione di un noto locale notturno. Lunga 42 metri e larga 6 metri, è stata oggetto di due campagne di scavo svoltesi nel 1964 e 1965, che hanno messo in luce una stratigrafia con abbondante fauna (cervi, volpi, cavalli e bovidi) in associazione con industria litica su calcare forse del Paleolitico superiore. Di estrema importanza archeologica è il rinvenimento di industria neolitica legata a tecniche di lavorazione paleolitiche, che dimostra il lento processo di neolitizzazione della popolazione indigena, rispetto ad altri gruppi umani della penisola già assimilati dalla nuova cultura neolitica.

    Grotta Prazziche di Sopra

    I rinvenimenti più importanti da Grotta Prazziche sono stati effettuati dall’archeologo Borzatti Von Lowenstern. Si tratta di due oggetti con testimonianze di arte mobiliare: un osso fluitato dipinto a macchie rosse ed un ciottolo graffito.

    La Grotta della Serratura

    Un’altra cavità che ha conservato per millenni frammenti di storia umana è la Grotta della Serratura, in località Fogge, a nord del canalone. Anche in questo caso le indagini di superficie hanno rilevato la presenza di un deposito che consisteva in ceramica riferibile a diverse fasi dell’età protostorica.

    Epilogo

    Concludiamo questa esplorazione virtuale di alcune grotte ad interesse paletnologico del Canale del Ciolo, riportando una riflessione di Marco Piccinni, tratta da un contributo sulla Grotta Cipolliane:

    Teniamo in mano questo filo, quasi come delle moderne Parche che vogliono giocare con il destino degli uomini. Decidiamo di non reciderlo affinché possa continuare a connettere il nostro presente con il futuro che verrà. Gli dei ci hanno osservato per tutto il tempo da dietro un cespuglio, ci invidiano, vorrebbero questo luogo per sé. Ma il loro tempo è finito, lasciamo lo spazio agli uomini ormai, tutto questo è nostro! Facciamone buon uso.

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    Per approfondimento sugli itinerari del Capo di Leuca: clicca qui  

    Bibliografia:

    Calo’ M., Cavalera M., Appiedi! Sentieri e cammini del Salento, Galatina 2019 (Edizioni ItinerArti).

    Cavalera M., Piccinni M,, Il complesso delle Grotte Cipolliane in Controcanto. Rivista culturale del Salento, Anno VIII, N. 4 (dicembre 2012), pp. 11-12, Alessano 2012.

    Cazzato V., Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento, in Oltre il giardino. Le architetture vegetali e il paesaggio, a cura di Guerci, Pelissetti, Scazzosi, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1888.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase 2011 (Edizioni Libelllula).

    Palma di Cesnola A, Borzatti Von Lowenstern E. 1962. Provincia di Lecce, Marina di Novaglie e Ciolo (Comune di Corsano), Riv. Sc. Pr. 17 : 1 – 4.

    Sammarco M., Le grotte preistoriche del Capo di Leuca. Primo contributo alla carta archeologica, in Grotte e dintorni, Anno 2, N. 4, pp. 64-65, Fasano 2002.

    Vanin A. , Breve campagna nel Salento, in Il Grottesco. Notiziario del Gruppo Grotte Milano, n. 28-29 (1972-73), pp. 16-24.

    [1] Cazzato 2003.

    [2] De Giorgi 1888.

    [3] Vanin 1972-73.

    [4] Sammarco 2002.

    [5] Vanin 1972-73.

    [6] Sammarco 2002.

    [7] Cavalera, Piccinni 2012.

  • ARCHEOLOGIA DEL SALENTO.  Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    ARCHEOLOGIA DEL SALENTO. Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    di Sandra Sammali

    (contributo pubblicato su Progetto Salento, n. 21, anno IV n. 4, settembre 2011)

    Copertina libro Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dove la Terra ci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

    Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

    Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature Straniere – entrambi presso l’Università del Salento – ha presentato un quadro generale della presenza umana nella penisola salentina dai primi abitanti al periodo della romanizzazione, focalizzando l’attenzione sul contesto specifico del territorio di Salve.

    La monografia è frutto di dieci anni di ricerche e studi, iniziati nel 2001, nella quale sono confluiti i reperti già noti di ricerche archeologiche di archivio e bibliografico e rinvenimenti più recenti, quali grotte di rilevanza geologica e tumuli funerari di grande interesse, che hanno apportato un contributo fondamentale nel rivisitare e completare la tradizione preistorica e storica di Salve. Una tradizione a cui contribuì notevolmente lo storico salvese Aldo Simone, con il suo libro Salve, storia e leggende.

    Le ricerche sul territorio, mosse dalla passione di Nicola e dall’amore per la sua Terra, sono state intraprese con un duplice obiettivo: realizzare una carta archeologica  su cui riportare tutte le testimonianze archeologiche del territorio di Salve e ricostruire diacronicamente quella che è stata la frequentazione dello stesso. Uno strumento preziosissimo sia per esperti del settore, sia per l’amministrazione Comunale che, ora, ha  in mano uno strumento concreto per la conoscenza del territorio, la sua  tutela e valorizzazione.

    L’apporto notevole di questo lavoro è costituito dalle nuove scoperte effettuate in territorio di Salve, da Nicola e Marco. “Marco – ci dice Nicola – è una persona semplice e umile, il  miglior collaboratore che avessi mai potuto desiderare”. Originario di Lucugnano, si è dedicato a questo lavoro con anima e corpo, spinto anche lui dalla stessa passione.

    Le scoperte che in assoluto  stanno loro  a cuore, di natura geologica più che archeologica, sono tre cavità carsiche mai rilevate prima e sconosciute agli studiosi:  Grotta Febbraro, Grotta Marzo e Grotta Foscarini de Donatis,  a cui hanno dato il nome del proprietario del fondo in cui ciascuna è situata. All’interno di queste cavità, i due archeologi hanno eseguito rilevazioni che hanno permesso di portare alla luce  testimonianze delle oscillazioni climatiche, e del conseguente innalzamento del livello del mare. Grotta Febbraro si trova oggi a 72m s.l.m., “ma – ci spiega Nicola – la presenza di una spiaggia cosiddetta ‘tirreniana’, costituita da un deposito di ciottoli arrotondati e sabbie fossilifere, testimonia che 100.000 anni fa il mare arrivava fino al suo interno”.

    Diversi tumuli funerari e cultuali, testimoni dell’età dei Metalli, hanno portato alla luce la fasi dell’evoluzione degli abitanti di questa Terra: non più grotte, ma strutture in pietra e terra, muri a secco, monumenti funerari, vasellame, anfore resti ossei umani e animali.

    Poi, sul finire dell’età del Ferro,  piccoli villaggi di capanne sparsi nel territorio “abitati da genti iapigie che diedero origine alla civiltà messapica”. Marco Cavalera, esperto in materia, ha riportato fra le pagine del libro gli aspetti peculiari di questi antenati: evoluzione del sistema insediativo, linguaggio, religione, necropoli, corredi funerari (coppe, bicchieri, trozzelle) e santuari.

    Uno studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve è stato condotto da Anna Lucia Nicolì, collaboratrice e moglie dell’autore. L’indagine toponomastica ha permesso di acquisire informazioni sulla frequentazione antropica del territorio nelle diverse epoche storiche. Sono state individuate sei categorie di toponimi, in base alla loro derivazione (da nomi di famiglia, santi, morfologia territoriale, flora e fauna, centurioni romani e di derivazione sconosciuta) in base alle quali è stato possibile realizzare la Carta Toponomastica del territorio di Salve.

    La presentazione del libro si è tenuta il 9 luglio scorso, presso il Palazzo Ramirez, nell’ambito del progetto “Raccontare il territorio. Giovani idee tra memoria e identità”, a cui era presente il Presidente della Provincia, dott. Antonio Gabellone che, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza storica dell’opera:

    “Libri come questo di Febbraro ci spingono, sapientemente guidati, a lanciare uno scandaglio più in profondità. Si scoprono così aspetti inattesi (…). Un grande lavoro di ricerca tra cumuli di pietre, grotte ed anfratti, pianori e canaloni, condotto con immensa passione e altrettanto rigore tecnico e scientifico (…) Il recupero della storia culturale, tradizionale di un popolo sn fondamentali. (…)”.

    Una passione che accompagna Nicola Febbraro sin dalla giovinezza, come ha voluto ricordare anche il Sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo:

    “Un libro che finalmente vede la luce, un lavoro importantissimo, portato avanti con l’immensa passione che da sempre lo ha legato al nostro territorio e alla nostra comunità. Dalle pagine trasuda tutto l’amore che Nicola ha  per il territorio salvese: ha trovato la nostra storia, la nostra identità le nostre radici. Abbiamo portato avanti questo progetto perché ci crediamo da sempre. Per me, essere qui questa sera non vuol dire svolgere il mio semplice dovere istituzionale, ma sono qui con immenso piacere;  perché siamo tutti convinti che questi lavori debbano essere divulgati, non solo agli esperti, ma alla Comunità tutta, perché essa possa acquisire la consapevolezza e conoscenza della propria storia, delle proprie radici e memorie e custodirle per tramandarle alle generazioni successive”.

    Nicola, con una voce che lasciava trapelare la sua emozione, ha raccontato:

     “ricordo 20 anni fa, quando ero piccolo, passavo il pomeriggio avventurandomi nei meandri di una grotta situata nella campagna di mio zio, in località Montani. Era una grotta buia  che mi accattivava, mi chiamava ad entrare nonostante mi incutesse paura e rispetto al tempo stesso, perché una grotta è qualcosa di ignoto che si sviluppa nelle viscere della Terra.  E ogni volta che riuscivo a fare un passo più avanti, ad entrarvi sempre più in profondità per me era una grande conquista. Poi, a distanza di anni, per me è stata un’emozione indescrivibile trovare proprio lì quello che avevo letto e studiato nei libri”.

    La sua passione, pian piano, lo ha portato oltre i confini da lui conosciuti, a leggere le pietre che solo all’occhio dell’esperto schiudono il proprio segreto. Nicola Febbraro ha vestito  i panni dell’interprete della proprio passato, del passato dell’intera Comunità salvese, che ora, grazie alla sua opera divulgativa, potrà conoscere scoprire la propria identità, il proprio patrimonio ambientale e culturale, e noi tutti gliene saremo sempre riconoscenti.

    “Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

    N. FEBBRARO,  Archeologia del Salento, il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase 2011.

    Contatti:

    associazionearches@gmail.com

    Contributo: 25 €