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  • Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    di Alessio Stefàno

    Masserie in…Finibusterrae

    «A Levante, verso la Serra, c’era, entro una bassura, una vecchia masseria, la Caina. All’esterno la ricingeva un muro di pietre cementate con impasto di calce e bolo. Nei tratti in cui un viscidume di muschi non ne insozzava le commensure, la guazza le faceva rosse come grumi di sangue. Rattoppamenti informi, compiuti in tempi diversi, si sovrapponevano alla superficie, in modo da conferirle l’aspetto di una restaurazione di rovine. Il recinto pendeva verso l’interno sin quasi alla cima, come una corona di ciottoli, accatastati a secco nell’equilibrio più instabile, più che trattenere, era trattenuta insieme da una siepe di sterpaglia. Il muro si difendeva così dalle scalate; ma più che dell’irto delle spine si godeva della stessa debolezza, essendo forte come certi uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li tocca.

    Al centro del recinto sorgeva l’edificio, una torre fosca, massiccia come un sol blocco, senza riseghe che ne delimitassero i due piani. Intorno s’inseguivano a spirale alcune feritoie, lungo il percorso di una scala interna. La merlatura s’allargava al centro di ciascun dei quattro lati, in un piombatoio. Dallo squarcio di uno spigolo si protendeva, trofeo di rovina, un caprifico. Quello dei piombatoi che guardava il mare, scendeva più in basso degli altri, sino a raggiungere i resti corrosi di uno stemma: due ali aperte ai fianchi del torso acefalo d’un uccello di rapina. Più in giù, in un finestrottolo; poi s’apriva il vano della porta, su di un ballatoio di legno. Una volta esso era scorrevole e poteva isolare l’edificio dalla scala di pietra che portava in basso» (Corvaglia 1936, pp. 1-2).

    Ingresso di Masseria Serra del Fico (Tricase). 

    Masseria Resci nel territorio di Tricase (foto di Ingrid Simon).

    È la descrizione della masseria “La Caina”, tracciata nel romanzo storico “Finibusterre” di Luigi Corvaglia, pubblicato negli anni Trenta del Novecento. Pur trattandosi di un luogo immaginario, isolato nel tetro paesaggio di paludi che infestavano l’area jonica del Capo di Leuca, la sua descrizione rispecchia pienamente la realtà di tutte le masserie del Salento: costruzioni semplici, caratterizzate per la maggior parte da volumi severi di torri e torrioni, con recinzioni invalicabili a difesa degli spazi interni, destinati al ricovero delle greggi e alle attività produttive (Costantini 2006, p. 6).

    Ruderi di Masseria San Salvatore a Sannicola (foto di Salvatore Ferilli).

    Masseria Simoni a Presicce.

    Le difficoltà quotidiane del vivere in masseria

    In questo romanzo viene tracciato un quadro drammatico del vivere in una masseria: una vita difficile, dominata spesso dalla fame, dal malessere sociale, dalla malattia, dalle continue incursioni di briganti e pirati, dagli scontri tra nobili e contadini; una vita che non era cambiata nemmeno dopo le Leggi di eversione della feudalità (1806-1808), che i baroni di Terra d’Otranto non intendevano rispettare.

    Un mondo quasi isolato

    La masseria rappresentava il centro di piccole comunità rurali, intorno alle quali ruotavano le semplici vite di massari e capimassari, di fattori e mandriani, di contadini e mietitori, ma anche di artigiani che producevano e riparavano gli attrezzi per il lavoro nei campi. Un mondo quasi isolato, lontano dalla vita del borgo, regolato e scandito dai ritmi del calendario agro-pastorale; un mondo spesso disciplinato da difficili rapporti interpersonali e da una rigida organizzazione gerarchica, durata fino a tempi assai recenti (Costantini 2006, p. 12).

    Masseria in agro di Galatina. 

    La masseria: una forma insediativa rurale con continuità di vita

    In tutta la Terra d’Otranto, la forma insediativa rurale della masseria si sviluppa soprattutto a partire dal XVI secolo, all’interno dei grandi possedimenti feudali e sui ruderi di antichi casali abbandonati (A. Costantini 2006, p. 10). Non accade poi di rado che la masseria vada a svilupparsi sui resti di ville rustiche di età romana, che in qualche modo rappresentano le “antenate” delle nostre masserie.

    Masseria Fano a Salve, costruita nei pressi di un sito archeologico messapico (foto archivio Salogentis, 2012).

    Masseria Nuova nel territorio di Andrano, costruita nei pressi di un insediamento di età romana.

    Già in età bassomedievale (XIII-XV secolo), tuttavia, è testimoniata l’esistenza di alcune masserie, solitamente di proprietà di chiese e monasteri. Le attività che vi si svolgevano erano prevalentemente quelle della cerealicoltura e della pastorizia.

    Apiario Valentini e, sullo sfondo, i ruderi della Masseria Don Cesare a Salve (foto di Fernando Manni).

    Dalle “Pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò” (1292-1508) si apprende che nel 1376 il giudice Francesco de Serrano dona al convento – quale patrimonio delle due figlie, diventate clarisse – alcuni possedimenti, tra i quali spiccano due masserie. Numerose masserie sono poi attestate, sempre nei documenti di Santa Chiara a Nardò, nel corso del Quattrocento (A. Costantini 2006, p. 8).

    Masseria Serrazza, nell’omonima località di Salve (foto di Nicola Febbraro).

    Masseria Carcere nel territorio di Nociglia (foto 2009).

    Le scorrerie, la paura, la difesa

    A partire dal basso Medioevo, l’urgenza di potenziare il sistema di difesa del litorale, esposto alle scorrerie e alle invasioni della pirateria turca, portò alla costruzione di numerose torri costiere, ma determinò anche un profondo mutamento nell’organizzazione dell’habitat urbano e rurale: borghi fortificati (terrae), torri – masserie, castelli e case – torri, costellavano il paesaggio del Salento e testimoniavano l’incubo del nemico turco, costantemente all’orizzonte.

    Torre della Masseria di San Giovanni Malcantone, tra Uggiano la Chiesa e Minervino di Lecce.

    Masseria Borgin nel territorio di Salve.

    Mamma Li Turchi

    «Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto. […] Poiché il sole guastò e consumò in breve la nebbia, gli occhi potevano ormai guardare bene le falci della disgrazia che comparivano e scomparivano a ritmo; quando un cavallone si schiantava sugli scogli, era segno che un momento dopo l’altro sarebbero comparse. […] Poi le prue a una a una si voltarono verso Otranto, e man mano che la distanza diminuiva, si potevano ben distinguere le galee dalle galeotte, i maoni dalle fruste, le quali davanti alle altre vele scavavano con la prua l’acqua. In quella Procomio ce la fece a entrare nel porto col suo carico di pesce e quando, voltatosi sulla barca verso tramontana, vide la cosa, manifestamente per il contrasto dei pensieri dette un grido. Si voltò verso di noi, alzò le braccia, gridò di nuovo: “oohì, i turchi!» (M. Corti 2009, pp. 21-22).

    Così Maria Corti, nel famoso romanzo storico “L’ora di tutti”, descrive con gli occhi di Colangelo Pescatore l’avvistamento delle navi turche dalla costa Otrantina. Ma possiamo immaginare scene di questo tipo ripetersi in molte occasioni, lungo tutte le coste della Penisola Salentina. La presa di Otranto da parte di Turchi, il 14 agosto del 1480, e la distruzione di Castro e Marittima nel 1537, furono episodi di forte risonanza non solo tra le popolazioni dei centri costieri, ma anche tra la gente che viveva nelle campagne. I Turchi, infatti, non limitarono le loro incursioni alla sola fascia litorale; spesso essi si spinsero nelle aree interne: nel 1537 arrivarono a Tricase, dove diedero alle fiamme il convento e le abitazioni, e nel 1543 giunsero fino a Presicce. Neppure la battaglia navale di Lepanto (7 ottobre del 1571), con la vittoria della Lega Santa, era stata sufficiente a mitigare il pericolo delle incursioni (Costantini 2006, pp. 19-20). Ecco cosa accadde tra Salve e Morciano un secolo dopo:

    «Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto salve e Murciano, arrivarono alla masseria nominata del Duca di Murciano, a tempo che li massari mungevano le pecore, s’inpatronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando un vellano tirava le porte un turco li tirò una archibuggita ca una taula che dal pone era rotta e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono dalle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri avevano avvisto niente e questo è il bello governo di questa provincia» (l’episodio è raccolto da A. Costantini 2006, p. 20).

             Territorio tra Salve e Morciano, visto dalla sommità della Masseria San Lasi (Salve).

    Non sorprende allora come – in una situazione di costante paura e precarietà dell’esistenza, nonché di abbandono al proprio destino – sia stata fortemente sentita l’esigenza di edificare delle masserie che abbiano l’aspetto di piccoli fortilizi: sono le cosiddette “masserie fortificate”.

    Come si struttura una masseria

    Queste masserie si strutturano, solitamente, intorno a un fabbricato elementare formato da due unità edilizie: la torre, dove ha sede generalmente l’abitazione del massaro, e un’annessa costruzione a piano terra, riservata ad usi aziendali o per il ricovero del bestiame. Il tutto è circondato da un alto recinto, con la parte superiore aggettante verso l’esterno (“muri paralupi”) in modo impedire l’accesso al cortile di uomini e bestie selvatiche (Costantini 2006, p. 22).

    Muro  di cinta (“paralupi”) di Masseria Cozze a Castiglione d’Otranto. 

    Intorno all’ampio cortile centrale si dispongono magazzini, stalle, fienili, alloggi della manodopera, capanni e ovili. Al primo piano si accede esclusivamente dalla corte, mediante un’unica scala. La difesa della torre e dell’abitazione del massaro è affidata ad una caditoia che sovrasta l’unica porta di accesso, o ancora ad una porta levatoia che interrompe il pianerottolo sommitale della scala.

    Caditoia della Masseria San Lasi (Salve).

    Nelle torri, strutturate solitamente in due piani, la difesa consisteva nel mettersi al sicuro nella parte più alta della costruzione. L’interruzione del collegamento avveniva mediante una botola con scala retrattile: ritirando la scala, ci si metteva al sicuro e dall’alto della torre si poteva segnalare il pericolo alle altre masserie, agli addetti alla difesa del territorio (cavallari), alle torri costiere e ai centri abitati. In caso di aggressione la solidarietà del vicinato garantiva senza dubbio i primi soccorsi e proprio la tragica esperienza di lotte con gli incursori consolidava i legami di mutuo soccorso tra gli abitanti delle masserie (Costantini 2009, pp. 29-30).

    Torre fortificata della Masseria Fano (foto archivio Salogentis, 2012).

    Torre fortificata della Masseria Celsorizzo (foto di Gianluca Tonti).

    Masserie del Capo di Leuca: San Lasi a Salve

    Nel Capo di Leuca, numerose sono le masserie che si possono osservare ancora oggi: alcune di queste si presentano ormai come dei ruderi, altre sono state ristrutturate e rifunzionalizzate. Una delle più importanti è sicuramente Masseria Santu Lasi, ubicata tra Salve e Morciano di Leuca, dichiarata “Bene di interesse culturale particolarmente importante”. La struttura è databile al XVI secolo, con aggiunte de XVIII, e presenta due piani con caditoie in corrispondenza degli ingressi. Il piano inferiore era in origine destinato al massaro e alle funzioni produttive, quello superiore alla residenza stagionale del proprietario. La struttura rappresenta un classico esempio di masseria che sfrutta la preesistenza di una piccola torre (datata al 1577), posta a difesa del territorio (A. Costantini 2006, p. 410).

    Cortile e torre colombaia della Masseria San Lasi (Salve).

    Celsorizzo ad Acqurica del Capo

    Tra le masserie più antiche del Salento Meridionale, possiamo senza dubbio ricordare quella di Celsorizzo, nel territorio di Acquarica del Capo. La monumentale torre, a pianta quadrata e provvista su tutti i lati di feritoie e caditoie, è databile al tardo Trecento e venne inglobata nella masseria costruita verso la metà del XVI secolo.

    Masseria fortificata di Celsorizzo (Acquarica del Capo) con, sullo sfondo, la torre colombaia del 1550. Foto di Gianluca Tonti.

    Nella base della torre è presente una piccola cappella (preesistente alla torre stessa), dedicata a San Nicola, risalente al 1283 e fatta edificare dal feudatario Ioannes de Ogento; questa conserva degli importanti affreschi, tra i quali si distinguono alcune scene evangeliche e la figura del Cristo Pantocratore, con ai lati San Basilio e San Giovanni Crisostomo.

    Abside della cappella dedicata a San Nicola, inglobata nella torre di Celsorizzo. Foto di Gianluca Tonti.

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    Bibliografia:

    Luigi Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [1° ed. 1936]

    Maria Corti, L’ora di tutti, Bompiani, 2009 [1° ed. 1962]

    Antonio Costantini, Guida alle Masserie del Salento, Congedo, 2006

    Sitografia

    http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2015/09/la-masseria-di-celsorizzo-acquarica-del.html

     

  • La costa del Capo di Leuca. Le torri, le grotte e i santuari del mare

    La costa del Capo di Leuca. Le torri, le grotte e i santuari del mare

    di Associazione Archès

    A sud-est d’Italia, nell’estremo lembo di Terra che viene definito Capo di Leuca, si annidano luoghi magici che nascondono scorci incantati.

    Si tratta di tesori di inestimabile valore, sotto il profilo storico-naturalistico, e le loro peculiarità li hanno resi oggetto di superstizioni e di culti primordiali. Inaccessibili dalla terraferma, si possono raggiungere per lo più attraverso una navigazione sottocosta.

    Le sentinelle della costa

    Partiamo dal caratteristico porticciolo di Torre Pali (fig. 1), rinomata località balneare, che prende il nome da un’affascinante torre costiera. Venne costruita nel 1563 su di uno scoglio isolato a circa 20 metri dalla riva a cui era collegata originariamente con un ponte in muratura del quale non è rimasta traccia. Collegata a vista con altre torri, sia lungo la costa che nell’entroterra, permetteva di allertare la popolazione locale dall’incombente pericolo delle navi corsare e dei pirati. Attualmente la torre, della quale rimane soltanto una parte della base, si erge, misteriosa e tenace, dalle acque del mare.

    Fig. 1 – Torre Pali.

    In questa ideale navigazione, procediamo ora verso sud, lungo le dorate distese sabbiose delle marine di Pescoluse e Posto Vecchio (fig. 2). Una spiaggia incantevole fa da cornice ad un mare cristallino dalle intense, cangianti sfumature cromatiche mediterranee.

    Fig. 2 – tratto di mare compreso tra Torre Pali e Pescoluse (foto di N. Febbraro, tratta dal volume “Archeologia del Salento”).

    Da Torre Vado in poi, la sabbia cede il passo all’argentea costa bassa e rocciosa. L’attenzione è ora attratta da un’altra torre costiera che si erge maestosa a ridosso del piccolo porto, ormai spoglia della sua originaria funzione difensiva (fig. 3).

    Fig. 3 – porto di Torre Vado.

    Le docili onde del mare ci conducono nella prossima tappa, la suggestiva insenatura di Torre San Gregorio che, da circa 2500 anni, ospita un piccolo approdo (fig. 4). Dell’antico porto sono visibili alcuni resti di età messapica e, soprattutto, romana.

    Fig. 4 – Baia di San Gregorio (Patù). 

    Dopo aver salutato l’antico approdo dei Messapi (la popolazione che ha civilizzato il Salento prima di essere sottomessa dai Romani a partire dal 266 a.C.), ci dirigiamo verso “i confini del mondo”: Santa Maria di Leuca o de Finibus Terrae (fig. 5).

    Fig. 5 – grotte della costa a Ponente.

    La vertigine del tempo

    Qui molte grotte ci raccontano una storia antica. La presenza dell’uomo che le ha frequentate risale al Paleolitico medio e superiore (130000/10000 anni fa), quando prima l’ Homo di Neanderthal e dopo l’ Homo Sapiens le hanno occupate dedicandosi alla caccia e alla raccolta di frutti spontanei. Anche il paesaggio era profondamente diverso. Dobbiamo immaginare infatti che, a causa delle oscillazioni climatiche, in questo periodo, molto freddo, le grotte non erano in riva al mare, ma nell’entroterra. Quindi avremmo visto la distesa d’acqua non nella sua posizione attuale ma “spostata” di diversi chilometri verso ovest. Anche la flora e la fauna apparivano molto diverse dall’attuale, con orsi, pinguini, mammuth.

    La Grotta del Drago, procedendo verso sud-est, è il primo anfratto che incontriamo (fig. 6). L’acqua, di colore verde-azzurro al suo interno, crea spettacolari giochi di luce sulle pareti e nel fondale. La grotta presenta due immense aperture, alte circa 30 metri e  separate da un pilastro di roccia, che permettono l’ingresso in un ampio vano. Essa prende il nome da uno scoglio che mostra notevoli affinità morfologiche con un drago. Un deposito preistorico, conservato al suo interno, presenta resti faunistici di pachidermi (elefanti e rinoceronti), vissuti circa 70000 anni fa, quando le condizioni climatico-ambientali erano adatte alla loro natura. Alcuni pescatori del luogo affermano che la grotta, alcuni decenni or sono, ospitava una foca monaca.

    Fig. 6 – Grotta del Drago, esterno.

    Lasciandoci alle spalle i ruderi della Torre Marchiello (fig. 7) ci imbattiamo in una delle cavità carsiche più rilevanti dal punto di vista archeologico: la Grotta dei Giganti. Il nome deriva dal rinvenimento di numerose ossa di grandi mammiferi attribuite, inizialmente… a dei giganti! Al suo interno, inoltre, sono stati individuati numerosi strumenti in pietra riferibili ad Homo di Neanderthal, delle ceramiche attribuibili all’età del Bronzo (4300-3000 anni fa) ed una tomba di età altomedievale (IX sec. d.C.) con cinque monete in bronzo.

    Fig. 7 – tratto di costa ponentina con sullo sfondo i ruderi della Torre Marchiello.

    A brevissima distanza raggiungiamo un’altra imponente cavità anch’essa ricca di fascino e di suggestione: la Grotta delle Tre Porte (fig. 8, 9), che prende il nome da grandi triplici ingressi, attraverso i quali il vano interno semisommerso comunica con il mare. Lungo le pareti interne ed esterne si notano lembi di riempimento detritico concrezionato, che contengono frammenti di ossa, talora combuste, di fauna di prateria, di elefanti e di rinoceronti. Dal primo vano della cavità si snoda un cunicolo, lungo 27 metri, che termina con un’ampia camera ricca di stalattiti e stalagmiti. Vi trovate nell’Antro del Bambino, così chiamato in quanto qui si rinvenne un dente appartenuto ad un bambino neanderthaliano oltre a strumenti in pietra, resti di focolari ed ossa fossili di animali preistorici.

    Varcato l’enorme uscio d’ingresso di Grotta delle Tre Porte sussegue la Grotta del Fiume, il cui nome deriva dalla presenza di un avvallamento che la sovrasta, prodotto dell’erosione di un antico torrente che sfociava nel mare.

    Fig. 8, 9 – tratto di costa di Ponente con sullo sfondo la Grotta delle Tre Porte.

    I racconti, i miti, i culti

    Continuando il periplo dell’Akra Iapigia, si erge maestoso il ripido promontorio di Punta Ristola (fig. 10) che conserva gelosamente due importantissime cavità. La prima ha un nome importante: la Grotta del Diavolo. Si tratta di antro che incute superstiziosi timori tanto che lo scrittore francese Francois Fenelon lo descrisse come “l’ingresso degli inferi attraverso cui il figlio di Ulisse si spinse alla ricerca del padre” (fig. 11). Le diverse esplorazioni effettuate al suo interno hanno portato alla luce depositi contenenti fauna di mammiferi, resti ossei umani, strumenti in selce e numerosi reperti ceramici riferibili al Neolitico e all’età dei Metalli (6000-2900 anni fa).

    Fig. 11, 12 – Punta Ristola e Grotta del Diavolo (interno).

    Proseguendo ancora verso il Faro di Leuca incontriamo la Grotta Porcinara (fig. 12), molto conosciuta al tempo dei Messapi in quanto vi si svolgevano dei riti in onore di Batas (divinità maschile che impugna il fulmine), al quale si rivolgevano i naviganti locali e greci in cerca di protezione o in segno di ringraziamento. Conosciamo la sua funzione per le numerose iscrizioni dedicatorie presenti sulle sue pareti. La grotta, inoltre, rappresentò senza dubbio un luogo d’incontro, dove potersi scambiare prodotti e conoscenze.

    Fig. 12 – Grotta Porcinara vista dal mare (foto di N. Febbraro, tratta dal volume “Archeologia del Salento”).

    Superata Punta Ristola è possibile ammirare la meravigliosa baia di S. Maria di Leuca, con le sue ville otto-novecentesche, protetta a sud-est dal promontorio di Punta Meliso che dolcemente si inabissa nelle profondità del mare fungendo da spartiacque fra lo Ionio e l’Adriatico (fig. 13, 14). Le rocce calcaree, abbagliate dai raggi del sole, diventano bianche come l’imponente faro (funzionante dal 1866) che, dall’alto dei suoi 47 metri, guida la rotta dei naviganti. Il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, poco distante, è stato distrutto e ricostruito più volte nel corso dei secoli. L’austerità delle sue linee architettoniche è dovuta alla necessità di celare la sua funzione sacra con una veste profana.

    Fig. 13 – Punta Meliso vista dal mare (foto di N. Febbraro). 

    Fig. 14 – Punta Meliso vista dalla sommità del faro. 

    Doppiato il promontorio japigio puntiamo verso nord-est risalendo l’Adriatico[1] le cui scogliere, a strapiombo sul mare ed alte sino a 100 metri, sono ricche di cavità e di anfratti (fig. 15, 16).

    Fig. 15 – grotta che si apre sulla costa di Levante (foto N. Febbraro).

    Fig. 16 – grotta che si apre sulla costa di Levante, vista dall’interno (foto N. Febbraro).

    Le meraviglie della natura

    Il mare assume qui un colore blu intenso, in quanto raggiunge a pochi metri dalla costa la profondità di 20-30 metri. Incontriamo ora un’interminabile successione di cavità modellate dall’azione erosiva del mare con scorci ed effetti luminosi di inimitabile bellezza: Grotte di Terrarico, la Cattedrale, Capanna degli Indiani, Grotte di Verdusella sino a giungere alla Grotta del Soffio e alla Grotta della Vora. Si tratta di due cavità molto vicine tra loro, situate in una piccola insenatura. Un’atmosfera magica e surreale le contraddistingue e l’acqua sorgiva, dolce e purissima, mescolandosi con quella del mare, crea spettacolari effetti cromatici.

    La Grotta del Soffio è accessibile attraverso un’apertura, radente la superficie del mare, dalla quale fuoriesce dell’aria dando origine ad un particolare spruzzo, denominato “soffio”, che le ha dato il nome. Sarà qui possibile assaporare l’ebbrezza unica data dall’attraversamento del soffio che permette di accedere all’ampio ambiente interno semisommerso.

    La Grotta della Vora è una cavità alta più di 25 metri la cui volta è attraversata da un foro circolare (detto in dialetto salentino “vora”). Il fascio di luce che vi penetra crea, in determinati momenti della giornata e a contatto con l’acqua del mare, suggestivi effetti luminosi fra i quali il cosiddetto “cerchio dorato”. L’impressione che si ha al suo interno è quella di essere in una maestosa cattedrale.

    Il nostro giro termina alle Grotte delle Mannute, cavità a mezza costa che si caratterizzano per la presenza di stalagmiti e stalattiti che raggiungono i sette metri di altezza.

    Dopo aver rivolto l’ultimo sguardo al mare Adriatico, con i suoi promontori che degradano a picco sul Canale d’Otranto, ritorniamo nel porticciolo di Torre Pali, da cui ha avuto inizio questo straordinario viaggio tra le meravigliose grotte dell’Akra Iapigia.

    Qui il sole, che gradatamente andrà a nascondersi dietro le frastagliate montagne dell’antica Enotria (Calabria), riapparirà l’alba successiva dietro gli Acrocerauni, la catena montuosa dai profili ruvidi e grigiastri che attraversa l’Epiro e la Grecia settentrionale, visibile all’orizzonte nelle giornate più limpide.

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    Note

    [1] Sui confini del mar Adriatico e il mar Ionio esistono diverse convenzioni. Secondo quella dell’Organizzazione idrografica internazionale, il limite convenzionale fra costa ionica e costa adriatica è posto a Santa Maria di Leuca (da punta Mèliso lungo la linea immaginaria che va fino a Capo Cefalo sull’isola di Corfù). Un’altra convenzione pone la linea di demarcazione lungo lo stretto di mare fra Capo d’Otranto, nel Salento, e Capo Linguetta in Albania (fonte: Wikipedia).