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  • Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    di Marco Cavalera
    Il Salento tra Uomo e Natura

    La siccità, la terra arida e l’aspra roccia calcarea hanno da sempre messo a dura prova la resistenza delle comunità che hanno abitato il Salento. L’ambiente tuttavia, pur nel suo aspetto ostile, ben accoglie chi è disposto a lottare per viverci. La terra rossa, simbolo di un paesaggio che si surriscalda sotto il sole cocente, si mescola con la poesia della sua attesa delle piogge, che sono viste quasi come una benedizione che allevia il peso di un’avversa condizione.

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    L’uomo e la natura sembrano quasi danzare su una linea sottile, un confine che non è mai del tutto definito, ma che costantemente sfuma tra la civiltà e l’istinto primordiale. La natura, aspra e selvaggia, rappresenta una forza che sfida l’uomo, ma allo stesso tempo lo alimenta, lo nutre e lo mette alla prova. In questo scenario, la “civilizzazione” non è mai separata da questa lotta con l’ambiente: anzi, la sua stessa esistenza è costruita su un rapporto di continua resistenza e adattamento.

    Le abitazioni, le coltivazioni e le tradizioni non sono altro che testimonianze di questa sfida quotidiana, dove l’uomo, pur con la sua capacità di trasformare l’ambiente, non riesce mai a sottomettere completamente la terra. È come se il legame con la natura fosse indelebile, una sorta di richiamo primordiale che l’uomo non può ignorare, ma che non vuole nemmeno perdere. E così, nella durezza della terra e nel caldo inclemente del sole, l’uomo trova il suo posto, ma anche il suo limite: l’assenza di acqua superficiale completa le difficoltà.

    L’acqua e il Salento

    Il territorio salentino, pur essendo caratterizzato da una media annua di circa 700 millimetri di piogge, presenta una rete idrografica superficiale scarsamente sviluppata. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui la geologica del suolo e la sua morfologia. Le rocce permeabili, infatti, favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, impedendo la formazione di fiumi o corsi d’acqua superficiali significativi. Inoltre, la debole inclinazione del terreno contribuisce a rallentare il deflusso delle acque, che invece di scorrere in superficie, tendono a filtrare nel sottosuolo.

    Questo assetto idrografico particolare è una delle ragioni per cui, nonostante le piogge annuali, il paesaggio appare così asciutto e arido. La scarsità di corsi d’acqua superficiali ha anche un impatto sulle coltivazioni e sull’agricoltura, che dipendono in gran parte dalle risorse idriche sotterranee e dalla gestione delle acque piovane.

    L’acqua, quindi, diventa un bene prezioso, custodito e sfruttato con attenzione.

    Fin dall’antichità, la popolazione locale ha sviluppato dei sistemi ingegnosi per raccogliere e conservare le scarse risorse idriche. Le prime evidenze di queste pratiche risalgono all’età romana, quando l’ingegneria idraulica avanzata veniva applicata anche in queste terre, apparentemente lontane dai grandi centri urbani dell’Impero.

    Le vasche per l’approvvigionamento idrico, chiamate anche cisterne o pozzi, erano strutture scavate nel terreno o costruite in muratura, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana. Questi impianti venivano posizionati strategicamente per sfruttare le piogge stagionali e permettere alla popolazione di avere acqua disponibile durante i periodi di siccità. Le cisterne erano spesso collegate a canali di raccolta che convogliavano l’acqua piovana dalle superfici circostanti direttamente nelle vasche.

    Queste, di solito ubicate nei pressi delle ville rurali o delle tenute agricole, erano spesso coperte per evitare l’evaporazione. Le stesse continuavano a essere utilizzate nei secoli successivi, adattandosi alle necessità mutevoli del territorio, ma mantenendo una radice profonda nelle pratiche sviluppate dai romani.

    Queste strutture sono ancora oggi visibili, sebbene molte siano in stato di abbandono, testimoniando un’eredità antica che continua a influenzare la vita del Salento.

    Vasche di raccolta d’acqua in età romana. Il “Cisternale” di Vitigliano

    La cisterna monumentale, ai piedi della collina nella periferia nord-occidentale di Vitigliano, rappresenta un eccezionale esempio di ingegneria idraulica dell’antichità, che testimonia l’importanza dell’approvvigionamento idrico per le comunità rurali del Salento, in particolare in periodi di siccità. Scavata nel banco di roccia, ha una capacità straordinaria, in grado di contenere oltre 162.000 litri d’acqua. La struttura, lunga 12,30 metri e larga 3,05 metri, è sostenuta da pilastri di pietra che sorreggono una copertura di lastre, sormontate da capitelli a forma di piramide rovesciata  (fig. 1, 2).

    Fig. 1: “Cisternale” di Vitigliano.

    Fig. 2: “Cisternale” di Vitigliano (particolare dei pilastri e delle lastre di copertura).

    La presenza di gradini e cavità circolari suggerisce che la cisterna fosse alimentata sia dalle acque di deflusso pluviale tramite canali di scolo, che da eventuali falde acquifere sotterranee. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dei criptoportici romani, che erano usati per creare spazi coperti e protetti per conservare l’acqua in modo sicuro e duraturo. La cisterna non serviva soltanto un nucleo familiare, ma una comunità rurale più ampia, dedita all’agricoltura e all’allevamento, che esportava i propri prodotti in tutto il bacino del Mediterraneo.

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi riguardo alla sua datazione e funzione. Cosimo De Giorgi ipotizzò che la cisterna fosse stata inizialmente utilizzata come ipogeo (tomba sotterranea) prima di essere riadattata per la raccolta dell’acqua, mentre Pasquale Maggiulli suggerì che potesse risalire all’età del Ferro, attribuendole una funzione sepolcrale iniziale. L’archeologo Adriano Prandi, invece, ritenne che la struttura di età romana, dato l’uso di un intonaco impermeabile di cocciopesto e le dimensioni dei blocchi di copertura, che corrispondono al piede romano (29,6 cm).

    In ogni caso, la cisterna aveva una funzione cruciale nel garantire l’approvvigionamento idrico durante tutto l’anno, anche nei periodi di siccità, assicurando un flusso costante d’acqua per gli insediamenti agricoli e rurali situati tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi e Ortelle, dove sono stati individuati numerosi siti di piccole e medie dimensioni risalenti all’età romana e tardo antica. La presenza di simili strutture in tutta la regione salentina e nelle aree limitrofe, come nel tarantino e nel brindisino, rafforza l’idea che la gestione dell’acqua fosse una questione fondamentale per l’efficienza agricola e la prosperità delle comunità.

    L’esistenza di vasche per la raccolta dell’acqua piovana è una caratteristica distintiva degli insediamenti rustici romani, soprattutto quelli dedicati alla produzione agricola.

    Nel tarantino (nella Masseria Fontana), nel brindisino (nella Masseria San Giorgio), e nel leccese, dove è stata individuata una serie di cisterne a Morciano di Leuca, nella località Concagnane (fig. 3, 4). Si tratta di insediamenti, spesso situati lontano dai grandi agglomerati urbani, che dipendevano da sistemi idrici autonomi, costruiti per garantire una fornitura continua di acqua potabile e per l’irrigazione delle coltivazioni.

    Fig. 3, 4: alcune cisterne rinvenute in loc. Concagnane a Morciano.

    In età medievale e moderna

    Il problema della gestione della raccolta delle acque è rimasto un aspetto centrale anche in età medievale e moderna, continuando a influenzare le modalità di vita e di organizzazione degli insediamenti.

    Due esempi significativi si trovano nei pressi di Masseria Don Lattanzio, a Cutrofiano, e a Macurano, nel comune di Alessano (fig. 5, 6). In entrambi i casi, si tratta di testimonianze di canalizzazioni e cisterne che suggeriscono una continua attenzione alla gestione dell’acqua. A Cutrofiano, in particolare, sono stati rinvenuti sistemi di canalizzazione che raccoglievano e convogliavano l’acqua piovana verso una cisterna semi ipogeica.

    Fig. 5, 6: sistemi di canalizzazione acqua in una masseria di Macurano.

    In alcuni casi, a Macurano, sono state utilizzate come vasche delle presunte tombe di età più antica (fig. 7). Questa pratica di riutilizzo di strutture funerarie come serbatoi d’acqua evidenzia non solo una continuità di utilizzo del territorio, ma anche la capacità delle comunità medievali e moderne di adattarsi alle necessità quotidiane, sfruttando le risorse già esistenti in modo pragmatico.

    Fig. 7: cisterna ricavata in una presunta tomba nelle campagne di Macurano.

    Le cisterne medievali e moderne sono quindi una testimonianza di un’eredità che parte dall’antichità e si perpetua nel tempo, con l’adattamento delle strutture preesistenti a nuove funzioni.

    Sorgenti e torrenti naturali nel territorio dei Fani (Salve)

    Nel territorio di Salve esempi di sistemi idrici sono rappresentati dai canali Tariano (fig. 8), Fano (fig. 9) e Muscio.

    I canali Muscio e Tariano sono a regime pluviale e si attivano principalmente in seguito alle precipitazioni. Questo significa che il flusso d’acqua dipende dalle piogge stagionali e dalla loro intensità.

    Fig. 8: fondo del Canale Tariano (Salve).

    Al contrario, il Canale Fano, nel suo ramo occidentale, si distingue per la presenza di un ruscello perenne, alimentato da sorgenti di acqua dolce. La principale fonte di approvvigionamento per questo ruscello è una piccola grotta scavata nel calcare, situata lungo il versante orografico sinistro, a circa 200 metri a valle della Masseria Fano. La sorgente che alimenta il ruscello ha una portata che può variare notevolmente a seconda delle stagioni: durante la stagione delle piogge, la portata media della sorgente è di circa 100 litri al minuto. Tuttavia, nel periodo estivo, quando la disponibilità di acqua nelle falde è ridotta, la portata della sorgente diminuisce drasticamente, fino a diventare quasi nulla, a causa della scarsità di piogge e della naturale riduzione delle falde acquifere.

    Fig. 9: ruscello del Canale Fano (marzo 2022).

    Questo contrasto tra i due canali evidenzia come, nel Salento, l’approvvigionamento idrico possa dipendere da diverse fonti e modalità di raccolta: da un lato, attraverso canali a regime pluviale come il Canale Muscio, e dall’altro, l’approvvigionamento da sorgenti come quello del Canale Fano. La gestione delle risorse idriche in queste aree continua a essere una sfida, in quanto dipende fortemente dalle precipitazioni e dalle condizioni ambientali, con impatti diretti sulle attività agricole e sulla vita quotidiana delle popolazioni locali.

    L’acqua e la morte. Un tragico evento a Salve nel 1615

    A Salve nel 1615 si verificò un evento straordinario, in cui purtroppo perse la vita una giovane fanciulla. La notizia è riportata da padre Luigi Tasselli nell’opera “Antichità di Leuca” (Lecce 1693):

    “l’anno 1615 superchiarono tanto le piogge e l’acque la nostra Provincia, ed in specialità tutto questo Capo salentino, che le profonde voraci e maravigliose di Barbarano si empirono tutte a dismisura; ed in Salve crescendo fuori di modo le acque, in luoco non basso ma alto, si avanzarono otto palmi, per le quali affogata rimase una donzella in età di 10 anni“.

    L’evento descritto da padre Luigi Tasselli si riferisce a una straordinaria inondazione che colpì il Salento nel 1615, in particolare l’area di Salve, uno dei comuni più meridionali della provincia di Lecce. Secondo la testimonianza, le piogge eccezionali di quell’anno provocarono un innalzamento anomalo delle acque, che superarono livelli mai visti prima, mettendo in ginocchio il Capo di Leuca.

    Il testo riporta con grande drammaticità come a Salve, in località Ortomasciu, le acque salirono di ben otto palmi (circa 2 metri), allagando vaste aree (fig. 10, 11). L’evento fu così tragico da causare la morte per annegamento di una giovane fanciulla di soli 10 anni. Questo episodio evidenziava le potenzialità devastanti delle precipitazioni abbondanti che, in mancanza di un efficace sistema di drenaggio o protezione, potevano provocare danni significativi.

    Il racconto di padre Tasselli, infatti, non è solo una testimonianza della forza incontrollata degli elementi, ma anche una riflessione sulla fragilità delle comunità rurali e sull’importanza della gestione dell’acqua. L’evento del 1615 rimane una delle numerose storie che sottolineano il legame tra l’uomo e l’ambiente, e la costante tensione tra la necessità di sfruttare le risorse naturali e la vulnerabilità alle forze della natura.

    Fig. 10, 11: loc. Ortomasciu (Salve) a seguito di forti precipitazioni.

    Stagni temporanei nel Salento. Il comprensorio dei “Paduli”

    Il comprensorio dei Paduli si estende su un’area che coinvolge 12 comuni salentini, tra cui Specchia. Si tratta di un territorio in cui scorrono numerosi canali a carattere pluviale, che giocano un ruolo fondamentale nel raccogliere le acque meteoriche provenienti dalle precipitazioni (fig. 12, 13, 14, 15). Questi canali non sono permanenti, ma si attivano principalmente durante le piogge, raccogliendo l’acqua che altrimenti defluirebbe rapidamente. La geomorfologia favorisce la formazione di stagni temporanei, che possono persistere anche per settimane o mesi. Questi acquitrini hanno una grande importanza ecologica, poiché offrono rifugio e nutrimento a numerose specie di flora e fauna idrofile e di uccelli migratori.

    Pertanto la presenza di zone umide nel comprensorio dei Paduli favorisce una ricca biodiversità, con la presenza di piante acquatiche, anfibi, insetti, uccelli e altri animali che dipendono da questi habitat per la loro sopravvivenza. Questi spazi naturali sono quindi un patrimonio ecologico che necessita di essere protetto e conservato, anche in considerazione dell’intensificazione delle attività agricole e urbanistiche che minacciano questi delicati ecosistemi.

      

    Fig. 12, 13, 14, 15: stagni temporanei nel territorio di Specchia.

    Le acque di Miggiano

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che questo abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dall’età dei metalli, si sono stanziati nel comprensorio. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”.

    Fig. 16, 17, 18, 19: stagni temporanei nel territorio di Miggiano.

    La Padula Mancina (Montesano Salentino)

    L’area di Padula Mancina, situata a nord-ovest di Montesano Salentino, rappresenta uno degli ultimi residui di un’ampia palude che un tempo caratterizzava la zona. Questa area acquitrinosa ospita una serie di elementi di grande interesse naturalistico, tanto da costituire un habitat ricco di biodiversità (sito a interesse comunitario).

    La palude ora è ridotta ad uno stagno di modeste dimensioni, con una superficie di circa 2,5 ettari (fig. 20, 21).

    Nonostante la siccità che ha ridotto in parte l’estensione della palude originale, Padula Mancina rimane una testimonianza importante del passato acquitrinoso della territorio e rappresenta una risorsa ecologica di grande valore. L’area continua a essere un rifugio per una varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali legate agli ambienti umidi e che trovano qui un habitat ideale, da proteggere e tutelare.

    Fig. 20, 21: Padula Mancina (Montesano Salentino).

    Per approfondire i progetti di studio e valorizzazione della Padula Mancina, si consiglia la visione del documentario “Le acque effimere di Padula Mancina. Storie di stagni mediterranei nel Salento”. Una produzione Manu Manu Riforesta! – di Bruna Rotunno e Ada Martella.

    Bibliografia:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase, 2009.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” , Tricase, 2011.

     

  • Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    di Marco Cavalera

    L’età protostorica

    Il sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. L’insediamento dista circa 5 km da Specchia.

    Area intorno all’insediamento, dove si nota la trincea per la canalizzazione idrica, scavata negli anni ’80 del secolo scorso, che ha messo in luce alcune evidenze archeologiche.  

    Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[1].

    Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (Bronzo medio). 

    La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio (2.000/1.500 a.C.), vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[2].

     Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (interno). 

    Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale)[3].

    All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale (1.300/1.000 a.C.).

    M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

    In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera[4].

    L’età romana e medievale

    Il pianoro che sovrasta il costone roccioso, sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica, si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono forse pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie individuando, insieme alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia[5].

    Materiale lapideo rinvenuto e pubblicato dal prof. Pagliara (Pagliara 1980).

    Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

    I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

    Miggiano e Montesano visti dalla serra Magnone (Cardigliano). Foto novembre 2005. 

    L’importanza archeologica della località è confermata anche dal ritrovamento casuale, avvenuto nel 1952 in contrada (Fondo Vigne), di un tesoretto “composto da monete coniate dalla zecca di Taranto, sulle quali è impresso su un lato un cavaliere e sull’altro Taras sul delfino, la più antica risale alla fine del IV secolo a. C. le altre sono databili al III secolo a.C: 211 stateri della zecca tarantina, due stateri di Heraclea Lucaniae e un divisionale che presenta tipi e peso apparentemente avvicinabili a quelli delle dracme tarantine. Una testimonianza storica importante che dimostra la grande opposizione ai Romani, a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., da parte del popolo tarantino che si affidò allo spartano Cleonimo (303 a.C.) e poi a Pirro, per contrastare l’avanzata di Roma in Magna Grecia”[6].

    Articolo tratto da: https://www.associazionearches.it/medianum-ricerche-archeologiche-nel-territorio-di-miggiano-montesano-salentino-e-specchia/

    Note

    [1] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26). Le grotte, sia naturali che artificiali, erano spesso utilizzate come luogo di sepoltura collettiva in tutta l’età del Bronzo (II millennio a.C.).

    [2] Ciongoli 1989, p. 159.

    [3] Orlando 1997a, pp. 292-303. Tra il materiale fittile individuato durante le prospezioni di superficie si annoverano: due scodelle a orlo rientrante, una scodella troncoconica, tre anse a rocchetto (Neolitico finale – facies Diana), due frammenti di ceramica a squame e una parete con decorazione incisa (Eneolitico), un’olla ovoide, un frammento decorato con cordoni a riquadri, un fondo di forma non determinabile, due anse a nastro, tre anse a bastoncello verticale, una ciotola con carena media a gradino, una scodella con orlo rientrante (Bronzo recente-finale).

    [4] Orlando 1997a, pp. 290-291.

    [5] Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri –  decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (Pagliara 1980, pp. 221-225).

    [6] https://www.quisalento.it/si-svela-al-marta-il-tesoretto-di-specchia/

    Bibliografia

    Cavalera M., “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia, Montesano Salentino“, Dell’Iride Editore, Tricase 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, pg. 159, Martina Franca (Ta), 1989.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, pp. 19-38, Galatina (Le), 1995.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 290-303, Galatina (Le), 1997.

    Orlando M.A., Santa Maria di Leuca, in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 309-343, Galatina (Le), 1997.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

  • Miggiano: un antico borgo del Salento

    Miggiano: un antico borgo del Salento

    di Marco Cavalera (con il contributo di Stefano Cortese)

    Miggiano è una cittadina del basso Salento nota per la presenza di una cripta di età bizantina. Ogni 17 luglio ospitava, ieri come oggi, “una calca di devoti di quella santa martire (Santa Marina)” e, ogni ottobre, un’importante fiera regionale.

    Cappella di Santa Marina.

    La storia ritrovata

    La tradizione orale racconta di rinvenimenti di notevole interesse archeologico, effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, ad opera di studiosi locali dell’epoca come il Maggiulli di Muro Leccese, che aveva in Miggiano diversi possedimenti terrieri. Tuttavia ricostruire le origini più remote di un paese, attraverso l’esclusiva analisi e disamina delle fonti orali e senza il conforto dei dati materiali, può portare ad una visione distorta della sua storia. Risulta molto difficile, infatti, “distinguere una realtà storica sommersa da secoli da abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[1].

    Stralcio della tavoletta I.G.M. (Foglio 223, I N.O., Taurisano), con l’indicazione del centro storico di Miggiano.

    Recentemente, grazie all’impegno e alla passione di alcuni volontari del paese[2], sono venute alla luce numerose testimonianze archeologiche che, unitamente alle poche notizie tramandateci da storici locali e dalla tradizione orale (in particolare dalle persone più anziane, autentici “scrigni” di saperi), si stanno rivelando fondamentali per ampliare le conoscenze che riguardano le più remote fasi del popolamento umano di Miggiano.

    Località Rutti-Sala. Caverna che si apre lungo il versante orografico destro del canale, laddove è stato individuato un sito protostorico (foto 2005).

    Lungo corridoio di accesso ad una casa a corte in Piazza Municipio. 

    Gli studiosi del passato: Giacomo Arditi

    Giacomo Arditi – nel lontano 1879 – scriveva: “[…] Parmi che questo villaggio sia stato iniziato da un misto di coloni provenienti da diversi luoghi, e qui convenuti e stanziati, o per motivi di industria agricola, o per le distruzioni che nel secolo IX, X e parte dell’XI ci apportarono i conflitti dei Greci contro i Saraceni, e dei Normanni contro gli uni e contro gli altri […]. I sepolcri, li scheletri con la moneta in bocca, il vase lagrimale, la lucerna, e la scodella, uso romano e pagano, rinvenuti verso il 1878 appo il trappeto del signor Vernalione, fan balenare l’idea che questo luogo sia stato in tempi ben remoti, o abitato, o teatro di qualche parziale schermaglia delle tante combattute tra Romani e Salentini più che due secoli av. Cristo.

    […] Il 16 ottobre 1480 i Turchi, dopo il sacrificio di Otranto, scorazzando per queste piagge, invasero tra tanti anche Miggiano, e gli rapirono uomini e cose, donne ed infanti: e quattro anni appresso, il 1 giugno 1484, dopo l’eccidio di Gallipoli, patì anch’esso le correrie dei Veneziani. Per la qual cosa ei restò triste e depopolato in modo che nel 1532 contava appena 50 fuochi, 53 nel 1545, 66 nel 1561, 64 nel 1595, 40 nel 1648, e 55 nel 1669”[3].

    Particolare della garitta di Palazzo Vernaleone. Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Cosimo De Giorgi

    De Giorgi, nel 1888, descriveva in questo modo il paesaggio rurale miggianese: “Il paesaggio è ridente e pittoresco. Le linee delle colline e della pianura ondulata armonizzano leggiadramente fra loro e con la vegetazione quasi tutta arborea che circonda il paese. Il terreno è ubertosissimo. I campi sono cinti di siepi di felci, di meliloti, di agave, di crateghi, e sono smaltati del verde smeraldo delle graminacee o variamente colorati dalla flora spontanea. Su questo tappeto variopinto si ergono alberi maestosi di fichi, peschi, albicocchi, mandorli, ulivi, ciliegi, peri, susini, lazzeruoli, confusi tra loro, senza ordine, in modo da sembrare un gran bosco di alberi fruttiferi. L’uliveto invece comincia a specializzarsi nel tratto compreso tra Specchia e Miggiano”[4].

    Paesaggio rurale tra Miggiano e Specchia. 

    Dai documenti antichi

     L’etimologia del toponimo Miggiano è di origine incerta. Le Rationes Decimarum, n. 1493, riportano – tra le decime della Diocesi di Otranto – il toponimo Meyanum[5].

    Un documento del 1548 (Platea della Contea di Castro, pp. 128 ss.), custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), menziona in Casali Migiani una turris magna, un trappeto ipogeo e delle mura forse pertinenti un edificio fortificato.

    Antica porta di accesso occidentale (via Lago). Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Vico Barone Vernaleone.

    Un bene prezioso: l’acqua

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località  Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che l’acqua abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dalla Protostoria, si sono stanziati in questo comprensorio[6]. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”[7].

    Nel centro abitato invece l’acqua potabile – secondo Arditi – si trovava “alla profondità media di 20 metri” e non era sempre sufficiente ai bisogni della popolazione. De Giorgi, all’interno del paese, censiva tre pozzi ubicati: sulla via per Taurisano, in via Scalella e nel giardino Cacciatore, profondi rispettivamente 30, 32 e 29 metri[8]. Un quarto pozzo, non menzionato dallo studioso salentino, si trovava sulla piazza principale di Miggiano[9].

    L’area a nord e ad ovest di Miggiano, confinante con i comuni di Ruffano e Specchia, è di frequente interessata da allagamenti a seguito di prolungati periodi di pioggia. Questo settore di territorio, infatti, occupa un’area depressa nella quale confluiscono le acque di scorrimento superficiale provenienti dai punti più elevati che bordano il comune di Miggiano[10]. I modesti corsi d’acqua convergono in località Paduli e Mila, dove sono presenti alcuni inghiottitoi naturali (cosiddette vore) che assorbono in parte le acque superficiali.

    Località Macchie (Miggiano). Ruscello a regime pluviale (foto febbraio 2018). 

    Palude in località Paduli (foto febbraio 2018).  

    Località Mila (Miggiano). Allagamento di un ampio settore di territorio a seguito di un prolungato periodo di pioggia (dicembre 2005).

    Miggiano nel Medioevo

    In località Pozzelle (Miggiano) è stata segnalata un’area di frammenti fittili, pertinente un casale di piccole dimensioni abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel 2015 è stata rinvenuta, da chi scrive e da Vito Lisi, che l’ha segnalata alla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, una probabile punta di freccia in selce di età neolitica, la cui presenza pone degli interrogativi sulla frequentazione prei-protostorica dell’area.

    Località Pozzelle (Miggiano). Area dell’insediamento medievale visto da sud (foto aprile 2008). 

    Ceramica dipinta a bande rosse di XV-XVI secolo è stata rinvenuta anche nel centro storico di Miggiano. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio diruto) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”.

    Scorcio del centro storico, poco distante dal luogo di rinvenimento della ceramica basso medievale e moderna. 

    La chiesa di San Vincenzo[11]

    Intitolata al santo patrono Vincenzo, la chiesa madre di Miggiano ha origini cinquecentesche, con ampliamenti effettuati soprattutto tra il XVIII-XIX secolo.

    La facciata si presenta dalle linee semplici, con il corpo centrale di fabbrica leggermente aggettante e a sua volta sormontato da un timpano triangolare.

    Prospetto esterno della chiesa di San Vincenzo, santo patrono della Città (foto di Stefano Cortese).

    L’interno è scandito in tre navate con degli altari nelle cappelle laterali e nel profondo transetto. Di rilievo la tela, posta nel transetto, di san Vincenzo di Saragozza, del pittore neretino Antonio Donato D’Orlando e datata 1616, così come recita l’iscrizione votiva in basso a sinistra.

    Tela di san Vincenzo di Saragozza del 1616 (foto di Stefano Cortese). 

    Altre tele di rilievo sono la Madonna di Costantinopoli e una Vergine Immacolata, entrambe del XVII secolo. I recenti lavori di restauro infine, hanno consentito di traslare l’altare del transetto e mettere in luce l’affresco riproducente l’albero di Jesse.

    Tela della Madonna di Costantinopoli (foto di Stefano Cortese).

    Contributo tratto da:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Edizioni Dell’Iride, Tricase (Le) 2009. 

    Ringraziamenti

    Per la redazione di questo breve contributo desidero ringraziare i sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra e i soci dell’Associazione Culturale di Miggiano “Medianum – Terra di Mezzo”. Grazie alla loro sensibilità al recupero delle tradizioni antiche del paese è stato possibile effettuare il censimento dei siti ad interesse storico presenti nel territorio di Miggiano.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    Bibliografia

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Saraceni, schiavi e il Salento, in  Fiorillo R., Peduto P. (a cura di) III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, pg. 443, Firenze, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, pp. 135-164, Brindisi, 1975.

    Marzano V.S., Piccole realtà del Sud Salento. 1860-1915, Lucugnano (Le), 2004.

    Sansò P., Selleri G., Il paesaggio fisico del Bosco Belvedere, in Arthur P., Melissano V. (a cura di) Supersano. Un paesaggio antico del basso Salento, pp. 15-19, Galatina (Le), 2004.

    Note

    [1] Arthur 2003, pg. 443.

    [2] Un particolare ringraziamento va all’impegno dei sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra dell’Associazione socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo.

    [3] Arditi 1879, pp. 355-357.

    [4] De Giorgi 1888.

    [5] Marinelli 1975, pg. 155.

    [6] In località Rutti-Sala, l’incisione del canale si approfondisce di circa 15 metri rispetto al territorio circostante. Le cavità e i ripari sottoroccia presenti nel suo versante occidentale sono stati frequentati dall’età protostorica a quella moderna.

    [7] De Giorgi 1922, pg. 279.

    [8] De Giorgi 1922, pp. 279-280.

    [9] Marzano 2004, pg. 15.

    [10] Il settore nord-occidentale di Miggiano presenta analoghe caratteristiche geomorfologiche del territorio di Supersano, per il quale è stato condotto di recente uno studio in tal senso (Sansò, Selleri 2004, pp. 15-19).

    [11] A cura di Stefano Cortese.

  • PEDALATA NEI PADULI, da Santa Marina di Miggiano alla Specchia Torricella.

    PEDALATA NEI PADULI, da Santa Marina di Miggiano alla Specchia Torricella.

    Si parte alle 10 dalla Cripta di Santa Marina di Miggiano, dove visiteremo l’ipogeo che conserva una pregevole “Dormitio Virginis” di età bizantina, una delle più antiche rappresentazioni della “Dormitio” in grotta. Nella Cripta, inoltre, sono presenti numerosi affreschi, appartenenti a diversi cicli decorativi datati all‟XI, XIII e XIV secolo, ad eccezione di quello più tardo di Santa Marina.

    ciclopasseggiata_paduliSi procede immergendosi nei “Paduli”, tra ulivi secolari, residui di antichi querceti e suggestivi laghetti ricchi di flora e fauna tipica di un ambiente palustre. Si prosegue verso il territorio di Supersano in direzione dell’area archeologica della “Motta” di Specchia Torricella, dove vedremo i resti di una torre difensiva di epoca Normanna, che sarebbe stata edificata su strutture preesistenti di origine messapica e romana. Dopo una breve sosta al sito faremo ritorno a Miggiano con un percorso ad anello, dopo circa 3 ore di pedalata.

    Punti di interesse:

    Cripta di Santa Marina;

    Ulivi e querce secolari dei Paduli;

    Palude Mancina (area SIC);

    Motta di Specchia Torricella;

    Antica viabilità rurale.

    L’iniziativa è organizzata dall’Associazione Archès, con il patrocinio del Comune di Miggiano.

    Lunghezza percorso: circa 18 km, con pochissimi dislivelli.

    Orario partenza: 10.00.

    Orario ritorno: 13.30.

    Luogo di ritrovo: via Dante Alighieri, Miggiano, coordinate 39°57’50.72″N, 18°18’21.35″E.

    Costi: escursione più affitto bici 15 € per i non soci.

    Escursione più affitto bici 10 € per i soci.

    Escursione con bici propria: 5 €.

    Info e prenotazioni: 340.5897632

  • LA CRIPTA DI SANTA MARINA A MIGGIANO

    LA CRIPTA DI SANTA MARINA A MIGGIANO

    di Marco Cavalera

    1.1    BREVI CENNI STORICI SU MIGGIANO

    La frequentazione umana, nel comprensorio di Miggiano, risale ad epoche molto antiche, precisamente all’età dei Metalli (Eneolitico ed età del Bronzo, seconda metà III – fine II millennio a.C.). Gli insediamenti relativi a questa fase erano distribuiti in maniera piuttosto estensiva in luoghi favorevoli che garantivano difendibilità e risorse naturali.

    Un piccolo insediamento protostorico è stato rinvenuto in località Rutti-Sala, su un pianoro (119 m s.l.m.) limitrofo ad un canale torrentizio ricco di acqua. I suoi abitanti cercavano rifugio, probabilmente, nelle numerose cavità naturali e ripari sottoroccia presenti soprattutto lungo il versante orografico destro dello stesso canale. La presenza nell’area di diverse evidenze archeologiche – ceramica protostorica, sculture litiche, tumuli – documenta uno sfruttamento del territorio che va oltre la semplice e periodica frequentazione.

    In località Pozzelle è stata individuata un’area di frammenti fittili pertinente un casale di piccole dimensioni, abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel centro storico di Miggiano, infine, è stata rinvenuta ceramica a bande rosse e brune di XV-XVI secolo. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”[1].

    1.2    LA CRIPTA DI SANTA MARINA

    La cripta di Santa Marina si trova sotto l’omonima cappella, il cui edificio originario risale al XIV secolo (fig. 1).

    Cappella di Santa Marina
    Cappella di Santa Marina

    La struttura è costituita da tre ambienti: un vano più ampio, collegato all’esterno da una scalinata di recente costruzione, un dromos che immette in un piccolo ambiente di forma trapezoidale e un altro ambiente (probabilmente l’abside) di forma semicircolare, adibito fino a pochi decenni fa ad ossario dell’adiacente cimitero. Il piano di calpestio è in cementizio (realizzato nel corso degli ultimi lavori di restauro a sostituzione dell’originale in sterrato); il soffitto si presenta leggermente arcuato nella direzione dell’invaso originale. In tutti gli ambienti sono presenti il gradino-sedile e diverse nicchie.

    Secondo la dott.ssa Manuela De Giorgi, che ha approfondito lo studio sulla “Dormitio Virginis” di Miggiano, l’ipogeo avrebbe avuto la funzione principale – almeno nella fase di XI secolo – di cappella funeraria. Questa ipotesi –  sottolinea la stessa studiosa – potrebbe essere avvalorata dall’effettuazione di piccoli saggi di scavo all’interno del piccolo ambiente trapezoidale, che con molta probabilità porterebbero alla luce delle tombe.

    Nell’ambiente absidato sono presenti due reperti di dubbia interpretazione: si tratta di un tronco di colonna, con un incavo a sezione quadrangolare sulla superficie superiore, ed una presunta base di altare (fig. 2). La loro datazione, in assenza di dati oggettivi, sarebbe da riferire alla frequentazione della cripta in età bizantina.

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina prima dei lavori di restauro (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina prima dei lavori di restauro (foto: Luigi Marra).

    Sui ruderi dell’antico luogo di culto bizantino, nel 1538 fu realizzato un convento, intitolato alla Madonna delle Grazie, ad opera di monaci dell’Ordine Carmelitano. La zona in questione, secondo la tradizione orale, si chiamava Cumentu.

    Nella cripta sono presenti diversi affreschi, appartenenti ad un comune programma decorativo datato al XI, XIII e XIV secolo, eccetto quello più tardo di Santa Marina.

    1.2.1 LA DECORAZIONE PITTORICA DELLA CRIPTA DI SANTA MARINA

    Santa Marina

    L’affresco è stato realizzato in una nicchia nella parete di fronte all’attuale ingresso. L’immagine rappresenta una santa coronata che impugna un martello e una palma (fig. 3). Sotto la Santa è raffigurato un angelo in posizione orante, mentre alla sua destra, in basso, un drago e la stessa cappella di Santa Marina. Ai piedi dell’affresco, prima del restauro, si intravedeva l’iscrizione “Terrae Migiani”.

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Affresco di Santa Marina (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Affresco di Santa Marina (foto: Luigi Marra).

    Dormitio Virginis

    L’affresco, posto sulla parete di fondo del piccolo vano della cripta, rappresenta la “Dormitio Virginis” e risale all’XI secolo. La scena si presenta all’osservatore con la Vergine al centro, distesa sul catafalco e circondata dagli apostoli, tra i quali si riconoscono in maniera chiara: Giovanni chino sulla morta, Pietro alla testa del corteo di destra, Paolo ai piedi del letto. Su un piano arretrato, la figura di Cristo che regge tra le mani l’eidolon della madre. Su un terzo piano visivo, più arretrato, delimitano idealmente l’episodio alcuni edifici. Allo stato attuale, l’affresco si presenta in più parti rovinato; sono scomparsi alcuni volti di Apostoli e parte del corpo della Vergine si presenta sbiadito nei colori (fig. 4)[2].

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Dormitio Virginis (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Dormitio Virginis (foto: Luigi Marra).

    Santa Caterina

    L’identificazione della Santa nell’affresco è deducibile dall’iscrizione esegetica ΚΑΤ. Santa Caterina è raffigurata in un arco poggiante su colonnine con capitelli. L’immagine, coronata e in abiti regali, presenta consistenti lacune sul lato sinistro e risale ad un momento successivo alla decorazione dell’ambiente, intorno al XIV secolo (fig. 5).

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Da sinistra: Santa Caterina, Santo non identificato e San Nicola (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Da sinistra: Santa Caterina, Santo non identificato e San Nicola (foto: Luigi Marra).

    Santo anonimo

    L’immagine rappresenta un giovane dai lineamenti gentili – probabilmente un diacono – con una tunica istoriata e un mantello. Accanto al volto si nota una “s”, residuo di una iscrizione esegetica ormai scomparsa. Nella mano sinistra lo stesso regge un sigillum, con caratteri ormai illeggibili (fig. 5).

    San Nicola

    Si tratta del terzo santo raffigurato sulla parete di sinistra del piccolo ambiente della cripta. San Nicola indossa il costume episcopale bizantino, benedice alla greca e regge, nella mano sinistra, un libro dalla copertina dorata. L’iscrizione a chionedon non è più decifrabile, ma appare certa l’attribuzione al vescovo di Myra. Per quanto riguarda la sua datazione, l’analisi stilistica rimanda al XIV secolo (fig. 5).

    Arcangelo Michele

    La figura, in cattivo stato di conservazione, indossa un ricco costume bizantino e si presenta con le ali spiegate, in atteggiamento di chi legge un libro posto su un ambone di legno; la mano sinistra sorregge un sigillum, nel quale è visibile una croce inscritta e delle lettere ai quattro angoli della stessa. Il volto violaceo dell’Arcangelo ha un’espressione grave e il suo imponente aspetto fa pensare che l’autore dell’affresco abbia voluto rappresentare l’angelo del giudizio, citato nell’Apocalisse di Giovanni (fig. 6)

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. I Committenti (a destra) e l’Arcangelo Michele (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. I Committenti (a destra) e l’Arcangelo Michele (foto: Luigi Marra).

    I committenti

    Le tre figure affrescate su un lato del setto litoide del piccolo vano della cripta rappresentano, probabilmente, i committenti della “Dormitio Virginis”. Vestono tuniche scure e strette in vita con il bordo decorato e si trovano in posizione orante rispetto all’Arcangelo Michele: in piedi il primo, piegato il secondo, in avanti – in ginocchio – il terzo. Ai lati dell’affresco si leggono le seguenti iscrizioni, secondo la lettura proposta dalla dott.ssa De Giorgi:

    ΛΕOY ΜΑΚOΥ

    ΠΡΟΣΚΙΝΙΣΙΣ

    ΝΙΚΟΛΑ ΜΟΝΑΚΟΥ

    ossia “La proskymesis di Leo, Maco e del monaco Nicola”, interpretandola come una didascalia della scena che funge anche da iscrizione commemorativa.

    Ai piedi delle tre figure vi è un cespuglio di piante, i cui fiori sembrano essere iris (fig. 6)[3].

    1.3    IMPIANTO PER LA PRODUZIONE DI CAMPANE IN UN’AREA ADIACENTE LA CRIPTA DI SANTA MARINA

    Nell’area all’esterno della cripta era attivo, in età medievale, un impianto per la produzione di campane, venuto alla luce a seguito di lavori di restauro di strutture adiacenti alla chiesa di Santa Marina. Tra i ruderi della stessa fornace sono stati rinvenuti – dai signori Luigi Carbone e Luigi Marra – numerosi frammenti di terra di fusione e stampi che conservano ancora, nella faccia a contatto con il metallo, tracce dello stesso. La superficie dell’argilla, invece, si presenta friabile, porosa e piuttosto annerita. Alcuni frammenti di tonaca sono decorati con raffinati elementi geometrici e fitomorfi (fig. 7), altri presentano semplici incisioni parallele.

    Particolare di un frammento dello stampo della campana.
    Particolare di un frammento dello stampo della campana.

    Nella stessa fossa di scarico della terra di fusione sono stati individuati una fibula di metallo, d’età romano imperiale (I-III secolo d.C.), numerosi frammenti fittili – per lo più laterizi – lamine e scorie di bronzo.

    Non è possibile – tuttavia – risalire ad un esatto inquadramento cronologico dell’impianto, in assenza dell’originario contesto archeologico e di fonti d’archivio.

    BIBLIOGRAFIA

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase (Le), 2009

    De Giorgi M., La Koimesis bizantina di Miggiano (Lecce): iconografia e fonti liturgiche, in Quintavalle A.C. (a cura di), Medioevo Mediterraneo: l’Occidente, Bisanzio e l’Islam, Atti del convegno internazionale di studi, Parma, 21-25 settembre 2004, pp. 332-340, Milano, 2007.

    De Giorgi M., La decorazione pittorica della cripta di Miggiano: la più antica Dormitio Virginis in Italia meridionale, in Il Transito della Vergine, Testi e immagini dall’Oriente al Mezzogiorno medievale, pp. 117-130, Spoleto, 2016.

    Falla Castelfranchi M., Piccinno L., Saturnino A., La Cripta del Crocefisso ad Ugento. La storia, gli studi, le nuove acquisizioni, pp. 43-47, Presicce (Le), 2006.

    Fonseca C.D., Bruno A.R, Ingrosso V., Marotta A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, pp. 119-122, Galatina (Le), 1979.

    Lusuardi Siena S., Neri E. (a cura di), Del Fondere Campane. Dall’Archeologia alla produzione, Firenze, 2007.

    [1] Cavalera 2009.

    [2] De Giorgi 2007, Fonseca et alii 1979.

    [3] Fonseca et alii 1979.

    Articolo pubblicato nel 2010 in Spicilegia Sallentina. Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n. 7, pp. 21-24, Nardò, 2010.

    Fotografie di Luigi Marra (Associazione Medianum-Terra di Mezzo)

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  • Storia della ferrovia nel Capo di Leuca

    Storia della ferrovia nel Capo di Leuca

    di Marco Cavalera

    Correva l’anno 1911

    Il 16 ottobre 1911 fu inaugurata, con una solenne cerimonia, la stazione di Gagliano del Capo, da dove partì, esattamente alle ore 05:07 del mattino, il primo treno in direzione Maglie, tra l’euforia della popolazione locale che da anni attendeva con ansia la realizzazione di tale opera.

    foto ferrovia di Dario Carbone
    foto ferrovia di Dario Carbone (tratto nei pressi di San Dana)

    La linea Maglie – Leuca fu fortemente voluta dalle personalità politiche di spicco del Basso Salento dei primi anni del Novecento, tra cui il barone Filippo Bacile, gli onorevoli Ruggieri, Codacci Pisanelli, Giuseppe Romano (fratello di Liborio Romano) e Domenico Daniele. Lungo la tratta Maglie – Leuca erano dislocate le seguenti stazioni ferroviarie: Tiggiano, Alessano, Tricase, Miggiano, Castiglione, Spongano, Poggiardo, Sanarica e Muro Leccese. Le stazioni furono intonacate di color rosso pompeiano, realizzate su due piani e dotate di servizio igienico, cisterna, piano caricatore e rimessa, ponte e binari di stazionamento[1].

    foto ferrovia di giacomo sergi
    foto ferrovia di Giacomo Sergi (tratto Alessano – Tiggiano)
    I “campanilismi” ossia come passare dalle discussioni sul tracciato alle “mazzate”.

    Al momento della progettazione della linea ferroviaria si sono registrati diversi episodi di accentuato “campanilismo” tra i paesi, desiderosi chi più chi meno di vedere il proprio territorio servito dalla ferrovia. Emblematico è quanto ci riporta Santo Marzano, a proposito della vicende storiche che hanno preceduto la costruzione della stazione di Miggiano, Specchia, Montesano, la cui ubicazione poneva il primo centro in una posizione strategica, mentre isolava fortemente Specchia e Montesano. Il comune di Specchia aveva chiesto alla Direzione Centrale delle ferrovie di denominare la nuova stazione Specchia/Miggiano/Montesano e in più di costruire una strada che collegasse direttamente il paese Specchia alla stazione[2], per evitare il passaggio degli abitanti di Specchia dal paese di Miggiano. La situazione degenerò e si verificarono dei disordini (mazzate) tra gli abitanti dei tre paesi coinvolti, tanto violenti da essere riportati ancora oggi dalla tradizione orale.

    I miggianesi rivendicavano la priorità nella denominazione della stazione in quanto ricadente nel proprio territorio comunale e si opponevano alla realizzazione della strada di collegamento diretto con Specchia, perché troppo costosa e pressoché inutile: il percorso, infatti, sarebbe stato abbreviato solo di poche centinaia di metri. La disputa terminò a favore dei miggianesi, sia per quanto riguarda il nome della stazione che per la realizzazione dell’arteria viaria, che fu costruita dopo la prima Guerra mondiale[3].

    Disordini del genere avvennero anche nell’estremo Capo di Leuca, per la denominazione della stazione di Gagliano. Dal Corriere Meridionale del 19 ottobre 1911 (n. 38, anno XXII) si apprende di alcuni episodi di cronaca avvenuti subito prima l’inaugurazione da parte di alcuni facinorosi contrari all’intitolazione stabilita della stazione di Gagliano: di fatti richiedevano tumultuosamente che di seguito alla denominazione Gagliano – Leuca fosse apposto il nome Arigliano[4].

    La prima corsa

    La cronaca della prima corsa della vaporiera sul tragitto Gagliano – Maglie è stata raccontata da un cronista del Corriere Meridionale e pubblicata sulle colonne dello stesso giornale tre giorni dopo, il 19 ottobre 1911: Pareva un sogno e sarà una realtà tra breve, fra pochi minuti! La frizzante brezza dell’alba è stata coraggiosamente affrontata da non pochi curiosi, che non sedusse il soave calduccio mattutino pur di provare l’emoziuone di vedere e il compiacimento di poter dire di aver assistito alla partenza del primo treno dal Capo di Leuca. […] Ma eccola che già piano piano si avanza, fischiando gioiosa in questa limpida e calma mattinata bene augurante! Si ferma dolcemente innanzi alla stazione, respirando rumorosamente a larghi intervalli. Un vocìo confuso, un farsi innanzi per meglio vedere, per ammirare, per toccare: uno scambio di saluti augurali fra chi parte e chi resta. Sono 5, 10, i primissimi che oggi partono. Un fischio potente, lungamente ondulato: si muove di nuovo dapprima pian piano, sbuffando impaziente, e poi maestosa accelerando, mentre una nuvola di denso fumo azzurrognolo s’innalza a pennacchio ondeggiante nel cielo limpido e sereno! Dagli sportelli e dal piazzale sventolano i fazzoletti, mentre ad una vecchietta a me daccanto gli occhi si gonfiano di lagrime! Sono le 05.07 precise[5].

    I primi disservizi

    Giovanni Cosi riporta che, dopo alcuni giorni dell’entrata in funzione del servizio ferroviario (avvenuto, come detto, il 16 ottobre 1911), l’autorità centrale delle ferrovie decise di modificare l’orario dei treni, creando non pochi disagi ai viaggiatori diretti nel Capo di Leuca, costretti ad attendere alla stazione di Tricase ben sei ore per poter prendere la coincidenza per Alessano, Tiggiano e Gagliano.

    Il 5 novembre del 1911 circa 2000 alessanesi e oltre 200 gaglianesi bloccarono i treni nella tratta Gagliano – Tricase, costringendo quindi i vertici della Società delle Ferrovie Salentine a ripristinare l’orario del primo giorno[6].

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    BIBLIOGRAFIA:

    G. Cosi, Arigliano. Ricordi di un paese, Gagliano del Capo 2010, pp. 63-64.

    A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, pp. 285-286.

    S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, pp. 71-75.

    S. Massaro, Le ferrovie del Capo di Leuca, pubblicato in Controcanto, Rivista culturale del Salento, Anno VII, numero 3, settembre 2011, pp. 10-13.

    NOTE

    [1] A. Massaro, Le ferrovie del Capo di Leuca, pubblicato in Controcanto, Rivista culturale del Salento, Anno VII, numero 3, settembre 2011, pp. 10-13.

    [2] S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, p. 74.

    [3] S. Marzano, Piccole realtà del Sud – Salento. 1860 – 1915, Lucugnano 2004, pp. 71-75.

    [4] A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, p. 286 (nota 2).

    [5] A. Ferraro, Giuliano, Documenti e realtà storica, Castrignano del Capo 2005, p. 285.

    [6] G. Cosi, Arigliano. Ricordi di un paese, Gagliano del Capo 2010, pp. 63-64.

  • MEDIANUM – Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia

    MEDIANUM – Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia

    Il quaderno tematico “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia” (Edizioni dell’Iride, 2009) è il risultato di tre anni di indagini archeologiche svolte da Marco Cavalera, coadiuvato da alcuni soci dell’Associazione Socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo di Miggiano, presieduta da Luigi Carbone.

    copertina libro
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    L’autore ha analizzato i territori comunali di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia con l’obiettivo di individuare, catalogare e preservare i siti archeologici minacciati da opere antropiche (espansioni urbanistiche, sbancamenti, costruzioni di nuove sedi stradali o di zone industriali) e di ottenere nuovi dati sulla frequentazione umana, qui attestata già a partire dalla Protostoria.

    Gli insediamenti relativi a questa fase erano distribuiti in luoghi favorevoli che garantivano difendibilità e risorse naturali. Quello di Cardigliano (Specchia), ad esempio, era ubicato su un’altura (150 m s.l.m.) da cui si poteva dominare il vasto territorio circostante. L’area di frammenti fittili di località Campo Romano (Specchia) si inserisce in questo capillare sistema insediativo. Il sito di località Rutti-Sala era posto su un pianoro (119 m s.l.m.) limitrofo ad un canale torrentizio ricco di acqua, in particolare nei periodi prolungati di pioggia. La presenza nell’area di diverse evidenze archeologiche – ceramica protostorica, sculture litiche, tumuli – documenta uno sfruttamento del territorio che va oltre la semplice e periodica frequentazione.

    L’età classica (messapica e romana) nel territorio in esame non è molto rappresentata. Le uniche testimonianze in tal senso sono state individuate nel territorio comunale di Specchia. A Cardigliano si rinvengono aree di frammenti fittili, una necropoli ed epigrafi inquadrabili genericamente all’età romana; in località Grassano è attestata una frequentazione dall’età romana a quella medievale.

    In località Pozzelle (Miggiano) sono stati individuati i resti di un casale bizantino abbandonato nel corso del XVII secolo. Infine, durante lavori di restauro effettuati all’interno di un vecchio edificio del centro storico di Miggiano, sono stati rinvenuti numerosi frammenti fittili di XV-XVI secolo, che integrano i già cospicui dati relativi alla distribuzione di ceramica dipinta a bande nel basso Salento.

    Contributo: 10 €
    Editore: Dell’Iride (Tricase)
  • La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    La chiesa di Sant’Eufemia a Specchia e il casale di Grassano

    di Marco Cavalera

    La cappella di Sant’Eufemia

    La cappella di Sant’Eufemia si trova nell’omonima località (Comune di Specchia), presso un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano (fig. 1).

    Fig. 1 – cappella di Sant’Eufemia (esterno). 

    La struttura ha una pianta longitudinale (15,30 x 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale all’esterno e semicircolare all’interno, rivolta ad Oriente.

    L’edificio è stato costruito riutilizzando conci e colonne in pietra leccese provenienti dal casale di Grassano[1] (fig. 2).

    Fig. 2 – blocchi di riutilizzo nella struttura muraria della cappella. 

    L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce patente inserita in un cerchio[2] (fig. 3).

    Fig. 3 – croce patente sul lato sud della cappella. 

    L’interno è suddiviso in tre navate delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto (fig. 4). Le campate sono irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa sia nella distanza tra le colonne che hanno diverse circonferenze. A seguito degli ultimi restauri, nell’abside a catino è stato collocato un sobrio altare di pietra leccese, costituito da un monolite e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente[3].

    Chiesa di Sant'Eufemia. Interno

    Fig. 4 – cappella di Sant’Eufemia (interno). 

    La Cappella fu descritta da Monsignor Tommaso De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711: […] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […][4].

    Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside[5].

    Lo scavo archeologico

    Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha messo in luce un piccolo cimitero con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio. Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo[6] – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte[7].

    Il casale di Grassano

    Rinvenimenti fortuiti di monete di diverse epoche, di alcune colonne sepolte e di frammenti di ceramica[8] indiziano la presenza di un casale di età tardo repubblicana ed imperiale (I sec. a.C./VI sec. d.C.), denominato Grassano[9].

    Secondo alcuni storici il toponimo, riportato dal Catasto Onciario della Terra d’Otranto del 1755, deriverebbe da Crassus, cognome della gens Licinia. Nel Salento, infatti, molti nomi locali derivano da antichi gentilizi romani in ius, che nella gran parte dei casi terminano in ano. Il casale dista circa 1 km da Lucugnano il cui toponimo – a questo punto – potrebbe anche derivare dal gentilizio Licinius[10]. È tuttavia difficile accettare l’ipotesi che si tratti di un accampamento militare costruito dal celebre Marco Licinio Crasso (114-53 a.C.), membro del I Triunvirato (60 a.C.) insieme a Pompeo e Cesare, proconsole in Siria dal 54 a.C. e promotore della guerra contro i Parti.

    È più plausibile ipotizzare un’area di frammenti fittili riferibile ad un insediamento rustico di età romana (tardo repubblicana e imperiale) con una continuità di vita fino al Medioevo, quando i suoi abitanti abbandonarono il sito e si trasferirono nei centri vicini: Specchia, Lucugnano e Miggiano.

    La località ha subìto una estesa urbanizzazione che non permette di indagare sistematicamente l’area e di integrare i pochi dati (per lo più orali) a disposizione.

    A 500 metri a sud-ovest dal sito di Grassano, al confine tra il Comune di Miggiano e quello di Specchia, è attestato da documenti notarili e dalla tradizione locale il toponimo Campo Romano, che potrebbe indicare una frequentazione in età romana del territorio.

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    NOTE: 

    [1] Penna 1995, p. 52; Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [2] http://www.specchia.it.

    [3] Penna 1995, pp. 54-57.

    [4] Penna 1995, p. 48.

    [5] De Giorgi 1975, p. 130.

    [6] Si tratta di fibbie, borchette decorative di cintura e placchette bronzee a forma di rosetta (Penna 1995, p. 58).

    [7] Bertelli 2004, pp. 276-277.

    [8] In particolare anfore (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica. I manufatti fittili e le monete raccolte durante i sopralluoghi sono stati consegnati alle autorità competenti e sarebbero conservati presso i depositi del Museo Archeologico di Taranto. Si ringrazia il prof. Antonio Penna per la preziosa informazione.

    [9] Penna 1995, pp. 62-63.

    [10] Etimologia avanzata dalla studiosa A. Marinelli (Marinelli 1986, pp. 135-164).

    BIBLIOGRAFIA:

    Bertelli G., La Chiesa di S.Eufemia a Specchia Preti, in Bertelli G. (a cura di) Puglia Pre-romanica dal V sec. agli inizi dell’XI, S. Egidio alle Vibrate (Te) 2004, pp. 276-277.

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia e Montesano Salentino (clicca qui), Tricase 2009.

    Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio (clicca qui ), Tricase 2014.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, Lecce 1922, pp. 279-280.

    De Giorgi C., La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Vol. II, rist. anast. Lecce 1975.

    La Porta M.T., Note sui toponimi in -ano della ‘Calabria’ romana, in Marangio C. (a cura di) La Puglia in età repubblicana, Galatina 1988, pp. 233-247.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, Brindisi 1975, pp. 135-164.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br) 1995, pp. 45-65.

    Penna A., Chiese e palazzi di Specchia, Tricase (Le) 2014, p. 120.