Tag: Messapia

  • Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Il vino in Messapia. Storia di un piccolo frutto

    Nel corso dell’incontro l’archeologo Riccardo De Donno racconterà i diversi aspetti della storia del vino nel Salento messapico, grazie allo studio delle fonti storiche ed archeologiche. Sarà analizzato il ruolo del vino all’interno delle comunità messapiche ed il suo utilizzo non solo come bevanda quotidiana, ma anche come elemento centrale delle cerimonie religiose e sociali. Saranno esaminati gli sviluppi delle tecniche agricole, di estrazione del mosto e di fermentazione. L’archeologo infine prenderà in esame i vari impianti di estrazione del mosto di età messapica, ponendo particolare interesse allo studio dei palmenti rupestri, utilizzati sia per la pigiatura che per la spremitura dell’uva.

    L’incontro sarà introdotto dal prof. Francesco Meo, docente di Archeologia presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, direttore scientifico delle campagne di scavo archeologico nel sito messapico di Muro Leccese e del locale museo (Museo Diffuso di Borgo Terra). Modera Marco Cavalera dell’Associazione Archès.

    A seguire è previsto un intrattenimento musicale ad opera del gruppo di musica Blues e rock n roll “Makàri”.

    Evento su prenotazione, presso l’enoteca Melacotogna di Salve (via Persico n. 31), al numero 329.9734812 (degustazione con aperitivo 15 € a persona).

  • L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    di Marco Cavalera

    Ricerche e scavi

    Le valenze archeologiche di Torre S. Gregorio sono note grazie alle indagini condotte nell’estate del 1971 da Cosimo Pagliara; in quell’occasione furono eseguiti, da un gruppo di sommozzatori che collaborava con la missione britannica di P. Throckmorton, la prospezione subacquea ed il recupero di materiale giacente sui fondali dell’insenatura.

    Baia di San Gregorio vista da Sud. 

    Più recentemente sono state effettuate ricognizioni e rilievi a  mare e a terra nel corso del programma di ricerca del Prog. Strat. C.N.R. – Università di Lecce 251100 – Unità Operativa 2 e dell’insegnamento di Archeologia Subacquea dell’Università di Lecce.

    Baia di San Gregorio vista da Nord. 

    L’antico approdo di Vereto

    Il suo centro interno di riferimento era Vereto, intorno al quale erano piuttosto diffusi gli insediamenti rustici in età romana[1]. L’antica Veretum era collegata al suo porto attraverso l’attuale via vicinale di Volito[2].

      Via vicinale di Volito.

    La baia era ben protetta dai venti dei quadranti settentrionali, orientali e meridionali e fornita di sorgenti. La presenza di queste ultime fu certamente un elemento che ha condizionato la scelta del luogo dove impiantare la struttura portuale. Lo storico locale Tasselli – alla fine del ‘600 – a proposito delle sorgenti di acqua dolce di Torre S. Gregorio, scriveva: “da un Canale trà le Torri di San Gregorio, e del Martello (Torre Marchiello), un’acqua la migliore di tutte somministrata à tutti da un Pozzo, che i Paesani dicono di Olito”[3].

    Pozzo di Volito. 

    Le evidenze sommerse

    I fondali dell’insenatura di Torre S. Gregorio presentano numerose ed interessanti evidenze archeologiche, la più importante delle quali è l’opera frangiflutti posta perpendicolarmente al fianco meridionale dell’insenatura, all’imboccatura della baia (orientata in direzione SE-NO). Si tratta di una costruzione a “pietre perse” che aveva la funzione di proteggere il bacino dai venti meridionali[4].

    Attualmente si presenta come un aggere con profilo interno a scarpa, costituito da pietrame proveniente forse da una cava locale, delle seguenti dimensioni: 50 metri larghezza, 80 metri lunghezza. Il fianco esterno risulta molto intaccato dall’azione dei marosi, mentre quello interno è meglio conservato e mantiene un notevole grado di inclinazione.

    In alcuni tratti la sua altezza, dal piano di posa, è di due metri, mentre la cresta si trova mediamente a 2,30 metri di profondità. Se si considera che il dorso della struttura doveva affiorare (se non emergere), tenendo conto dell’azione del mare che ha spazzato la sua parte sommitale, si può ipotizzare un innalzamento del livello del mare pari a 1,50 – 2 metri[5].

    La grande opera antemuraria di Torre S. Gregorio presenta uno stretto parallelo morfologico con quella coeva di Saturo (Taranto).

    Per quanto riguarda la sua datazione, la presenza di frammenti fittili di età ellenistica e/o tardorepubblicana tra il pietrame e sulla superficie dell’antemurale suggerisce una contemporaneità con le evidenze a terra.

    Le evidenze a terra

    Le vestigia archeologiche sono visibili alla base del ripido pendio che porta all’insenatura. Si tratta di due tratti di fondazioni o camminamenti di servizio all’approdo, entrambi in blocchi di carparo.

    Il primo è ubicato sul declivio, perpendicolarmente alla linea di costa, lungo il costone meridionale del canalone che continua sotto il livello del mare.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (primo allineamento).

    Il secondo allineamento è parallelo alla linea di costa. Il tratto conservatosi è costituito da cinque conci su due filari non uniformi. Circa sei metri più a sud-ovest si nota il “negativo” di un blocco cavato o asportato, e un altro blocco isolato, disposto di taglio e con lo stesso orientamento del tratto descritto. Potrebbe trattarsi dei resti smembrati di un allineamento molto più consistente, che fiancheggiava la riva meridionale dell’insenatura seguendo un percorso più o meno rettilineo a quota 2,5 metri s.l.m.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (secondo allineamento).

    Le strutture di servizio per l’approdo sono state datate al II sec. a.C. grazie al rinvenimento, sotto i blocchi di fondazione, di alcune monete della zecca di Durazzo coniate tra il 238 e il 168 a.C.

    Questo ritrovamento non è casuale. Infatti, dopo la conclusione della seconda guerra punica ed il declino definitivo di Taranto, Brindisi avrà la leadership economica del Salento. I contatti tra le due sponde dell’Adriatico si fanno ben più intensi, specie tra gli importanti terminali di Brindisi e Durazzo. Vengono, in questa fase, ad usufruire dell’incremento di traffici e scambi anche i centri minori, sia dell’Epiro che del Salento (ad esempio Torre S. Gregorio), che dispongono di scali e possono così assorbire parte del movimento di merci e persone.

    Procedendo verso ovest, cioè verso la punta del promontorio, si incontra un pozzo di acqua dolce, mentre una sorgente si trova presso la riva.

    Pozzo di acqua dolce. 

    Immediatamente alle spalle della baia (nella parte alta del promontorio), in località Fangara, era ubicata una cisterna-deposito di forma rettangolare – scavata nel banco di roccia – che presentava una ripida scala che conduceva al fondo unitamente a tracce di intonaco grossolano sulle pareti[6]. Tra il materiale di riempimento vi erano dei frammenti di anfore, alcuni dei quali bollati.

    Le rotte

    La baia dovette essere frequentata, a partire dall’età messapica, da navi che percorrevano la rotta Grecia-Italia attraverso Corcira, il basso Adriatico e il Capo Iapigio. Il piccolo porto messapico subì delle profonde trasformazioni in età tardorepubblicana, quando furono realizzate le strutture di servizio per l’approdo.

    Note

    [1] Vereto, secondo Pagliara, aveva in età storica due porti: Torre S. Gregorio sarebbe stato lo scalo vero e proprio, a carattere mercantile, mentre Leuca era piuttosto “luogo di sosta per natanti impegnati su rotte che avevano termine in porti lontani, sicchè la loro presenza può essere valutata come testimoniante consuetudini cultuali proprie di naviganti” e si configura come “santuario emporico” (luogo indigeno frequentato da Greci) ossia approdo connesso a luoghi di culto  (Daquino 1991; Auriemma 2003, p. 142; Auriemma 2004, p. 275).

    [2] Lungo questa strada, nella proprietà di M.A. Pedone (f.° 7 part. 16) sono venute alla luce “resti di interesse archeologico”: Archivio Soprintendenza Archeologica della Puglia – Corrente – b. Patù 1992 (Auriemma 2004, p. 286).

    [3] Tasselli 1859. Ancora oggi da questo pozzo, denominato Volito, sgorga acqua dolce alla profondità di 5 metri (Daquino 1991).

    [4] Pagliara, nel 1971, ha condotto alcune indagini sulla struttura in oggetto, a conclusione delle quali ha scritto: “l’elemento più notevole sott’acqua è il vestigio di un molo flangiflutti, ottenuto, a quel che è dato vedere, con l’accumulo di pietrame della zona per una gettata di mt. 70 a partire dalla riva. Il moto ondoso ha abbattuto completamente le parti emergenti in antico, sicchè oggi il molo si presenta come una secca piuttosto pericolosa per chi intenda entrare nella cala doppiando il capo da SE” (Pagliara 1969-71, p. 129).

    [5] Auriemma 2003, pp. 136; Auriemma 2004, pp. 279-280.

    [6] Don Vincenzo Rosafio aveva fornito le misure in metri della struttura: profondità 3,50, lunghezza 4, larghezza 3. Vi erano inoltre sette blocchi monolitici di copertura (Rosafio 1968).

    Bibliografia:

    Archeoclub D’Italia. Sede Vereto, Itinerario storico-archeologico tra Giuliano e Patù. Guida fotografica, Galatina (Le), 2002.

    Auriemma R., Archeologia della costa salentina: l’approdo di Torre S. Gregorio, in Studi d’Antichità, XI, pp. 127-148, Martina Franca (Ta), 2003.

    Auriemma R., Salentum a Salo. Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento (Volume primo), pp. 278-286, Galatina (Le), 2004.

    Cavalera M., Tesi di Laurea Specialistica in Archeologia “Archeologia del Paesaggio costiero tra Lido Marini (Ugento) e Torre S. Gregorio (Patù)”, relatrice prof.ssa Rita Auriemma, Anno Accademico 2007-2008.

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010.

    D’Andria F.,  L’esplorazione archeologica, in Leuca, p. 47, Galatina (Le), 1978.

    Larva L., Messapia. Terra tra due Mari, p. 273, Galatina (Le), 2010.

    Pagliara C., Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, in Annali Università di Lecce, 5, pp. 121-136, Lecce, 1969-71.

    Sammarco M., Vereto: appunti di topografia, in Ciardo M., Torsello S. (a cura di), Studi in onore di Antonio Michele Ferraro, pp. 53-65, Tricase (Le), 2008.

    Per approfondimenti:

    https://www.associazionearches.it/le-dinamiche-insediative-del-salento-meridionale-in-eta-romana/

    https://www.associazionearches.it/acqua-dalle-rocce-il-canale-volito-patu/

    https://www.associazionearches.it/vereto-antica-citta-messapica-tra-le-pietre-e-gli-ulivi-dellomonima-serra/

     

  • Serata Messapica a Muro Leccese

    Serata Messapica a Muro Leccese

    Si terrà sabato 25 settembre 2021, all’interno del suggestivo contesto del Palazzo del Principe a Muro Leccese, la prima edizione della “Serata Messapica”, organizzata dall’Associazione custodi@, con il patrocinio del Comune di Muro Leccese e la collaborazione delle associazioni Archès ed Hephaisteion.

    Si tratta di un’iniziativa unica e suggestiva, dedicata alla cultura e all’enogastronomia, che permetterà non solo di scoprire e di toccare con mano l’antica storia messapica che ha caratterizzato per secoli questo territorio, ma anche di trascorrere anche un momento di convivialità tra aperitivi serviti su riproduzioni ceramiche e visite guidate accompagnate da rievocazioni storiche.

    Saranno svelati al pubblico oggetti e manufatti della vita quotidiana dei Messapi, le ricostruzioni di armi di Ruben Cataldo (ass. Hephaisteion), archeologo e archeo-metallurgo, il telaio classico di Melissa Calo’ e le tinture naturali realizzate con l’estrazione di pigmenti vegetali di Erika Bozzi.

    L’iniziativa sarà allietata con musica dal vivo grazie alle performance di Gioele Nuzzo, musicista di ampia esperienza, partecipante per due volte alla Notte della Taranta, proporrà un perfetto mix tra tradizione ed innovazione.

    Le visite saranno consentite in gruppi da 15 persone alla volta, a partire dalle ore 18.00 fino alle ore 22.00.

    Info e prenotazioni: 3382068948

    L’evento si svolgerà in ottemperanza alle disposizioni governative. I visitatori dovranno esibire la Certificazione verde COVID-19. La Certificazione attesta una delle seguenti condizioni: aver fatto la vaccinazione anti COVID-19 (in Italia viene emessa sia alla prima dose sia al completamento del ciclo vaccinale) o essere negativi al test molecolare o antigenico rapido nelle ultime 48 ore; essere guariti dal COVID-19 negli ultimi sei mesi.

  • La “Chiusa” presso la Masseria Fano: un sito messapico nel territorio di Salve

    La “Chiusa” presso la Masseria Fano: un sito messapico nel territorio di Salve

    di Associazione Archès

    Le ricerche degli archeologi australiani

    Le diverse fasi di occupazione del pianoro della Chiusa, presso la Masseria Fano (Comune di Salve), sono state ricostruite grazie alle indagini sistematiche condotte da un’équipe di archeologi australiani tra il 1987 e il 1991.

    Una fase di scavo a La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 137)
    Una fase di scavo a La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 137).

    Una fase di scavo a La Chiusa con l’archeologo Ted Robinson (Descoeudres, Robinson 1993, p. 191).

    Le prime fasi abitative

    La documentazione acquisita ha permesso di verificare un abbandono del sito agli inizi del XIV sec. a.C. ed una nuova occupazione, circa mezzo millennio dopo, durante le fasi iniziali dell’età del Ferro (poco prima del 900 a.C.).

    Insediamento messapico de La Chiusa presso Masseria Fano. 

    I reperti di terracotta, riferibili a questa seconda fase di frequentazione intensiva del pianoro, sono quasi esclusivamente di produzione locale. Si tratta di ceramica ad impasto, figulina e della cosiddetta “matt-painted”, decorata con fasce dipinte. Sono stati rinvenuti anche pochi reperti di importazione, tra cui frammenti di grandi contenitori – a volte decorati con listelli o cordoni incisi – e di vasi usati per attingere il vino, databili tra la prima metà dell’VIII e il VII secolo a.C. Il manufatto più importante rinvenuto sul pianoro è un disco o piatto di calcare frammentario, decorato con file di triangoli incisi a bassorilievo, datato all’VIII secolo a.C. e utilizzato probabilmente come offerta in un contesto cultuale.

    La fase messapica arcaica

    L’insediamento venne abbandonato una seconda volta tra la fine VIII – inizi VII secolo a.C. per essere occupato – circa 150 anni dopo – nel corso dell’età arcaica (alla metà circa del VI secolo a.C.). A questa fase di frequentazione del sito è riferibile l’imponente cinta muraria, che aveva una lunghezza di 650 metri e racchiudeva una superficie di circa 3 ettari.

     veduta aerea dell'insediamento de La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 78)
    Veduta aerea dell’insediamento de La Chiusa (Descoeudres, Robinson 1993, p. 78).

    Le indagini archeologiche hanno consentito di verificare che le mura erano – in alcuni tratti – larghe oltre sei metri, costituite da un doppio paramento in blocchi calcarei e da un riempimento interno di pietrame.

    Ricostruzione ipotetica dello svolgimento di un rito cerimoniale nei pressi della Porta Ovest a La Chiusa. Disegno di Marcello Fersini (fonte: Febbraro 2011).

    Nella cinta muraria si apriva almeno una porta (ad Ovest), protetta a NO da un massiccio bastione con andamento curvo, accanto alla quale probabilmente era stato collocato un altare. Il corridoio d’ingresso dell’insediamento fortificato presentava uno spesso strato di pietrisco, sotto il quale vi era un battuto stradale in eccellente stato di conservazione. Resti riferibili alla strada sono stati individuati anche dentro l’abitato. L’abbandono della porta è stato datato alla fine del VI – inizi V secolo a.C.

    I reperti

    All’età arcaica è da riferire un louterion, ossia un bacino di terracotta su alto piede usato sia per funzioni religiose (riti legati a sacrifici) che profane, probabilmente di produzione corcirese (Corfù).

    Louterion rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Descoeudres, Robinson 1993, p. 177 e Febbraro 2011.

    Di notevole interesse appare il rinvenimento di materiali ceramici iscritti, tra cui un alfabetario arcaico su un vaso di produzione locale, che potrebbe attestare una sua funzione cultuale (offerta o dedica).

    Alfabetario rinvenuto a La Chiusa. Fonte: SANTORO 1984 e FEBBRARO 2011.
    Alfabetario rinvenuto, da Paolo Cosi, a La Chiusa. Fonte: Santoro 1984 e Febbraro 2011.

    I reperti diagnostici più recenti sono datati al 480/70 a.C., decennio in cui gli archeologi ipotizzano l’abbandono dell’insediamento. Si tratta di frammenti fittili, importati dalla Grecia e dalla Magna Grecia, fra i quali vi è un frammento di parete di lekythos (piccolo contenitore di profumo) che reca dipinta una figura sdraiata in un contesto di simposio con altri personaggi, interpretata come Dioniso in compagnia di altri dei.

    L’abbandono

    Tra le ipotesi avanzate riguardo al definitivo abbandono dell’insediamento dei Fani, la più plausibile appare la relazione con i rapporti conflittuali tra Messapi e Tarantini che hanno caratterizzato i primi decenni del V secolo a.C. Le diverse campagne di scavo effettuate alla Chiusa – tuttavia – non hanno restituito prove dirette di distruzioni violente dell’abitato.

    Secondo gli archeologi Descoeudres e Robinson, gli abitanti dei Fani avrebbero deciso di lasciare l’insediamento semplicemente perché il piccolo terrazzo non era più adatto alle necessità di un insediamento urbano. Il pianoro, inoltre, non offriva più la protezione necessaria contro le efficienti armi del tempo. Il sito più grande e meglio difendibile – Vereto – si trovava solo a pochi chilometri a sud-est dei Fani. L’ipotesi più verosimile è, quindi, che gli abitanti della Chiusa, assieme a quelli di altri simili piccoli insediamenti, si siano trasferiti presso l’insediamento posto sulla Serra di Vereto.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta, è vietata. 

    Bibliografia:

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 48-51.

    Descoeudres J.P., Robinson E., La ‘Chiusa’ alla masseria del Fano. Un sito messapico arcaico presso Salve in provincia di Lecce, Lecce 1993.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase, 2011, pp. 199-209.

    Sammarco M., Masseria Fano (Salve, Lecce), in Insediamenti del Salento dall’antichità all’età moderna, a cura di Guaitoli M. e Cazzato V., Galatina 2005, pp. 66-68.

     

  • GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    La Guida archeologica “Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C.”, a cura di Marco Cavalera, è una pubblicazione di 64 pagine con ricco corredo di foto ed illustrazioni a colori.

    La guida si articola in tre brevi capitoli.

    Nel primo si focalizza l’attenzione sulla penisola salentina prima del fiorire della civiltà messapica.

    Il secondo fornisce un inquadramento storico del Salento in età messapica, a partire dall’età del Ferro (IX – VII secolo a.C.) fino alla fase ellenistica (IV – III secolo a.C.).

    La terza sezione riguarda i luoghi della Messapia meridionale, con una sintetica descrizione degli insediamenti archeologici di Vaste, Castro, Montesardo, Grotta Porcinara (Santa Maria di Leuca), Vereto (Patù), La Chiusa alla Masseria Fano (Salve) e Ugento.

    Dall’introduzione (di Augusto Cavalera)

    “Raccontare in breve il Salento a dei lettori che, in questo momento, stanno per leggere – per distrazione o per diletto – questa mini pubblicazione, non è impresa semplice. Catturare in poche righe l’enfasi e l’essenza di questo territorio e porgerla all’attenzione di coloro che vogliono scoprirne i caratteri salienti necessita di uno sforzo che si colloca al limite tra un’immaginazione sensibile e personale ed una realtà effettuale e descrittiva, comunque mai banale.

    Forse sarebbe meglio non raccontare alla stregua di una mera didascalia turistica, bensì lasciarsi trasportare dalla semiotica riflessa di una poesia, di un canto, un “cunto”; versi d’altri tempi, verso un altro tempo che, neutro, trapassa la matematica degli anni.

    Il Salento è dinamica immantinenza, è metafisica di planetaria pittura, rubiconda e accesa, sospesa e sublimata, paesaggio indefinito racchiuso tra un’ogiva di terra rossa ed una colata di cielo mediterrae.

    In questo luogo la bellezza è pura stratificazione di tempo, lembi di conoscenza che ancora si nascondono, in attesa di trovare luce. Ed è qui che quell’attesa plasma fascino ed empatia. Dettagli di superficie che rimandano a culture custodite nelle viscere della terra, cocci di ceramiche antiche, come gocce di pioggia emersa e sedimentata, che segnano  i battiti di un passato diventato oramai roccia.

    Archeologia come “antico discorso” che profana le leggi della conservazione ed èleva la ricerca, rendendo la narrazione contemporanea ed intellegibile. Il codice anagrafico ed antologico di un territorio possiede “identità” in virtù del proprio contenuto sotterraneo, perché anche ciò che affiora altro non è che il sotterraneo del suo cielo.

    Ma il Salento non si racconta, si fa raccontare, e la poesia che si crea dal vissuto è solo il sospiro di chi, fermo su uno scoglio o seduto su una radice di ulivo, diventa parte di un’emozione che si custodisce per sempre nel sotterraneo della propria anima, in attesa di essere soavemente trasportata lungo i segreti del tempo“.

    Di seguito il link per scaricarla gratuitamente in formato PDF: guida antica messapia
  • ARCHEOLOGIA DEL SALENTO.  Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    ARCHEOLOGIA DEL SALENTO. Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    di Sandra Sammali

    (contributo pubblicato su Progetto Salento, n. 21, anno IV n. 4, settembre 2011)

    Copertina libro Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

    Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dove la Terra ci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

    Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

    Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature Straniere – entrambi presso l’Università del Salento – ha presentato un quadro generale della presenza umana nella penisola salentina dai primi abitanti al periodo della romanizzazione, focalizzando l’attenzione sul contesto specifico del territorio di Salve.

    La monografia è frutto di dieci anni di ricerche e studi, iniziati nel 2001, nella quale sono confluiti i reperti già noti di ricerche archeologiche di archivio e bibliografico e rinvenimenti più recenti, quali grotte di rilevanza geologica e tumuli funerari di grande interesse, che hanno apportato un contributo fondamentale nel rivisitare e completare la tradizione preistorica e storica di Salve. Una tradizione a cui contribuì notevolmente lo storico salvese Aldo Simone, con il suo libro Salve, storia e leggende.

    Le ricerche sul territorio, mosse dalla passione di Nicola e dall’amore per la sua Terra, sono state intraprese con un duplice obiettivo: realizzare una carta archeologica  su cui riportare tutte le testimonianze archeologiche del territorio di Salve e ricostruire diacronicamente quella che è stata la frequentazione dello stesso. Uno strumento preziosissimo sia per esperti del settore, sia per l’amministrazione Comunale che, ora, ha  in mano uno strumento concreto per la conoscenza del territorio, la sua  tutela e valorizzazione.

    L’apporto notevole di questo lavoro è costituito dalle nuove scoperte effettuate in territorio di Salve, da Nicola e Marco. “Marco – ci dice Nicola – è una persona semplice e umile, il  miglior collaboratore che avessi mai potuto desiderare”. Originario di Lucugnano, si è dedicato a questo lavoro con anima e corpo, spinto anche lui dalla stessa passione.

    Le scoperte che in assoluto  stanno loro  a cuore, di natura geologica più che archeologica, sono tre cavità carsiche mai rilevate prima e sconosciute agli studiosi:  Grotta Febbraro, Grotta Marzo e Grotta Foscarini de Donatis,  a cui hanno dato il nome del proprietario del fondo in cui ciascuna è situata. All’interno di queste cavità, i due archeologi hanno eseguito rilevazioni che hanno permesso di portare alla luce  testimonianze delle oscillazioni climatiche, e del conseguente innalzamento del livello del mare. Grotta Febbraro si trova oggi a 72m s.l.m., “ma – ci spiega Nicola – la presenza di una spiaggia cosiddetta ‘tirreniana’, costituita da un deposito di ciottoli arrotondati e sabbie fossilifere, testimonia che 100.000 anni fa il mare arrivava fino al suo interno”.

    Diversi tumuli funerari e cultuali, testimoni dell’età dei Metalli, hanno portato alla luce la fasi dell’evoluzione degli abitanti di questa Terra: non più grotte, ma strutture in pietra e terra, muri a secco, monumenti funerari, vasellame, anfore resti ossei umani e animali.

    Poi, sul finire dell’età del Ferro,  piccoli villaggi di capanne sparsi nel territorio “abitati da genti iapigie che diedero origine alla civiltà messapica”. Marco Cavalera, esperto in materia, ha riportato fra le pagine del libro gli aspetti peculiari di questi antenati: evoluzione del sistema insediativo, linguaggio, religione, necropoli, corredi funerari (coppe, bicchieri, trozzelle) e santuari.

    Uno studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve è stato condotto da Anna Lucia Nicolì, collaboratrice e moglie dell’autore. L’indagine toponomastica ha permesso di acquisire informazioni sulla frequentazione antropica del territorio nelle diverse epoche storiche. Sono state individuate sei categorie di toponimi, in base alla loro derivazione (da nomi di famiglia, santi, morfologia territoriale, flora e fauna, centurioni romani e di derivazione sconosciuta) in base alle quali è stato possibile realizzare la Carta Toponomastica del territorio di Salve.

    La presentazione del libro si è tenuta il 9 luglio scorso, presso il Palazzo Ramirez, nell’ambito del progetto “Raccontare il territorio. Giovani idee tra memoria e identità”, a cui era presente il Presidente della Provincia, dott. Antonio Gabellone che, nel suo intervento, ha sottolineato l’importanza storica dell’opera:

    “Libri come questo di Febbraro ci spingono, sapientemente guidati, a lanciare uno scandaglio più in profondità. Si scoprono così aspetti inattesi (…). Un grande lavoro di ricerca tra cumuli di pietre, grotte ed anfratti, pianori e canaloni, condotto con immensa passione e altrettanto rigore tecnico e scientifico (…) Il recupero della storia culturale, tradizionale di un popolo sn fondamentali. (…)”.

    Una passione che accompagna Nicola Febbraro sin dalla giovinezza, come ha voluto ricordare anche il Sindaco di Salve, ing. Vincenzo Passaseo:

    “Un libro che finalmente vede la luce, un lavoro importantissimo, portato avanti con l’immensa passione che da sempre lo ha legato al nostro territorio e alla nostra comunità. Dalle pagine trasuda tutto l’amore che Nicola ha  per il territorio salvese: ha trovato la nostra storia, la nostra identità le nostre radici. Abbiamo portato avanti questo progetto perché ci crediamo da sempre. Per me, essere qui questa sera non vuol dire svolgere il mio semplice dovere istituzionale, ma sono qui con immenso piacere;  perché siamo tutti convinti che questi lavori debbano essere divulgati, non solo agli esperti, ma alla Comunità tutta, perché essa possa acquisire la consapevolezza e conoscenza della propria storia, delle proprie radici e memorie e custodirle per tramandarle alle generazioni successive”.

    Nicola, con una voce che lasciava trapelare la sua emozione, ha raccontato:

     “ricordo 20 anni fa, quando ero piccolo, passavo il pomeriggio avventurandomi nei meandri di una grotta situata nella campagna di mio zio, in località Montani. Era una grotta buia  che mi accattivava, mi chiamava ad entrare nonostante mi incutesse paura e rispetto al tempo stesso, perché una grotta è qualcosa di ignoto che si sviluppa nelle viscere della Terra.  E ogni volta che riuscivo a fare un passo più avanti, ad entrarvi sempre più in profondità per me era una grande conquista. Poi, a distanza di anni, per me è stata un’emozione indescrivibile trovare proprio lì quello che avevo letto e studiato nei libri”.

    La sua passione, pian piano, lo ha portato oltre i confini da lui conosciuti, a leggere le pietre che solo all’occhio dell’esperto schiudono il proprio segreto. Nicola Febbraro ha vestito  i panni dell’interprete della proprio passato, del passato dell’intera Comunità salvese, che ora, grazie alla sua opera divulgativa, potrà conoscere scoprire la propria identità, il proprio patrimonio ambientale e culturale, e noi tutti gliene saremo sempre riconoscenti.

    “Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

    N. FEBBRARO,  Archeologia del Salento, il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase 2011.

    Contatti:

    associazionearches@gmail.com

    Contributo: 25 €