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  • Lecce, Restare: per un elogio dei luoghi

    Lecce, Restare: per un elogio dei luoghi

    Visita guidata con Francesca Elvira Nuzzo, incursioni teatrali a cura di Fabio Tinella e intermezzi musicali a cura di Giovanni Bisanti.

    Venerdì 23 settembre faremo una passeggiata per Lecce molto particolare. La guarderemo infatti con occhi diversi, con gli occhi del visitatore attento.

    Com’è infatti, la città delle chiese e del barocco, della luce e della pietra, per chi ci vive, per chi è restato? Cosa pensa, cosa dice e cosa fa chi non è voluto andare via ma ha continuato a vivere, restare e resistere qui, in una città che si nutre del passaggio turistico di arrivi e partenze?

    Ci muoveremo per i luoghi noti e non con un bussola speciale. Dal viale della Stazione al centro storico, passando per i vicoli popolari, saremo accompagnati dai racconti a cura dell’attore Fabio Tinella e i suoni di Giovanni Bisanti che daranno vita ai diversi personaggi che hanno animato questa città, presenze affettuose che continuano ancora a parlarci nel tempo.Lungo il percorso, inedito, incontreremo anche chi vive ogni giorno la città e ci racconterà cosa significhi resistere, oggi, nel capoluogo salentino.

    Iniziativa realizzata con il contributo dell’ “Agenzia per il Patrimonio Culturale Euromediterraneo”.

    Partner: Just Team di Marta Pede.

    Per info e prenotazione, obbligatoria, chiamare il 349.6384350.

    Contributo di partecipazione: 10 € (bambini under 8 gratis).

     

  • CANTI POPOLARI DI MORCIANO IN UNA RACCOLTA DI FINE OTTOCENTO

    CANTI POPOLARI DI MORCIANO IN UNA RACCOLTA DI FINE OTTOCENTO

    di Alessio Stefàno

    Tra il 1871 e il 1872 Antonio Casetti e Vittorio Imbriani pubblicano l’importante opera, in due volumi, “Canti popolari delle provincie meridionali” (Roma-Torino-Firenze, Ermanno Loescher), contenuta all’interno della collana “Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di D. Comparetti ed A. D’Ancona”.

    Su Antonio Casetti, professore e funzionario ministeriale salentino, si hanno notizie relativamente scarne. Sappiamo che nacque a Lecce il 30 marzo 1840. Dopo il conseguimento della laurea presso l’università di Napoli, si trasferì a Milano, dove tenne cicli di lezioni propedeutiche all’insegnamento dell’italiano nell’Accademia scientifico letteraria. Nel 1872 si trasferì a Roma, dove fu assegnato al liceo ginnasio “Visconti”. Nel 1874, fu nominato direttore dell’appena costituito “Museo d’istruzione” e poco dopo, già affetto dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte l’anno successivo, ottenne il trasferimento a Lecce come provveditore di quella provincia (cfr. L. MONTEVECCHI-M. RAICICH 1995, pp. 30 e passim.).

    Se poco si sa di Antonio Casetti, assai più cospicue sono le notizie biografiche su Vittorio Imbriani. Vittorio Ugo Imbriani (nome che tradisce la passione del padre per Victor Hugo) nacque a Napoli il 27 ottobre 1840. Nel 1849 la reazione borbonica costrinse il padre, già ministro dell’istruzione nel governo Troya, a fuggire a Genova portando con sé Vittorio. Ricongiuntisi l’anno seguente con il resto della famiglia, nel 1853 si trasferirono a Nizza, poi, l’anno successivo, a Torino. Vittorio ottenne poi dal padre di raggiungere a Zurigo, nel 1858, Francesco De Sanctis, di cui seguì i corsi universitari.1 Dopo gli studi universitari a Berlino ed un soggiorno a Parigi, durante il quale si affiliò alla massoneria, al ritorno nella patria ormai unificata ebbe inizio il suo faticoso processo di partecipazione alla vita accademica, culturale e politica della nuova Nazione, seguendo la strada comune a molti altri intellettuali del tempo, sulle orme del suo maestro, De Sanctis. Gli anni dal 1866 alla morte furono «fittissimi di scritture e di imprese appassionate e ricche d’ingegno: circa cinquanta lavori a stampa, continuata mobilitazione di collaboratori e collaboratrici, una mole documentaria imponente, e nell’epistolario decine di lettere spesso corpose come saggi» (cfr. A.M. Cirese 1990, p. 165). In questa mole di studi ed edizioni spiccano proprio i Canti popolari delle provincie meridionali.2

    VITTORIO IMBRIANI - fondazione Vittorio Imbriani Vittorio Imbriani (da: https://fondazionevittorioimbriani.jimdofree.com/appunti/biografie/).

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    Francesco De Sanctis (da: wikipedia).

    All’interno della pubblicazione, i canti sono suddivisi per luoghi e numerati progressivamente, in ordine alfabetico, attraverso numeri romani (I, II, ecc.); numerosi altri canti sono poi riportati nelle cospicue note e sparsi qua e là nel testo. Il tutto costituisce un’opera piuttosto lunga, complessa ed articolata, la cui impalcatura di base è sì costituita dall’articolazione dei vari canti presentati per luoghi, ma allo stesso tempo apre alla ricerca di confronti tra i diversi luoghi della neonata Nazione ed alla ricorrenza di peculiari tematiche nell’ambito della narrazione popolare.

    Nell’ottica positivista e nazionalista che ha portato alla stesura della raccolta di Casetti e Imbriani, «questi depositi della memoria non vengono considerati per la loro reale qualità comunicativa e attiva […] ma per tutti quegli elementi – definiti spontanei o naturali – che sgorgano, per così dire, da un fondo condiviso». In buona sostanza, dopo aver portato a compimento il processo politico dell’Unità, occorreva giustificare l’esistenza di una realtà culturale nazionale; bisognava, insomma, «giocare con le tessere residue di un puzzle scomposto e disperso nei secoli trascorsi» (cfr. E. Imbriani 2012, p. 148). Il conseguimento dell’unità nazionale lasciava infatti irrisolta la questione dell’unità culturale del paese: occorreva «cucire un tessuto costituito da parti molto differenti e distanti tra loro e lacerate e complicate al loro interno; fare gli italiani si presentava come una impresa di lunghissima durata ed estremamente difficoltosa» (Ivi, pp. 149-150).

    È in quest’ottica che occorre leggere l’imponente lavoro dei due studiosi sui canti popolari. Per gli eruditi dell’Ottocento, fiabe, proverbi, danze, canti, e tutte le manifestazioni della “cultura popolare” erano da leggersi quali testimonianze della continuità nel tempo della cultura di un gruppo, ed in essi era lecito supporre e rintracciare i fondamenti stessi di una nazione. Ciò rispondeva ad una necessità: quella di costruirsi un passato comune. In Italia, come avveniva negli altri paesi europei, il folklore forniva il proprio contributo a questa esigenza e, contemporaneamente, era chiamato a segnalare la molteplicità culturale esistente nel nuovo regno unitario (Ivi, p. 153).

    Tornando ai canti raccolti, per quel che riguarda il Salento meridionale (allora facente parte della Provincia di Terra d’Otranto), nel Volume I sono riportati i canti di Calimera (in numero di 7) e Nardò (38); sono, inoltre, presenti, nelle cospicue note, ulteriori canti raccolti in diversi altri paesi del Salento (ad es, Arnesano, Cerfignano, Cutrofiano, Galatina…). Nel Volume II, sono raccolti i canti di Monteroni (10), Carpignano Salentino (15), San Donato (7), Martano (14), Lecce e Cavallino (39); anche qui, sono presenti, sparsi nel testo e nelle note, altri canti raccolti in diversi borghi salentini. Nello stesso volume sono raccolti anche quelli di Morciano, in numero di 15.

    All’alba dell’Unità Nazionale, Morciano è un piccolo comune del Capo di Leuca (Mandamento di Gagliano del Capo, Circondario di Gallipoli, Provincia di Terra d’Otranto) di appena 1.045 abitanti (cfr. Dizionario dei comuni del regno d’Italia ecc., 1863, p. 63); nel 1871 – data più prossima alla ricerca di Casetti e Imbriani – il piccolo centro si è addirittura leggermente spopolato, contando un numero totale di 1036 abitanti (v. F. GIUGNI 1871, p. 374).

    Come si spiega allora l’interesse di studiosi dal calibro nazionale e internazionale per un piccolo paese del Capo di Leuca?3 Una chiave di lettura ci viene offerta dallo stesso Imbriani. Nella premessa al primo volume, infatti, lo stesso studioso si premura di avvertire il lettore che «i canti non sono stati raccolti tutti dal Casetti e da me», spiegando come quelli di Lecce e Cavallino, così come una parte di quelli di Morciano, siano in realtà stati raccolti da Sigismondo Castromediano, «Duca di Caballino», cui si devono anche quelli di Calimera e di Spongano (A Casetti-V. Imbriani 1871, v.I, p. VIII). L’interesse dei due studiosi per il piccolo borgo di Morciano si giustifica, dunque, con l’intervento in prima persona di un illustre studioso salentino, col quale i due studiosi erano in contatto, per di più legato familiarmente alla storia di questo luogo. Sigismondo Castromediano, infatti, conservava il titolo di Duca di Cavallino e di Morciano, ereditato dal padre Domenico.4

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    Sigismondo Castromediano (da: wikipedia).

    L’interesse del “Duca di Caballino” per i canti popolari del Salento, trova piena giustificazione nella sua attività di patriota e nella sua spiccata sensibilità di studioso verso i beni culturali del Salento, che si manifesta anche attraverso un precocissimo interesse di ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari. Il Castromediano, infatti, fu uno dei primi intellettuali salentini (accanto a Luigi Giuseppe De Simone), a porsi in maniera “moderna” il problema della raccolta e documentazione di canti popolari, all’interno di un più ampio e complesso progetto di politica culturale (cfr. S. TORSELLO 2013). In un breve articolo scritto in risposta all’appello di Antonio Casetti e Vittorio Imbriani per la raccolta di canti popolari pubblicato sul giornale napoletano “La Patria”, Sigismondo Castromediano non solo si pone come interlocutore privilegiato dei giovani studiosi, ripromettendosi di aiutarli nella loro meritoria attività, ma pubblica i testi di due canti da egli stesso raccolti, che di fatto costituiscono una delle prime fonti documentarie sulla musica popolare salentina: Quannu te llai la facce, famoso canto reso celebre anche dall’interpretazione del tenore leccese Tito Schipa, ed un lamento funebre, noto in più versioni presso vari luoghi del Salento (Ivi).

    Tornando all’oggetto del presente contributo, prima di soffermarci su alcuni dei canti documentati per Morciano, è utile riportare e sottolineare un avvertimento degli stessi autori: «Parecchi de’ dialetti ai quali appartengono i rispetti, gli stornelli, le ninne-nanne, le canzonette infantili, gl’indovinelli, ecc., contenuti in questo saggio di Canti popolari delle Provincie Meridionali, non vennero mai scritti, che noi si sappia. Abbiam quindi spesso dovuto crearne l’ortografia» (A. CASETTI-V. IMBRIANI 1871, I, p. V). Si comprenderà, dunque, perché alcuni termini ed espressioni potranno apparire al lettore inusuali rispetto al dialetto tipico di Morciano e dell’area del Capo di Leuca.

    Castello di Morciano di Leuca.

    Il capitolo dedicato a Morciano inizia con il seguente canto, contrassegnato dal numero I:

    Ahi quante pene pate ‘n omu zitu?

    Massimamente quandu è ‘nnamuratu!

    De la ‘ ucca lu perde l’appetitu,

    Perde lu sentimentu de la capu;

    E de la facce lu so’culuritu,

    ‘Ddenta comu de serpe ‘mbelenatu;

    Cussi cinca ‘ide mmie, poveru zitu,

    Pe’ ‘na figghia de mamma su’ dannatu.

    Il canto descrive il trasporto amoroso di cui è vittima un uomo, follemente innamorato di una donna, la quale provoca nello stesso un totale ottundimento dei sensi e la totale perdita del senno. La tematica del canto è, dunque, quella amorosa, cifra distintiva di buona parte dei canti raccolti nel piccolo borgo del Capo. Sulla stessa linea, infatti, si prosegue col canto II, che gli autori riscontrano, con poche variazioni nel testo, anche a Lecce e Cavallino:

    Bianca palumba ci hai le bianche pinne,

    Sia benedetta l’ura ci t’amai!

    Lu latte ci lattai de le toi minne,

    ‘Mmucca lu tegnu e nu ‘lu scurru mai.

    Arveru de ulia ci mitte fronda,

    La toa bellezza nu ‘fenisce mai:

    Mme pari comu nave ‘mmienzu l’onda,

    Quantu cchiù crisci, cchiù beddha te fai.

    Interessante è il canto contrassegnato dal numero X:

    La tùrtura ci perse la cumpagna,

    Nu’ sse ‘ mmasuna cchiù sou verde locu.

    Ma sse nde vola subra alla muntagna,

    Suspiri mina e lagreme de focu.

    Oh quantu lu mmiu core sse travaglia,

    Mo ‘ ci lu bene mmiu mutau de locu!

    Come evidenziato dagli stessi autori, il canto trova confronti molto evidenti con uno molto simile diffuso, in diverse varianti, nell’area toscana:

    La tortora che ha perso la compagna

    Dice che non la sa più ritrovare;

    e se trova dell’acqua lei si bagna,

    e se l’è chiara la fa intorbidare;

    E poi con l’ale si batte nel petto,

    e va dicendo: Amor sia maledetto!

    E poi con l’ale si batte nel core,

    e va dicendo: Maledetto sia l’amore!

    Casetti e Imbriani propongono per questo canto una genesi letteraria, rintracciandone l’origine in «un sonettuccio di Baldassarre Olimpio dagli Alessandri da Sassoferrato, mediocrissimo poetucolo del cinquecento» (A. CASETTI-V. IMBRIANI 1872, v.II, pp. 288-289). Essi si riferiscono a Caio Baldassarre Olimpo Alessandri da Sassoferrato (noto anche come Olimpo da Sassoferrato), poeta marchigiano nato alla fine del Quattrocento e attivo nella prima metà del Cinquecento. Membro dell’Ordine dei minori conventuali, fine studioso e lettore di Aristotele, Olimpo compose numerosi versi d’amore con lo scopo di ricreare la mente affaticata dagli studi filosofici. È certo che passò quasi ininterrottamente di città in città a predicare, ma pochissimo si sa della sua vita. Alla sua predicazione e, più genericamente, alla sua condizione di religioso, sono dovuti i Sermoni e i Prohemii, che apparvero a Perugia, i primi nel 1519, i secondi nel 1522. Contemporaneamente, e anzi già prima di queste due opere, cominciarono a diffondersi i libretti di rime amorose, che talora egli stesso cantava accompagnandosi col liuto, o componeva ad istanza di amici, e che costituiscono la parte predominante e più significativa della sua produzione letteraria. Nelle sue opere ricorrono frequentemente motivi cari alla tradizione poetica popolare, e spesso esse rispecchiano con immediatezza costumi e momenti di vita popolare marchigiana. Il brano citato dagli studiosi appartenne senza dubbio ad una di queste raccolte, anche se non ci è stato possibile verificare, almeno per il momento, a quale.5 Da un punto di vista letterario tutta la sua produzione risente dell’influsso petrarchesco, ma non è priva talvolta di un tono personale. Anzi, insieme ai moduli tradizionali si incontrano componimenti di rara freschezza ed eleganza, come la famosa Frottola alla pastorella del “Linguaccio”, che ebbe molta fortuna, e da cui hanno avuto inizio i moderni studi su questo poeta, come si può notare ancora osteggiato e relegato nell’ambito dei poeti minori nella critica e dagli studiosi dell’Ottocento.6

    Qual che sia, in ogni caso, l’origine del canto X di Morciano, è interessante notare come testi e temi di alcuni canti popolari (nel Salento ne sono noti diversi esempi) abbiano avuto una ampia diffusione in molte aree della Penisola, anche lontane tra loro e tradizionalmente considerate come non facenti parte dello stesso habitus culturale.

    Altresì interessante, per altri aspetti, è, infine il canto numero XIV:

    Silenciu, amici, ca cantandu dicu

    Quantu foi de ‘sta donna ‘mpassiunatu

    Ricche, sentiti lu miu cantu arditu

    Occhi, chiangiti lu miu miseru statu!

    A tribunal d’amore foi banditu,

    ca la megghiu zitella iu ebbi amatu;

    e poi ca n’autru amante ha preferitu,

    e senza fazzu male m’ha scacciatu.

    Ci informano, infatti, a riguardo gli autori: «Il Duca di Caballino vuole assolutamente vedere in questo rispetto un frammento di qualche canto di trovatore: “oggi” – dice egli – “i nostri contadini non sanno cosa fosse stato un tribunal d’amore”». Gli autori, concludono, comunque che «è certo imitazione di quest’ottava della solita provenienza letteraria»:

    Silenzio amici, al mio cantar invito

    Or che canta il suo duolo un disperato:

    Porgete orecchio e al suo cantar l’udito,

    E compiangete il suo pietoso stato.

    Io tra gli amanti era il più gradito,

    Tra gli amanti era amante riamato,

    Ma del Regno d’amor fui già bandito,

    E senza causa, oh dio! fui discacciato.

    Com’è noto, il trovadore rappresenta il poeta proprio della civiltà romanza, nato dalla società feudale, figura che ebbe ampia diffusione nei secoli XII e XIII, con la fioritura della poesia provenzale. Tra i numerosi trovadori, alcuni appartennero alle più alte classi sociali, altri, di origine più modesta, furono attivi presso le corti dei signori, in Catalogna, Aragona, Castiglia ed Italia, diffondendovi i nuovi modi della lirica amorosa. L’opera di questi ebbe un forte influsso sulle letterature volgari, non soltanto dei popoli neolatini, ma di tutta l’Europa occidentale e centrale.7 Al di là della supposta origine “trovadorica” di questo canto salentino, è interessante notare come lo stesso Sigismondo Castromediano, lungi dal raccogliere in maniera acritica le vive manifestazioni della cultura popolare salentina, si preoccupasse di indagarne le origini e comprenderne il significato. La sua passione e il suo interesse nei confronti della “cultura popolare” del Salento sono ben chiare in una sua espressione, che riportiamo a chiusura di questo breve intervento: «Oh le canzoni dei leccesi quanto son candide ed espressive! Quanta bellezza!, quanta attraenza! Possono assomigliare alla donna che mi accenna e io la inchino e l’amo».8

    NOTE

    1 Ricordiamo che F. De Sanctis (1817-1883) fu un importante critico letterario, filosofo e uomo politico italiano. Fu autore della Storia della letteratura italiana (1870-71), capolavoro della storiografia letteraria, il quale si pone anche come storia della coscienza nazionale. Per ulteriori informazioni e bibliografia, si faccia riferimento, in generale a A. MARINARI, De Sanctis, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 39, 1991.

    2 Le brevi informazioni qui riportate su Vittorio Imbriani sono state ricavate da G. IZZI, Imbriani, Vittorio, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 62, 2004, cui si rimanda per ulteriori approfondimenti e per la relativa bibliografia.

    3 Nello stesso Capo di Leuca, nelle immediate vicinanze di Morciano, ad esempio, Salve ha il doppio di abitanti, 2242 (F. GIUGNI 1871, p. 510).

    4 Sigismondo Castromediano, nasce a Cavallino il 20 gennaio 1811 da Domenico, duca di Morciano, e da Teresa dei marchesi Balsamo. Discendeva da un’antica e illustre famiglia di origine francone, scesa in Italia nel sec. XII. Dopo le complesse vicende della sua giovinezza (tra cui il carcere), nelle elezioni del 27 gennaio 1861 il Castromediano fu eletto deputato dal collegio al primo Parlamento nazionale. Consigliere e deputato provinciale dal 1869 al 1879, preposto alla Pubblica Istruzione, secolarizzò l’educandato femminile di Lecce e ne incrementò la Biblioteca provinciale. Costituita col regio decreto del 21 febbraio 1869 la Commissione consultiva per la conservazione dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto. Per suo impulso fu fondato il Museo archeologico di Lecce, allo scopo di raccogliervi materiale proveniente dai primi scavi che documentavano la cultura messapica. Sulla figura di Sigismondo Castromediano si può far riferimento, per notizie di carattere generale, a L. AGNELLO, Castromediano, Sigismondo, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 22, 1979. Cfr. anche G. MONTONATO 2011. A. LAPORTA 2013. F. D’ASTORE-L. GIANNONE 2014.

    5 Ad eccezione dei Sermoni, la consultazione delle opere di Olimpo da Sassoferrato è molto difficile. Le sue pubblicazioni sono conservate presso le biblioteche nazionali di Firenze, Roma, Napoli e presso il polo universitario di Bologna.

    6 Le informazioni biografiche su Caio Baldassarre Olimpo Alessandri da Sassoferrato sono state ricavate da R. AVESANI, Alessandri, Caio Baldassarre Olimpo da Sassoferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, V. 2, 1960, cui si rimanda per ogni approfondimento sulla vita e le opere del poeta.

    7 https://www.treccani.it/enciclopedia/trovatore/

    8 L’espressione compare in un breve articolo del Castromediano pubblicato in «Il Cittadino Leccese», Anno V, n. 52, Lecce, Marzo 1866, pp. 207 -208, scritto in risposta all’appello di Casetti e Imbriani per la raccolta di canti popolari sul giornale napoletano “La Patria”, appello che poi sarebbe sfociato nella monumentale monografia Canti popolari delle province meridionali (si veda S. TORSELLO 2013).

    BIBLIOGRAFIA:

    AA.VV., Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 2004.

    CASTROMEDIANO S., Un mucchietto di gemme. Umile preghiera ai leggitori, e alle leggitrici, «Il Cittadino Leccese», A. V, n. 52, Lecce 1866.

    CIRESE A.M., Imbriani demopsicologo, in Studi su Vittorio Imbriani. Atti del Primo convegno su V. Imbriani nel centenario della morte, Napoli novembre 1986 (a c. di R. Franzese e E. Giammattei), Napoli 1990.

    D’ASTORE F. – L. GIANNONE (a c. di), Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura (Atti del Convegno Nazionale di Studi, Cavallino di Lecce, 30 novembre-1 dicembre 2012), Galatina 2014.

    GIUGNI F., Dizionario dei Comuni del Regno d’Italia, Firenze 1871.

    IMBRIANI E., Folklore per la nazione, «L’Idomeneo», 14, 2012.

    LAPORTA A., Il Duca Bianco di Cavallino (nuovi contributi), Galatina 2013.

    MARTINA F., Sigismondo Castromediano. L’uso civile della storia patria, in R. Giura Longo e G. De Gennaro (a c. di), La storiografia pugliese nella seconda metà dell’Ottocento, 2002.

    MINISTERO DELL’INTERNO (a c. di), Dizionario dei comuni del regno d’Italia compilato sulla seconda edizione della statistica amministrativa, Torino-Milano 1863.

    MONTEVECCHI L., RAICICH M., L’inchiesta Scialoja sulla istruzione secondaria maschile e femminile (1872-1875), Roma 1995.

    MONTONATO G., Breviario dal carcere. Sigismondo Castromediano e i patrioti salentini del 1848, Galatina 2011.

    TORSELLO S., Sigismondo Castromediano e i “canti del popolo”, 5 febbraio 2013 (articolo pubblicato su http://lnx.vincenzosantoro.it/2013/01/05/sigismondo-castromediano-e-i-canti-del-popolo/ consultato il 4/1/2022).

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  • Andiamo! Le nuove proposte Estate2020

    Siete pronti?! Noi sì e non vediamo l’ora di riprendere le nostre attività!!!
    Finalmente possiamo presentarvi le nuove proposte per i prossimi mesi estivi. I
    Borghi, centri storici, paesaggi, le più rinomate località del nostro amato Salento fino agli angoli più nascosti: qui troverete tante “golosità” pronte per essere assaporate.

    Naturalmente ci ritroveremo nel rispetto delle nuove normative in vigore per l’emergenza sanitaria e potremmo goderci la gioia di incontrarci, conoscere e fare nuove esperienze in tutta sicurezza.

    Perciò, cosa aspetti?
    Osserva  le nostre proposte scaricando il pdf qui brochure 2020 e scegli quale sarà la tua.
    Noi ti aspettiamooooo!

     

     

  • Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    Le Masserie del Salento e del Capo di Leuca

    di Alessio Stefàno

    Masserie in…Finibusterrae

    «A Levante, verso la Serra, c’era, entro una bassura, una vecchia masseria, la Caina. All’esterno la ricingeva un muro di pietre cementate con impasto di calce e bolo. Nei tratti in cui un viscidume di muschi non ne insozzava le commensure, la guazza le faceva rosse come grumi di sangue. Rattoppamenti informi, compiuti in tempi diversi, si sovrapponevano alla superficie, in modo da conferirle l’aspetto di una restaurazione di rovine. Il recinto pendeva verso l’interno sin quasi alla cima, come una corona di ciottoli, accatastati a secco nell’equilibrio più instabile, più che trattenere, era trattenuta insieme da una siepe di sterpaglia. Il muro si difendeva così dalle scalate; ma più che dell’irto delle spine si godeva della stessa debolezza, essendo forte come certi uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li tocca.

    Al centro del recinto sorgeva l’edificio, una torre fosca, massiccia come un sol blocco, senza riseghe che ne delimitassero i due piani. Intorno s’inseguivano a spirale alcune feritoie, lungo il percorso di una scala interna. La merlatura s’allargava al centro di ciascun dei quattro lati, in un piombatoio. Dallo squarcio di uno spigolo si protendeva, trofeo di rovina, un caprifico. Quello dei piombatoi che guardava il mare, scendeva più in basso degli altri, sino a raggiungere i resti corrosi di uno stemma: due ali aperte ai fianchi del torso acefalo d’un uccello di rapina. Più in giù, in un finestrottolo; poi s’apriva il vano della porta, su di un ballatoio di legno. Una volta esso era scorrevole e poteva isolare l’edificio dalla scala di pietra che portava in basso» (Corvaglia 1936, pp. 1-2).

    Ingresso di Masseria Serra del Fico (Tricase). 

    Masseria Resci nel territorio di Tricase (foto di Ingrid Simon).

    È la descrizione della masseria “La Caina”, tracciata nel romanzo storico “Finibusterre” di Luigi Corvaglia, pubblicato negli anni Trenta del Novecento. Pur trattandosi di un luogo immaginario, isolato nel tetro paesaggio di paludi che infestavano l’area jonica del Capo di Leuca, la sua descrizione rispecchia pienamente la realtà di tutte le masserie del Salento: costruzioni semplici, caratterizzate per la maggior parte da volumi severi di torri e torrioni, con recinzioni invalicabili a difesa degli spazi interni, destinati al ricovero delle greggi e alle attività produttive (Costantini 2006, p. 6).

    Ruderi di Masseria San Salvatore a Sannicola (foto di Salvatore Ferilli).

    Masseria Simoni a Presicce.

    Le difficoltà quotidiane del vivere in masseria

    In questo romanzo viene tracciato un quadro drammatico del vivere in una masseria: una vita difficile, dominata spesso dalla fame, dal malessere sociale, dalla malattia, dalle continue incursioni di briganti e pirati, dagli scontri tra nobili e contadini; una vita che non era cambiata nemmeno dopo le Leggi di eversione della feudalità (1806-1808), che i baroni di Terra d’Otranto non intendevano rispettare.

    Un mondo quasi isolato

    La masseria rappresentava il centro di piccole comunità rurali, intorno alle quali ruotavano le semplici vite di massari e capimassari, di fattori e mandriani, di contadini e mietitori, ma anche di artigiani che producevano e riparavano gli attrezzi per il lavoro nei campi. Un mondo quasi isolato, lontano dalla vita del borgo, regolato e scandito dai ritmi del calendario agro-pastorale; un mondo spesso disciplinato da difficili rapporti interpersonali e da una rigida organizzazione gerarchica, durata fino a tempi assai recenti (Costantini 2006, p. 12).

    Masseria in agro di Galatina. 

    La masseria: una forma insediativa rurale con continuità di vita

    In tutta la Terra d’Otranto, la forma insediativa rurale della masseria si sviluppa soprattutto a partire dal XVI secolo, all’interno dei grandi possedimenti feudali e sui ruderi di antichi casali abbandonati (A. Costantini 2006, p. 10). Non accade poi di rado che la masseria vada a svilupparsi sui resti di ville rustiche di età romana, che in qualche modo rappresentano le “antenate” delle nostre masserie.

    Masseria Fano a Salve, costruita nei pressi di un sito archeologico messapico (foto archivio Salogentis, 2012).

    Masseria Nuova nel territorio di Andrano, costruita nei pressi di un insediamento di età romana.

    Già in età bassomedievale (XIII-XV secolo), tuttavia, è testimoniata l’esistenza di alcune masserie, solitamente di proprietà di chiese e monasteri. Le attività che vi si svolgevano erano prevalentemente quelle della cerealicoltura e della pastorizia.

    Apiario Valentini e, sullo sfondo, i ruderi della Masseria Don Cesare a Salve (foto di Fernando Manni).

    Dalle “Pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò” (1292-1508) si apprende che nel 1376 il giudice Francesco de Serrano dona al convento – quale patrimonio delle due figlie, diventate clarisse – alcuni possedimenti, tra i quali spiccano due masserie. Numerose masserie sono poi attestate, sempre nei documenti di Santa Chiara a Nardò, nel corso del Quattrocento (A. Costantini 2006, p. 8).

    Masseria Serrazza, nell’omonima località di Salve (foto di Nicola Febbraro).

    Masseria Carcere nel territorio di Nociglia (foto 2009).

    Le scorrerie, la paura, la difesa

    A partire dal basso Medioevo, l’urgenza di potenziare il sistema di difesa del litorale, esposto alle scorrerie e alle invasioni della pirateria turca, portò alla costruzione di numerose torri costiere, ma determinò anche un profondo mutamento nell’organizzazione dell’habitat urbano e rurale: borghi fortificati (terrae), torri – masserie, castelli e case – torri, costellavano il paesaggio del Salento e testimoniavano l’incubo del nemico turco, costantemente all’orizzonte.

    Torre della Masseria di San Giovanni Malcantone, tra Uggiano la Chiesa e Minervino di Lecce.

    Masseria Borgin nel territorio di Salve.

    Mamma Li Turchi

    «Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto. […] Poiché il sole guastò e consumò in breve la nebbia, gli occhi potevano ormai guardare bene le falci della disgrazia che comparivano e scomparivano a ritmo; quando un cavallone si schiantava sugli scogli, era segno che un momento dopo l’altro sarebbero comparse. […] Poi le prue a una a una si voltarono verso Otranto, e man mano che la distanza diminuiva, si potevano ben distinguere le galee dalle galeotte, i maoni dalle fruste, le quali davanti alle altre vele scavavano con la prua l’acqua. In quella Procomio ce la fece a entrare nel porto col suo carico di pesce e quando, voltatosi sulla barca verso tramontana, vide la cosa, manifestamente per il contrasto dei pensieri dette un grido. Si voltò verso di noi, alzò le braccia, gridò di nuovo: “oohì, i turchi!» (M. Corti 2009, pp. 21-22).

    Così Maria Corti, nel famoso romanzo storico “L’ora di tutti”, descrive con gli occhi di Colangelo Pescatore l’avvistamento delle navi turche dalla costa Otrantina. Ma possiamo immaginare scene di questo tipo ripetersi in molte occasioni, lungo tutte le coste della Penisola Salentina. La presa di Otranto da parte di Turchi, il 14 agosto del 1480, e la distruzione di Castro e Marittima nel 1537, furono episodi di forte risonanza non solo tra le popolazioni dei centri costieri, ma anche tra la gente che viveva nelle campagne. I Turchi, infatti, non limitarono le loro incursioni alla sola fascia litorale; spesso essi si spinsero nelle aree interne: nel 1537 arrivarono a Tricase, dove diedero alle fiamme il convento e le abitazioni, e nel 1543 giunsero fino a Presicce. Neppure la battaglia navale di Lepanto (7 ottobre del 1571), con la vittoria della Lega Santa, era stata sufficiente a mitigare il pericolo delle incursioni (Costantini 2006, pp. 19-20). Ecco cosa accadde tra Salve e Morciano un secolo dopo:

    «Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto salve e Murciano, arrivarono alla masseria nominata del Duca di Murciano, a tempo che li massari mungevano le pecore, s’inpatronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando un vellano tirava le porte un turco li tirò una archibuggita ca una taula che dal pone era rotta e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono dalle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri avevano avvisto niente e questo è il bello governo di questa provincia» (l’episodio è raccolto da A. Costantini 2006, p. 20).

             Territorio tra Salve e Morciano, visto dalla sommità della Masseria San Lasi (Salve).

    Non sorprende allora come – in una situazione di costante paura e precarietà dell’esistenza, nonché di abbandono al proprio destino – sia stata fortemente sentita l’esigenza di edificare delle masserie che abbiano l’aspetto di piccoli fortilizi: sono le cosiddette “masserie fortificate”.

    Come si struttura una masseria

    Queste masserie si strutturano, solitamente, intorno a un fabbricato elementare formato da due unità edilizie: la torre, dove ha sede generalmente l’abitazione del massaro, e un’annessa costruzione a piano terra, riservata ad usi aziendali o per il ricovero del bestiame. Il tutto è circondato da un alto recinto, con la parte superiore aggettante verso l’esterno (“muri paralupi”) in modo impedire l’accesso al cortile di uomini e bestie selvatiche (Costantini 2006, p. 22).

    Muro  di cinta (“paralupi”) di Masseria Cozze a Castiglione d’Otranto. 

    Intorno all’ampio cortile centrale si dispongono magazzini, stalle, fienili, alloggi della manodopera, capanni e ovili. Al primo piano si accede esclusivamente dalla corte, mediante un’unica scala. La difesa della torre e dell’abitazione del massaro è affidata ad una caditoia che sovrasta l’unica porta di accesso, o ancora ad una porta levatoia che interrompe il pianerottolo sommitale della scala.

    Caditoia della Masseria San Lasi (Salve).

    Nelle torri, strutturate solitamente in due piani, la difesa consisteva nel mettersi al sicuro nella parte più alta della costruzione. L’interruzione del collegamento avveniva mediante una botola con scala retrattile: ritirando la scala, ci si metteva al sicuro e dall’alto della torre si poteva segnalare il pericolo alle altre masserie, agli addetti alla difesa del territorio (cavallari), alle torri costiere e ai centri abitati. In caso di aggressione la solidarietà del vicinato garantiva senza dubbio i primi soccorsi e proprio la tragica esperienza di lotte con gli incursori consolidava i legami di mutuo soccorso tra gli abitanti delle masserie (Costantini 2009, pp. 29-30).

    Torre fortificata della Masseria Fano (foto archivio Salogentis, 2012).

    Torre fortificata della Masseria Celsorizzo (foto di Gianluca Tonti).

    Masserie del Capo di Leuca: San Lasi a Salve

    Nel Capo di Leuca, numerose sono le masserie che si possono osservare ancora oggi: alcune di queste si presentano ormai come dei ruderi, altre sono state ristrutturate e rifunzionalizzate. Una delle più importanti è sicuramente Masseria Santu Lasi, ubicata tra Salve e Morciano di Leuca, dichiarata “Bene di interesse culturale particolarmente importante”. La struttura è databile al XVI secolo, con aggiunte de XVIII, e presenta due piani con caditoie in corrispondenza degli ingressi. Il piano inferiore era in origine destinato al massaro e alle funzioni produttive, quello superiore alla residenza stagionale del proprietario. La struttura rappresenta un classico esempio di masseria che sfrutta la preesistenza di una piccola torre (datata al 1577), posta a difesa del territorio (A. Costantini 2006, p. 410).

    Cortile e torre colombaia della Masseria San Lasi (Salve).

    Celsorizzo ad Acqurica del Capo

    Tra le masserie più antiche del Salento Meridionale, possiamo senza dubbio ricordare quella di Celsorizzo, nel territorio di Acquarica del Capo. La monumentale torre, a pianta quadrata e provvista su tutti i lati di feritoie e caditoie, è databile al tardo Trecento e venne inglobata nella masseria costruita verso la metà del XVI secolo.

    Masseria fortificata di Celsorizzo (Acquarica del Capo) con, sullo sfondo, la torre colombaia del 1550. Foto di Gianluca Tonti.

    Nella base della torre è presente una piccola cappella (preesistente alla torre stessa), dedicata a San Nicola, risalente al 1283 e fatta edificare dal feudatario Ioannes de Ogento; questa conserva degli importanti affreschi, tra i quali si distinguono alcune scene evangeliche e la figura del Cristo Pantocratore, con ai lati San Basilio e San Giovanni Crisostomo.

    Abside della cappella dedicata a San Nicola, inglobata nella torre di Celsorizzo. Foto di Gianluca Tonti.

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    Bibliografia:

    Luigi Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [1° ed. 1936]

    Maria Corti, L’ora di tutti, Bompiani, 2009 [1° ed. 1962]

    Antonio Costantini, Guida alle Masserie del Salento, Congedo, 2006

    Sitografia

    http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2015/09/la-masseria-di-celsorizzo-acquarica-del.html

     

  • MEDIEVALIA in Finibus Terrae

    MEDIEVALIA in Finibus Terrae


    ultimo manifesto medievalia

    Pensare il Medioevo del sud Salento. Come appariva il paesaggio, il profilo dei paesi, il modo di vivere, di vestirsi; che aspetto avevano le tavole del tempo, quelle dei signori e quelle dei poveri, quali i gusti e sapori, quali i codici comunicativi ed espressivi usati nel rapporto con il quotidiano e il sacro. Un esercizio di immaginazione prima delle patate e dei pomodori, degli esotismi delle terre del Nuovo Mondo, prima delle fioriture barocche nella pietra, delle conquiste spagnole e francesi.

    “Medievalia in Finibus Terrae” , progetto elaborato dall’Associazione culturale Archès, cerca di rivivere e far rivivere quest’epoca storica nei suoi molteplici aspetti e, contemporaneamente, raccontarli al pubblico che sarà accolto a partire dalle 15 di sabato 2 maggio nel castello di Acquarica del Capo. Nella piazza d’armi sarà rappresentata una rievocazione storica che, per quanto spettacolare, rispetta la correttezza filologica di tutti gli elementi. Saranno infatti allestiti banchetti di armi, di spezie e di giochi medievali illustrati da figuranti: uomini in armi mostreranno tecniche di combattimenti, il falconiere Luciano Levita sarà presente con i suoi superbi rapaci, la capacità di intrattenere e affabulare del ciarlatano “venuto da lontane contrade”, Pier Paolo Pederzini, gli artigiani e i contadini, quest’ultimi impegnati nello scambio di antiche varietà di semi autoctone. Sarà inoltre possibile prendere parte ad un corso di lavorazione della terracotta.

    Alle 18.30 il dott. Gianluca Tonti, co-ideatore di Medievalia, aprirà un seminario didattico che vedrà l’intervento di diversi giovani esperti: l’archeologo Stefano Calo’, lo storico Stefano Cortese,  il tecnico restauratore Andrea Erroi, il presidente di Archès, Marco Cavalera. Nella sala accanto al seminario sarà fruibile la mostra “La linea del tempo. Evoluzione Socio-Culturale del Medioevo Salentino” con totem esplicativi che documentano  l’evoluzione di quest’epoca nel contesto territoriale, arricchita dall’esposizione di abiti gentilmente concessi dal gruppo di rievocazione storica “Peregrinantes et Bellatores” presente all’evento.
    Non a caso l’obiettivo del progetto è quello di sottolineare la lunga estensione temporale del Medioevo che ha favorito la nascita di una varietà e ricchezza di prodotti culturali notevoli. Se nella piazza d’armi si avrà l’occasione di vedere una tranche de vie duecentesca, al piano nobile del castello, a partire dalle 21, le suggestioni create dagli abiti, dalle musiche e dalle danze eseguite dal gruppo “Concentus-Tempus Saltandi” saranno quelle tipiche di una corte del tre-quattrocento, quando il Medioevo sta per lasciare il passo alla stagione rinascimentale. Gli chef dell’Azienda Agrituristica “Il fu Giovanni” di Contrada Palla di Casarano proporranno la degustazione di pietanze fedeli, per quanto possibile, ai ricettari del tempo.

    Il progetto Medievalia in Finibus Terrae si estende anche al primo e al tre maggio, con visite guidate nei luoghi che più di altri conservano le tracce del passaggio di quell’epoca. Immancabile la visita alle 15.30 di venerdì 1 maggio alla preziosissima ed elegante Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, con una puntata alla vicina Soleto. Domenica 3 sarà protagonista Otranto: tra le altre cose, protagonista indiscusso del tour sarà il celeberrimo mosaico della Cattedrale mentre nel pomeriggio si avrà l’occasione di conoscere dettagli poco noti nella Valle delle Memorie. La mattina del due maggio Medievalia si sposta In Finibus terrae, il Capo di Leuca, ripercorrendo alcune tappe dell’antica via dei Pellegrini provenienti da tutta Europa e diretti al Santuario alla fine delle terre, là dove la vista si apre sull’azzurro sconfinato dei mari.

    MEDIEVALIA in Finibus Terrae è la terza edizione del progetto “La linea del Tempo”, realizzato con il supporto della Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo – nell’ambito del “Programma delle Attività culturali per il Triennio 2013 – 2015”, con il patrocinio gratuito del Comune di Acquarica del Capo.

    Il programma dettagliato è disponibile su fb alla pagina “Medievalia in Finibus Terrae”. Info e prenotazioni per le escursioni ai seguenti numeri: 329.6239557 (Francesca) e 327.8410214 (Melissa), medievalia.arches@gmail.com.

  • La viabilità romana nel Salento

    La viabilità romana nel Salento

    di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

    Le vie pubbliche (viae publicae) romane erano realizzate su terreni demaniali (ager publicus).

    Viabilità salentina in età romana (fonte Uggeri 1983, rielaborazione di N. Febbraro)

    Viabilità romana del Salento (rielaborazione grafica N. Febbraro).

    La manutenzione del vasto ed articolato sistema viario era di competenza dei curatores (sovrintendenti alle vie), deisubcuratores (sottocuratori) e dei loro assistenti. I costi per la costruzione e manutenzione – invece – gravavano sull’erario. La maggior parte della manodopera impiegata nella realizzazione di una strada era costituita, durante i periodi di pace, da soldati di professione; la restante parte veniva assunta dai municipi.

    Lungo i tracciati viari erano dislocate delle stazioni itinerarie denominate mutationes e mansiones. Si tratta di tappe intermedie che permettevano ai viaggiatori di rifocillarsi, di pernottare e di sfruttare le stalle per far riposare e cambiare i cavalli. Sulle mutationes si basava il servizio postale, vitale per l’amministrazione e la sicurezza militare dell’impero.

    La viabilità romana del Salento insisteva sul sistema viario di età messapica. Il potere centrale romano – infatti – si limitò a realizzarne uno, organico e continuo, a partire da preesistenti arterie ed effettuando una serie di rettifiche, pavimentazioni ed ulteriori infrastrutture.

    Lo studio più completo, a riguardo, è quello offerto da G. Uggeri nel volume “La viabilità romana nel Salento”, edito nel 1983. Le sue ricerche si sono basate anche su fonti storiche greche e latine, la più significativa delle quali è quella di Strabone (storico e geografo greco che visse tra il I secolo a.C. ed il I d.C.), che fornisce utili informazioni relative a quasi tutta la viabilità della penisola salentina, comprese le distanze complessive misurate in stadi (unità di misura greca corrispondente a 185 metri) e quelle fra i suoi principali centri abitati.

    Altre importanti fonti antiche sono gli itineraria, ossia documenti – scritti o dipinti – che contengono indicazioni riguardo alle distanze in miglia fra tappe successive e ai relativi giorni di viaggio.

    La Tabula Peutingeriana

    La Tabula Peutingeriana, il più significativo fra gli itinerari conservatisi, è da riferire alla metà del IV secolo d.C. Si tratta di un rotolo di pergamena – costituito dalla successione di 12 fogli – sul quale è rappresentato l’Ecumene (il mondo antico così com’era conosciuto all’epoca della sua redazione), con l’indicazione dettagliata di tutte le strade, delle stazioni intermedie, dei toponimi e delle distanze misurate in miglia.

    La Tabula Peutingeriana è l’unico itinerario che offre un quadro completo del sistema stradale della penisola salentina – rappresentata sulla VII pergamena – con l’evidenziazione dei capita viarum per mezzo di un simbolo convenzionale (due edifici accostati): Brindisi, Ydrunte, Castra Minervae e Tarento. Sull’itinerario – inoltre – sono distinte due subregioni: laCalabria, lungo il versante adriatico, e quella dei Sallentini sul lato ionico, secondo la tradizionale nomenclatura.

    Tabula Peutingeriana, VII Pergamena con la rappresentazione della penisola salentina.

    Stralcio della VII pergamena della Tabula Peutingeriana.

    Tutte le strade portano nel Salento…

    Le vie principali, che in questa fase caratterizzano il sistema viario del Salento, sono l’Appia, Traiana, la Traiana ‘Calabra’ e la ‘Sallentina’.

    La via Appia

    La via Appia – costruita nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Centemmano – fu la prima via censoria della storia di Roma. La strada, originariamente, congiungeva Roma a Capua. Nel 272 a.C. fu prolungata fino a Benevento e, subito dopo la conquista di Taranto, fino alla città ionica. L’ascesa di Brindisi e il graduale declino di Taranto comportarono l’ulteriore sviluppo del tracciato viario sino alla città adriatica, operazione che si rivelò fondamentale ai Romani per la vittoria nel bellum sallentinum (267-266 a.C.). 

    La via Appia divenne, per circa tre secoli e mezzo, il principale asse di collegamento tra Roma e l’Oriente, attraverso la testa di ponte rappresentata dal porto di Brindisi. L’arteria subì significative modifiche solo con Traiano, a seguito delle spedizioni daciche (101-106 d.C.) e in previsione della successiva campagna d’Oriente.

    La sua importanza perdurò ben oltre la fine del mondo antico, in quanto continuò ad assolvere alla tradizionale funzione di collegamento istmico tra Taranto e Brindisi, nonostante quest’ultimo scalo era ormai decaduto a favore di Otranto.

    La via Traiana

    La via Traiana – proclamata via publica nel 109 d.C. – fu voluta dall’imperatore Traiano per collegare, in modo più veloce, la capitale dell’impero con l’importante scalo di Brindisi. La strada – pertanto – rappresentava un percorso alternativo alla via Appia, dalla quale si diramava nei pressi di Benevento.

    La denominazione di via Traiana ‘Calabra’, non pervenuta da alcun documento antico ed utilizzata dagli studiosi per indicare il tratto viario che congiungeva Brindisi ad Otranto, deriva dal fatto che rappresentava la continuazione ideale della via Traiana – a sud di Brindisi – attraverso la subregione che gli antichi denominavano Calabria.

    La via Traiana ‘Calabra’ ha acquistato importanza con l’ascesa del porto di Otranto, meta finale delle vie Appia e Traiana. Lupiae (Lecce) – come risulta da tutti gli itinerari – era ubicata a metà percorso ed assolveva alla funzione dimansio. Valesio rappresentava una mutatio intermedia nel tratto Brindisi-Lupiae, mentre la mutatio ad XII era la tappa intermedia tra Lupiae-Otranto. La via Traiana ‘Calabra’, durante la guerra greco-gotica, ha assunto un ruolo fondamentale negli spostamenti militari da e per Otranto.

    La via Sallentina

    Con il termine convenzionale di via ‘Sallentina’ – in mancanza di fonti antiche – gli studiosi hanno indicato l’itinerario più lungo che attraversava l’omonima penisola nell’antichità. Si trattava di una strada paralitoranea che da Taranto giungeva ad Otranto passando per Vereto, a breve distanza dal Capo Iapigio. Questa via costituiva il naturale prolungamento della via Appia. Erroneamente è stata ritenuta, invece, una continuazione della via Traiana, perciò le è stata sempre attribuita questa denominazione. Non vi è – infatti – alcun contatto diretto tra le due arterie, essendo unite dalla via Traiana ‘Calabra’.

    Antica strada rurale tra Morciano di Leuca e Vereto. 

    L’apice della sua importanza però fu raggiunto in età messapica, mentre in età romana la via ‘Sallentina’ rappresentò un tracciato ad interesse esclusivamente locale, tagliato fuori dai grandi flussi commerciali e militari diretti verso il versante adriatico della penisola. La sua principale funzione fu di collegamento tra il porto di Leuca e la via Appia, in alternativa e preferita alla corrispondente navigazione di cabotaggio. Questo tratto di costa salentina – bassa, sabbiosa e ricca di secche – scarseggiava, infatti, di strutture portuali.

    Antica viabilità in località Macurano (Alessano).

    Antica viabilità nei pressi di Macurano (Alessano). 

    L’unica fonte antica da cui è possibile ricavare lo sviluppo complessivo della via ‘Sallentina’ è rappresentata dalla Tabula Peutingeriana. Questo dato suggerisce che la via fosse entrata a far parte del cursus publicus ed inserita nei documenti ufficiali del servizio postale romano solo a partire dal IV secolo d.C.

    Le stazioni della via ‘Sallentina’ sono: Taranto, Manduria, Nardò, Alezio, Ugento, Vereto, Castro e Otranto, per un percorso complessivo di 109 miglia (circa 161,5 Km). Il suo tracciato d’età romana differiva da quello messapico nel tratto Vereto-Otranto. Nel primo – infatti – ci si avvaleva della variante per lo scalo di Castro, in un percorso che congiungeva tutti i porti vitali sulla via per l’Oriente. Nel secondo – invece – la presenza dell’importante città messapica di Vaste, stazione intermedia verso Otranto, rendeva l’itinerario più interno ed occidentale.

    Una rete viaria in disuso

    Dopo il crollo dell’Impero romano i successivi dominatori della penisola salentina – i Bizantini – non hanno avuto la stessa cura per la manutenzione delle strade dei loro predecessori e, anche se ricorsero lo stesso all’uso della viabilità romana, i fenomeni di degrado iniziarono a prevalere su quelli di conservazione, con i conseguenti disfacimenti e frammentazioni della rete stradale che tanto importante fu per l’economia e i commerci del Salento nelle epoche precedenti.

    Viabilità romana tra Cerfignano e Uggiano La Chiesa (foto Archivio Archès).

    Antica viabilità a nord di Cerfignano.

    Antica strada basolata a sud-est di Minervino di Lecce.

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    Contributo tratto da N. Febbraro, M. Cavalera, L’età romana nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione”, a cura di N. Febbraro, Libellula edizioni, Tricase 2011, pp. 220-222.