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  • Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Antonio Piccinno e la Preistoria salentina

    Di Nicola Febbraro

    Antonio Piccinno, classe 1940, è un decano degli studi paletnologici salentini. È stato un tecnico, in realtà, ma ha pubblicato una serie incredibilmente lunga di articoli e di contributi scientifici. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo presso il dipartimento di Paletnologia dell’Università del Salento, dove ha prestato servizio dapprima in qualità di collaboratore del compianto prof. Giuliano Cremonesi (sino al 1992) ed in seguito, sino al suo pensionamento, della prof.ssa Elettra Ingravallo.

    È stata per me una figura importante, quand’ero impegnato nella stesura della tesi di laurea. In questa occasione ha messo a mia disposizione tutte le sue conoscenze e competenze in ambito paletnologico. È stato fondamentale, quindi, affinché io potessi inquadrare cronologicamente l’industria litica (strumenti in pietra), i frammenti ceramici ed i resti fossili di fauna pleistocenica, che man mano individuavo durante le mie ricognizioni di superficie in territorio di Salve.

    Antonio, assieme al suo gemello Francesco, ha fra l’altro individuato e segnalato agli organi competenti numerosi siti archeologici prei/protostorici in ambito salentino. Nel solo territorio di Salve, a titolo d’esempio, sono stati gli scopritori, fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, di diversi siti: Grotta Montani, Grotta Marzo con le sue figure dipinte (fig. 1), l’insediamento di Spigolizzi, alcune cavità nel fondo del Canale Fano, ecc.

    Fig. 1 – Alcuni disegni in ocra rossa presenti all’interno di Grotta Marzo (in alto) e alcune figure presenti nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto). Fonte: Graziosi 2002 (Tab. X, n. 16, Tav. 9b; Tab. X, n. 17, Tav. 9c; Tab. 10, n. 2, Tav. 69b).

    Riguardo a Grotta Marzo mi ha riferito di aver accompagnato per un sopralluogo, effettuato nei primi anni ’70, il dott. Decio De Lorentiis, l’allora direttore del Museo di Maglie, e il prof. Paolo Graziosi. Quest’ultimo è stato un docente di fama internazionale, il più autorevole studioso italiano delle antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. In quegli anni frequentava la nostra provincia in quanto impegnato nello studio dei dipinti neolitici di Grotta dei Cervi a Porto Badisco (Otranto).

    Ad accogliermi in casa Piccinno, il 2 settembre del 2016, è la signora Maria Concetta, ossia un’insegnante in pensione elegante, riservata e distinta ma soprattutto madre e moglie molto accorta. Solo in poche occasioni sono andato a far loro visita ad Ugento. Antonio, che trovo in fremente attesa del nostro incontro, ha già preparato nel suo studio un po’ di materiale bibliografico da donarmi. È una persona molto schiva e riservata con qualche acciacco fisico, che lo ha allontanato dalla sua grande passione: passeggiare in campagna. Solo dieci anni prima, da neo-pensionato, ha preso parte a tutte le campagne di scavo effettuate nella necropoli a tumuli (III millennio a.C.), ubicata a ridosso di Grotta delle Fate (figg. 2 e 3).

    Fig. 2 – Antonio Piccinno durante una fase dello scavo del Tumulo 1, a cura dell’equipe della prof.ssa Elettra Ingravallo, con sullo sfondo i ruderi di Masseria Fano.
    Fig. 3 – Antonio Piccinno e Nicola Febbraro durante una fase dello scavo dell’urna cineraria del tumulo 1.

    Antonio ha iniziato a frequentare il territorio di Salve negli anni ’50, in particolare il Feudo del Fano. A quell’epoca lo faceva per pura passione, in quanto sarebbe diventato un professionista della disciplina solo qualche lustro più in là[1].

    Mi racconta che l’allora proprietaria di Masseria Fano era la baronessa Winspeare, che il ruscello che scorre nel fondo della gravinella aveva una portata maggiore rispetto a quella attuale e che al suo interno vi erano anche diverse hirudinee (sanguisughe).

    Si incuriosì di quest’ambito territoriale in quanto ne aveva letto le particolari caratteristiche morfologiche sulla cartografia dell’Istituto Geografico Militare di cui disponeva. Quando poi ebbe modo di frequentarlo di persona le sue aspettative non rimasero deluse.

    Si recava ai Fani con la sua autovettura assieme al gemello, oltrepassando il ponte in località Terramascia. In questa fase erano impegnati con delle ricerche di superficie nel deposito preistorico di Grotta Montani (fig. 4), che sarebbe stato, nel corso dell’estate del 1973, oggetto di un’indagine stratigrafica. Mi riferisce che quando lambivano Grotta delle Fate (fig. 5), ignota per loro all’epoca, erano colpiti da un tanfo irresistibile, dovuto alla presenza, nella piccola dolina che ne delimita l’ingresso (fig. 6), di un ragguardevole deposito di sansa. Fu grazie a questo sgradevole particolare che individuarono la voragine.

    Fig. 4 – Il signor Antonio Piccinno, sulla destra, nei pressi di Grotta Montani (maggio 1973), in compagnia di un contadino del posto (archivio fotografico F.lli A. e F. Piccinno, Taviano – LE).
    Fig. 5 – Copertina del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storia e leggende su Grotta delle Fate (Salve)”, a cura di N. Febbraro e M. Piccinni, con i contributi di S. Margiotta, S. Calò, S. Cortese e A. Belgiorno.
    Fig. 6 – Dolina che delimita l’ingresso di Grotta delle Fate.

    Prima di esplorarla hanno pazientemente atteso che il cattivo odore svanisse. Le motivazioni della loro scelta sono facili da intuire. Certamente non erano mossi dalla voglia di incontrare di persona le fate, i satiri o di rinvenire un prezioso tesoro (come accadde ai precedenti esploratori intervistati), quantomeno nel senso letterario del termine.

    I fratelli Piccinno erano già allora dei formidabili “annusatori” di siti di antica frequentazione umana. E questo era l’unico scopo di quella loro esplorazione. Volevano appurare se in quella voragine vi fosse qualche traccia della presenza dell’uomo da riferire ad epoche prei/protostoriche.

    Si limitarono a perlustrare il primo grande ambiente (figg. 7 e 8). Anzitutto, perché non erano attrezzati in quell’occasione (non disponevano nemmeno di una piccola fonte di illuminazione artificiale) ma soprattutto perché ne percepirono da subito l’instabilità e la pericolosità. Intuirono, inoltre, che la voragine non celasse nulla di particolarmente antico, archeologicamente parlando. Un’idea in tal senso se l’erano già formulata in precedenza, considerando che l’area esterna, da loro già minuziosamente perlustrata, non aveva restituito nulla di interessante. Ad ogni modo, l’eventuale presenza di tracce antiche sarebbe stata impossibile da rilevare. Al suolo, infatti, era presente un importante deposito costituito da materiale alluvionale, penetrato dall’esterno, e dai numerosi crolli dalle pareti e dalla volta.

    Fig. 7 – Primo ampio ambiente di Grotta delle Fate.
    Fig. 8 – Porzione del cono di detriti misto a rifiuti situato all’ingresso della voragine.

    Approfittando del fatto di trovarmi di fronte ad uno dei massimi esperti di preistoria salentina, gli ho comunque chiesto se secondo lui fosse o meno mai stato frequentato dall’uomo antico quell’articolato sistema carsico. Antonio, senza pensarci su un attimo, mi ha risposto con un altro quesito: “Secondo te, l’uomo preistorico era «tantu fessa» da scegliere di frequentare un inghiottitoio naturale di acqua piovana, un ipogeo nel quale convergevano centinaia di metri cubi di acqua provenienti dal Canale Fano?”.

    Una volta tornati alla luce del sole si imbatterono in un contadino che era intento a lavorare la terra. Gli chiesero delle notizie riguardo alla voragine, che non sapevano ancora fosse denominata Grotta delle Fate. L’agricoltore disse loro di non essere mai entrato al suo interno, in quanto intimorito da tutto ciò che si vociferava sul suo conto, ma che la curiosità in tal senso non gli mancava. Raccontò loro la leggenda delle fate e dei contadini che avevano assistito alle loro ammalianti danze. Quella fu la prima ed al contempo l’ultima volta in cui i fratelli penetrarono nell’inghiottitoio.

    Antonio e suo fratello, all’epoca, facevano parte del Gruppo Speleologico di Maglie, per il quale segnalavano delle evidenze che insistevano nel Capo di Leuca. Fu così che, poco tempo dopo, vi fu la prima ispezione ufficiale all’interno di Grotta delle Fate da parte di un’équipe di speleologi. La stessa avvenne nel 1961 ed un accurato resoconto fu poi effettuato qualche decennio dopo, dallo stesso Antonio, in un articolo pubblicato nel 1990 su Annu Novu Salve Vecchiu, che riprendeva integralmente quanto pubblicato nel notiziario del gruppo: la rivista “La Zagaglia” (fig. 9). I fratelli Piccinno, invece, si sono concentrati in seguito esclusivamente sull’indagine archeologica delle gravinelle circostanti (i due rami del Canale Fano) e della Serra di Spigolizzi.

    Fig. 9 – Pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino P. de Lorentiis di Maglie (Lecce).

    Ricorda Antonio che in quell’unica occasione, assieme al fratello Francesco, scorse sia il pozzetto che il cunicolo che si aprono nel primo ambiente; ha inoltre bene in mente la presenza di “qualche graffito rappresentante una croce greca, che fa dubitare della esistenza «in loco», di un vecchio tempio” (fig. 10).

    Fig. 10 – Croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo di Grotta delle Fate verso NO.

    Antonio, durante la sua esperienza nel territorio di Salve, frequentò e fece amicizia con la cosiddetta “colonia” di stranieri, ossia con tutti quegli artisti, scrittori, studiosi o in genere personalità di grande cultura che qui si sono trasferite a partire dagli anni ’70, dando lustro al nostro territorio. Fra queste mi cita in particolare Gerhard (detto Gerardo) Cerull, artista originario della Baviera (Germania), che incontrava nei pressi della Masseria Fano, dove alloggiava in una struttura rurale. Ma è stato anche un assiduo frequentatore di Masseria Spigolizzi e non poteva essere altrimenti, considerando la grande passione che nutriva la scrittrice Patience Gray per l’archeologia.

    Terminata la nostra chiacchierata, immortalo i due coniugi Piccinno nei pressi del loro giardino. La signora Maria Concetta, che più volte è intervenuta durante la stessa, è ritrosa a mettersi in posa. Ma io insisto e riesco a raggiungere il mio obiettivo.

    Durante i km che mi separano da casa, percorsi a bordo del mio scooter, passo in rassegna tutti i momenti vissuti con Antonio. Penso alla velocità con cui il tempo scivola via e soprattutto a quando io, giovanissimo studente universitario, varcai per la prima volta e con il cuore in gola l’uscio del laboratorio di Paletnologia, dove lui prestava servizio.

    Rapito da questi pensieri ed attraversato da un brivido di malinconia, in men che non si dica sono colpito da un familiare e rassicurante segnale stradale rettangolare, che recita: “Benvenuti a Salve”. Così, dolcemente, sono riportato nella mia quotidiana realtà.

    BIBLIOGRAFIA

    Febbraro N., Ricognizioni di interesse paletnologico sul territorio di Salve, Tesi di laurea in paletnologia (relatrice: Prof.ssa Elettra Ingravallo), Università del Salento, Anno Accademico 2005-06.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2011.

    Febbraro N., Storie e racconti di visitatori occasionali in Grotta delle Fate in Febbraro N. e Piccinni M. (a cura di) Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve), Libellula Edizioni, Tricase (Le) 2018, pp. 224-228.

    Graziosi P., Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Firenze 2002.

    Piccinno A., La Grotta delle Fate. Un patrimonio ipogeo da recuperare e valorizzare (Itinerari speleologici), in Annu Novu, Salve Vecchiu (IV edizione), Melissano (Le) 1990, pp. 21-27.

    Carlo Stasi, Gerhard Cerull, un “salentino per caso“, Nuovo Quotid. di Puglia 31.5.2015, pag. 39.

    [1] All’epoca svolgeva la libera professione di geometra. Nel 1972, poi, vinse il concorso che lo fece diventare un tecnico in ambito universitario. Esercitò questo ruolo dapprima presso la facoltà di Lettere e Filosofia e in seguito presso quella di Conservazione dei Beni Culturali, cattedra di Paletonologia.

  • La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    di Nicola Febbraro e Anna Lucia Nicolì 

    Introduzione

    La Grotta delle Fate (Salve-Lecce), in realtà definirla grotta è improprio, è un inghiottitoio carsico che riceve e canalizza le acque di superficie fino alla falda sotterranea. Venne scoperta, dal punto di visto scientifico, negli anni venti del secolo scorso anche se la sua frequentazione è ben più antica, come dimostrano le numerose iscrizioni presenti sulle sue pareti. La prima esplorazione speleologica è stata effettuata nel 1961 ad opera del Gruppo Speleologico Salentino, autore del rilievo della stessa. Solo di recente è stata oggetto di uno studio multidisciplinare – da parte del Gruppo Speleologico di Tricase e dell’Associazione Culturale Archès – che ha portato alla pubblicazione di una monografia nel 2018 (“Salento Sottoterra”) a cura di Nicola Febbraro e di Marco Piccinni (con i contributi di: Stefano Margiotta, Antonia Belgiorno, Stefano Calò e Stefano Cortese) dalla quale sono state attinte tutte le informazioni e le foto presenti in questo articolo (fig. 1).

    Fig. 1 – Copertina del volume Salento Sottoterra.

    La voragine è ubicata a ridosso del punto di congiunzione fra i due rami del Canale Fano (fig. 2), in un’area ricchissima di testimonianze archeologiche per via della presenza nel fondo dello stesso di numerose sorgenti. Uno studio approfondito della stessa è stato presentato nel 2011 nel volume “Archeologia del Salento” (fig. 3).

    Fig. 2 – Localizzazione di Grotta delle Fate (1) in prossimità della congiunzione del Canale Tariano (2) con il Canale Fano (3). In primo piano la dorsale della Serra di Spigolizzi (4). Foto di Giuseppe Negro (Archivio Fotografico del Comune di Salve). 

    Fig. 3 – Copertina del volume Archeologia del Salento.

    La Grotta delle Fate

    Grotta delle Fate presenta una planimetria abbastanza articolata (fig. 4), si caratterizza per un ingresso oggi ridotto a pochi decimetri di altezza (A2). Lo stesso, un tempo, si ergeva fino ad un paio di metri, prima di essere quasi completamente interrato da detriti alluvionali e, negli ultimi decenni, da rifiuti di vario genere.

    Fig. 4 – La pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino “P. de Lorentis” di Maglie (Lecce).

    Dal suo ingresso ci si immette in un’ampia sala (fig. 5), di dimensioni 25×16 metri per 22 metri di altezza nel punto più alto, parzialmente ostruita da un imponente cono detritico misto a rifiuti (A3). Alcuni grossi massi si sono staccati naturalmente dalla volta, per adagiarsi disordinatamente nella sala. In direzione NO e SE si aprono due prosecuzioni. In prossimità della prima, l’imbocco della prosecuzione è contrassegnato dalla presenza di una croce monogrammatica (A6), che tradisce una frequentazione umana della cavità, seppur occasionale, forse da attribuire al tardo Medioevo (fig. 6).

    Fig. 5 – Primo grande ambiente di Grotta delle Fate (Salve-Lecce). Foto di S. Sammali.

    Fig. 6 – La croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo verso NO.

    La volta si abbassa notevolmente ad arco lasciando spazio all’imbocco di un breve cunicolo (A5), postazione privilegiata da una piccola comunità di chirotteri che in questa porzione della grotta sceglie di trascorrere il periodo del letargo invernale. Superato il cunicolo si accede ad un ambiente che si sviluppa in direzione Nord (fig. 7), di dimensioni 22×7 metri per un’altezza di 4 nel punto più alto (B). Qui sono frequenti i crolli di blocchi di roccia dalle sue pareti. Nella porzione terminale della sala è possibile accedere a due ambienti di modeste dimensioni – dei quali uno raggiungibile dopo aver disceso un pozzetto di tre metri (C3) – tra loro intercomunicanti, dai quali si dipartono due serie di lunghi e stretti cunicoli, che si sviluppano con alcune diramazioni per 55 e 40 metri circa.

    Fig. 7 – La seconda sala che si incontra procedendo verso NO.

    La prosecuzione che dalla sala principale si dirama invece in direzione SE, permette di raggiungere, dopo un ulteriore e drastico abbassamento della volta, un ambiente di 6×5 metri (B) che reca sul lato destro un piccolo pozzetto, 4 metri circa, che porta ad un livello della cavità sovrastato da imponenti crolli. Percorso carponi un breve cunicolo si accede ad un ambiente di 12×6 metri (fig. 8), denominato “Sala Bianca”, ricco di nomi e date che ricordano passate esplorazioni effettuate da non addetti ai lavori.

    Fig. 8 – Ambiente, denominato “Sala Bianca”, sulle cui pareti sono presenti diversi nomi e date. 

    Mosè e i suoi compagni di avventura

    La cavità ha da sempre rivestito una grande importanza per gli abitanti di Salve e dei paesi limitrofi di ogni epoca e sempre fervida ne è stata la fantasia popolare a riguardo. Non mancano, infatti, le leggende che la vogliono abitata, di volta in volta, da orchi, fate ammaliatrici e  scazzamurreddhi dispettosi (gnomi salentini).

    L’insieme delle leggende scritte (a partire dalla fine del seicento) ed orali, che riguardano la voragine, assieme alle oggettive difficoltà di accesso al suo interno, l’hanno resa nel corso dei secoli una fra le più note ed appetibili, del Capo di Leuca e non solo, da parte di folte schiere di persone, che hanno bramato di esplorarla, non tutte riuscendoci.

    Fra i nomi e le date presenti sulle pareti del suddetto ambiente, siamo rimasti colpiti da un’iscrizione in particolare: parla di coraggiosi avventurieri salvesi che hanno esplorato la voragine 70 anni fa. Una firma, realizzata con una matita, così recitava: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco” (fig. 9).

    Fig. 9 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco”.

    Il compianto signor Luigi Ciullo, fotografo di professione, ha immortalato decenni di storia salvese dal 1951 al 2006, anno della sua dipartita. Poco distante da questa prima firma che abbiamo notato ne sono emerse delle altre (B4). Su tutte spiccava quella di un “Vantaggio Cosimino”, con la data: “2-11-950” (fig. 10). Anche in questo caso si tratta di un signore non più in vita e salvese.

    Fig. 10 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Vantaggio Cosimino/2-11-950. Foto di Sandra Sammali.

    Il 2 novembre del 1950, dunque, i tre amici (Luigi, Francesco e Cosimino), hanno deciso di esplorare Grotta delle Fate. Questo era almeno il quadro che emergeva da quanto riscontrato sulle pareti di un ambiente della voragine. Indagini più accurate, svolte una volta rientrati in paese, ci hanno permesso di ricostruire, nel suo complesso, questa pagina di storia salvese, grazie soprattutto al fondamentale apporto di Umberto Lecci (ingegnere originario di Salve ma che vive a Roma), che ci ha fornito un importante fotogramma (fig. 11). Lo stesso ritraeva suo padre (il compianto prof. Alfredo Lecci) assieme agli altri protagonisti di quella meravigliosa avventura, fra i quali vi era il signor Mosè Lezzi (classe 1927), all’epoca (estate del 2016) ancora in vita, che ci ha raccontato l’intera vicenda. La foto era stata ovviamente scattata dal signor Luigi Ciullo.

    Fig. 11 – I cinque intrepidi salvesi, che hanno perlustrato Grotta delle Fate il 2 novembre del 1950. Fra essi vi sono Luigi Ciullo (autore della foto), Mosè Lezzi e il prof. Alfredo Lecci.

    Mosè ci racconta di come sono partiti quantomeno in una cinquantina da Salve (fig. 12). Particolare questo che ci lascia a bocca aperta, considerando le sole tre firme individuate sulle pareti interne dell’invaso carsico e riferibili a questa esperienza. Tutti procedevano a piedi, ci dice Mosè, e qualcuno in bici: fra questi vi era lui. Ci dice anche che nell’occasione forò la ruota ma che dovette comunque “carisciarla” (portarla) con sé sino alla meta e che “eravamo una vera e propria mandria che camminava lungo la via del mare”. Ci tiene poi a precisarci che vi prese parte praticamente tutto il paese. Considerando che vi era quasi un giovane per ogni famiglia. Vi erano, inoltre, persone di ogni estrazione sociale: da un giovane medico ai contadini, dagli artigiani ad un fotografo oltre ad alcuni studenti universitari.

    Fig. 12 – Alcuni fra coloro che presero parte all’avventura del 2 novembre del 1950, ritratti da Luigi Ciullo nei pressi della voragine. Archivio fotografico privato del Signor Antonio Vantaggio. 

    Gli chiediamo poi a chi venne l’idea e come mai scelsero una data così particolare per vivere quell’esperienza. Ci dice che l’idea partì per caso, non ricorda da chi, in una delle “riunioni” serali di paese fra giovanotti, che non avevano a disposizione né cinema, né tv, né android, né qualsivoglia svago 2.0. Ci dice che furono in pochi a decidere di intraprendere questa avventura ma che poi la notizia si sparse a macchia d’olio e che giunsero, in men che non si dica, alla suddetta ed incredibile cifra.

    Riguardo al giorno scelto (la commemorazione dei defunti) ci riferisce che non era vissuto come quello di qualsiasi altra festa paesana: ad esempio quella in onore dei Santi patroni. Bastava recarsi in chiesa o al cimitero, per onorare la loro memoria, per sentirsi liberi da ogni ulteriore vincolo morale/religioso. E fu proprio così che agirono; al mattino si recarono ad ascoltare la messa e nel primo pomeriggio erano tutti in fila in direzione SO: verso il mare. L’alto numero di partecipanti servì a farsi coraggio reciprocamente, considerando che l’avventura, che si apprestavano a vivere, non era della più semplici e che non vi erano precedenti in tal senso, a memoria dei partecipanti.

    Buona parte dei presenti non credeva nelle fate o almeno questo faceva trapelare agli altri, forse per non essere presa in giro. Tutti si dicevano solo curiosi di esplorare quella cavità così fitta di mistero. Non si misero alla ricerca né del tesoro né delle pepite d’oro, in quanto non erano nemmeno al corrente della relativa leggenda.

    Una volta giunti nei pressi dell’inghiottitoio vi fu una prima scrematura. La paura iniziò a farsi sentire, alcune gambe iniziarono a tremare e i cuori a pulsare sempre più forte. Stando a quanto ci riferisce Mosè, i più dichiaravano di avere il terrore dell’eventuale presenza di spiriti malefici al suo interno, alcuni addirittura del demonio in persona. Avrebbero volentieri tenuto nascosto queste loro legittime debolezze ma furono messi spalle al muro dalla realtà dei fatti. In molti, pertanto, preferirono rinunciare ad intrufolarsi nella voragine.

    Appena entrati “imu vardátu all’aria” (abbiamo guardato all’insù), mi dice Mosè, essendo l’ambiente molto più grande di quanto ci aspettavamo. “No sapívane addhú érene scíre” (non sapevamo dove dirigerci) continua, finché uno di noi non ha detto: “Vagnóni! A quái nc’é na carótta!” (ragazzi, qui c’è un buco). Si riferiva al pozzetto che si sviluppa a SE, a qualche decina di metri dall’ingresso, ma ad una quota più bassa (A4).

    Non avevano portato corde con loro e come fonti di illuminazione avevano una batteria di autovettura collegata ad una lampadina, che però non fu molto utile alla causa ed una grossa lampada ad acetilene presa in prestito da qualche pescatore, forse presente tra i cinquanta. Questa era sufficiente ad illuminare a giorno tutto il primo ampio ambiente ipogeo. Calatisi nel pozzetto si sono ritrovati nell’angusto passaggio dove occorre procedere carponi, caratterizzato dalla presenza di qualche grande blocco crollato al suolo, che ha conservato numerose firme incise (B1). Erano tutti molto eccitati, qualcuno forse un po’ impaurito, quando è accaduto l’inaspettato.

    Non si sa bene il perché ma sta di fatto che la lampada si è spenta ed il buio, in un attimo, ha avvolto tutti i presenti. Il panico è regnato sovrano. Alcuni lo hanno manifestato apertamente, altri se lo sono tenuto stretto nel chiuso del loro cuore. Pochi istanti dopo una voce ha rotto il silenzio, la più autorevole presente in quell’ambiente: quella di un giovane medico. Ha chiesto senza esitazioni e con fermezza: “Ci tene nu póspuru an póscia?”(chi ha un fiammifero in tasca?). Seguirono degli attimi di vero panico. Se nessuno avesse avuto un fiammifero a portata di mano, sarebbe stato impossibile percorrere l’accidentata via del ritorno, risalendo il pozzetto fra l’altro, quantomeno nell’arco di poche ore, finché cioè non fosse giunto qualcuno in loro soccorso dall’esterno.

    Fra la concitazione generale, finalmente, uno dei presenti estrasse un fiammifero dalla tasca. Mosè non ricorda chi fu ma di certo si è trattato di un fumatore, che la Provvidenza aveva fatto sì che fosse con loro in quel particolare pomeriggio d’autunno. La fiammella si riaccese immediatamente ed illuminò i visi sbiancati dalla paura dei presenti. Vi fu un gran sospiro di sollievo collettivo ma nonostante ciò la paura, che si era ormai instillata nei cuori di alcuni fra i presenti, suggerì loro di abbandonare mestamente l’ambiente ipogeo. Si assistette, dunque, ad un’ulteriore scrematura dei cinquanta con i quali aveva avuto inizio quest’avventura. Costoro guadagnarono l’uscita e la luce del sole, rassicurati dal fatto che, almeno lei, non li avrebbe di certo traditi. Rimasero così solo in sei a proseguire l’avventura. Si tratta dei cinque ritratti in foto (fig. 11), cui vi è da aggiungere il fotografo: “lu Luigi Ciullo Mozzacane”.

    In quel ramo dell’inghiottitoio giunsero nella sala più interna, quella dalle candide pareti, dove apposero le firme e scattarono la “famosa” foto (B2). Tornarono poi nel primo ed ampio ambiente e da lì proseguirono nell’altro braccio della voragine (C). Ricorda poco Mosè di quest’ultimo, se non che è stato l’unico ad aver avuto il coraggio di intrufolarsi nei lunghi e stretti cunicoli che ne caratterizzano la parte finale, almeno finché ha potuto (D).

    “Prima di noi entrarono altri nella grotta”, ci dice Mosè. “Ricordo bene che me ne parlò in seguito mesciu Totu Siciliano” mentre altri, continua, “mi dissero che all’interno della grotta c’era na ‘cchiatura e che, per poterla recuperare, occorreva recarsi lì con una bella signorina nuda”. Ovviamente non riuscirono a trovare nessuna donna disponibile e del tesoro non se ne seppe più nulla. I pochi temerari rimasti all’interno della cavità, fatto quello che avrebbero dovuto fare, si avviarono soddisfati ed inorgogliti verso l’uscita. Ma mancava ancora un pizzico di pepe finale a quest’avventura.

    Una volta fuori furono accolti dai curiosi, che li avevano aspettati sino a quel momento, nonostante l’attesa fosse durata almeno un paio d’ore. Li subissarono di domande: smaniavano dalla voglia di sapere per filo e per segno cosa nascondesse quel misterioso anfratto. Altri, invece, avevano desistito e si erano avviati col broncio verso il paesello. Qualcuno più accorto, però, si accorse che mancava ancora una persona all’appello. Il mormorio generale, infatti, fu rotto da un perentorio: “E lu Mozzacane addhù stane?” (dov’è Mozzacane?).

    Luigi Ciullo, il fotografo, non era ancora emerso alla luce del sole. Lo stesso, ciondolando sull’uscio, urlò a squarciagola verso l’interno: “Mozzacane!”, “Mozzacane!”. Ma di Luigi si erano perse le tracce. Il tutto durò giusto il tempo che i presenti iniziassero a preoccuparsi sul serio, perché dopo pochi minuti si vide sbucare la sagoma di Luigi dall’imbocco della cavità tra il sollievo di tutti. Con una mano reggeva la macchina fotografica mentre con l’altra, fra lo stupore collettivo, il suo cappello che, per l’occasione, era ricolmo di pipistrelli recuperati, loro malgrado, sulla volta del primo ambiente ipogeo.

    In paese e non solo, nei giorni seguenti, la loro esperienza era sulla bocca di tutti. Ognuno ne raccontò un resoconto alla propria famiglia. Il fascino e la curiosità che aleggiavano attorno a Grotta delle Fate avevano già allora varcato gli stretti ambiti paesani. L’unica verità incontrovertibile che i coraggiosi protagonisti riuscirono a raccontare fu quella che all’interno della voragine non vi era  nulla di particolarmente prezioso ed interessante, a dispetto di favole e leggende.

    Mosè, purtroppo, ci ha lasciati nel gennaio del 2018 e a lui vogliamo dedicare questo articolo.

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    Bibliografia 

    N. Febbraro, M. Piccinni “Salento Sottoterra – Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“, con i contributi di Stefano Margiotta, Stefano Calò, Stefano Cortese, Antonia Belgiorno, Libellula Edizioni, Tricase 2018.

  • “SALENTO SOTTOTERRA. ARCHEOLOGIA, GEOLOGIA, STORIE E LEGGENDE DELLA GROTTA DELLE FATE”

    “SALENTO SOTTOTERRA. ARCHEOLOGIA, GEOLOGIA, STORIE E LEGGENDE DELLA GROTTA DELLE FATE”

    L’Associazione Culturale Archès ed il Gruppo Speleologico Tricase, con il patrocinio ed il sostegno economico della Città di Salve, hanno curato il progetto che ha portato il 17 novembre del 2017 alla pulizia dell’invaso carsico denominato Grotta delle Fate ed alla pubblicazione del volume “Salento Sottoterra. Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“.

    Il progetto editoriale (Libellula edizioni, Tricase) è a cura di Nicola Febbraro e Marco Piccinni e consta delle preziose collaborazioni di: Stefano Margiotta (geologo), Stefano Calò (archeologo), Stefano Cortese (storico dell’arte) e Antonia Belgiorno (geologa).

     Il volume si avvale anche dei patrocini non onerosi della Regione Puglia (Assessore all’Industria Turistica e Culturale), della Società Speleologica Italiana e della Federazione Speleologica Pugliese.

    La pubblicazione, frutto di due anni di ricerche sul campo e bibliografiche, analizza il fenomeno carsico e antropologico del Salento leccese, dei suoi inghiottitoi naturali e delle sue grotte, con un occhio di riguardo per Grotta delle Fate (Salve), inquadrata dai punti di vista archeologico, geologico, speleologico, antropologico e aneddotico.

    Il volume è stato presentato domenica 6 Maggio alle ore 19:00 presso la sala conferenze di Palazzo Ramirez (Piazza Concordia, Salve).

    Contributo: 25 €
    Editore: Libellula Edizioni (Tricase)