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  • Salve: Una storia millenaria

    Salve: Una storia millenaria

    L’Associazione culturale Archès, con competenze archeologiche, storiche, artistiche e antropologiche, vi condurrà alla scoperta dei borghi più belli e autentici del Salento e dei colori, profumi, visioni e saperi del paesaggio rurale del Salento.

    mercoledì  6, 13, 20, 27 agosto 2025

    ore 16.30 – Salve: Una storia millenaria

    Le tracce dell’uomo nel territorio di Salve sono molto antiche e numerose. Il suo paesaggio è rigoglioso di vegetazione con uliveti e canneti alimentati da un ruscello d’acqua perenne. Nel corso dell’escursione visiteremo testimonianze diverse e affascinanti raccontate dai nostri archeologi, tra cui una grotta preistorica frequentata 70.000 anni fa, un tumulo funerario, dei monumenti della civiltà contadina. Info e prenotazione obbligatoria: 340-5897632.

    Prenotazione entro le 12 del giorno stesso dell’escursione

  • Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    Acque effimere. Sorgenti, canali, stagni temporanei nel basso Salento

    di Marco Cavalera
    Il Salento tra Uomo e Natura

    La siccità, la terra arida e l’aspra roccia calcarea hanno da sempre messo a dura prova la resistenza delle comunità che hanno abitato il Salento. L’ambiente tuttavia, pur nel suo aspetto ostile, ben accoglie chi è disposto a lottare per viverci. La terra rossa, simbolo di un paesaggio che si surriscalda sotto il sole cocente, si mescola con la poesia della sua attesa delle piogge, che sono viste quasi come una benedizione che allevia il peso di un’avversa condizione.

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    L’uomo e la natura sembrano quasi danzare su una linea sottile, un confine che non è mai del tutto definito, ma che costantemente sfuma tra la civiltà e l’istinto primordiale. La natura, aspra e selvaggia, rappresenta una forza che sfida l’uomo, ma allo stesso tempo lo alimenta, lo nutre e lo mette alla prova. In questo scenario, la “civilizzazione” non è mai separata da questa lotta con l’ambiente: anzi, la sua stessa esistenza è costruita su un rapporto di continua resistenza e adattamento.

    Le abitazioni, le coltivazioni e le tradizioni non sono altro che testimonianze di questa sfida quotidiana, dove l’uomo, pur con la sua capacità di trasformare l’ambiente, non riesce mai a sottomettere completamente la terra. È come se il legame con la natura fosse indelebile, una sorta di richiamo primordiale che l’uomo non può ignorare, ma che non vuole nemmeno perdere. E così, nella durezza della terra e nel caldo inclemente del sole, l’uomo trova il suo posto, ma anche il suo limite: l’assenza di acqua superficiale completa le difficoltà.

    L’acqua e il Salento

    Il territorio salentino, pur essendo caratterizzato da una media annua di circa 700 millimetri di piogge, presenta una rete idrografica superficiale scarsamente sviluppata. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui la geologica del suolo e la sua morfologia. Le rocce permeabili, infatti, favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, impedendo la formazione di fiumi o corsi d’acqua superficiali significativi. Inoltre, la debole inclinazione del terreno contribuisce a rallentare il deflusso delle acque, che invece di scorrere in superficie, tendono a filtrare nel sottosuolo.

    Questo assetto idrografico particolare è una delle ragioni per cui, nonostante le piogge annuali, il paesaggio appare così asciutto e arido. La scarsità di corsi d’acqua superficiali ha anche un impatto sulle coltivazioni e sull’agricoltura, che dipendono in gran parte dalle risorse idriche sotterranee e dalla gestione delle acque piovane.

    L’acqua, quindi, diventa un bene prezioso, custodito e sfruttato con attenzione.

    Fin dall’antichità, la popolazione locale ha sviluppato dei sistemi ingegnosi per raccogliere e conservare le scarse risorse idriche. Le prime evidenze di queste pratiche risalgono all’età romana, quando l’ingegneria idraulica avanzata veniva applicata anche in queste terre, apparentemente lontane dai grandi centri urbani dell’Impero.

    Le vasche per l’approvvigionamento idrico, chiamate anche cisterne o pozzi, erano strutture scavate nel terreno o costruite in muratura, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana. Questi impianti venivano posizionati strategicamente per sfruttare le piogge stagionali e permettere alla popolazione di avere acqua disponibile durante i periodi di siccità. Le cisterne erano spesso collegate a canali di raccolta che convogliavano l’acqua piovana dalle superfici circostanti direttamente nelle vasche.

    Queste, di solito ubicate nei pressi delle ville rurali o delle tenute agricole, erano spesso coperte per evitare l’evaporazione. Le stesse continuavano a essere utilizzate nei secoli successivi, adattandosi alle necessità mutevoli del territorio, ma mantenendo una radice profonda nelle pratiche sviluppate dai romani.

    Queste strutture sono ancora oggi visibili, sebbene molte siano in stato di abbandono, testimoniando un’eredità antica che continua a influenzare la vita del Salento.

    Vasche di raccolta d’acqua in età romana. Il “Cisternale” di Vitigliano

    La cisterna monumentale, ai piedi della collina nella periferia nord-occidentale di Vitigliano, rappresenta un eccezionale esempio di ingegneria idraulica dell’antichità, che testimonia l’importanza dell’approvvigionamento idrico per le comunità rurali del Salento, in particolare in periodi di siccità. Scavata nel banco di roccia, ha una capacità straordinaria, in grado di contenere oltre 162.000 litri d’acqua. La struttura, lunga 12,30 metri e larga 3,05 metri, è sostenuta da pilastri di pietra che sorreggono una copertura di lastre, sormontate da capitelli a forma di piramide rovesciata  (fig. 1, 2).

    Fig. 1: “Cisternale” di Vitigliano.

    Fig. 2: “Cisternale” di Vitigliano (particolare dei pilastri e delle lastre di copertura).

    La presenza di gradini e cavità circolari suggerisce che la cisterna fosse alimentata sia dalle acque di deflusso pluviale tramite canali di scolo, che da eventuali falde acquifere sotterranee. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dei criptoportici romani, che erano usati per creare spazi coperti e protetti per conservare l’acqua in modo sicuro e duraturo. La cisterna non serviva soltanto un nucleo familiare, ma una comunità rurale più ampia, dedita all’agricoltura e all’allevamento, che esportava i propri prodotti in tutto il bacino del Mediterraneo.

    Gli studiosi hanno formulato diverse ipotesi riguardo alla sua datazione e funzione. Cosimo De Giorgi ipotizzò che la cisterna fosse stata inizialmente utilizzata come ipogeo (tomba sotterranea) prima di essere riadattata per la raccolta dell’acqua, mentre Pasquale Maggiulli suggerì che potesse risalire all’età del Ferro, attribuendole una funzione sepolcrale iniziale. L’archeologo Adriano Prandi, invece, ritenne che la struttura di età romana, dato l’uso di un intonaco impermeabile di cocciopesto e le dimensioni dei blocchi di copertura, che corrispondono al piede romano (29,6 cm).

    In ogni caso, la cisterna aveva una funzione cruciale nel garantire l’approvvigionamento idrico durante tutto l’anno, anche nei periodi di siccità, assicurando un flusso costante d’acqua per gli insediamenti agricoli e rurali situati tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi e Ortelle, dove sono stati individuati numerosi siti di piccole e medie dimensioni risalenti all’età romana e tardo antica. La presenza di simili strutture in tutta la regione salentina e nelle aree limitrofe, come nel tarantino e nel brindisino, rafforza l’idea che la gestione dell’acqua fosse una questione fondamentale per l’efficienza agricola e la prosperità delle comunità.

    L’esistenza di vasche per la raccolta dell’acqua piovana è una caratteristica distintiva degli insediamenti rustici romani, soprattutto quelli dedicati alla produzione agricola.

    Nel tarantino (nella Masseria Fontana), nel brindisino (nella Masseria San Giorgio), e nel leccese, dove è stata individuata una serie di cisterne a Morciano di Leuca, nella località Concagnane (fig. 3, 4). Si tratta di insediamenti, spesso situati lontano dai grandi agglomerati urbani, che dipendevano da sistemi idrici autonomi, costruiti per garantire una fornitura continua di acqua potabile e per l’irrigazione delle coltivazioni.

    Fig. 3, 4: alcune cisterne rinvenute in loc. Concagnane a Morciano.

    In età medievale e moderna

    Il problema della gestione della raccolta delle acque è rimasto un aspetto centrale anche in età medievale e moderna, continuando a influenzare le modalità di vita e di organizzazione degli insediamenti.

    Due esempi significativi si trovano nei pressi di Masseria Don Lattanzio, a Cutrofiano, e a Macurano, nel comune di Alessano (fig. 5, 6). In entrambi i casi, si tratta di testimonianze di canalizzazioni e cisterne che suggeriscono una continua attenzione alla gestione dell’acqua. A Cutrofiano, in particolare, sono stati rinvenuti sistemi di canalizzazione che raccoglievano e convogliavano l’acqua piovana verso una cisterna semi ipogeica.

    Fig. 5, 6: sistemi di canalizzazione acqua in una masseria di Macurano.

    In alcuni casi, a Macurano, sono state utilizzate come vasche delle presunte tombe di età più antica (fig. 7). Questa pratica di riutilizzo di strutture funerarie come serbatoi d’acqua evidenzia non solo una continuità di utilizzo del territorio, ma anche la capacità delle comunità medievali e moderne di adattarsi alle necessità quotidiane, sfruttando le risorse già esistenti in modo pragmatico.

    Fig. 7: cisterna ricavata in una presunta tomba nelle campagne di Macurano.

    Le cisterne medievali e moderne sono quindi una testimonianza di un’eredità che parte dall’antichità e si perpetua nel tempo, con l’adattamento delle strutture preesistenti a nuove funzioni.

    Sorgenti e torrenti naturali nel territorio dei Fani (Salve)

    Nel territorio di Salve esempi di sistemi idrici sono rappresentati dai canali Tariano (fig. 8), Fano (fig. 9) e Muscio.

    I canali Muscio e Tariano sono a regime pluviale e si attivano principalmente in seguito alle precipitazioni. Questo significa che il flusso d’acqua dipende dalle piogge stagionali e dalla loro intensità.

    Fig. 8: fondo del Canale Tariano (Salve).

    Al contrario, il Canale Fano, nel suo ramo occidentale, si distingue per la presenza di un ruscello perenne, alimentato da sorgenti di acqua dolce. La principale fonte di approvvigionamento per questo ruscello è una piccola grotta scavata nel calcare, situata lungo il versante orografico sinistro, a circa 200 metri a valle della Masseria Fano. La sorgente che alimenta il ruscello ha una portata che può variare notevolmente a seconda delle stagioni: durante la stagione delle piogge, la portata media della sorgente è di circa 100 litri al minuto. Tuttavia, nel periodo estivo, quando la disponibilità di acqua nelle falde è ridotta, la portata della sorgente diminuisce drasticamente, fino a diventare quasi nulla, a causa della scarsità di piogge e della naturale riduzione delle falde acquifere.

    Fig. 9: ruscello del Canale Fano (marzo 2022).

    Questo contrasto tra i due canali evidenzia come, nel Salento, l’approvvigionamento idrico possa dipendere da diverse fonti e modalità di raccolta: da un lato, attraverso canali a regime pluviale come il Canale Muscio, e dall’altro, l’approvvigionamento da sorgenti come quello del Canale Fano. La gestione delle risorse idriche in queste aree continua a essere una sfida, in quanto dipende fortemente dalle precipitazioni e dalle condizioni ambientali, con impatti diretti sulle attività agricole e sulla vita quotidiana delle popolazioni locali.

    L’acqua e la morte. Un tragico evento a Salve nel 1615

    A Salve nel 1615 si verificò un evento straordinario, in cui purtroppo perse la vita una giovane fanciulla. La notizia è riportata da padre Luigi Tasselli nell’opera “Antichità di Leuca” (Lecce 1693):

    “l’anno 1615 superchiarono tanto le piogge e l’acque la nostra Provincia, ed in specialità tutto questo Capo salentino, che le profonde voraci e maravigliose di Barbarano si empirono tutte a dismisura; ed in Salve crescendo fuori di modo le acque, in luoco non basso ma alto, si avanzarono otto palmi, per le quali affogata rimase una donzella in età di 10 anni“.

    L’evento descritto da padre Luigi Tasselli si riferisce a una straordinaria inondazione che colpì il Salento nel 1615, in particolare l’area di Salve, uno dei comuni più meridionali della provincia di Lecce. Secondo la testimonianza, le piogge eccezionali di quell’anno provocarono un innalzamento anomalo delle acque, che superarono livelli mai visti prima, mettendo in ginocchio il Capo di Leuca.

    Il testo riporta con grande drammaticità come a Salve, in località Ortomasciu, le acque salirono di ben otto palmi (circa 2 metri), allagando vaste aree (fig. 10, 11). L’evento fu così tragico da causare la morte per annegamento di una giovane fanciulla di soli 10 anni. Questo episodio evidenziava le potenzialità devastanti delle precipitazioni abbondanti che, in mancanza di un efficace sistema di drenaggio o protezione, potevano provocare danni significativi.

    Il racconto di padre Tasselli, infatti, non è solo una testimonianza della forza incontrollata degli elementi, ma anche una riflessione sulla fragilità delle comunità rurali e sull’importanza della gestione dell’acqua. L’evento del 1615 rimane una delle numerose storie che sottolineano il legame tra l’uomo e l’ambiente, e la costante tensione tra la necessità di sfruttare le risorse naturali e la vulnerabilità alle forze della natura.

    Fig. 10, 11: loc. Ortomasciu (Salve) a seguito di forti precipitazioni.

    Stagni temporanei nel Salento. Il comprensorio dei “Paduli”

    Il comprensorio dei Paduli si estende su un’area che coinvolge 12 comuni salentini, tra cui Specchia. Si tratta di un territorio in cui scorrono numerosi canali a carattere pluviale, che giocano un ruolo fondamentale nel raccogliere le acque meteoriche provenienti dalle precipitazioni (fig. 12, 13, 14, 15). Questi canali non sono permanenti, ma si attivano principalmente durante le piogge, raccogliendo l’acqua che altrimenti defluirebbe rapidamente. La geomorfologia favorisce la formazione di stagni temporanei, che possono persistere anche per settimane o mesi. Questi acquitrini hanno una grande importanza ecologica, poiché offrono rifugio e nutrimento a numerose specie di flora e fauna idrofile e di uccelli migratori.

    Pertanto la presenza di zone umide nel comprensorio dei Paduli favorisce una ricca biodiversità, con la presenza di piante acquatiche, anfibi, insetti, uccelli e altri animali che dipendono da questi habitat per la loro sopravvivenza. Questi spazi naturali sono quindi un patrimonio ecologico che necessita di essere protetto e conservato, anche in considerazione dell’intensificazione delle attività agricole e urbanistiche che minacciano questi delicati ecosistemi.

      

    Fig. 12, 13, 14, 15: stagni temporanei nel territorio di Specchia.

    Le acque di Miggiano

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che questo abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dall’età dei metalli, si sono stanziati nel comprensorio. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”.

    Fig. 16, 17, 18, 19: stagni temporanei nel territorio di Miggiano.

    La Padula Mancina (Montesano Salentino)

    L’area di Padula Mancina, situata a nord-ovest di Montesano Salentino, rappresenta uno degli ultimi residui di un’ampia palude che un tempo caratterizzava la zona. Questa area acquitrinosa ospita una serie di elementi di grande interesse naturalistico, tanto da costituire un habitat ricco di biodiversità (sito a interesse comunitario).

    La palude ora è ridotta ad uno stagno di modeste dimensioni, con una superficie di circa 2,5 ettari (fig. 20, 21).

    Nonostante la siccità che ha ridotto in parte l’estensione della palude originale, Padula Mancina rimane una testimonianza importante del passato acquitrinoso della territorio e rappresenta una risorsa ecologica di grande valore. L’area continua a essere un rifugio per una varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali legate agli ambienti umidi e che trovano qui un habitat ideale, da proteggere e tutelare.

    Fig. 20, 21: Padula Mancina (Montesano Salentino).

    Per approfondire i progetti di studio e valorizzazione della Padula Mancina, si consiglia la visione del documentario “Le acque effimere di Padula Mancina. Storie di stagni mediterranei nel Salento”. Una produzione Manu Manu Riforesta! – di Bruna Rotunno e Ada Martella.

    Bibliografia:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nel territorio di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase, 2009.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione” , Tricase, 2011.

     

  • IL LAGHETTO ARTIFICIALE NEL CANALE FANO A SALVE (LECCE)

    IL LAGHETTO ARTIFICIALE NEL CANALE FANO A SALVE (LECCE)

    di Nicola Febbraro

    Ci sono storie, che si fa fatica a credere che siano realmente accadute, nelle quali la fantasia sembra rincorrere la realtà e viceversa.

    Brevi cenni geomorfologici 

    Nel corso degli ultimi milioni di anni, dapprima un corso d’acqua e poi il mare hanno scavato e dato forma, nel territorio di Salve, estremità Sud-occidentale del Capo di Leuca, all’avvallamento di un piccolo canyon: il Canale Fano (fig. 1).

     Fig. 1. Il territorio dei Fani con le due gravinelle (foto di G. Negro).

    La piccola gravinella è un’incisione articolata, che si sviluppa lungo due rami pressoché paralleli, che si approfondiscono di almeno 20 metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, noto come Canale Fano, ha un andamento pressoché rettilineo nel primo tratto, sino alla Grotta delle Fate, laddove si congiunge con il ramo orientale, denominato Taviano-Fano, noto localmente con il nome di Canale Tariano. Quest’ultimo ha origine poche centinaia di metri a NE dalla località Sorgente Pozziche, nel territorio del Comune di Presicce (fig. 2).

    Fig. 2. Grotticella da cui sgorga la sorgente “Pozziche”. 

    Il suo percorso, pressoché rettilineo nel suo tratto iniziale, devia verso sud nei pressi della Masseria Serrazza e, dopo tre ampi meandri, si congiunge con l’altro ramo. Il Canale Fano, nei pressi della Grotta delle Fate, assume una direzione N-S sino alla piana costiera in località la Cabina.

    L’acqua e la roccia

    Riguardo ai fenomeni carsici, cui è da attribuire la presenza di un ruscello perenne nel fondo del piccolo canyon, raramente hanno permesso lo scorrimento di acqua in superficie nel Salento. Il tutto a causa della costituzione calcarea della stragrande maggioranza delle formazioni rocciose ivi presenti.

    L’azione chimica e meccanica delle acque piovane circolanti in superficie, infatti, perpetrata su rocce idrosolubili, come quelle calcaree, ha fatto sì che nei millenni si creasse il tipico paesaggio carsico, privo di idrografia di superficie e per contro ricco di grotte, doline, inghiottitoi, caverne, pozzi naturali, che hanno alimentato una ricca circolazione idrica sotterranea.

    È proprio in località Fano, nel territorio di Salve, che sono state censite  alcune delle pochissime sorgenti di acqua dolce subaeree presenti a livello salentino. L’area è caratterizzata da polle d’acqua perenni, la cui portata media, almeno nel caso della sorgente ubicata nel fondo del canyon ed a breve distanza in linea d’aria dalla Masseria Fano, è di circa 100 litri al minuto (fig. 3).

    Fig. 3. Sorgenti e torrenti di acqua dolce nel territorio dei Fani.

    La sorgente del Fano è stata inclusa in un elenco, redatto dalla Provincia di Lecce (grazie ad un’apposita legge e a vari decreti a partire dal 1884), di 16 fonti di acqua per le quali “l’uso deve essere concesso per le derivazioni di acque pubbliche” (Fosso dei Samari a Gallipoli, Fiume Idro e Lago Alimini Piccolo ad Otranto, Canale Rauccio a Lecce, ecc.).

    Una frequentazione molto antica

    Animali ed esseri senzienti da tempo immemore hanno calcato questi luoghi, ricchi di risorse atte a soddisfare la dignitosa vita di gruppi umani dapprima errabondi e poi stanziali. Si è passati così dai Neanderthal ai Sapiens, dalle grotte ai villaggi, dalla caccia all’agricoltura, dai villaggi di capanne alle cittadine fortificate, dai riti ancestrali ai luoghi di culto cristiani, dalle masserie fortificate e i pirati ai duri lavori agricoli e alle pajare (fig. 4), dagli elefanti in carne ed ossa a quelli “vegetali”, fatti di tronchi e rami secchi rivestiti di foglie e fiori infestanti (ipomea indica): la cosiddetta e ricercatissima “Valle degli EleFàni o Elefanti” (fig. 5).

      Fig. 4. Complesso di pajare sulla collina di Spigolizzi.

    Fig. 5. La valle del canale Fano con gli alberi di ulivo ricoperti dall’ipomea indica. 

    Una ricchezza di frequentazione preistorica, protostorica e storica, accertata da decenni di ricerche archeologiche (sia di superficie che per mezzo di scavi stratigrafici); un’area sfruttata nei secoli a scopi agricoli e, solo di recente, anche per altre finalità. Risale a circa 16 anni fa, a titolo d’esempio, l’organizzazione di un rave party illegale (fig. 6).

    Fig. 6. Foto del rave party ai Fani (fonte: www.salveweb.it). 

    Una storia scoperta (quasi) per caso: il laghetto artificiale e la summer school di Dan Paich 

    Si favoleggiava da tempo, peraltro, su quanto fosse qui accaduto nel corso degli anni ’70 del secolo scorso, per più anni consecutivi e sempre d’estate. Le favole poi sono diventate storia, le ninfe donne in carne ed ossa e si sono materializzati i maghi, ma sotto le spoglie di artisti in erba o già maturi, architetti e musicisti.

    Un articolo rinvenuto quasi casualmente in rete ci ha permesso di delineare questa incredibile pagina della millenaria storia del piccolo canyon.

    Slobodan Dan Paich è un artista nato in Jugoslavia  e vissuto prevalentemente fra l’Inghilterra (dove ha insegnato Storia dell’ Arte a Londra) e gli USA in California. Vinse il concorso francese “Idee per un edificio che promuove l’apprendimento permanente” e divenne il presidente/direttore degli “Studi del Villaggio Educativo della Fondazione Fano” e della “Scuola Estiva Internazionale d’Arte” tenutasi, proprio nel Canale Fano, dal 1975 al 1980 (fig. 7). L’invito giunse dall’allora proprietaria della Masseria Fano e dei fondi ad essa annessi: la baronessa Maria Vittoria Colonna-Winspeare.

    Fig. 7. Alcune fasi della “summer school” ai Fani (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    I partecipanti, nel corso di cinque estati consecutive, ripristinarono le costruzioni a secco presenti in zona, nelle quali vivevano, costruirono una capanna usando tecniche primitive, recuperando materiali naturali, e realizzarono un laghetto artificiale. Queste le parole di Slobodan a riguardo: “È un esperimento di convivenza, in una comunità di apprendimento, che si sfida ricostruendo tutto come da capo” (fig. 8).

    Fig. 8. Alcune fasi della costruzione della capanna primitiva

    (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    Il laghetto fu il frutto di tre anni di lavoro e fu reso possibile solo grazie alla presenza in zona, allora come oggi, del già citato ruscello perenne alimentato da acqua sorgiva. Questo fu temporaneamente deviato, giusto il tempo di scavare l’avvallamento di quello che sarebbe stato il futuro laghetto, di costruirne gli argini, prosciugarne ed impermeabilizzarne il fondo e realizzare due piccole dighe: una anteriormente e l’altra posteriormente al laghetto (fig. 9).

    Fig. 9. Alcune fasi della realizzazione del laghetto artificiale (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html). 

    Dopo tutta la costruzione, ogni traccia della mano umana, che aveva lavorato la terra divenne invisibile poiché i processi naturali abbondavano. Terminati i lavori, infatti, il lago era mimetizzato grazie alla piantumazione, nel corso degli anni, di varie piante autoctone. L’intenzione del suo ideatore  era che il lago divenisse un rifugio poetico lontano dal trambusto quotidiano (fig. 10).

    Fig. 1o. Le varie fasi di “costruzione del laghetto artificiale”. 

    L’epilogo

    Oggi non è possibile appurare se sia rimasta o meno traccia dei lavori, che hanno portato alla realizzazione del laghetto, in quanto la vegetazione spontanea ha completamente ricoperto l’area interessata dalla presenza dello stesso. Considerando la portata delle opere, è però facilmente immaginabile che siano ancora visibili. Il ruscello ha comunque ripreso a scorrere seguendo il suo corso naturale di superficie, tornando ad inabissarsi nelle falde freatiche sotterranee, immediatamente a valle rispetto al punto in cui sorgeva il laghetto.

    Opinabile o meno, si è trattato dunque di un intervento reversibile, che ha lasciato inalterato, a pochi decenni di distanza, un delicato e meraviglioso ecosistema, permettendo peraltro un fresco bagnetto ai frequentatori estivi dell’area in quell’epoca (fig. 11).

    Fig. 11. Il bagno nel laghetto (fonte: https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html).

    Nei paesi vicini, invece, la vita degli uomini continuava a scorrere come al suo solito e tutti (o quasi) ignoravano ciò che stava accadendo a breve distanza da loro.

    Bibliografia

    Febbraro (a cura di), “Archeologia del Salento”, Libellula Edizioni (Tricase, Lecce), luglio 2011 (prima ristampa luglio 2015, seconda ristampa luglio 2021).

    Sitografia

    https://slobodandanpaich.designspektrum.com/sdp_cv/fanofoundation.html

  • I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    I Fani di Salve, tra archeologia e natura

    Elefanti o alberi? Guardando questa foto, che abbiamo scattato l’anno scorso e che ha fatto il giro del web e di diverse testate, è difficile dare una risposta. Ciò che ci viene da pensare, però, è che “nulla è più certo del cambiamento”: il territorio e il paesaggio sono in continua evoluzione, e la natura sta facendo il proprio corso.


    L’ulivo, oramai secco e privo della sua chioma argentea, offre sostegno alle branchie vigorose ed invadenti dell’ipomea indica, che a sua volta, rivestendolo, sembra volergli restituire una nuova chioma verde.


    Domenica 30 ottobre, dopo un mese di pausa, riprenderemo il cammino tra questi “elefanti-alberi”, in una vegetazione rigogliosa che per secoli è convissuta con le attività umane: fornaci romane, paiàre, liame, insediamenti di messapica memoria.

    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2023.

    L’escursione verrà effettuata con guide abilitate ai sensi della L.R. 9/2016.

    E’ previsto un contributo di partecipazione.

  • Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Domenica 14 novembre, alle ore 9, andremo alla scoperta di uno dei territori più interessanti del Salento, dal punto di vista paesaggistico, archeologico e storico-culturale.

    Il paesaggio rurale di Salve, infatti, offre al visitatore uno spettacolo di inimmaginabile bellezza. Il Canale Fano, delimitato dalla dolce collina nota come Serra di Spigolizzi, si sviluppa lungo due rami paralleli che si approfondiscono di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, conosciuto come Canale Fano, si congiunge con il ramo orientale, denominato Tariano, nei pressi della mitica Grotta delle Fate. Si tratta di uno scorcio idilliaco, dalle molteplici peculiarità archeologiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche.
    Il percorso si snoda dal Canale Tariano – tra preistorici ripari, fornaci d’età romana, i ruderi di un antico frantoio, pajare, ulivi secolari e canneti – al limitrofo Canale Fano, con il suo ruscello alimentato da sorgenti, la sua grotta italo/greca affrescata, dove negli ultimi anni la natura ha preso il sopravvento e ha creato scenari inimmaginabili e meravigliosi.
    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2022.
    L’escursione si svolgerà nel rispetto delle normative anti-covid 19.