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  • La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    di Stefano Cortese 

    Fonti storiche

    Sulla strada che congiunge Sant’Eufemia ad Alessano, nei pressi di alcune vestigia archeologiche (in particolare carraie e tombe), sorge la cripta del Gonfalone, segnalata da un vistoso campanile a vela e dei corpi di fabbrica (fig. 1).

    Fig. 1 – esterno della cripta del Gonfalone. Foto di Alessandro Bianco

    L’invaso è stato scavato nel banco roccioso in epoca imprecisata: le datazioni proposte del bene infatti, oscillanti dall’VIII all’XI secolo, risultano essere senza alcun fondamento, in assenza di documentazione probante sia a livello documentario-archivistico, che a livello artistico.

    I diversi studiosi hanno inoltre asserito una dipendenza della cripta dall’abbazia di san Nicola di Casole o dall’abbazia di santa Maria del Mito, senza indicarne la fonte, anzi avanzando l’ipotesi di una presenza stanziale di un insediamento monastico in loco, forse tratti in inganno dai vetusti testi del Tasselli[1] e Arditi[2]; stando però a quanto riportato in un documento che ho scovato di recente nell’archivio vescovile di Ugento, nel 1615 era dipendenza dell’abbazia commendata del Mito: nella relazione ad limina di quell’anno infatti, trovo scritto che il monastero tricasino “habet amexa ecclesia de S.ta Maria de Confalone”[3].

    Maggiore documentazione è stata però rinvenuta nell’archivio diocesano di Otranto[4] in quanto una quota del casale di sant’Eufemia apparteneva vescovo di Otranto[5], ma non utile a chiarirci le origini della cripta e la sua intitolazione originaria, ancora oggi sconosciuta; l’attestazione alla Madonna del Gonfalone infatti, come sottolinea Accogli[6], dovrebbe essere legate alla influenza francescana e riportata solo dal 1586.

    Probabilmente già concepita a pianta centrale, come le probabili contemporanee chiese greche, l’invaso è sostenuto da una selva di colonne e pilastri, mentre la zona centrale è dominata dal piccolo altare “balaustrato”. Il sacello inquadra una icona della Madonna con Bambino attraverso un ovale circondato da ricche ornamentazioni vegetali di gusto seicentesco e culminante con un timpano triangolare (fig. 2).

    Fig. 2 – altare balaustrato con l’affresco della Madonna con il Bambino. Foto di Stefano Cortese.

    Gli affreschi

    A sinistra dell’altare, lungo la parete sud-ovest, sono presenti diversi affreschi cinquecenteschi: riscontriamo quella che per alcune fonti era una santa ignota, ma che l’iscrizione esegetica a sinistra e l’attributo della torre la fa identificare come santa Barbara (fig. 3); a seguire, un santa con palma del martirio e recante un vassoio con gli occhi, senza dubbio santa Lucia.

    Fig. 3 – Santa Barbara. Foto di Stefano Cortese.

    Un santo di piccola taglia, posizionato su un podio decorato a punta di diamante, divide il pannello della santa siracusana dalla grande scena palinsesto della Dormitio Virginis (fig. 4), o Koimesis[7].

    Fig. 4 – Dormitio Virginis. Foto di Stefano Cortese.

    Erroneamente identificata come una morte di san Bonaventura[8], forse perché tratto in inganno dal titolo mariano del Gonfalone di matrice francescana, in realtà alcune caratteristiche iconografiche non pongono dubbi sulla vera identità della scena. In basso innanzitutto, davanti al motivo a scacchiera tipico dell’epoca quattro-cinquecentesca, compare un angelo mentre recide le mani al sacerdote ebreo Ruben (o Josafa, a seconda della versione del vangelo), intenzionato in origine a rovesciare il catafalco della Vergine defunta; le mani gli verranno poi riattaccate su ordine di Pietro. Domina la scena la Vergine adagiata su un bianco lenzuolo, mentre vicina alla Stessa, insieme ai santi apostoli (di alcuni dei quali si riconoscono le identità grazie alle iniziali dei nomi inclusi nei nimbi[9]), compaiono due figure apparentemente fuori contesto: potrebbero essere san Giacomo, vescovo di Gerusalemme e Hieroteus, vescovo di Atene, secondo un retaggio iconografie bizantine.

    In realtà, nell’affresco preso in esame, compare la figura la figura pontificale, riconoscibile a personale avviso dalla tiara papale ancora conica, ma a 3 corone (quindi con un terminus post quem alla metà XIV secolo), identificabile probabilmente come san Pietro; sulla destra un’altra figura, probabilmente un vescovo, reca un aspersorio. In alto, il Cristo con alla sua sinistra l’eidolon, ovvero l’anima della Vergine.

    A seguire, si staglia il pannello della santa Maria Maddalena, nella sua solita iconografia con il cofanetto di mirra (fig. 5).

    Fig. 5 – Santa Maria Maddalena. Foto di Stefano Cortese.

    Procedendo, in un riquadro sotto la scialbatura, si intravede san Paolo. Dietro l’altare, in una nicchia rettangolare incassata nella parete, sono ubicate scene della Passione: sulla parete di sinistra, è campito un Cristo che sale al calvario, mentre nella parete di fondo è presente la Crocefissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista (fig. 6).

    Fig. 6 – affresco della Crocefissione (XVI secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Sullo sfondo, un paesaggio e una città turrita, mentre il soffitto è costellato da stelle dipinte ad otto punte[10]. La crocefissione, così come la Dormitio Virginis, risulta essere palinsesta: proprio nella porzione centrale risulta lampante un distacco della pellicola pittorica cinquecentesca e che svela la presenza di uno strato di pittura bizantina (XIII secolo?). Per scovare un’altra traccia di bizantinità, bisogna recarsi presso l’uscita posta a nord-est[11], dove sulla parete destra è posta una piccola figura campita su di un blocco, con nimbo perlinato: probabilmente è un Cristo Pantocratore (fig. 7). Il pessimo stato di conservazione non ci consente di avanzare ipotesi certe, ma la collocazione, l’accenno della croce dietro il nimbo e soprattutto il colore porpora dell’himation sembrano essere indizi di un certo peso.

    Fig. 7 – Cristo Pantocratore (affresco del XIII secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Alcuni confronti e considerazioni finali

    Alla luce delle attuali condizioni di conservazione della cripta, sarebbe ipotizzabile un utilizzo della cripta a funzione funeraria (e presumibilmente non monastica) a partire dal XIII secolo; non sarebbe peregrino immaginare la presenza di una tomba proprio dove si scorge quello strato di pittura bizantina sotto la Crocefissione.

    Dopo la prima fase bizantina quindi, riconoscibile ad oggi da questi piccoli indizi, è evidente la fase databile alla seconda metà del ‘400, quando probabilmente fu posto lo stemma del Pendinelli[12] all’esterno e campita la prima Dormitio assieme altri frammenti pittorici, tra cui probabilmente un santo vescovo benedicente alla latina, riconoscibile sul muro nord e che trova confronti con il sant’Eligio emerso di recente nella matrice di Tiggiano e lo stesso santo nella cripta della Coelimanna di Supersano e della Madonna della Scalella a Gallipoli.

    Altri frammenti pittorici sono sparsi, sotto le scialbature, nella cripte, ascrivibili in larga parte (almeno per quelli visibili), alle due campagne di decorazione cinquecentesche: con la prima metà del ‘500, una nuova frequentazione dell’invaso portò alla stesura di una nuova pellicola pittorica, a cui sono riferibili la grande maggioranza degli affreschi oggi visibili. I confronti maggiormente tangibili possiamo riscontrarli nella cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri, datata al 1525: qui sia nel ciclo agiografico, che nelle immagini votive in basso, possiamo evidenziare la presenza delle stesse figure e motivi decorativi[13], dovuti o all’utilizzo degli stessi cartoni, o alla presenza dello stesso frescante in entrambi i contesti (fig. 8).

    Fig. 8 – Confronti tra la cripta del Gonfalone e la cappella di santa Caterina dei Francescani Neri (Specchia). Foto di Stefano Cortese. 

    Prima della fase del ‘600, palesato dall’altare con icona e da architetture esterne, è visibile una fase di fine ‘500, forse da datare con precisione agli anni ’80 del XVI secolo, vista l’iscrizione dipinta lungo il dromos di accesso, in prossimità di una corona. A questa fase potrebbe appartenere la ricca decorazione fitomorfa alle spalle dell’altare, in particolare dei fregi che separano diversi pannelli, tra cui uno che divide la scene di vita di un santo, da un santo vescovo (fig. 9); questi fregi trovano i parallelismi con la chiesa di san Domenico ad Andrano (1561), con la chiesa di san Niceta in Melendugno (1569), con l’ex cappella della Madonna del Rosario a Melissano (1575)[14], con la chiesa matrice di Corigliano (1576), col cantiere di Felline presso la Madonna dell’Alto (1577) e la cattedrale di Otranto, in particolare sant’Antonio Abate e alcuni affreschi della cripta.

    Fig. 9 – Cripta del Gonfalone, motivo fitomorfo (fine XVI sec). Foto di Stefano Cortese.

    Solo il restauro delle campiture potrà svelare maggiori informazioni al fine di contestualizzare quello che ad oggi appaiono labili tracce pittoriche quasi nascoste sotto le incrostazioni; quei brandelli di affreschi, ci fanno comprendere la devozioni della popolazione e nello stesso tempo la mole di informazioni alla quale potremmo andare incontro, al fine di riscrivere una storia che a tutt’oggi si manifesta in tutta la sua lacunosità.

    Bibliografia e fonti archivistiche
    • ACV, Archivio vescovile di Ugento, Relazioni ad limina. Alessano (riproduzioni)
    • Accogli F., La cappella del Gonfalone (cap. I) in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Arditi G., Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879
    • Cortese S., “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012
    • Fonseca C. D., Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979
    • Musio S., La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Tasselli L., Antichità di Leuca, Lecce, 1693
    Note

    [1] L. TASSELLI, Antichità di Leuca, 1693

    [2] G. ARDITI, Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879, p. 532

    [3]  ARCHIVIO DIOCESANO UGENTO, Alessano. Relazioni ad limina, f. 428, 1615

    [4] F. ACCOGLI (a cura di), La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 79

    [5]  Solo in data 6.11.1988 avvenne il passaggio alla diocesi di Ugento, cosi come ricorda l’epigrafe in piazza s. Eufemia

    [6] F. ACCOGLI (a cura di), op. cit. p. 74

    [7] Una delle più antiche attestazioni di tale iconografia in provincia è presso la cripta di santa Marina a Miggiano; altre dormitio basso medievali possono essere riscontrate nel castello di Acaya, nel santuario della Lizza ad Alezio, nell’abbazia di Cerrate e quella poco conosciuta nella chiesa di santa Maria di Miggiano a Muro Leccese.

    [8]  C. D. FONSECA e altri, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979, pp.189-193; F. ACCOGLI, op. cit. p. 39

    [9] L’espediente è utilizzato soprattutto in alcune ultime cene della seconda metà del XIII secolo come in Casaranello e san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica; in C. D. FONSECA, op. cit. pp. 189, sono riportate le iniziali FI(lippo?) e A(ndrea?).

    [10]  Il motivo della stella ad otto punte è visibile nelle cripte basso medievali (XIII-XIV secolo) del Crocefisso di Ugento, nella cripta di san Michele Arcangelo di Galatina e negli scudi campiti sul pilastro nella chiesa di santa Maria della Lizza ad Alezio.

    [11] Esistono due accessi all’ambiente sotterraneo, uno dei quali reca l’ingresso lunettato, l’altro un arco ad ogiva interno.

    [12] S. MUSIO, La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004, pp.115-124. Lo stemma è ubicato all’esterno; l’amico Salvatore Musio lo ha attribuito, in maniera convincente, al vescovo Stefano Pendinelli

    [13]  S. CORTESE, “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012. La figura di san Leonardo a Specchia, appare simile a quella di san Paolo a sant’Eufemia; il Cristo presente nella Dormitio appare simile al personaggio che trasporta la croce nella cappella di Specchia; altre analogie possono essere viste nel ciclo cateriniano dove una figura laterale è identica a quella presente nella scene della Passione a sant’Eufemia; anche il motivo della scacchiera risulta essere comune nei due contesti, così come il motivo decorativo delle vesti di santa Maria Maddalena e santa Barbara col san Marone di Specchia.

    [14] La chiesetta, ritenuta scomparsa, è in realtà ubicata in aperta campagna e presenta il muro ovest nella sua originalità, con campiti una Vergine con Bambino e un sant’Antonio Abate, datati al 1575.

    Contributo pubblicato su “Leucadia. Miscellanea Storica Salentina Giovanni Cingolani“, a cura della Società di Storia Patria della Puglia, sezione di Tricase, Anno IV Nuova Serie, 2012, Edizioni Grifo.

    Per approfondimenti sulla storia del territorio: https://www.associazionearches.it/lucugnano-e-il-suo-territorio-storia-architetture-archeologia-e-paesaggio-di-un-paese-del-capo-di-leuca/

  • LA CRIPTA DI SANTA MARINA A MIGGIANO

    LA CRIPTA DI SANTA MARINA A MIGGIANO

    di Marco Cavalera

    1.1    BREVI CENNI STORICI SU MIGGIANO

    La frequentazione umana, nel comprensorio di Miggiano, risale ad epoche molto antiche, precisamente all’età dei Metalli (Eneolitico ed età del Bronzo, seconda metà III – fine II millennio a.C.). Gli insediamenti relativi a questa fase erano distribuiti in maniera piuttosto estensiva in luoghi favorevoli che garantivano difendibilità e risorse naturali.

    Un piccolo insediamento protostorico è stato rinvenuto in località Rutti-Sala, su un pianoro (119 m s.l.m.) limitrofo ad un canale torrentizio ricco di acqua. I suoi abitanti cercavano rifugio, probabilmente, nelle numerose cavità naturali e ripari sottoroccia presenti soprattutto lungo il versante orografico destro dello stesso canale. La presenza nell’area di diverse evidenze archeologiche – ceramica protostorica, sculture litiche, tumuli – documenta uno sfruttamento del territorio che va oltre la semplice e periodica frequentazione.

    In località Pozzelle è stata individuata un’area di frammenti fittili pertinente un casale di piccole dimensioni, abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel centro storico di Miggiano, infine, è stata rinvenuta ceramica a bande rosse e brune di XV-XVI secolo. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”[1].

    1.2    LA CRIPTA DI SANTA MARINA

    La cripta di Santa Marina si trova sotto l’omonima cappella, il cui edificio originario risale al XIV secolo (fig. 1).

    Cappella di Santa Marina
    Cappella di Santa Marina

    La struttura è costituita da tre ambienti: un vano più ampio, collegato all’esterno da una scalinata di recente costruzione, un dromos che immette in un piccolo ambiente di forma trapezoidale e un altro ambiente (probabilmente l’abside) di forma semicircolare, adibito fino a pochi decenni fa ad ossario dell’adiacente cimitero. Il piano di calpestio è in cementizio (realizzato nel corso degli ultimi lavori di restauro a sostituzione dell’originale in sterrato); il soffitto si presenta leggermente arcuato nella direzione dell’invaso originale. In tutti gli ambienti sono presenti il gradino-sedile e diverse nicchie.

    Secondo la dott.ssa Manuela De Giorgi, che ha approfondito lo studio sulla “Dormitio Virginis” di Miggiano, l’ipogeo avrebbe avuto la funzione principale – almeno nella fase di XI secolo – di cappella funeraria. Questa ipotesi –  sottolinea la stessa studiosa – potrebbe essere avvalorata dall’effettuazione di piccoli saggi di scavo all’interno del piccolo ambiente trapezoidale, che con molta probabilità porterebbero alla luce delle tombe.

    Nell’ambiente absidato sono presenti due reperti di dubbia interpretazione: si tratta di un tronco di colonna, con un incavo a sezione quadrangolare sulla superficie superiore, ed una presunta base di altare (fig. 2). La loro datazione, in assenza di dati oggettivi, sarebbe da riferire alla frequentazione della cripta in età bizantina.

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina prima dei lavori di restauro (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina prima dei lavori di restauro (foto: Luigi Marra).

    Sui ruderi dell’antico luogo di culto bizantino, nel 1538 fu realizzato un convento, intitolato alla Madonna delle Grazie, ad opera di monaci dell’Ordine Carmelitano. La zona in questione, secondo la tradizione orale, si chiamava Cumentu.

    Nella cripta sono presenti diversi affreschi, appartenenti ad un comune programma decorativo datato al XI, XIII e XIV secolo, eccetto quello più tardo di Santa Marina.

    1.2.1 LA DECORAZIONE PITTORICA DELLA CRIPTA DI SANTA MARINA

    Santa Marina

    L’affresco è stato realizzato in una nicchia nella parete di fronte all’attuale ingresso. L’immagine rappresenta una santa coronata che impugna un martello e una palma (fig. 3). Sotto la Santa è raffigurato un angelo in posizione orante, mentre alla sua destra, in basso, un drago e la stessa cappella di Santa Marina. Ai piedi dell’affresco, prima del restauro, si intravedeva l’iscrizione “Terrae Migiani”.

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Affresco di Santa Marina (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Affresco di Santa Marina (foto: Luigi Marra).

    Dormitio Virginis

    L’affresco, posto sulla parete di fondo del piccolo vano della cripta, rappresenta la “Dormitio Virginis” e risale all’XI secolo. La scena si presenta all’osservatore con la Vergine al centro, distesa sul catafalco e circondata dagli apostoli, tra i quali si riconoscono in maniera chiara: Giovanni chino sulla morta, Pietro alla testa del corteo di destra, Paolo ai piedi del letto. Su un piano arretrato, la figura di Cristo che regge tra le mani l’eidolon della madre. Su un terzo piano visivo, più arretrato, delimitano idealmente l’episodio alcuni edifici. Allo stato attuale, l’affresco si presenta in più parti rovinato; sono scomparsi alcuni volti di Apostoli e parte del corpo della Vergine si presenta sbiadito nei colori (fig. 4)[2].

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Dormitio Virginis (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Dormitio Virginis (foto: Luigi Marra).

    Santa Caterina

    L’identificazione della Santa nell’affresco è deducibile dall’iscrizione esegetica ΚΑΤ. Santa Caterina è raffigurata in un arco poggiante su colonnine con capitelli. L’immagine, coronata e in abiti regali, presenta consistenti lacune sul lato sinistro e risale ad un momento successivo alla decorazione dell’ambiente, intorno al XIV secolo (fig. 5).

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Da sinistra: Santa Caterina, Santo non identificato e San Nicola (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. Da sinistra: Santa Caterina, Santo non identificato e San Nicola (foto: Luigi Marra).

    Santo anonimo

    L’immagine rappresenta un giovane dai lineamenti gentili – probabilmente un diacono – con una tunica istoriata e un mantello. Accanto al volto si nota una “s”, residuo di una iscrizione esegetica ormai scomparsa. Nella mano sinistra lo stesso regge un sigillum, con caratteri ormai illeggibili (fig. 5).

    San Nicola

    Si tratta del terzo santo raffigurato sulla parete di sinistra del piccolo ambiente della cripta. San Nicola indossa il costume episcopale bizantino, benedice alla greca e regge, nella mano sinistra, un libro dalla copertina dorata. L’iscrizione a chionedon non è più decifrabile, ma appare certa l’attribuzione al vescovo di Myra. Per quanto riguarda la sua datazione, l’analisi stilistica rimanda al XIV secolo (fig. 5).

    Arcangelo Michele

    La figura, in cattivo stato di conservazione, indossa un ricco costume bizantino e si presenta con le ali spiegate, in atteggiamento di chi legge un libro posto su un ambone di legno; la mano sinistra sorregge un sigillum, nel quale è visibile una croce inscritta e delle lettere ai quattro angoli della stessa. Il volto violaceo dell’Arcangelo ha un’espressione grave e il suo imponente aspetto fa pensare che l’autore dell’affresco abbia voluto rappresentare l’angelo del giudizio, citato nell’Apocalisse di Giovanni (fig. 6)

    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. I Committenti (a destra) e l’Arcangelo Michele (foto: Luigi Marra).
    Ambiente interno della Cripta di Santa Marina. I Committenti (a destra) e l’Arcangelo Michele (foto: Luigi Marra).

    I committenti

    Le tre figure affrescate su un lato del setto litoide del piccolo vano della cripta rappresentano, probabilmente, i committenti della “Dormitio Virginis”. Vestono tuniche scure e strette in vita con il bordo decorato e si trovano in posizione orante rispetto all’Arcangelo Michele: in piedi il primo, piegato il secondo, in avanti – in ginocchio – il terzo. Ai lati dell’affresco si leggono le seguenti iscrizioni, secondo la lettura proposta dalla dott.ssa De Giorgi:

    ΛΕOY ΜΑΚOΥ

    ΠΡΟΣΚΙΝΙΣΙΣ

    ΝΙΚΟΛΑ ΜΟΝΑΚΟΥ

    ossia “La proskymesis di Leo, Maco e del monaco Nicola”, interpretandola come una didascalia della scena che funge anche da iscrizione commemorativa.

    Ai piedi delle tre figure vi è un cespuglio di piante, i cui fiori sembrano essere iris (fig. 6)[3].

    1.3    IMPIANTO PER LA PRODUZIONE DI CAMPANE IN UN’AREA ADIACENTE LA CRIPTA DI SANTA MARINA

    Nell’area all’esterno della cripta era attivo, in età medievale, un impianto per la produzione di campane, venuto alla luce a seguito di lavori di restauro di strutture adiacenti alla chiesa di Santa Marina. Tra i ruderi della stessa fornace sono stati rinvenuti – dai signori Luigi Carbone e Luigi Marra – numerosi frammenti di terra di fusione e stampi che conservano ancora, nella faccia a contatto con il metallo, tracce dello stesso. La superficie dell’argilla, invece, si presenta friabile, porosa e piuttosto annerita. Alcuni frammenti di tonaca sono decorati con raffinati elementi geometrici e fitomorfi (fig. 7), altri presentano semplici incisioni parallele.

    Particolare di un frammento dello stampo della campana.
    Particolare di un frammento dello stampo della campana.

    Nella stessa fossa di scarico della terra di fusione sono stati individuati una fibula di metallo, d’età romano imperiale (I-III secolo d.C.), numerosi frammenti fittili – per lo più laterizi – lamine e scorie di bronzo.

    Non è possibile – tuttavia – risalire ad un esatto inquadramento cronologico dell’impianto, in assenza dell’originario contesto archeologico e di fonti d’archivio.

    BIBLIOGRAFIA

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase (Le), 2009

    De Giorgi M., La Koimesis bizantina di Miggiano (Lecce): iconografia e fonti liturgiche, in Quintavalle A.C. (a cura di), Medioevo Mediterraneo: l’Occidente, Bisanzio e l’Islam, Atti del convegno internazionale di studi, Parma, 21-25 settembre 2004, pp. 332-340, Milano, 2007.

    De Giorgi M., La decorazione pittorica della cripta di Miggiano: la più antica Dormitio Virginis in Italia meridionale, in Il Transito della Vergine, Testi e immagini dall’Oriente al Mezzogiorno medievale, pp. 117-130, Spoleto, 2016.

    Falla Castelfranchi M., Piccinno L., Saturnino A., La Cripta del Crocefisso ad Ugento. La storia, gli studi, le nuove acquisizioni, pp. 43-47, Presicce (Le), 2006.

    Fonseca C.D., Bruno A.R, Ingrosso V., Marotta A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, pp. 119-122, Galatina (Le), 1979.

    Lusuardi Siena S., Neri E. (a cura di), Del Fondere Campane. Dall’Archeologia alla produzione, Firenze, 2007.

    [1] Cavalera 2009.

    [2] De Giorgi 2007, Fonseca et alii 1979.

    [3] Fonseca et alii 1979.

    Articolo pubblicato nel 2010 in Spicilegia Sallentina. Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n. 7, pp. 21-24, Nardò, 2010.

    Fotografie di Luigi Marra (Associazione Medianum-Terra di Mezzo)

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  • A Tricase visita guidata e degustazione dalla Madonna del Gonfalone alla Casa dei Pellegrini

    A Tricase visita guidata e degustazione dalla Madonna del Gonfalone alla Casa dei Pellegrini

    Domenica 7 dicembre, ore 9.30 – 12.30 

    Cripta Madonna del Gonfalone: affresco Dormitio Virginis
    Cripta Madonna del Gonfalone: affresco Dormitio Virginis

    Domenica sette l’appuntamento è per le 9.30 lungo la provinciale 184, nel tratto Lucugnano-Alessano. Si scenderà nella cripta della Madonna del Gonfalone e si inizierà un percorso, in collaborazione con l’omonima associazione, per approcciare l’iconografia dei monaci italo-greci. Al termine, seguirà un mini-trekking per circa 5 km nelle campagne circostante: non solo quindi un “sotto” e un “passato”, ma anche un “intorno” e “presente” nel quale sarà possibile osservare il paesaggio nella sua dimensione temporale, come passaggio trasformativo dell’uomo. La camminata di Archès vuole stimolare la consapevolezza nei partecipanti, con uno sguardo obliquo, dalle fiabesche “tajate” alle prosaiche discariche in località Matine che tanta parte hanno avuto nelle recenti cronache. Non a caso il percorso si concluderà presso la Casa dei Pellegrini, seicentesco e sconosciuto edificio un tempo adibito a sosta dai viandanti diretti verso il Santuario di Leuca, minacciato dalla costruzione della strada a quattro corsie, la 275.
    L’associazione offrirà come ristoro e saluto una piccola degustazione.

    Info e prenotazione obbligatoria al 340 5897632