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  • “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    dall’introduzione del volume di Aurora Quarta

    Il succedersi di quattro periodi storici densissimi di eventi ci ha lasciato nell’arco di poco più di quattro secoli un rilevante numero di castelli, il più delle volte trasformati nel corso delle dominazioni, così che ne è risultato un patrimonio vario oltre che cospicuo.

    Il volume è il risultato di un lungo lavoro di ricerca intrapreso nel 2015 con una tesi di Specializzazione in Rilievo e Analisi Tecnica dei Monumenti Antichi dal titolo “Il castello di Gallipoli: analisi storica e architettonica”, discussa presso la Scuola di Specializzazione “D. Adamesteanu” dell’Università del Salento. L’interesse sullo studio del castello, sempre maggiore, ha comportato la scelta di proseguire il percorso universitario con un progetto di ricerca per il Dottorato in Scienze del Patrimonio Culturale nella medesima Università, di cui si pubblicano in questa occasione una parte dei risultati ottenuti. In sostanza, si è scelto di esaminare uno degli edifici militari più rappresentativi del territorio salentino per una ragione concreta, ovvero la necessità di ottenere finalmente un quadro chiaro dell’evoluzione del sistema difensivo della città.

    Gallipoli è un centro abitato sul mare il cui apparato militare costruito a protezione dell’attuale centro storico, un tempo il limite della città, è ancora straordinariamente conservato: se da un lato, l’articolazione di tale sistema suscita un notevole fascino e si riscontra in letteratura la valenza storico-architettonica di tale patrimonio, dall’altro non è mai stata condotta una ricerca volta ad una maggiore conoscenza. Infatti, i dati a disposizione sul castello si fondano sulla monografia di Ettore Vernole  degli anni ’30 del secolo scorso, la cui ricerca, al tempo innovativa ma superata nei nostri giorni, viene ancora proposta non avendo mai intrapreso uno studio sistematico utilizzando i criteri e le metodologie odierni. Oltre alla volontà di far riemergere il patrimonio fortificato della città da questa fase di stasi, un secondo fattore che ha contribuito alla scelta della tematica è il legame con Gallipoli.

    La scelta dell’apparato militare gallipolino è stata audace poiché si tocca una tematica complessa: proprio per questo, per affrontare in maniera adeguata lo studio del castello di Gallipoli e, di conseguenza, dell’intero sistema difensivo, si è dovuto tener conto dell’elaborata articolazione architettonica e del lungo arco cronologico attraverso il quale sono state attuate le modifiche, i cambi d’opera e i vari ampliamenti. Inoltre, fondamentale è stato l’utilizzo della metodologia di indagine propria degli archeologi, utile nell’esame non solo degli edifici antichi ma di tutte le strutture di interesse storico-architettonico, al fine di interpretarne e ricostruirne minuziosamente lo sviluppo, eseguendo il rilievo architettonico delle parti visibili, rintracciando con una ricognizione archivistica la documentazione edita e inedita, giungendo ad una esaustiva comprensione dell’evoluzione architettonica.

    In particolare, dalla revisione critica della documentazione disponibile sul castello è stato possibile rinnovare le conoscenze sviluppate nel corso di pregresse esperienze di ricerca grazie, anche, all’approccio globale del complesso architettonico. Un aspetto importante è dato dall’importanza dei risultati ai fini della ricerca per altre strutture analoghe: ricostruendo il quadro generale ed aggiornato su tale realtà gallipolina con uno studio storico-architettonico che in maniera diacronica copre l’arco temporale compreso tra il medioevo e l’età contemporanea, è possibile giungere anche a radicali riformulazioni interpretative di cui se ne avvertiva la mancanza all’interno dell’intero panorama della ricerca sulle fortificazioni salentine.

    Dalla presentazione della prof.ssa Carla Maria Amici

    Soltanto un profondo e radicato affetto per la propria città, ed una innata curiosità investigativa hanno potuto spingere Aurora Quarta ad affrontare un palinsesto tanto complesso e tanto articolato come il Castello di Gallipoli, non solo inevitabilmente inserito nel contesto dell’impianto difensivo della cittadina, ma necessariamente collegato ad una intricata serie di eventi storici, architettonici, politici e socioculturali, fino ad oggi scarsamente documentati o addirittura dati per acquisiti in maniera erronea, nell’ambito di un arco temporale lungo quasi un millennio.

    Con la chiarezza espositiva che contraddistingue l’intero volume, evidentemente frutto di un notevolissimo lavoro di ricerca, l’autrice offre una precisa descrizione critica del castello, sia in senso sincronico che diacronico, e ne ricostruisce l’evoluzione nelle sue fasi costruttive, identificandone tecniche edilizie e materiali utilizzati; sempre contestualizzando i risultati ottenuti nell’ambito del costante sviluppo dei sistemi difensivi e delle tecniche ossidionali, che spesso ne hanno motivato trasformazioni, aggiunte, modifiche. Un’accurata, e molto proficua, indagine negli Archivi storici italiani, ma soprattutto spagnoli, ha poi consentito il reperimento di una eccezionale documentazione inedita, sapientemente sfruttata dall’autrice per illuminare, quando possibile, i numerosi lati ancora oscuri del Castello, in un affascinante percorso interpretativo ed esplicativo.

    In questo caleidoscopico mosaico espositivo un tassello di estremo interesse è quello dedicato all’analisi dei graffiti, totalmente inediti, presenti nel livello inferiore del Torrione della Vedetta, che prepotentemente inserisce gli uomini e le loro storie all’interno di una struttura architettonica le cui caratteristiche monumentali sembrano invece escludere l’esistenza in contemporanea della comune vita ordinaria.

    Per ottenere questi risultati, fondamentale è stato il metodo utilizzato dall’autrice: l’analisi autoptica prolungata ed esaustiva dell’edificio, basata su rilievi, diretti o indiretti, che le hanno permesso di conoscere realmente il monumento, in tutta la sua realtà architettonica, prima di procedere alle ricerche collaterali. E questo le ha consentito di riversare il percorso conoscitivo ad illustrazione del testo, inserendo disegni, planimetrie, prospetti, rilievi 3D, schemi esemplificativi, rendendolo quindi chiaro e convincente. Facendo cioè, egregiamente ma credo inconsciamente, ciò che riteneva indispensabile Francesco di Giorgio Martini, uno degli ingegneri/architetti che in maniera diretta o mediata, hanno avuto influenza sulla progettazione del Castello:

    “Sono per molti tempi stati degnissimi autori, i quali hanno differentemente scritto di architettura e di molti edifizi, quelli con caratteri e lettere dimostrando, non per figurato disegno; e in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benchè ad essi compositori li paia avere molto largamente, secondo la mente loro, tali opere illucidate, pure noi vediamo che sono rari quei lettori che, per non aver quei libri alcun disegno, intendere li possano. Ma quando tali autori concordassero la scrittura col disegno, molto più apertamente si potrebbero giudicare, vedendo il segno col significato; e così ogni oscurità sarebbe tolta via. …Adunque iudico il disegno esser per questo necessario a qualunque altra scienzia si sia” (Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, libro VI, capo IV. Codice Magliabechiano II. I.141. ed. Il Polifilo, Milano, 1967, a cura Corrado Maltese, trascr. di Lidia Maltese Degrassi).

    Indice

    Presentazione

    Introduzione

    Capitolo 1

    Gallipoli città fortificata nello spazio e nel tempo

    Capitolo 2

    Gallipoli ed il perimetro difensivo

    • Il castello
      • Il Torrione Poligonale
      • Il Torrione della Bandiera
      • La Cortina orientale
      • Il Rivellino
      • Il Torrione della Vedetta
      • La Cortina settentrionale
      • La Cortina di ponente
      • Il Torrione della Campana
      • La Cortina meridionale
      • La Cappella
    • La cinta muraria

    2.3 Il ponte di accesso alla città

    Capitolo 3

    Il sistema difensivo nelle fonti bibliografiche e d’archivio

    Capitolo 4

    L’analisi architettonica

    • Le fasi costruttive
      • Fase bizantina (ante 1071)

    4.1.2. Fase normanno – sveva (1071-1241/1241-1268)

    • Fase angioina (1269-1442)
    • Fase aragonese I (1442-1484), Fase veneziana (1484-1484) e Fase aragonese II (1484-1501)
    • Fase spagnola (1504-1707)
    • Fase austriaca (1707-1756)
    • Fase borbonica (1756-1882)
    • Fase postunitaria (1883-1946)
    • Fase postbellica (1947-2013) e fase attuale (2013-2017)
    • Materiali e tecniche costruttive
    • Analisi stratigrafica dei prospetti
    Capitolo 5

    La difesa nel tempo

    • Il sistema difensivo in Terra d’Otranto
    • L’evoluzione delle armi da fuoco e l’utilizzo nel castello
    • Architetti e ingegneri nel castello in età moderna
    Capitolo 6

    Stemmi, iscrizioni e graffiti

    Conclusioni

    Postfazione

    Bibliografia

    Sitografia

  • MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE. Normanni e bizantini al varco dell’Oriente

    MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE. Normanni e bizantini al varco dell’Oriente

    DOMENICA 26 DICEMBRE
    MEDIEVALIA IN FINIBUS TERRAE – Normanni e bizantini al varco dell’Oriente.
    Ritorna, dopo sei anni, “Medievalia in Finibus terrae”, il Medioevo raccontato e rievocato nel Salento, che quest’anno fa tappa al Castello di Otranto, città ricca di suggestioni storiche e geografiche. A dare energia all’evento, realizzato dall’Associazione Archès, con il patrocinio del Comune di Otranto, saranno i gruppi di rievocazione storica “Li Cavalieri de li Terre tarantine” e “Impuratus” che offriranno ai visitatori la “living history”: gli eventi storici ma anche la vita quotidiana del XI secolo rivissuta attraverso le pratiche e gli oggetti fedelmente ricostruiti.
    I visitatori, dalle 15 alle 21, saranno guidati in un percorso – condotto da guide ed esperti del periodo storico – tra banchetti didattici che riguarderanno le diverse arti (lo speziale, i giochi, la tintura dei tessuti, la scrittura, i pigmenti e le colorazioni), l’arte e gli animali della falconeria, la simulazione di scaramucce d’armi tra bizantini e normanni nella piazza d’armi del Castello. Sonorità del periodo saranno ricreate dal gruppo musicale Emian Pagan Folk.
    La partecipazione all’evento, realizzato grazie alla Programmazione “Custodiamo la cultura in Puglia” (“Fondo Speciale Cultura LR 40/2016 art. 15, comma 3 – Anno 2020″), è gratuita ma è OBBLIGATORIA la prenotazione al 3497868751 (WhatsApp).
    Si ricorda che per accedere al Castello è necessario essere muniti di GreenPass secondo le normative vigenti.
  • Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    Tra i vicoli di Morciano di Leuca: storia e architetture

    di Marco Cavalera

    Le origini

    Morciano di Leuca sorge a tre chilometri da Torre Vado, ai piedi della Serra Falitte che la divide dalla sua frazione Barbarano.

    Le sue origini risalgono all’età messapica e romana, quando il territorio era costellato da numerose fattorie, dedite in particolare alla produzione e al commercio del grano e dell’olio. Le ville rustiche romane di Morciano gravitavano nell’area di influenza del municipium di Vereto (Patù), importante città che aveva il suo approdo di riferimento nella baia di San Gregorio.

    Nel corso di ricerche di superficie sono state individuate almeno tre aree ad interesse archeologico, riconducibili al modello insediativo del vicus (agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e gli approdi), che disegnano una particolare vivacità economica di questo territorio in età romana imperiale.

    Fig. 1. Tracce di antica viabilità tra Morciano e Vereto.

    Dal Medioevo all’età moderna

    Le prime notizie storiche su Morciano si ricavano nella “cedula captivorum” del 1239, ossia l’elenco dei feudali custodi dei prigionieri di Federico II. In questo documento viene indicato il nome di un Riccardo de Murchano, famiglia di cui non si conosce nulla.

    Nel 1274 Carlo I Angiò concede regio assenso per il matrimonio tra Guglielma, figlia di Riccardo de Morciano con un certo Tedesco De Cuneo, all’epoca ritenuto uno dei personaggi più influenti e vicini a Carlo I (famigliare e consigliere).

    Il motivo che ha spinto gli angioini a legare un uomo molto importante come Tedesco da Cuneo ad un feudo collocato nella più estrema periferia dell’Impero è soprattutto di tipo politico, in quanto la famiglia de Murchano aveva avuto dei feudi anche nel precedente regime svevo ed aveva legami di parentela con una famiglia antiangiona, i Sambiasi; quindi questo matrimonio si era reso necessario per tenere sotto controllo questa parte di feudo.

    Ed infatti, nel 1297, alla morte di Tedesco da Cuneo, Guglielma dona la sua parte di feudo al nipote Riccardo Sambiasi, figlio del partigiano svevo Ruggiero Sambiasi. La donazione implica un tentativo da parte dell’oculata dinastia angioina di riabilitare la famiglia Sambiasi. Il regio assenso alla donazione è stato subordinato all’accertamento (inquisitio) che il valore del feudo donato non ecceda le 30 once, donando l’eccedente alla regia curia.

    Da questo accertamento emerge che all’inizio del ‘300 il feudo di Morciano era diviso in tre parti[1]:

    • Quella di Riccardo Sambiasi;
    • Quella di Guglielmo de Morciano;
    • Quella di Guiscardo di Sangiorgio.

    Il castello, probabilmente, rientrava nella parte dei Sambiasi e forse esisteva fin dai tempi di Guglielma de Morciano.

    Fig. 2. Torrione del castello di Morciano.

    Nel 1336 Guiscardo di Sangiorgio vendette la sua parte feudale al conte di Lecce e duca di Atene Gualtiero di Brienne. Prima del 1369 i conti di Lecce acquistarono anche la seconda parte del feudo di Morciano, quella appartenente a Gualtiero de Morciano.

    Nel 1464 si registra uno scambio di quote feudali tra i Sambiasi e Dell’Antoglietta, che avevano ceduto in cambio di Salve la loro quota di Morciano. Ruggero Sambiasi, alla sua morte avvenuta nel 1482, lasciò scritto nel testamento che il casale di Morciano sarebbe stato diviso tra i suoi due figli: una parte con il castello, una senza castello. Questa seconda parte fu venduta ai Capece nel 1531 da Antonello Sambiasi.

    Guiduccio Sambiasi fece costruire, agli inizi del ‘500, i torrioni del castello. Nel 1518 anche questa parte feudale fu acquisita dai Capece che la vendettero ai Castromediano nel 1523. Nel 1629 gli stessi Castromediano acquistarono dai Capece l’altra parte feudale (quella che loro acquistarono nel 1531 dai Sambiasi), riunificando finalmente il feudo di Morciano[2].

    Il centro storico tra chiese e palazzi

    Il nucleo più antico del centro storico si identifica in pochi isolati racchiusi da via Roma, via Castromediano, via Pace, via Ippolitis, via Nuova e Via Torri.

    Fig. 3. Centro storico di Morciano (Via Ippolitis).

    Via Roma e le piazze San Giovanni e Chiesa sono state oggetto di importanti rinvenimenti archeologici nel corso di operazioni di scavo per la messa in opera di condotte di pubblica utilità, svoltesi nel 2006. Si tratta di una settantina di tombe medievali attigue alla chiesa matrice, di numerosi granai e di imboccature di frantoi ipogei. 

    Palazzo Strafella

    Già convento dei Religiosi del Carmine di Morciano di Leuca di cui si conserva, nell’ex refettorio, un affresco seicentesco (più volte rimaneggiato) che rappresenta l’Ultima cena.

     Fig. 4. Particolare dell’affresco dell’Ultima cena di Palazzo Strafella. 

    La parte superiore dell’edificio, invece, risale alla fine dell’Ottocento così come la facciata su Via Roma.

    Fig. 5. Palazzo Strafella. 

    Attualmente è sede dell’Ufficio Informazioni Turistiche del Comune di Morciano di Leuca e ospita una biblioteca e una sala convegni per iniziative a carattere culturale e sociale.

    Chiesa madre San Giovanni Elemosiniere

    La Parrocchiale è dedicata a San Giovanni Elemosiniere, patrono del paese. Eretta nella seconda metà del Cinquecento, ostenta un magnifico portale d’ingresso, che anticipa alcuni stilemi del barocco, che ne ingentilisce la forma austera di chiesa fortificata.

    Fig. 6. Chiesa di San Giovanni Elemosiniere. 

    Centro storico – Vico Torri

    A sud e ad est di Piazza Giovanni Paolo II si snodano le viuzze di Borgo Torri, il nucleo più antico del paese di origine medievale. Da qui si prosegue su via Nuova fino a giungere dinnanzi a casa Monteduro, dei primi anni del ‘600 e di recente restaurata dall’Amministrazione comunale.

     Fig. 7. Vico Torri.

    Fig. 8. Casa Torre. 

    Cappella della Madonna di Costantinopoli

    Ubicata lungo l’antico tracciato stradale che conduceva a Vereto, la Cappella della Madonna di Costantinopoli (seconda metà XVI secolo) conserva al suo interno, addossato alla parete, un interessante monolite affrescato con l’immagine della Vergine e il Bambino.

    Fig. 9. Affresco su monolite con la Madonna e il Bambino. 

    Castello Valentini

    Si tratta di un’imponente struttura fortificata eretta a difesa dell’abitato. Dotato in origine di quattro torrioni angolari, subì importanti rimaneggiamenti nel corso del Cinquecento e del Seicento.

    Fig. 10. Castello visto dall’atrio di Palazzo Strafella.

    Chiesa della Madonna del Carmine

    La chiesa, insieme all’annesso convento, venne fatta costruire nel 1484 dal barone Ruggiero Sambiasi. Si caratterizza per un’alta facciata, sul cui portale settecentesco vi è un ovale con un altorilievo che rappresenta l’Annunciazione. Al suo interno conserva eleganti altari, tele di pregevole fattura artistica e un organo a canne.

    Fig. 11. Piazza San Giovanni con la colonna e chiesa del Carmine.

    Trappeti ipogei

    Nel sottosuolo di Morciano si aprono oltre venti frantoi ipogei, che nel passato hanno contribuito alla fioritura economica del paese grazie alla produzione di olio di oliva. I trappeti risalgono per lo più al XVII secolo e alcuni di essi conservano in buone condizioni gli ambienti di lavoro e gli arredi originari.

    Fig. 12. Trappeto ipogeo Corciulo-Pizzileo. 

    Chiesa di S.M. di Loreto o della Natività

    Attuale cappella del Cimitero, la sua costruzione risale al 1670. All’interno è presente una pregevole statua della Madonna in pietra locale.

    Fig. 13. Chiesa della Natività. 

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta dell’autore, è vietata. 

    [1] Tra duecento e trecento pare che il casale di Morciano fosse suddiviso in tre parti feudali: de Morciano, Sangiorgio e successivamente Sambiasi. In età normanna queste tre parti costituivano un’unica entità feudale. La ragione della divisione feudale va individuata tra le divisioni ereditarie e dotali.

    [2] Vallone G., “Terra, feudo, castello”, in “Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di A. Caloro”, Galatina, 2008, pp. 49-78.

  • L’antico borgo di Barbarano del Capo

    L’antico borgo di Barbarano del Capo

    di Marco Cavalera

    Brevi note bibliografiche

    Barbarano offre al visitatore una autentica e suggestiva realtà di borgo. Adagiata ai piedi della Serra Falitte, la sua fondazione risale al Medioevo, quando alcuni villaggi ubicati nelle vicinanze furono abbandonati e la popolazione preferì rifugiarsi in un luogo che offriva naturale protezione dalle scorrerie dei “barbari”.

    Il centro storico presenta due elementi caratteristici: una torre cinquecentesca, notevole esempio di architettura militare, e la Parrocchiale dedicata a San Lorenzo, semplice e lineare nel suo sviluppo.

    Alla periferia del paese – inoltre – si segnalano l’elegante complesso architettonico di Santa Maria del Belvedere (“Leuca Piccola”) e le “vore”, enormi inghiottitoi naturali, fra i più significativi esempi del carsismo salentino.

    Sulla sua storia municipale sono state pubblicate alcune monografie ad opera di studiosi locali: Cesare Daquino (“Barbarano”, Capone Editore, 1989) e Francesco Cazzato (“Barbarano del Capo raccontata dai preti”, Imago, 2010).

    Le prime note storiche si riferiscono alla fine del 1600, quando il Padre Cappuccino Luigi Tasselli citò Barbarano nella sua “Antichità di Leuca”: “Barbarano (prima Vorano) perché lato ad esso vi sono due voragini meravigliose, originate da terremoti, o così da principio, da tempi antichissimi, dopo la famiglia Antoglietta fu di nuovo, come prima, delli signori Capeci, ed in maniero, che ne tempi di Carlo V, era Padron di Barbarano Anibale Capece”[1].

    La storia delle successioni feudali in Barbarano racconta le vicende di sole quattro famiglie: i Dell’Antoglietta, i D’Aquino, i Sangiorgio e, soprattutto, i Capece, quest’ultimi feudatari del luogo dal 1442 al 1806.

    Proprio alla casata dei Capece si deve la costruzione del castello di Barbarano, di cui la svettante torre è la parte superstite. Da alcune notizie bibliografiche[2] si evince che la torre, oggi alta 18 metri, era circondata da un fossato profondo circa 2 metri, colmato nel secolo scorso. L’architrave della porta d’ingresso conserva un autorevole stemma gentilizio, che ricorda le nobili origini della famiglia di appartenenza, e una data incisa che toglie ogni dubbio sull’epoca dell’edificazione o, per lo meno, di una sua ristrutturazione: 1505[3].

    La struttura difensiva si sviluppa su tre piani: il primo si presenta sostanzialmente come un posto di guardia. Al secondo piano, invece, si accede attraverso una stretta e tortuosa scaletta interna, tipica delle torri cinquecentesche. L’ambiente si caratterizza per la presenza di quattro finestre rettangolari aperte in direzione dei punti cardinali, ai cui lati delle bocche strettissime consentivano di tenere sotto controllo la situazione intorno all’edificio fortificato. Infine si accede sul terrazzo su cui sono posizionate sette aperture ad arco che assicuravano la sistemazione di altrettanti armi da guerra.

    Fig. 1 – Torre dei Capece 

    A piano terra si apre una grande corte interna sulla quale si affacciano gli alloggi residenziali e i vari locali di servizio, tra cui una scuderia.

    Sul lato di piazza Caduti sono stati scavati due pozzi, uno all’interno della corte e l’altro all’esterno del castello. Queste cisterne garantivano acqua alla popolazione dell’intero casale. Secondo fonti orali al secondo pozzo si accede dal trappeto posto sotto Piazza Caduti.

    Lo studioso Cosimo De Giorgi ha censito queste due cavità: “Giungendo a Barbarano dalla via di Montesardo, presso la cascina Panzera, vi è un pozzo detto il Seggio, profondo sino all’acqua metri 11. Un altro pozzo trovasi nella corte della cascina ed è profondo 12 metri[4]”.

    L’area sottostante la corte è completamente vuota; un’enorme cavità profonda circa 13 metri costituiva un serbatoio capace di assicurare autonomia idrica per mesi interi alla vita della comunità. Un grande terreno, che si estendeva ad ovest dal castello fino a via Messeri e ad est fino all’attuale via S. Caterina da Siena, era destinato alla coltivazione di cereali.

    La Chiesa di San Lorenzo

    Particolare è invece la posizione della chiesa parrocchiale di Barbarano, consacrata al patrono San Lorenzo. La sua costruzione risale alla metà del 1500, ad opera della famiglia Capece e non a caso proprio di fronte alla facciata principale del castello baronale, all’epoca in aperta campagna e distante circa 500 metri dal nucleo abitato del paese. Questa peculiarità venne annotata anche da Giacomo Arditi: “La chiesa parrocchiale sta fuori circa mezzo chilometro verso levante, con conseguente disagio per i fedeli[5]”.

    Fig. 2 – Chiesa di San Lorenzo

    Al suo interno venivano seppelliti quasi tutti i defunti di Barbarano, prima della realizzazione del cimitero all’esterno del paese.

    Secondo quanto riportato dalla tradizione orale[6], le più antiche sepolture erano presenti nell’attuale piazza San Lorenzo, dove fino alla fine del XIX secolo erano ancora visibili i resti dell’antica chiesa matrice dedicata a Santo Stefano. Di questa struttura – abbandonata a seguito della costruzione della chiesa di San Lorenzo – fa menzione monsignor De Rossi nel corso della sua visita pastorale nel 1711. Nel 1879, Giacomo Arditi scriveva: “di una vecchia chiesa di S. Stefano avanza solo un frammento di arco gotico con decorazioni e bassorilievi, creduto del XV secolo[7]”.

    Tra le vie del centro storico

    Nella stessa epoca, di fronte al castello, vi era una seconda chiesa dedicata a San Nicola, “appartenente ai feudatari e collegata al frantoio ipogeo del palazzo baronale da un passaggio sotterraneo, che veniva frequentata anche dai contadini che lavoravano al servizio dei baroni. Questo tunnel di circa una decina di metri è entrato nella memoria fantasiosa delle generazioni successive”[8].

    La cappella era affiancata da due strade cieche: la via dei Giorgi (poi divenuta via San Giorgio) e via Cortini, abitate  da persone che lavoravano alle dipendenze del feudatario. Via San Giorgio è ora un accesso privato, mentre via Cortini coincide con l’attuale via Baracca. Questo quartiere venne collegato al resto del paese tramite via Anton Viti. Probabilmente l’antica divisione del paese in due rioni “Cappaddhari” e “Chiazzaluri” sarebbe da riferire alla presenza delle due chiese di S. Stefano e S. Nicola. Il nucleo principale del paese però ruotava intorno alla prima chiesa parrocchiale, nella cui piazza antistante confluivano le più importanti strade: via Viti, via di Mezzo, via dei Messeri e via S. Stefano[9].

    Fig. 3 – via Baracca angolo via Viti

    Alla confluenza di via Viti, via Baracca e piazza Castello, nei primi anni del 1600, venne eretta la Chiesa dell’Assunta. Attualmente è costituita da una navata centrale e una laterale posticcia.

    Fig. 4 – Cappella dell’Assunta

    All’interno si conservano due grandi tele che per dimensioni e resa artistica rappresentano notevoli esempi del manierismo salentino, attribuite all’artista neretino Antonio Donato D’Orlando[10].

    Fig. 5 – Tela della SS. Trinità all’interno della Cappella dell’Assunta 

    Su via Viti, nel corso di recenti interventi di restauro, è stata rinvenuta un’iscrizione datata al 1614: “In molu immolu”, probabilmente da riferire alla presenza di un antico frantoio nei pressi dell’abitazione.

    Fig. 6 – Iscrizione in via Viti riferita ad un antico mulino.

     

    Un’altra cappella presente in via Viti, descritta come decadente da monsignor De Rossi nella visita pastorale del 1711, è quella dedicata alla Concezione della Beata Vergine (nota anche come cappella della Madonna delle Grazie[11]). Attualmente è utilizzata come garage/deposito privato. Degni di nota sono un campanile a vela e una finestra decorata con motivi geometrici e vegetali[12].

    Fig. 7 – ex cappella su via Viti

    Infine, sempre su via Viti, è ubicata un’altra cappella, ora abitazione privata. Di questo edificio sacro si ricavano notizie storiche sia dalla visita pastorale di Mons. De Rossi che da fonti di archivio del XVII secolo. La chiesa fu costruita dalla confraternita della B.V. Assunta in onore della Madonna di Loreto nel luogo detto “Lo Munte”. In un documento notarile del 1643 si viene a sapere che confinava con una località chiamata “Monticello”, su un leggero rialzo che dà il nome a via Montello. Di questa cappella, attualmente, si conserva solo una statua acefala in una nicchia sull’architrave di ingresso[13].

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    [1] Tasselli L., Antichità di Leuca, appresso gli eredi di Pietro Micheli, Lecce 1693, p. 570.

    [2] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 119-126.

    [3] La data è seguita da un’iscrizione celebrativa sotto lo stemma della famiglia Capece: “Depose i potenti ed esaltò gli umili”.

    [4] De Giorgi C., Descrizione fisica, geologica e idrografica della provincia di Lecce, 1960 (rist.), p. 27.

    [5] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, p. 63, 1879.

    [6] Alcune persone anziane del luogo raccontano del rinvenimento di numerose tombe scavate nel banco di roccia nel corso di lavori di posa di condotte della fognatura e dell’AQP alla metà del secolo scorso. Secondo queste testimonianze, le tombe furono interrate e non indagate dagli organi competenti.

    [7] Arditi G., La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, 1879, p. 63.

    [8] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 22.

    [9] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 22-23.

    [10] Cazzato M., Cazzato V., Barbarano del Capo in “Atlante del Barocco in Italia. Lecce e il Salento 1”, De Luca Editori d’Arte, 2015, p. 285.

    [11] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, p. 104.

    [12] Daquino C., Barbarano, 1989, pp. 78-80.

    [13] Cazzato F., Barbarano del Capo raccontata dai preti, 2010, pp. 45-47.

  • Miggiano: un antico borgo del Salento

    Miggiano: un antico borgo del Salento

    di Marco Cavalera (con il contributo di Stefano Cortese)

    Miggiano è una cittadina del basso Salento nota per la presenza di una cripta di età bizantina. Ogni 17 luglio ospitava, ieri come oggi, “una calca di devoti di quella santa martire (Santa Marina)” e, ogni ottobre, un’importante fiera regionale.

    Cappella di Santa Marina.

    La storia ritrovata

    La tradizione orale racconta di rinvenimenti di notevole interesse archeologico, effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, ad opera di studiosi locali dell’epoca come il Maggiulli di Muro Leccese, che aveva in Miggiano diversi possedimenti terrieri. Tuttavia ricostruire le origini più remote di un paese, attraverso l’esclusiva analisi e disamina delle fonti orali e senza il conforto dei dati materiali, può portare ad una visione distorta della sua storia. Risulta molto difficile, infatti, “distinguere una realtà storica sommersa da secoli da abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[1].

    Stralcio della tavoletta I.G.M. (Foglio 223, I N.O., Taurisano), con l’indicazione del centro storico di Miggiano.

    Recentemente, grazie all’impegno e alla passione di alcuni volontari del paese[2], sono venute alla luce numerose testimonianze archeologiche che, unitamente alle poche notizie tramandateci da storici locali e dalla tradizione orale (in particolare dalle persone più anziane, autentici “scrigni” di saperi), si stanno rivelando fondamentali per ampliare le conoscenze che riguardano le più remote fasi del popolamento umano di Miggiano.

    Località Rutti-Sala. Caverna che si apre lungo il versante orografico destro del canale, laddove è stato individuato un sito protostorico (foto 2005).

    Lungo corridoio di accesso ad una casa a corte in Piazza Municipio. 

    Gli studiosi del passato: Giacomo Arditi

    Giacomo Arditi – nel lontano 1879 – scriveva: “[…] Parmi che questo villaggio sia stato iniziato da un misto di coloni provenienti da diversi luoghi, e qui convenuti e stanziati, o per motivi di industria agricola, o per le distruzioni che nel secolo IX, X e parte dell’XI ci apportarono i conflitti dei Greci contro i Saraceni, e dei Normanni contro gli uni e contro gli altri […]. I sepolcri, li scheletri con la moneta in bocca, il vase lagrimale, la lucerna, e la scodella, uso romano e pagano, rinvenuti verso il 1878 appo il trappeto del signor Vernalione, fan balenare l’idea che questo luogo sia stato in tempi ben remoti, o abitato, o teatro di qualche parziale schermaglia delle tante combattute tra Romani e Salentini più che due secoli av. Cristo.

    […] Il 16 ottobre 1480 i Turchi, dopo il sacrificio di Otranto, scorazzando per queste piagge, invasero tra tanti anche Miggiano, e gli rapirono uomini e cose, donne ed infanti: e quattro anni appresso, il 1 giugno 1484, dopo l’eccidio di Gallipoli, patì anch’esso le correrie dei Veneziani. Per la qual cosa ei restò triste e depopolato in modo che nel 1532 contava appena 50 fuochi, 53 nel 1545, 66 nel 1561, 64 nel 1595, 40 nel 1648, e 55 nel 1669”[3].

    Particolare della garitta di Palazzo Vernaleone. Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Cosimo De Giorgi

    De Giorgi, nel 1888, descriveva in questo modo il paesaggio rurale miggianese: “Il paesaggio è ridente e pittoresco. Le linee delle colline e della pianura ondulata armonizzano leggiadramente fra loro e con la vegetazione quasi tutta arborea che circonda il paese. Il terreno è ubertosissimo. I campi sono cinti di siepi di felci, di meliloti, di agave, di crateghi, e sono smaltati del verde smeraldo delle graminacee o variamente colorati dalla flora spontanea. Su questo tappeto variopinto si ergono alberi maestosi di fichi, peschi, albicocchi, mandorli, ulivi, ciliegi, peri, susini, lazzeruoli, confusi tra loro, senza ordine, in modo da sembrare un gran bosco di alberi fruttiferi. L’uliveto invece comincia a specializzarsi nel tratto compreso tra Specchia e Miggiano”[4].

    Paesaggio rurale tra Miggiano e Specchia. 

    Dai documenti antichi

     L’etimologia del toponimo Miggiano è di origine incerta. Le Rationes Decimarum, n. 1493, riportano – tra le decime della Diocesi di Otranto – il toponimo Meyanum[5].

    Un documento del 1548 (Platea della Contea di Castro, pp. 128 ss.), custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), menziona in Casali Migiani una turris magna, un trappeto ipogeo e delle mura forse pertinenti un edificio fortificato.

    Antica porta di accesso occidentale (via Lago). Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Vico Barone Vernaleone.

    Un bene prezioso: l’acqua

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località  Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che l’acqua abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dalla Protostoria, si sono stanziati in questo comprensorio[6]. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”[7].

    Nel centro abitato invece l’acqua potabile – secondo Arditi – si trovava “alla profondità media di 20 metri” e non era sempre sufficiente ai bisogni della popolazione. De Giorgi, all’interno del paese, censiva tre pozzi ubicati: sulla via per Taurisano, in via Scalella e nel giardino Cacciatore, profondi rispettivamente 30, 32 e 29 metri[8]. Un quarto pozzo, non menzionato dallo studioso salentino, si trovava sulla piazza principale di Miggiano[9].

    L’area a nord e ad ovest di Miggiano, confinante con i comuni di Ruffano e Specchia, è di frequente interessata da allagamenti a seguito di prolungati periodi di pioggia. Questo settore di territorio, infatti, occupa un’area depressa nella quale confluiscono le acque di scorrimento superficiale provenienti dai punti più elevati che bordano il comune di Miggiano[10]. I modesti corsi d’acqua convergono in località Paduli e Mila, dove sono presenti alcuni inghiottitoi naturali (cosiddette vore) che assorbono in parte le acque superficiali.

    Località Macchie (Miggiano). Ruscello a regime pluviale (foto febbraio 2018). 

    Palude in località Paduli (foto febbraio 2018).  

    Località Mila (Miggiano). Allagamento di un ampio settore di territorio a seguito di un prolungato periodo di pioggia (dicembre 2005).

    Miggiano nel Medioevo

    In località Pozzelle (Miggiano) è stata segnalata un’area di frammenti fittili, pertinente un casale di piccole dimensioni abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel 2015 è stata rinvenuta, da chi scrive e da Vito Lisi, che l’ha segnalata alla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, una probabile punta di freccia in selce di età neolitica, la cui presenza pone degli interrogativi sulla frequentazione prei-protostorica dell’area.

    Località Pozzelle (Miggiano). Area dell’insediamento medievale visto da sud (foto aprile 2008). 

    Ceramica dipinta a bande rosse di XV-XVI secolo è stata rinvenuta anche nel centro storico di Miggiano. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio diruto) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”.

    Scorcio del centro storico, poco distante dal luogo di rinvenimento della ceramica basso medievale e moderna. 

    La chiesa di San Vincenzo[11]

    Intitolata al santo patrono Vincenzo, la chiesa madre di Miggiano ha origini cinquecentesche, con ampliamenti effettuati soprattutto tra il XVIII-XIX secolo.

    La facciata si presenta dalle linee semplici, con il corpo centrale di fabbrica leggermente aggettante e a sua volta sormontato da un timpano triangolare.

    Prospetto esterno della chiesa di San Vincenzo, santo patrono della Città (foto di Stefano Cortese).

    L’interno è scandito in tre navate con degli altari nelle cappelle laterali e nel profondo transetto. Di rilievo la tela, posta nel transetto, di san Vincenzo di Saragozza, del pittore neretino Antonio Donato D’Orlando e datata 1616, così come recita l’iscrizione votiva in basso a sinistra.

    Tela di san Vincenzo di Saragozza del 1616 (foto di Stefano Cortese). 

    Altre tele di rilievo sono la Madonna di Costantinopoli e una Vergine Immacolata, entrambe del XVII secolo. I recenti lavori di restauro infine, hanno consentito di traslare l’altare del transetto e mettere in luce l’affresco riproducente l’albero di Jesse.

    Tela della Madonna di Costantinopoli (foto di Stefano Cortese).

    Contributo tratto da:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Edizioni Dell’Iride, Tricase (Le) 2009. 

    Ringraziamenti

    Per la redazione di questo breve contributo desidero ringraziare i sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra e i soci dell’Associazione Culturale di Miggiano “Medianum – Terra di Mezzo”. Grazie alla loro sensibilità al recupero delle tradizioni antiche del paese è stato possibile effettuare il censimento dei siti ad interesse storico presenti nel territorio di Miggiano.

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    Bibliografia

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Saraceni, schiavi e il Salento, in  Fiorillo R., Peduto P. (a cura di) III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, pg. 443, Firenze, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, pp. 135-164, Brindisi, 1975.

    Marzano V.S., Piccole realtà del Sud Salento. 1860-1915, Lucugnano (Le), 2004.

    Sansò P., Selleri G., Il paesaggio fisico del Bosco Belvedere, in Arthur P., Melissano V. (a cura di) Supersano. Un paesaggio antico del basso Salento, pp. 15-19, Galatina (Le), 2004.

    Note

    [1] Arthur 2003, pg. 443.

    [2] Un particolare ringraziamento va all’impegno dei sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra dell’Associazione socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo.

    [3] Arditi 1879, pp. 355-357.

    [4] De Giorgi 1888.

    [5] Marinelli 1975, pg. 155.

    [6] In località Rutti-Sala, l’incisione del canale si approfondisce di circa 15 metri rispetto al territorio circostante. Le cavità e i ripari sottoroccia presenti nel suo versante occidentale sono stati frequentati dall’età protostorica a quella moderna.

    [7] De Giorgi 1922, pg. 279.

    [8] De Giorgi 1922, pp. 279-280.

    [9] Marzano 2004, pg. 15.

    [10] Il settore nord-occidentale di Miggiano presenta analoghe caratteristiche geomorfologiche del territorio di Supersano, per il quale è stato condotto di recente uno studio in tal senso (Sansò, Selleri 2004, pp. 15-19).

    [11] A cura di Stefano Cortese.

  • LU LETTU DE LA ZITA

    LU LETTU DE LA ZITA

    LU LETTU DE LA ZITA. “Consuetudini nuziali nel Salento tra il ‘600 e il ‘700 attraverso i rogiti notarili”. 

    otrantozita

    Sala Triangolare del Castello – Otranto – lunedì 28 agosto, ore 19

    Saluti del sindaco Ing. Pierpaolo Cariddi.

    Presentazione dell’evento con gli organizzatori (Associazione Culturale Archès) e intervento di:

    FILIPPO GIACOMO CERFEDA, archivista presso l’Archivio Storico Diocesano di Otranto: “Consuetudini nuziali nel Salento tra il ‘600 e il ‘700 attraverso i rogiti notarili”.

    Per informazioni: Melissa Calo’ 347.0605983, fb Associazione culturale Archès e iat otranto tourist info point.

  • Nel Cuore del Salento. Visita guidata nel centro storico di Corigliano d’Otranto

    Nel Cuore del Salento. Visita guidata nel centro storico di Corigliano d’Otranto

    arco lucchetti part.

    I Romani avevano un’espressione per indicare come nel nome fosse già scritta l’essenza dell’oggetto indicato: “Nomen omen”. Questa riflessione ben si adatta al comune di Corigliano d’Otranto, che nel proprio nome fa riferimento al cuore, ribadito graficamente nel gonfalone municipale.
    Il centro storico è un susseguirsi di bianche case che si aprono all’interno delle corti e di frequente lo sguardo, che corre orizzontalmente alle strade di pietra bianca, si interrompe a scrutare la maestosità e la fantasia dei portoni dei palazzi gentilizi, riportando indietro nei secoli le lancette del tempo. Ciò accade con l’Arco Lucchetti, portale ricco di raffinati rimandi simbolici; con le chiese che conservano importanti tele seicentesche, con i palazzi storici (Palazzo Comi, ad esempio) che attestano il passaggio dell’immancabile barocco, con la Torre dell’Orologio, che si ritiene la più antica della Terra d’Otranto.
    Il legame del centro storico con il paesaggio circostante (e il passato) è sottolineato dalla presenza nel paese di una maestosa quercia vallonea pluricentenaria, una specie arborea che un tempo era abbondante e rendeva possibile, fin dalla presenza bizantina, un’attività artigiana molto fiorente: l’arte dei “pelacane”, ossia l’arte della concia e della lavorazione delle pelli. Ma è soprattutto la presenza del Castello, uno dei monumenti più significativi dell’architettura militare in Terra D’Otranto, che con il suo fossato e torrioni segna il limite della parte più antica con l’abitato moderno.
    Tutte queste bellezze storiche e artistiche le apprezzeremo domenica 13 marzo, nel corso di una passeggiata organizzata dall’Associazione Archès nell’ambito di “Paesologando”, laboratorio di narrazione e costruzione del paesaggio nel territorio di Corigliano d’Otranto, all’interno del Progetto Ri-Mani Terra, Programma della Regione Puglia Bollenti Spiriti – Laboratori Urbani Mettici le Mani.
    Appuntamento in Piazza Vittoria, alle ore 10.00. Info e prenotazioni 3470605983 (Melissa), pagina fb Ri-mani Terra.