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  • COMUNICATO STAMPA  “SMARRIMENTI 2021”

    COMUNICATO STAMPA  “SMARRIMENTI 2021”

    L’Associazione culturale Archès, nell’ambito del “Programma Straordinario 2020 in materia di Cultura e Spettacolo. Azione 4” della Regione Puglia, è risultata beneficiaria di un contributo a sostegno del progetto “Smarrimenti 2021”.

    Il progetto si pone l’obiettivo di realizzare una rassegna di eventi che abbia come filo conduttore il tema dell’economia del bello in un mondo perennemente legato alle tecnologie e al virtuale e molto spesso stretto da logiche prettamente finanziarie.

    A tal proposito l’Associazione Archés, da anni impegnata in progetti che abbiano a cuore la bellezza, ha scelto come location siti ricadenti in Comuni che hanno rappresentato delle avanguardie su determinate tematiche quali il turismo, l’educazione all’ambiente e al paesaggio, l’archeologia, le tradizioni artigianali.

    La proposta progettuale si articola in attività quali lezioni all’aperto, rievocazioni storiche, dialoghi con autori vari, mostre e seminari e si svolge nei comuni di Tiggiano (capofila del progetto), Salve, Morciano di Leuca Presicce-Acquarica, Muro Lecce e Lucugnano, fino a fine dicembre.

    A Tiggiano, il 13 dicembre, in occasione della festività di Santa Lucia, si svolgerà una  manifestazione sul culto di Santa Lucia. “Il fuoco d’Europa. Santa Lucia e la tradizione salentina”, con attività di promozione della lettura con bambini dell’istituto comprensivo ed un’estemporanea di ventagli con lezione di iconografia sulle figure dei santi.

    A Corigliano d’Otranto, in autunno, si terrà la terza edizione di “CARNE O PESCE. Idee e storie per giovani alla ricerca di sé” con il racconto di scelte di vita di giovani donne che hanno dato vita a progetti importanti.

    A Muro Leccese si svolgerà una rievocazione storica su aspetti della quotidianità in età classica, con rievocatori in abiti e oggetti fedelmente ricostruiti.

    In autunno, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Salve-Patù-Morciano di Leuca, si svolgeranno delle lezioni sulla storia dei Messapi.

    Nel Capo di Leuca è previsto, ad ottobre, un convegno sulle opportunità del turismo industriale del Salento, con gli interventi di docenti ed esperti del settore, casi di studio e confronti con altre realtà territoriali.

    Il programma si conclude con un ciclo di incontri dal tema “Natura e Smarrimento – il paradigma dell’Hortus Conclusus nella Modernità”, tra Salve, Barbarano del Capo, Giuliano di Lecce e Lucugnano di Tricase.

    Il progetto sarà presentato al pubblico il 18 luglio 2021, presso la sede dell’associazione sita in Palazzo Ramirez a Salve, in un’apposita conferenza stampa alla presenza di alcuni partner e collaboratori sia per fare il punto su quanto già realizzato che per illustrare e presentare le attività ancora da svolgere fino al 31/12/2021.

    Alla conferenza stampa prenderanno parte, oltre ai referenti dell’Associazione Archès, il sindaco di Salve, Avv. Francesco Villanova, l’assessore al Turismo e alle attività culturali del Comune di Salve, dott. Francesco De Giorgi e alcuni partner coinvolti nel progetto. L’occasione sarà quella del decennale dell’attività dell’Associazione Archès nel territorio di Salve, che ha visto nel 2011 la pubblicazione del volume “Archeologia del Salento.

    Appuntamento alle ore 20.30 a Palazzo Ramirez a Salve, domenica 18 luglio 2021.

  • Miggiano: un antico borgo del Salento

    Miggiano: un antico borgo del Salento

    di Marco Cavalera (con il contributo di Stefano Cortese)

    Miggiano è una cittadina del basso Salento nota per la presenza di una cripta di età bizantina. Ogni 17 luglio ospitava, ieri come oggi, “una calca di devoti di quella santa martire (Santa Marina)” e, ogni ottobre, un’importante fiera regionale.

    Cappella di Santa Marina.

    La storia ritrovata

    La tradizione orale racconta di rinvenimenti di notevole interesse archeologico, effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, ad opera di studiosi locali dell’epoca come il Maggiulli di Muro Leccese, che aveva in Miggiano diversi possedimenti terrieri. Tuttavia ricostruire le origini più remote di un paese, attraverso l’esclusiva analisi e disamina delle fonti orali e senza il conforto dei dati materiali, può portare ad una visione distorta della sua storia. Risulta molto difficile, infatti, “distinguere una realtà storica sommersa da secoli da abbellimenti, esagerazioni e fantasie, spesso frutto di racconti orali”[1].

    Stralcio della tavoletta I.G.M. (Foglio 223, I N.O., Taurisano), con l’indicazione del centro storico di Miggiano.

    Recentemente, grazie all’impegno e alla passione di alcuni volontari del paese[2], sono venute alla luce numerose testimonianze archeologiche che, unitamente alle poche notizie tramandateci da storici locali e dalla tradizione orale (in particolare dalle persone più anziane, autentici “scrigni” di saperi), si stanno rivelando fondamentali per ampliare le conoscenze che riguardano le più remote fasi del popolamento umano di Miggiano.

    Località Rutti-Sala. Caverna che si apre lungo il versante orografico destro del canale, laddove è stato individuato un sito protostorico (foto 2005).

    Lungo corridoio di accesso ad una casa a corte in Piazza Municipio. 

    Gli studiosi del passato: Giacomo Arditi

    Giacomo Arditi – nel lontano 1879 – scriveva: “[…] Parmi che questo villaggio sia stato iniziato da un misto di coloni provenienti da diversi luoghi, e qui convenuti e stanziati, o per motivi di industria agricola, o per le distruzioni che nel secolo IX, X e parte dell’XI ci apportarono i conflitti dei Greci contro i Saraceni, e dei Normanni contro gli uni e contro gli altri […]. I sepolcri, li scheletri con la moneta in bocca, il vase lagrimale, la lucerna, e la scodella, uso romano e pagano, rinvenuti verso il 1878 appo il trappeto del signor Vernalione, fan balenare l’idea che questo luogo sia stato in tempi ben remoti, o abitato, o teatro di qualche parziale schermaglia delle tante combattute tra Romani e Salentini più che due secoli av. Cristo.

    […] Il 16 ottobre 1480 i Turchi, dopo il sacrificio di Otranto, scorazzando per queste piagge, invasero tra tanti anche Miggiano, e gli rapirono uomini e cose, donne ed infanti: e quattro anni appresso, il 1 giugno 1484, dopo l’eccidio di Gallipoli, patì anch’esso le correrie dei Veneziani. Per la qual cosa ei restò triste e depopolato in modo che nel 1532 contava appena 50 fuochi, 53 nel 1545, 66 nel 1561, 64 nel 1595, 40 nel 1648, e 55 nel 1669”[3].

    Particolare della garitta di Palazzo Vernaleone. Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Cosimo De Giorgi

    De Giorgi, nel 1888, descriveva in questo modo il paesaggio rurale miggianese: “Il paesaggio è ridente e pittoresco. Le linee delle colline e della pianura ondulata armonizzano leggiadramente fra loro e con la vegetazione quasi tutta arborea che circonda il paese. Il terreno è ubertosissimo. I campi sono cinti di siepi di felci, di meliloti, di agave, di crateghi, e sono smaltati del verde smeraldo delle graminacee o variamente colorati dalla flora spontanea. Su questo tappeto variopinto si ergono alberi maestosi di fichi, peschi, albicocchi, mandorli, ulivi, ciliegi, peri, susini, lazzeruoli, confusi tra loro, senza ordine, in modo da sembrare un gran bosco di alberi fruttiferi. L’uliveto invece comincia a specializzarsi nel tratto compreso tra Specchia e Miggiano”[4].

    Paesaggio rurale tra Miggiano e Specchia. 

    Dai documenti antichi

     L’etimologia del toponimo Miggiano è di origine incerta. Le Rationes Decimarum, n. 1493, riportano – tra le decime della Diocesi di Otranto – il toponimo Meyanum[5].

    Un documento del 1548 (Platea della Contea di Castro, pp. 128 ss.), custodito presso l’Archivio di Stato di Lecce (A.S.L.), menziona in Casali Migiani una turris magna, un trappeto ipogeo e delle mura forse pertinenti un edificio fortificato.

    Antica porta di accesso occidentale (via Lago). Foto di Anna Grazia Nuzzo. 

    Vico Barone Vernaleone.

    Un bene prezioso: l’acqua

    Il territorio di Miggiano disponeva – in epoche antiche – di notevoli risorse idriche, grazie ad un canale naturale che si sviluppava dall’area paludosa di Supersano (lago Sombrino), attraversava i feudi di Ruffano, Torrepaduli e Miggiano (località  Rutti-Sala) e, infine, sfociava a Tricase Porto (canale lu Riu). È probabile che l’acqua abbia attratto i numerosi gruppi umani che, a partire dalla Protostoria, si sono stanziati in questo comprensorio[6]. De Giorgi, a tal proposito, affermava che “nelle contrade Curti, Nesca e Pozzomasciuri la zona acquifera oscilla dai m. 6,50 agli 6 metri, ma le acque si perdono nell’estate”[7].

    Nel centro abitato invece l’acqua potabile – secondo Arditi – si trovava “alla profondità media di 20 metri” e non era sempre sufficiente ai bisogni della popolazione. De Giorgi, all’interno del paese, censiva tre pozzi ubicati: sulla via per Taurisano, in via Scalella e nel giardino Cacciatore, profondi rispettivamente 30, 32 e 29 metri[8]. Un quarto pozzo, non menzionato dallo studioso salentino, si trovava sulla piazza principale di Miggiano[9].

    L’area a nord e ad ovest di Miggiano, confinante con i comuni di Ruffano e Specchia, è di frequente interessata da allagamenti a seguito di prolungati periodi di pioggia. Questo settore di territorio, infatti, occupa un’area depressa nella quale confluiscono le acque di scorrimento superficiale provenienti dai punti più elevati che bordano il comune di Miggiano[10]. I modesti corsi d’acqua convergono in località Paduli e Mila, dove sono presenti alcuni inghiottitoi naturali (cosiddette vore) che assorbono in parte le acque superficiali.

    Località Macchie (Miggiano). Ruscello a regime pluviale (foto febbraio 2018). 

    Palude in località Paduli (foto febbraio 2018).  

    Località Mila (Miggiano). Allagamento di un ampio settore di territorio a seguito di un prolungato periodo di pioggia (dicembre 2005).

    Miggiano nel Medioevo

    In località Pozzelle (Miggiano) è stata segnalata un’area di frammenti fittili, pertinente un casale di piccole dimensioni abbandonato probabilmente nel corso del XVII secolo. Si tratta di una zona la cui importanza a livello archeologico era stata rilevata da alcuni storici locali a partire dal XIX secolo.

    Nel 2015 è stata rinvenuta, da chi scrive e da Vito Lisi, che l’ha segnalata alla Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia, una probabile punta di freccia in selce di età neolitica, la cui presenza pone degli interrogativi sulla frequentazione prei-protostorica dell’area.

    Località Pozzelle (Miggiano). Area dell’insediamento medievale visto da sud (foto aprile 2008). 

    Ceramica dipinta a bande rosse di XV-XVI secolo è stata rinvenuta anche nel centro storico di Miggiano. La frammentarietà e il luogo di giacitura di questi reperti (nascosti sotto il piano di calpestio di un vecchio edificio diruto) suggeriscono l’ipotesi di un evento traumatico avvenuto nel corso del XVI secolo, periodo in cui, secondo Arditi, il paese “restò triste e depopolato”.

    Scorcio del centro storico, poco distante dal luogo di rinvenimento della ceramica basso medievale e moderna. 

    La chiesa di San Vincenzo[11]

    Intitolata al santo patrono Vincenzo, la chiesa madre di Miggiano ha origini cinquecentesche, con ampliamenti effettuati soprattutto tra il XVIII-XIX secolo.

    La facciata si presenta dalle linee semplici, con il corpo centrale di fabbrica leggermente aggettante e a sua volta sormontato da un timpano triangolare.

    Prospetto esterno della chiesa di San Vincenzo, santo patrono della Città (foto di Stefano Cortese).

    L’interno è scandito in tre navate con degli altari nelle cappelle laterali e nel profondo transetto. Di rilievo la tela, posta nel transetto, di san Vincenzo di Saragozza, del pittore neretino Antonio Donato D’Orlando e datata 1616, così come recita l’iscrizione votiva in basso a sinistra.

    Tela di san Vincenzo di Saragozza del 1616 (foto di Stefano Cortese). 

    Altre tele di rilievo sono la Madonna di Costantinopoli e una Vergine Immacolata, entrambe del XVII secolo. I recenti lavori di restauro infine, hanno consentito di traslare l’altare del transetto e mettere in luce l’affresco riproducente l’albero di Jesse.

    Tela della Madonna di Costantinopoli (foto di Stefano Cortese).

    Contributo tratto da:

    Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei territori di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Edizioni Dell’Iride, Tricase (Le) 2009. 

    Ringraziamenti

    Per la redazione di questo breve contributo desidero ringraziare i sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra e i soci dell’Associazione Culturale di Miggiano “Medianum – Terra di Mezzo”. Grazie alla loro sensibilità al recupero delle tradizioni antiche del paese è stato possibile effettuare il censimento dei siti ad interesse storico presenti nel territorio di Miggiano.

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    Bibliografia

    Arditi G., Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Tomo I, 1879.

    Arthur P., Saraceni, schiavi e il Salento, in  Fiorillo R., Peduto P. (a cura di) III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, pg. 443, Firenze, 2003.

    De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

    De Giorgi C., Descrizione fisica geologica e idrografica della provincia di Lecce, pp. 279-280, Lecce, 1922.

    Marinelli A., Contributo alla storia della romanizzazione del Salento, in Ricerche e studi, VII. Quaderni del Museo Archeologico Provinciale “Ribezzo” di Brindisi, pp. 135-164, Brindisi, 1975.

    Marzano V.S., Piccole realtà del Sud Salento. 1860-1915, Lucugnano (Le), 2004.

    Sansò P., Selleri G., Il paesaggio fisico del Bosco Belvedere, in Arthur P., Melissano V. (a cura di) Supersano. Un paesaggio antico del basso Salento, pp. 15-19, Galatina (Le), 2004.

    Note

    [1] Arthur 2003, pg. 443.

    [2] Un particolare ringraziamento va all’impegno dei sig.ri Luigi Carbone e Luigi Marra dell’Associazione socio-culturale Medianum – Terra di Mezzo.

    [3] Arditi 1879, pp. 355-357.

    [4] De Giorgi 1888.

    [5] Marinelli 1975, pg. 155.

    [6] In località Rutti-Sala, l’incisione del canale si approfondisce di circa 15 metri rispetto al territorio circostante. Le cavità e i ripari sottoroccia presenti nel suo versante occidentale sono stati frequentati dall’età protostorica a quella moderna.

    [7] De Giorgi 1922, pg. 279.

    [8] De Giorgi 1922, pp. 279-280.

    [9] Marzano 2004, pg. 15.

    [10] Il settore nord-occidentale di Miggiano presenta analoghe caratteristiche geomorfologiche del territorio di Supersano, per il quale è stato condotto di recente uno studio in tal senso (Sansò, Selleri 2004, pp. 15-19).

    [11] A cura di Stefano Cortese.

  • DAL TEMPIO DI ATENA AL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI LEUCA. FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO

    DAL TEMPIO DI ATENA AL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI LEUCA. FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO

    di Marco Cavalera

    La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente – all’inizio di ogni stagione estiva – fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae – sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) – è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

    Santa Maria di Leuca. Promontorio Punta Meliso. Foto N. Febbraro.
    Santa Maria di Leuca. Promontorio Punta Meliso. Foto N. Febbraro.
    La tradizione storica

    Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 533-536), localizzava lo sbarco di Enea presso un “[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”, senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

    Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive: “[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6). Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

    La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie – pubblicata postuma nel 1558 – identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione[1].

    Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive: “[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

    L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente. In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa. Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria[2].

    Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

    I dati archeologici

    In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio”[3].

    Gli scavi stratigrafici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

    Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

    Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica. Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

    Risale poi al 2015 il rinvenimento del busto acefalo e al 18 marzo 2022 il recupero di due blocchi delle parti inferiori di una statua attribuita dagli studiosi ad Atena Iliaca. Si tratta di un ritrovamento notevole: alta 3,40 metri per 800 chilogrammi, è composta da dieci elementi, anche se al momento manca la testa.

    Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

    La Grotta Porcinara a Punta Ristola

    Se – da un lato – l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca. Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

    Apertura della Grotta Porcinara (Punta Ristola presso Santa Maria di Leuca). Foto M. Cavalera.
    Apertura della Grotta Porcinara (Punta Ristola presso Santa Maria di Leuca). Foto M. Cavalera.

    La divinità venerata era Zis[4], rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

    I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

    Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

    In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

    Grotta Porcinara: iscrizione in alfabeto greco
    Grotta Porcinara: iscrizione in alfabeto greco

    Il santuario – quindi – localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei[5].

    Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo – il Salvatore – salva gli uomini dal peccato.

    Bibliografia:

    Aa.Vv., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, a cura di A. Pranzo, Lecce, 2008, pp. 222-224.

    Aa.Vv., Leuca, Galatina, 1978, pp. 177-221.

    Auriemma R., Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004, pp. 289-291.

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 46-47.

    Chiuri A., Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia, Tricase, 2000.

    D’Andria F., Cavallino. Un centro indigeno del Salento, 2002, pp. 1-10.

    D’Andria F., Lombardo M., I Greci in Terra d’Otranto, Martina Franca (Ta), 1999, pp. 30-33.

    Sarcinella E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.

    Zacchino V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.

    [1] Zacchino 2004, p. 66.

    [2] Chiuri 2000,  p. 17.

    [3] Chiuri 2000, p. 15.

    [4] Zis è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).

    [5] Cavalera 2010, pp. 46-47.

    Per i più recenti ritrovamenti a Castro dei reperti litici attribuiti ad Atena:

    https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/castro_restauro_dea_atena_colori_era_bionda_la_scoperta_ciuffo_capelli-7152843.html

    https://www.lecceprima.it/attualita/castro-ritrovata-parte-inferiore-statua-dea-atena-18-marzo-2022.html

  • Lo sbarco di Enea. Laboratorio di teatro, musica e danza storica

    Lo sbarco di Enea. Laboratorio di teatro, musica e danza storica

    castello di Castro (foto M. Piccinni)
    castello di Castro (foto M. Piccinni)

    Domenica 20 settembre, alle ore 20, avrà inizio presso il Castello di Castro (LE) lo spettacolo conclusivo del laboratorio gratuito di teatro, musica e danza storica “Lo sbarco di Enea”.

    L’evento si inserisce tra le attività del SAC Porta d’Oriente “La storia e il mito” e propone una rivisitazione in chiave rinascimentale del mito di Enea, strettamente legato alla location scelta. Il frammento del III Libro dell’Eneide di Virgilio descrive lo sbarco di Enea a Castrum Minervae. Il passaggio verrà affrontato attraverso tre letture: teatrale, musicale e coreutica che convergeranno in un unico spettacolo con la regia di Angela De Gaetano. Il progetto, coordinato dall’associazione Archès, è sottoposto alla direzione artistica di José Luis Molteni e vede la partecipazione di Rita Cantoro (coordinatrice del modulo di danza rinascimentale) e di importanti esponenti della musica antica che svolgeranno sia l’attività concertistica che didattica del modulo musicale: il maestri Luca Tarantino con gli strumenti antichi a pizzico (tiorba, liuto, chitarra barocca), Maurizio Ria (violone e viola da gamba), Pier Paolo del Prete (violino barocco e lira da braccio) e lo stesso Molteni (flauti dolci, bombarde e percussioni). Il laboratorio è rivolto non soltanto a chi pratica già la musica antica ma soprattutto a chi desidera avvicinarsi al repertorio tardorinascimentale pur suonando uno strumento moderno (chitarra, flauto traverso, violoncello, oboe, clarinetto, fagotto, trombone, ecc.).

  • GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    GUIDA ARCHEOLOGICA. ANTICA MESSAPIA

    La Guida archeologica “Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C.”, a cura di Marco Cavalera, è una pubblicazione di 64 pagine con ricco corredo di foto ed illustrazioni a colori.

    La guida si articola in tre brevi capitoli.

    Nel primo si focalizza l’attenzione sulla penisola salentina prima del fiorire della civiltà messapica.

    Il secondo fornisce un inquadramento storico del Salento in età messapica, a partire dall’età del Ferro (IX – VII secolo a.C.) fino alla fase ellenistica (IV – III secolo a.C.).

    La terza sezione riguarda i luoghi della Messapia meridionale, con una sintetica descrizione degli insediamenti archeologici di Vaste, Castro, Montesardo, Grotta Porcinara (Santa Maria di Leuca), Vereto (Patù), La Chiusa alla Masseria Fano (Salve) e Ugento.

    Dall’introduzione (di Augusto Cavalera)

    “Raccontare in breve il Salento a dei lettori che, in questo momento, stanno per leggere – per distrazione o per diletto – questa mini pubblicazione, non è impresa semplice. Catturare in poche righe l’enfasi e l’essenza di questo territorio e porgerla all’attenzione di coloro che vogliono scoprirne i caratteri salienti necessita di uno sforzo che si colloca al limite tra un’immaginazione sensibile e personale ed una realtà effettuale e descrittiva, comunque mai banale.

    Forse sarebbe meglio non raccontare alla stregua di una mera didascalia turistica, bensì lasciarsi trasportare dalla semiotica riflessa di una poesia, di un canto, un “cunto”; versi d’altri tempi, verso un altro tempo che, neutro, trapassa la matematica degli anni.

    Il Salento è dinamica immantinenza, è metafisica di planetaria pittura, rubiconda e accesa, sospesa e sublimata, paesaggio indefinito racchiuso tra un’ogiva di terra rossa ed una colata di cielo mediterrae.

    In questo luogo la bellezza è pura stratificazione di tempo, lembi di conoscenza che ancora si nascondono, in attesa di trovare luce. Ed è qui che quell’attesa plasma fascino ed empatia. Dettagli di superficie che rimandano a culture custodite nelle viscere della terra, cocci di ceramiche antiche, come gocce di pioggia emersa e sedimentata, che segnano  i battiti di un passato diventato oramai roccia.

    Archeologia come “antico discorso” che profana le leggi della conservazione ed èleva la ricerca, rendendo la narrazione contemporanea ed intellegibile. Il codice anagrafico ed antologico di un territorio possiede “identità” in virtù del proprio contenuto sotterraneo, perché anche ciò che affiora altro non è che il sotterraneo del suo cielo.

    Ma il Salento non si racconta, si fa raccontare, e la poesia che si crea dal vissuto è solo il sospiro di chi, fermo su uno scoglio o seduto su una radice di ulivo, diventa parte di un’emozione che si custodisce per sempre nel sotterraneo della propria anima, in attesa di essere soavemente trasportata lungo i segreti del tempo“.

    Di seguito il link per scaricarla gratuitamente in formato PDF: guida antica messapia