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  • PRESENTAZIONE LIBRO  Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    PRESENTAZIONE LIBRO Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico

    VENERDÌ 9 ottobre ore 19, sala polivalente Torre Vado

    PRESENTAZIONE LIBRO

    Misteriosi Antri. Leggende di grotte nel Salento – un racconto antropologico, di Alessio Stefàno

    Il libro raccoglie – sotto forma di brevi racconti – le più affascinanti ed enigmatiche leggende carsiche salentine.

    L’autore offre alcune chiavi di lettura simboliche ed antropologiche delle stesse leggende, penetrando in maniera profonda nella cultura tradizionale del Salento, dove alcuni luoghi rappresentano non solo centri che legittimano identità e appartenenza delle popolazioni, ma vere e proprie soglie tra il mondo umano e sovrumano.

    Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Morciano di Leuca, Lorenzo Ricchiuti, e della consigliera delegata alla Cultura, Ombretta Renzo, l’autore dialogherà con Marco Piccinni (Gruppo Speleologico Tricase), che relazionerà sugli interventi di pulizia svolti all’interno della Vora Grande di Barbarano del Capo, e con Marco Cavalera (Archès APS), che farà il punto della situazione sul censimento, studio e accatastamento delle grotte di Torre Vado.

    Con l’occasione sarà proiettato il cortometraggio “La Vora Grande di Barbarano, tra geologia, storia e leggende”, realizzato da B. Luigi Nuzzo, con riprese di Emanuele Levantaci, Antonio Pellico e del GST e voce narrante di Elisa Maggio.

    Nel corso dell’incontro ci saranno voci e suggestioni teatralizzate a cura del Teatro delle Quinte, diretto da Nicola Luigi Torricella.

    Vi aspettiamo venerdì 9 ottobre alle ore 19.00 all’area servizi di Torre Vado, presso la sala polivalente.

    Iniziativa organizzata dall’Associazione Archès APS e dal Gruppo Speleologico Tricase, con il patrocinio del Comune di Morciano di Leuca e la preziosa collaborazione del Teatro delle Quinte.

  • Il centro antico di Morciano in festa (VI edizione)

    Il centro antico di Morciano in festa (VI edizione)

    Il centro storico del paese si prepara ad accogliervi con tutta la sua magia!
    Alcune riconferme, moltissime novità: quello che vi promettiamo è una serata di setcl, tantissima , , e naturalmente i nostri del territorio.
    Passeggiate tra vicoli suggestivi, case a corte, antichi palazzi e scorci ricchi di storia, vivendo un’esperienza unica nel cuore del borgo.
    Ecco il programma definitivo dell’edizione 2026.
    Nel cortile interno di Palazzo Strafella vi aspettano i giochi ecosostenibili a cura di AnimArte, pensati per divertire grandi e piccini.
    Ore 21.15 – Nell’atrio di Palazzo Laura il duo Sirokos, con Francesca Indino (soprano) e Margherita Mariano (pianoforte), regalerà un raffinato concerto.
    Ore 21.30 – In una corte di via Ippolitis, la straordinaria violinista e compositrice H.E.R. incanterà il pubblico.
    Dalle 22.30 – In Piazza San Giovanni, il coro “Coro a Coro”, diretto da Rachele Andrioli, porterà in scena musiche popolari e d’autore provenienti da tutto il mondo.
    Lungo Via Roma, via Ippolitis e nei vicoli del centro antico saranno presenti artigiani e artisti con le loro creazioni, mentre in una suggestiva corte prenderà vita “Poesie in Corte”, a cura del Teatro delle Quinte, dove parole, emozioni e memoria si intrecceranno in un’atmosfera speciale.
    Il divertimento sarà assicurato con Il Grande Lebuski Show, spettacolo comico-circense, e con i Rebel Circus, protagonisti della performance di acrobatica aerea “Sulle Corde del Cuore”, impreziosita dalla presenza delle trampoliere luminose “Las Brillantes”.
    In Piazza Giovanni Paolo II, il Mago Lord Renzo presenterà il suo nuovo spettacolo di magia.
    Nelle sale di Palazzo Strafella sarà possibile visitare una mostra di retrocomputer e console dagli anni ’80 a oggi, oltre a cimentarsi con una scacchiera gigante grazie all’ASD La Salle Salento Scacchi.
    Per l’occasione saranno aperte anche alcune delle più belle corti del centro storico.
    Nella corte Monteduro Fabiana Renzo esporrà le sue illustrazioni, insieme a Salvatore Galati.
    In Vico Torri ci sarà Elisa Maggio con letture per bambini.
    Nelle strade del paese ci sarà un raduno di auto storiche organizzato dall’Associazione Alessano motori d’epoca OLD CARS.
    E naturalmente non mancheranno i sapori del territorio, con degustazioni di vini e prodotti tipici a cura dell’Enoteca Melacotogna, il pentolo di Alessandro Colona, i gelati Ge.Co., il pomodoro di Morciano e tante altre gustose sorprese!
  • Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    Studi, ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve. Sabato 30 dicembre 2023

    LA VALORIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI NEI PRIMI 20 ANNI DI ATTIVITA’ A SALVE. DALLE PRIME RICERCHE ARCHEOLOGICHE ALLE PROPOSTE DI VISITE GUIDATE SUL TERRITORIO. 

    Sabato 30 dicembre 2023

    L’Associazione Archès, in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Salve, organizza un incontro focalizzato sulla valorizzazione e promozione del patrimonio storico, archeologico e paesaggistico del territorio, presentando un resoconto dell’attività ventennale dell’Associazione che qui ha percorso i primi passi all’alba del nuovo millennio e che è culminata, nel 2011, con la pubblicazione del volume “Archeologia del Salento”, oggi giunto alla seconda ristampa.

    Il programma prevede una visita guidata gratuita che parte dall’area archeologica dei tumuli funerari e si conclude a Grotta Montani, una cavità scoperta dai fratelli Piccinno ed indagata nel 1973 dai compianti archeologi Giuliano Cremonesi ed Elettra Ingravallo, dove sono state portate alla luce tracce della presenza nel sito dell’Uomo di Neanderthal, risalenti a 70000 anni fa.

    La seconda parte si svolgerà, invece, nella saletta di Palazzo Ramirez, palazzo storico di recente acquisito dal comune di Salve, in cui si relazionerà sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro, con interventi di Nicola Febbraro “Vent’anni di ricerche e promozione del patrimonio archeologico del territorio di Salve“, di Marco Cavalera “Esperienze di Turismo culturale ecosostenibile a Salve e nel Capo di Leuca” e di B. Luigi Nuzzo “Innovazione e transizione digitale del patrimonio culturale. Creazione di nuovi prodotti creativi per lo storytelling”.

    Introdurranno l’incontro il Sindaco di Salve, Avv. Francesco Villanova, l’Assessore all’Ambiente e al Turismo, Ing. Francesco De Giorgi, e la Responsabile Ufficio Promozione e Conservazione dei Beni Culturali, dott.ssa Caterina Stasi.

    Programma di sabato 23 dicembre 2023:

    ore 14.30 – visita guidata all’area archeologica dei tumuli e a Grotta Montani (escursione gratuita con prenotazione obbligatoria contattando il numero 340.5807632).

    Ore 17.00 – ritorno a Salve, a Palazzo Ramirez, visita a Metessi. Piccolo museo sulla tessitura artigianale salentina.

    Ore 17.30 – incontro culturale sullo studio e la promozione del patrimonio storico ed archeologico salvese, nel contesto del Capo di Leuca, presso Palazzo Ramirez.

    Il convegno è stato realizzato grazie al contributo concesso dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali. 

  • Caro amico nodoso…un racconto di Lidia Masci

    Caro amico nodoso…un racconto di Lidia Masci

    Nelle sperdute campagne del profondo Capo di Leuca, immerso in un suggestivo “paesaggio di pietra”, un secolare ulivo sorveglia come una silente sentinella un antico sentiero, un tempo solcato dai pastori e dai contadini che dal paese di Morciano si recavano ai fertili campi che si estendevano vicino al mare. Il nome della strada, “Irsuli” riemerge da vecchie mappe ottocentesche e la sua origine è ignota.

    Le chiome dell’ulivo, sopravvissute al disastro della malattia che ha colpito gran parte dei suoi simili, ammirano tramonti sul mare e osservano – in nitide giornate di tramontana – i rilievi montuosi della Basilicata e della Calabria, che preannunciano il maltempo tre giorni dopo la loro comparsa.

    A questo albero dal tronco rugoso e segnato dal tempo Lidia Masci, scrittrice bresciana innamorata di questo lembo di Salento, ha dedicato un racconto che vi invitiamo a leggere e, soprattutto, a cogliere il messaggio che Lidia ha voluto trasmettere in un appassionante dialogo immaginario tra lei e il suo “caro amico nodoso”.

    Caro amico nodoso, ti ho lasciato a sorvegliare il ciolo con profondo dolore e tu, sentinella silenziosa che nascondi l’annosità contorta della vita fra le rughe profonde del tuo essere, mi hai salutato, ondeggiando le tue piccole foglie placide alla lieve brezza marina. “Non andare, mi hai detto  rincorrendomi  con  la  tua  voce  baritonale, ti devo, ancora, raccontare come sono approdato sulla terra degli uomini, dopo aver lasciato il mio verde pianeta  popolato solo di piante generate  da un’unica radice!” La curiosità mi impedì di proseguire, così ritornai sui miei passi e mi accoccolai fra le sue radici proprio nel punto in cui avevano  annodato le pietre creando una comoda poltrona naturale. 

    “Un’unica radice, chiesi, ma com’è possibile?” “Un’unica radice abbraccia tutto il pianeta, vive nelle profondità della terra e ritorna in superficie solo quando è stanca della oscurità che l’avvolge; qui, si insinua  negli anfratti più reconditi, si allunga, si attorciglia, si fascicola, si piega ad angolo retto, acuto, piatto. Poi si inabissa di nuovo nelle profondità oscure per succhiare ai pozzi naturali e alle falde traboccanti d’acqua, la vita.

    Quando le mani roventi del sole l’accarezzano lei spinta dal desiderio si lascia sedurre, asseconda la danza di quelle mani voluttuose e alla fine apre il suo ventre e germoglia.” 

    “Ma la diversità, da dove deriva?” gli chiesi e intanto mi immaginavo quell’enorme pianeta tutto terra, senza mare, con un nucleo acquoso e vestito di un velluto verde a scacchi tra le cui cuciture lasciava intravedere atolli allungati di terra marrone. 

    “La diversità, disse, è provocata dalla dinamica delle sue forze interiori. Quando è satura di sole, d’acqua e d’amore, fa esplodere i suoi mille canali e  nuovi  piccoli  virgulti  nascono cullati  da  piccole gocce d’acqua premurose che, pian piano, a contatto con la terra e toccate dal calore del sole, esprimono con un languore diverso la loro morte imminente e così dall’amore prima e dalla morte dopo, nascono tutte le piante: la radice è unica, ma le diversità, che dipendono anche dal numero delle gocce, non si contano. Io sono nato fra mille gocce d’acqua morenti, in un momento d’amore profondo, di passione struggente fra il sole e la Madre Radice e nascondo, nelle viscere del mio essere, infinite ampolle verdi ricolme d’oro liquido che regalo agli uomini ogni anno per ricordare al vostro mondo la mia nascita fra le stelle.”

    “Come sei arrivato qui sulla terra, quando hai regalato agli uomini le prime ampolle?”, chiesi osservando la sua folta chioma scompigliata dal vento malinconico di fine estate che trascinava i suoi pensieri fino a sperderli sull’orizzonte. Il gigante sembrò chiudersi in se stesso, come se volesse trattenere i suoi segreti, ma il tocco amico della mia mano sulla sua corteccia a placche, quello con cui ogni sera lo salutavo augurandogli la buona notte, lo rilassò e così mi introdusse nella sua storia fantastica. “Vivevo felice con la mia numerosa famiglia, tutti uniti su quell’unica Madre Radice, fonte di tutta la vita.

    Le giornate trascorrevano serene fra chiacchiere condite con fruscii e sussurri, ondeggiamenti di fronde al vento con il loro verde, grigio-argento che appariva e scompariva intervallato dal verde più brillante delle  foglie dei nostri  vicini: i lecci. Un giorno fra noi nacque una splendida pianta mai vista prima. Timidamente mi disse di chiamarsi Betulla. La sua corteccia era un tubino bianco e nero, i rami flessuosi erano braccia sottili e i capelli erano una chioma leggera di foglie a forma di piccoli  cuori. Fu amore a prima vista! La corteggiai fino all’esasperazione e, alla fine, lei si innamorò di me. Gli  anni,  però, erano passati; io crescevo annodandomi  sul  fusto, lei iniziò ad avvizzire e pian piano scomparve per lasciare il posto ad altre creature del suolo in un ultimo atto d’amore. Singhiozzai la mia disperazione, mescolai lacrime a stille di rugiada tanto da creare un fiume di dolore che arrivò dritto al  cuore della mia Madre Radice. Questa, preoccupata, chiese al vento di regalarmi dei fiori che si tramutarono in piccoli frutti verdi, ma il dolore non si placò perché Betulla restava sempre scolpita nel mio cuore legnoso. Le lacrime finirono, restò solo il mio travaglio interiore per un amore perduto che mi annodò sempre più con il passare degli anni. Poi arrivò la pace fra le mille betulle nate dalle mie lacrime d’amore e una quiete perenne si impossessò del mio essere perché mi riconciliai con me stesso e con quel mondo frondoso che mi circondava. I miei rami spezzavano la violenza del sole, assicuravano l’ombra ai piccoli arbusti  appena nati e, con il loro fruscio, sussurravano parole incantate ai giovani virgulti che stentavano a crescere. 

    Un giorno Signora Armonia arrivò sul pianeta e chiese a Madre Radice un dono per dei piccoli esseri che stavano  popolando un pianeta lontano: la Terra. “Vorrei  una  pianta  che  racchiuda  tutto  l’amore possibile fra il cielo e la terra, che sia un simbolo di pace per quegli spiriti  ribelli  sempre in lotta fra di loro; una  pianta  che  trasformi  se stessa in una sorgente di cibo!” “Ti darò una miniera d’oro ripiena – replicò Madre Radice  e  così  dicendo  ridusse  talmente  le  mie dimensioni che divenni un fermaglio chiomoso fra i capelli di Signora Armonia. Col pensiero mi trasmise sulla vostra terra irrequieta e, qui, fra zolle sconosciute, crebbi solo, poi trovai nuovi amici e nuovi piccoli arbusti da proteggere sotto il mio ombrello bucato.

    Crebbi sempre più nodoso e dai miei frutti iniziò a scorre una miniera d’oro liquido che ha invaso tutta la terra.” Tacque e si addormentò con i passeri fra le sue stesse fronde.

    Per omaggiare Lidia e il suo “caro amico nodoso” abbiamo donato all’albero una stampa del racconto, in modo che chiunque voglia venire a trovarlo possa sussurrargli questa bellissima storia.

    Biografia di Lidia Masci

    Nata a Brescia, ha insegnato prima in Francia, poi nella sua città, amando profondamente il suo lavoro e i suoi studenti. Instancabile viaggiatrice, ha esplorato il mondo alla ricerca dell’essenza delle cose e della loro magica diversità. Ha pubblicato diversi libri, tra cui: Anno Bisestile (Gilgamesh edizioni, 2016), Il Cerchio (ilmiolibro edizioni, 2012).

  • Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    Grandi Specchie nel Salento con riferimento al territorio di Salve

    di Nicola Febbraro e Marco Cavalera

    Le grandi Specchie nel Salento. Premessa

    Il termine specchia[1], in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificate.

    Fig. 1 – Specchia Silva nel territorio di Taurisano.

    Numerosi sono gli studiosi che, a partire dal XIX secolo, si sono interessati al fenomeno delle grandi specchie, molte delle quali sono state nel tempo smantellate[2].

    Gli studi degli storici

    De Giorgi – che ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir – ne ha censite, in Terra d’Otranto, 143[3]. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo[4].

    Jatta – i cui studi sono da riferire agli inizi del XX secolo – considerava le grandi specchie dei monumenti d’età storica. Lo studioso è stato il primo ad effettuarne una distinzione cronologica e funzionale in piccole e grandi specchie, intendendo in questo ultimo caso quelle il cui diametro poteva raggiungere i 35 metri e la cui altezza era compresa, generalmente, fra i 15 e i 20 metri. Jatta – infatti – ha ritenuto che le grandi specchie siano state edificate a scopo sia difensivo che di controllo del territorio. Riguardo alle piccole specchie – invece – lo studioso ha ipotizzato che si sia trattato di monumenti eretti a scopo funerario[5].

    Drago – nel corso degli anni ’40 del secolo scorso – riprese la teoria, proposta da Jatta, secondo la quale occorreva fare una distinzione, dal punto di vista cronologico e funzionale, fra piccole e grandi specchie. Lo studioso procedette allo scavo di tre grandi specchie e di diverse piccole specchie. Dallo scavo delle prime non emersero né ossa umane né manufatti, motivo per cui giunse alla conclusione che non si trattava di monumenti funerari. Lo studioso, a proposito delle piccole specchie, ha osservato che la loro diffusione riguarda tutta la Puglia mentre le grandi specchie sono ubicate esclusivamente nel Salento. Drago – nel 1941 – ha scavato undici piccole specchie (i cui diametri oscillavano fra i 15 e i 30 metri e le cui altezze non superavano i 2-2,5 metri) situate in territorio di Vernole (Le). Lo scavo permise di individuare delle celle dolmeniche con dromos (corridoio) di accesso al cui interno vi erano delle sepolture e dei reperti archeologici: frammenti ceramici ad impasto, manufatti in selce ed in bronzo, frammenti di ossa umane (talvolta bruciate) ed alcuni resti ossei pertinenti ad un fanciullo e ad un individuo adulto rannicchiato. Tali monumenti sono stati attribuiti all’età del Bronzo (II millennio a.C.)[6].

    Neglia, a proposito dell’originaria funzione e cronologia delle grandi specchie, è giunto alla conclusione che si tratta di apprestamenti difensivi di età messapica (I millennio a.C.). Lo studioso, a tal proposito, ha osservato che alcune di esse sono disposte in cerchio attorno ad alcuni centri messapici (Rudiae, Ceglie, Ugento e Oria) a mo’ di anello difensivo avanzato rispetto alla linea delle fortificazioni[7].

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale[8]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni (Manduria) conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[9].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente[10].

    Fig. 2 – ruderi della Specchia Torricella (Supersano). Foto del 24 marzo 2009. 

    Le ipotesi avanzate riguardo ad un’esatta definizione della funzione e della cronologia delle grandi specchie – come visto – sono molteplici e spesso discordanti, cosicché non si è ancora giunti ad una conclusione unanimemente condivisa.

    Lo studio etimologico del termine, unitamente all’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, suggerisce che si sia trattato di monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. Lo loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Fig. 3 – Specchia “de Amygdalis” nel territorio di Specchia.

    Grandi Specchie nel territorio di Salve

    Aldo Simone, storico salvese, a proposito di grandi specchie scrive che “In feudo di Salve ve n’erano alcune: una esiste ancora, un po’ dimezzata, nei pressi della nostra spiaggia (Posto Cantoro), un’altra stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta; ma la più grande era quella della masseria Cucuruzzi, detta anche la specchia dei Fersini”[11]. Fra le grandi specchie esistenti in feudo di Salve la sola Specchia Cantoro è presente negli elenchi stilati da De Giorgi, Teofilato e Palumbo[12] ed è citata – inoltre – da Passaseo[13] in un suo studio.

    La Specchia dei Fersini o Cucuruzzi

    Fig. 4 – Specchia dei Fersini o Cucuruzzi (foto N. Febbraro).

    In località Cucuruzzi, a breve distanza dalle Masserie Spiggiano (Presicce) e Fersini (Salve), sono stati individuati i ruderi della Specchia dei Fersini o Cucuruzzi. La specchia sorge su un altopiano della Serra Falitte ad un’altitudine s.l.m. pari a 142 metri. Dalla sua sommità si domina visivamente un vasto territorio. La Specchia dei Fersini dista circa 2 Km da quella di Pozzo Mauro, ubicata sull’omonima serra in territorio di Presicce, con la quale è collegata visivamente.

    Simone, a proposito della Specchia dei Fersini, scrive che “non è rimasto più nulla: hanno portato via tutto l’ingente materiale per costruzione di massicciate stradali, di vespai e di altro”[14]. La specchia, in realtà, ha sì subito un notevole asporto di materiale, considerando quelle che dovevano essere le sue originarie dimensioni, ma della stessa se ne è conservato un rudere che, delle tre presenti in territorio di Salve, è il più significativo.

    La Specchia di  Spigolizzi

    Fig. 5 – Specchia Spigolizzi.

    Sulla dorsale della Serra Spigolizzi, a circa 100 metri ad est dall’omonima masseria, sono stati individuati i ruderi della Specchia di Spigolizzi. Questa ultima è ubicata  sul ciglio del margine orientale della Serra a circa 105 metri s.l.m. Simone scrive che “stava nella macchia della masseria Specolizzi ed attualmente distrutta”[15]. Dal ciglio della serra, sul quale è ubicata la specchia, si domina visivamente un ampio territorio tanto verso il mare che verso l’entroterra dove è collegata a vista con la Serra di Pozzo Mauro e con l’omonima specchia.

    La Specchia di Spigolizzi ha subito dei notevoli rimaneggiamenti agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso quando, in occasione della costruzione della strada rurale che lambisce l’omonima masseria, dalla stessa è stata asportata una grande quantità di materiale lapideo. I ruderi della specchia hanno subito delle regolarizzazioni da parte di Norman Mommens che, nel corso dei primi anni ’70, ne ha conferito l’attuale forma tronco-conica.

    La  Specchia Cantoro

    Fig. 6 – l’originaria maestosità della Specchia Cantoro (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    In località Macchie Cantoro, alla periferia di Posto Vecchio, sono stati individuati i ruderi della Specchia Cantoro (32 metri s.l.m.). Questa – come detto – è stata censita da Teofilato e da Palumbo. Simone scrive che si “presentava un po’ dimezzata”[16] mentre Passaseo ci fa sapere che “la Specchia Cantoro è diventata nel corso dei secoli un grande ammasso di pietre e oggi, purtroppo, non c’è più essendo stata smantellata alla fine degli anni ’50 per la costruzione di un tratto di strada litoranea”[17].  Della specchia, in realtà, si sono conservati dei ruderi che, sebbene siano poco significativi, rendono l’idea della sua originaria maestosità e permettono – inoltre – di ubicarla esattamente.

    Lo smantellamento della Specchia Cantoro è da far risalire al 1960 quando, in occasione della realizzazione della massicciata del tratto di litoranea che collega Torre Pali a Torre Vado, ha fornito una grande quantità di materiale lapideo[18].

    Fig. 7 – rudere della Specchia Cantoro visto da ovest (Foto N. Febbraro), nel 2007. 

    Tratto da:

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    N. Febbraro e M. Cavalera “Il fenomeno delle grandi specchie nel Salento centro-meridionale e nel territorio di Salve“, in “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, a cura di N. Febbraro (Libellula Edizioni, 2011, prima ristampa luglio 2015).

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampo’ M., Manifestazioni funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Passaseo N., Grotte-abitazione nel territorio di salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, IX edizione, pp. 15-18, Galatina (Le) 1995.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della storia, Bari 2004.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    https://www.associazionearches.it/la-specchia-de-amygdalis-di-specchia/

    https://www.associazionearches.it/il-fenomeno-dei-dolmen-nella-puglia-meridionale/

    Note

    [1] Specchia: frequente toponimo usato nelle province di Bari, Lecce e Taranto. Salentino specchia “grande cumulo di sassi o di pietrame di forma tondeggiante” dal latino specula “luogo alzato”, “posto di guardia” (Rohlfs 1986).

    [2] A partire dagli anni ’50 del secolo scorso sono state distrutte numerose grandi specchie. Lo smantellamento è stato dovuto alla crescente richiesta di materiale lapideo in conseguenza del notevole sviluppo di opere edilizie e stradali. Gli spezzoni informi di pietra calcarea – inoltre – sono stati utilizzati per l’ottenimento di calce (Neglia 1970).

    [3] De Giorgi 1922.

    [4] De Giorgi 1905.

    [5] Corsini 1986.

    [6]   Cipolloni SampÓ 1987.

    [7]  Neglia 1970.

    [8]  D’Andria 1991.

    [9]  D’Andria 1991.

    [10]  Arthur 1997.

    [11] Simone 1981.

    [12] Neglia 1970.

    [13] Passaseo 1995.

    [14] Simone 1981.

    [15] Simone 1981.

    [16] Simone 1981.

    [17] Passaseo 1995.

    [18] Passaseo 2005.

  • La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    di Stefano Cortese 

    Fonti storiche

    Sulla strada che congiunge Sant’Eufemia ad Alessano, nei pressi di alcune vestigia archeologiche (in particolare carraie e tombe), sorge la cripta del Gonfalone, segnalata da un vistoso campanile a vela e dei corpi di fabbrica (fig. 1).

    Fig. 1 – esterno della cripta del Gonfalone. Foto di Alessandro Bianco

    L’invaso è stato scavato nel banco roccioso in epoca imprecisata: le datazioni proposte del bene infatti, oscillanti dall’VIII all’XI secolo, risultano essere senza alcun fondamento, in assenza di documentazione probante sia a livello documentario-archivistico, che a livello artistico.

    I diversi studiosi hanno inoltre asserito una dipendenza della cripta dall’abbazia di san Nicola di Casole o dall’abbazia di santa Maria del Mito, senza indicarne la fonte, anzi avanzando l’ipotesi di una presenza stanziale di un insediamento monastico in loco, forse tratti in inganno dai vetusti testi del Tasselli[1] e Arditi[2]; stando però a quanto riportato in un documento che ho scovato di recente nell’archivio vescovile di Ugento, nel 1615 era dipendenza dell’abbazia commendata del Mito: nella relazione ad limina di quell’anno infatti, trovo scritto che il monastero tricasino “habet amexa ecclesia de S.ta Maria de Confalone”[3].

    Maggiore documentazione è stata però rinvenuta nell’archivio diocesano di Otranto[4] in quanto una quota del casale di sant’Eufemia apparteneva vescovo di Otranto[5], ma non utile a chiarirci le origini della cripta e la sua intitolazione originaria, ancora oggi sconosciuta; l’attestazione alla Madonna del Gonfalone infatti, come sottolinea Accogli[6], dovrebbe essere legate alla influenza francescana e riportata solo dal 1586.

    Probabilmente già concepita a pianta centrale, come le probabili contemporanee chiese greche, l’invaso è sostenuto da una selva di colonne e pilastri, mentre la zona centrale è dominata dal piccolo altare “balaustrato”. Il sacello inquadra una icona della Madonna con Bambino attraverso un ovale circondato da ricche ornamentazioni vegetali di gusto seicentesco e culminante con un timpano triangolare (fig. 2).

    Fig. 2 – altare balaustrato con l’affresco della Madonna con il Bambino. Foto di Stefano Cortese.

    Gli affreschi

    A sinistra dell’altare, lungo la parete sud-ovest, sono presenti diversi affreschi cinquecenteschi: riscontriamo quella che per alcune fonti era una santa ignota, ma che l’iscrizione esegetica a sinistra e l’attributo della torre la fa identificare come santa Barbara (fig. 3); a seguire, un santa con palma del martirio e recante un vassoio con gli occhi, senza dubbio santa Lucia.

    Fig. 3 – Santa Barbara. Foto di Stefano Cortese.

    Un santo di piccola taglia, posizionato su un podio decorato a punta di diamante, divide il pannello della santa siracusana dalla grande scena palinsesto della Dormitio Virginis (fig. 4), o Koimesis[7].

    Fig. 4 – Dormitio Virginis. Foto di Stefano Cortese.

    Erroneamente identificata come una morte di san Bonaventura[8], forse perché tratto in inganno dal titolo mariano del Gonfalone di matrice francescana, in realtà alcune caratteristiche iconografiche non pongono dubbi sulla vera identità della scena. In basso innanzitutto, davanti al motivo a scacchiera tipico dell’epoca quattro-cinquecentesca, compare un angelo mentre recide le mani al sacerdote ebreo Ruben (o Josafa, a seconda della versione del vangelo), intenzionato in origine a rovesciare il catafalco della Vergine defunta; le mani gli verranno poi riattaccate su ordine di Pietro. Domina la scena la Vergine adagiata su un bianco lenzuolo, mentre vicina alla Stessa, insieme ai santi apostoli (di alcuni dei quali si riconoscono le identità grazie alle iniziali dei nomi inclusi nei nimbi[9]), compaiono due figure apparentemente fuori contesto: potrebbero essere san Giacomo, vescovo di Gerusalemme e Hieroteus, vescovo di Atene, secondo un retaggio iconografie bizantine.

    In realtà, nell’affresco preso in esame, compare la figura la figura pontificale, riconoscibile a personale avviso dalla tiara papale ancora conica, ma a 3 corone (quindi con un terminus post quem alla metà XIV secolo), identificabile probabilmente come san Pietro; sulla destra un’altra figura, probabilmente un vescovo, reca un aspersorio. In alto, il Cristo con alla sua sinistra l’eidolon, ovvero l’anima della Vergine.

    A seguire, si staglia il pannello della santa Maria Maddalena, nella sua solita iconografia con il cofanetto di mirra (fig. 5).

    Fig. 5 – Santa Maria Maddalena. Foto di Stefano Cortese.

    Procedendo, in un riquadro sotto la scialbatura, si intravede san Paolo. Dietro l’altare, in una nicchia rettangolare incassata nella parete, sono ubicate scene della Passione: sulla parete di sinistra, è campito un Cristo che sale al calvario, mentre nella parete di fondo è presente la Crocefissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista (fig. 6).

    Fig. 6 – affresco della Crocefissione (XVI secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Sullo sfondo, un paesaggio e una città turrita, mentre il soffitto è costellato da stelle dipinte ad otto punte[10]. La crocefissione, così come la Dormitio Virginis, risulta essere palinsesta: proprio nella porzione centrale risulta lampante un distacco della pellicola pittorica cinquecentesca e che svela la presenza di uno strato di pittura bizantina (XIII secolo?). Per scovare un’altra traccia di bizantinità, bisogna recarsi presso l’uscita posta a nord-est[11], dove sulla parete destra è posta una piccola figura campita su di un blocco, con nimbo perlinato: probabilmente è un Cristo Pantocratore (fig. 7). Il pessimo stato di conservazione non ci consente di avanzare ipotesi certe, ma la collocazione, l’accenno della croce dietro il nimbo e soprattutto il colore porpora dell’himation sembrano essere indizi di un certo peso.

    Fig. 7 – Cristo Pantocratore (affresco del XIII secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Alcuni confronti e considerazioni finali

    Alla luce delle attuali condizioni di conservazione della cripta, sarebbe ipotizzabile un utilizzo della cripta a funzione funeraria (e presumibilmente non monastica) a partire dal XIII secolo; non sarebbe peregrino immaginare la presenza di una tomba proprio dove si scorge quello strato di pittura bizantina sotto la Crocefissione.

    Dopo la prima fase bizantina quindi, riconoscibile ad oggi da questi piccoli indizi, è evidente la fase databile alla seconda metà del ‘400, quando probabilmente fu posto lo stemma del Pendinelli[12] all’esterno e campita la prima Dormitio assieme altri frammenti pittorici, tra cui probabilmente un santo vescovo benedicente alla latina, riconoscibile sul muro nord e che trova confronti con il sant’Eligio emerso di recente nella matrice di Tiggiano e lo stesso santo nella cripta della Coelimanna di Supersano e della Madonna della Scalella a Gallipoli.

    Altri frammenti pittorici sono sparsi, sotto le scialbature, nella cripte, ascrivibili in larga parte (almeno per quelli visibili), alle due campagne di decorazione cinquecentesche: con la prima metà del ‘500, una nuova frequentazione dell’invaso portò alla stesura di una nuova pellicola pittorica, a cui sono riferibili la grande maggioranza degli affreschi oggi visibili. I confronti maggiormente tangibili possiamo riscontrarli nella cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri, datata al 1525: qui sia nel ciclo agiografico, che nelle immagini votive in basso, possiamo evidenziare la presenza delle stesse figure e motivi decorativi[13], dovuti o all’utilizzo degli stessi cartoni, o alla presenza dello stesso frescante in entrambi i contesti (fig. 8).

    Fig. 8 – Confronti tra la cripta del Gonfalone e la cappella di santa Caterina dei Francescani Neri (Specchia). Foto di Stefano Cortese. 

    Prima della fase del ‘600, palesato dall’altare con icona e da architetture esterne, è visibile una fase di fine ‘500, forse da datare con precisione agli anni ’80 del XVI secolo, vista l’iscrizione dipinta lungo il dromos di accesso, in prossimità di una corona. A questa fase potrebbe appartenere la ricca decorazione fitomorfa alle spalle dell’altare, in particolare dei fregi che separano diversi pannelli, tra cui uno che divide la scene di vita di un santo, da un santo vescovo (fig. 9); questi fregi trovano i parallelismi con la chiesa di san Domenico ad Andrano (1561), con la chiesa di san Niceta in Melendugno (1569), con l’ex cappella della Madonna del Rosario a Melissano (1575)[14], con la chiesa matrice di Corigliano (1576), col cantiere di Felline presso la Madonna dell’Alto (1577) e la cattedrale di Otranto, in particolare sant’Antonio Abate e alcuni affreschi della cripta.

    Fig. 9 – Cripta del Gonfalone, motivo fitomorfo (fine XVI sec). Foto di Stefano Cortese.

    Solo il restauro delle campiture potrà svelare maggiori informazioni al fine di contestualizzare quello che ad oggi appaiono labili tracce pittoriche quasi nascoste sotto le incrostazioni; quei brandelli di affreschi, ci fanno comprendere la devozioni della popolazione e nello stesso tempo la mole di informazioni alla quale potremmo andare incontro, al fine di riscrivere una storia che a tutt’oggi si manifesta in tutta la sua lacunosità.

    Bibliografia e fonti archivistiche
    • ACV, Archivio vescovile di Ugento, Relazioni ad limina. Alessano (riproduzioni)
    • Accogli F., La cappella del Gonfalone (cap. I) in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Arditi G., Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879
    • Cortese S., “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012
    • Fonseca C. D., Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979
    • Musio S., La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Tasselli L., Antichità di Leuca, Lecce, 1693
    Note

    [1] L. TASSELLI, Antichità di Leuca, 1693

    [2] G. ARDITI, Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879, p. 532

    [3]  ARCHIVIO DIOCESANO UGENTO, Alessano. Relazioni ad limina, f. 428, 1615

    [4] F. ACCOGLI (a cura di), La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 79

    [5]  Solo in data 6.11.1988 avvenne il passaggio alla diocesi di Ugento, cosi come ricorda l’epigrafe in piazza s. Eufemia

    [6] F. ACCOGLI (a cura di), op. cit. p. 74

    [7] Una delle più antiche attestazioni di tale iconografia in provincia è presso la cripta di santa Marina a Miggiano; altre dormitio basso medievali possono essere riscontrate nel castello di Acaya, nel santuario della Lizza ad Alezio, nell’abbazia di Cerrate e quella poco conosciuta nella chiesa di santa Maria di Miggiano a Muro Leccese.

    [8]  C. D. FONSECA e altri, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979, pp.189-193; F. ACCOGLI, op. cit. p. 39

    [9] L’espediente è utilizzato soprattutto in alcune ultime cene della seconda metà del XIII secolo come in Casaranello e san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica; in C. D. FONSECA, op. cit. pp. 189, sono riportate le iniziali FI(lippo?) e A(ndrea?).

    [10]  Il motivo della stella ad otto punte è visibile nelle cripte basso medievali (XIII-XIV secolo) del Crocefisso di Ugento, nella cripta di san Michele Arcangelo di Galatina e negli scudi campiti sul pilastro nella chiesa di santa Maria della Lizza ad Alezio.

    [11] Esistono due accessi all’ambiente sotterraneo, uno dei quali reca l’ingresso lunettato, l’altro un arco ad ogiva interno.

    [12] S. MUSIO, La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004, pp.115-124. Lo stemma è ubicato all’esterno; l’amico Salvatore Musio lo ha attribuito, in maniera convincente, al vescovo Stefano Pendinelli

    [13]  S. CORTESE, “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012. La figura di san Leonardo a Specchia, appare simile a quella di san Paolo a sant’Eufemia; il Cristo presente nella Dormitio appare simile al personaggio che trasporta la croce nella cappella di Specchia; altre analogie possono essere viste nel ciclo cateriniano dove una figura laterale è identica a quella presente nella scene della Passione a sant’Eufemia; anche il motivo della scacchiera risulta essere comune nei due contesti, così come il motivo decorativo delle vesti di santa Maria Maddalena e santa Barbara col san Marone di Specchia.

    [14] La chiesetta, ritenuta scomparsa, è in realtà ubicata in aperta campagna e presenta il muro ovest nella sua originalità, con campiti una Vergine con Bambino e un sant’Antonio Abate, datati al 1575.

    Contributo pubblicato su “Leucadia. Miscellanea Storica Salentina Giovanni Cingolani“, a cura della Società di Storia Patria della Puglia, sezione di Tricase, Anno IV Nuova Serie, 2012, Edizioni Grifo.

    Per approfondimenti sulla storia del territorio: https://www.associazionearches.it/lucugnano-e-il-suo-territorio-storia-architetture-archeologia-e-paesaggio-di-un-paese-del-capo-di-leuca/

  • “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    di Alessio Stefàno

    Un patrimonio musicale dimenticato

    La terra del Salento conserva da sempre un legame privilegiato con la musica, in tutte le sue variegate espressioni. Questo si è manifestato in ogni aspetto della vita delle sue popolazioni: alla nascita, come alla morte dell’individuo; nel gioco dei fanciulli e nel corteggiamento amoroso; nel domestico, nel quotidiano, e persino durante le lunghe ore di duro lavoro nei campi. Non possiamo, poi, non ricordare le numerose ricorrenze sacrali, che da tempo immemore scandiscono l’ordo temporis nella nostra terra: dal Natale, alla Quaresima, ai riti della Settimana Santa, sino ad arrivare alle numerose feste patronali che caratterizzano ogni singolo borgo del Salento.

    Come molti altri aspetti della “cultura popolare”, in questa terra, così come in tutto il Meridione d’Italia, anche il “canto popolare” è entrato nel sistema della proposta turistica e delle politiche di sviluppo locale. Così, il folklore – divulgato attraverso i libri, i documentari televisivi, attraverso la musealizzazione e l’istituzionalizzazione dei “beni demo-etno-antropologici” – ha suscitato un nuovo interesse per le comunità di riferimento (Giancristofaro 2020: 12). Negli ultimi due decenni, in effetti, si è assistito in maniera crescente a pratiche di riappropriazione e patrimonializzazione della “cultura popolare” da parte delle stesse comunità. Considerate testimonianze di un “lontano passato”, le varie tradizioni hanno spesso subito le manipolazioni delle nuove politiche culturali; queste, se da un lato si sono preposte l’obiettivo di salvaguardare le peculiarità delle consuetudini locali, dall’altro hanno portato alla loro riproposizione sul «mercato delle identità» (Imbriani 2013: 193). È accaduto così che, allo spontaneo processo di riaffermazione e riscoperta degli usi e costumi scomparsi o che rischiavano di scomparire si sono presto affiancati, «finendo spesso con il prevalere, vari interessi economici, istituzionali e politici diretti a manipolare a proprio vantaggio le manifestazioni tradizionali» (Buttitta 2013). In quegli stessi luoghi dove le forme “tradizionali” del canto e della musica popolare continuavano – spesso in sordina e in ambito familiare – a vantare una certa diffusione, si è assistito, nel corso degli ultimi decenni, alla nascita di numerosi gruppi di folk revival, i quali si proponevano di eseguire nelle pubbliche piazze i canti e le musiche dei “tempi che furono”.

    Il processo di riscoperta, riappropriazione e riproposizione della “musica popolare” ha, tuttavia, anche portato ad una più o meno consapevole “selezione” del patrimonio musicale tradizionale, finendo spesso col far prevalere un singolo genere: quello della cosiddetta “pizzica-pizzica”. Molti canti popolari – i quali non ben si adattavano ai gusti e alle mutate esigenze del pubblico – sono finiti, così, per essere dimenticati; altri, invece, hanno subito processi più o meno importanti di trasformazione e riplasmazione, soprattutto, nella loro originaria musicalità. Un caso emblematico, in tal senso, è rappresentato da uno dei canti più famosi del repertorio tradizionale salentino: “Lu rusciu de lu mare” (Il rumore del mare).

    Un canto popolare e le sue trasformazioni: Lu rusciu de lu mare

    Il testo del canto è piuttosto noto:

    Na sira ieu passai de le patule

    E ntisi le ranocchiule cantare.

     

    A una una ieu le sintia cantare,

    Ca me pariane lu rusciu de lu mare.

     

    Lu rusciu de lu mare è mutu forte,

    La fija de lu re se dae alla morte.

     

    Iddha se dai alla morte e ieu alla vita,

    La fija de lu re sta se marita.

     

    Iddha sta se marita e ieu me ‘nzuru;

    La fija de lurre me dae nu fiuru.

     

    Iddha me dae nu fiuru e ieuna parma,

    La fija de lu re sta va alla Spagna.

     

    Iddha sta va alla Spagna e ieu in Turchia,

    La fija de lurre, la zita mia.

     

    Una sera io passai dalle paludi/e sentii le ranocchie cantare.

    A una una io le sentivo cantare/che mi sembravano il rumore del mare.

    Il rumore del mare è molto forte/la figlia del re si dà alla morte.

    Lei si dà alla morte ed io alla vita/la figlia del re sta per sposarsi.

    Lei sta per sposarsi, io prendo moglie/La figlia del re mi dona un fiore.

    Lei mi dona un fiore, io una palma/la figlia del re se ne va in Spagna.

    Lei se ne va in Spagna ed io in Turchia/la figlia del re la fidanzata mia.

     

    In alcune versioni è presente la strofa aggiuntiva:

    E vola volavola palomba mia!

    Ca ieulu core meu ne l’aggiu dare.

     

    E vola volavola colomba mia/che io il mio cuore le devo donare.

     

    Il testo è costruito attraverso distici dalla struttura rimica irregolare (AB CB DD EE FF GH II), con la presenza di rime baciate nei tre distici centrali ed in quello finale. Come osservato da Alessandro Bitonti, a livello lessicale il testo è denso di arcaismi come rusciu (rumore, forse dal greco ρόθιον), ranòcchiule (rane), fiuru (fiore), zzita (fidanzata); i verbi mmarita (‘maritarsi’, da maritāre, derivato da marītus) e ‘nzuru (ossia ‘prendere in moglie’, dalla voce latina inuxorāre) che sono usati secondo il loro valore semantico originario (Bitonti 2015: 307-308).

    Possiamo inquadrare questo brano nel genere dei “canti narrativi”, notevolmente diffuso nel Salento e in altre aree della Penisola; anche la sua tematica è nota: l’amore impossibile tra la figlia di un re ed un uomo comune.

    Fig. 1 – Mare in tempesta a Marina Serra (Foto dell’autore)

    La musica che accompagna il testo, nella gran parte delle versioni oggi eseguite, è caratterizzata da un’introduzione strumentale, cui segue un incipit a ritmo più lento (I strofa) e, per trasformarsi, a partire dalla seconda strofa in una tradizionale “pizzica”, sebbene in tonalità minore.

    In realtà, analizzando la documentazione etnografica, ci si accorge facilmente che la versione che si esegue oggi è molto diversa rispetto a quella che possiamo definire come “tradizionale”.

    La documentazione etnografica ed etnomusicale

    Il canto che oggi conosciamo come “Lu rusciu de lu mare” risulta già documentato nella remota rilevazione effettuata da Vittorio Imbriani e Antonio Casetti nella seconda metà dell’Ottocento (Casetti Imbriani 1871: 396). Ecco il testo riportato dagli studiosi:

    De sira nde passai de la padula,

    Nci ‘ntisi ‘nu ranecchiulu cantare.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    E nu ‘lu sentu,

    Ca le parole soi copre lu ‘ientu.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    Iddhu – sse dae la morte, iddha la vita,

    La figghia de lu Rre sse sta ‘mmarita.

    ‘Ogghiu mme ’nzuru.

    La figghia de lu Rre porta lu fiuru.

    ‘Ene ‘ientu de mare, ‘e ne de terra,

    A figghiu de lu Rre fazzu la guerra.

    Li dau ‘na parma,

    La figghia de lu Rre ‘sse nd ‘ae alla Spagna.

    Iddha alla Spagna, iu vadu alla Turchia,

    La figghia de lu Rre la sposa mmia.

     

    La prima registrazione sonora del canto si ha, invece, ad opera di Alan Lomax il 16 agosto 1954 a Gallipoli[1] (Agamennone 2017: 289-290).Il canto venne documentato nel corso del breve soggiorno salentino dello stesso Lomax e di Diego Carpitella, rientrante nel programma della estesa ricognizione etnografica condotta dai due studiosi nel Meridione d’Italia, tra il luglio del 1954 e il gennaio del 1955. La rilevazione salentina si svolse a cavallo tra giovedì 12 agosto e martedì 17 agosto 1954, e produsse l’acquisizione di 79 documenti sonori, raccolti prevalentemente in quattro località: Calimera, Galatone, Gallipoli e Martano (Cfr. Agamennone 2017).

    Riportiamo il testo documentato da Lomax:

    Lu rusciu de lu mare è tantu forte

    La fija de lu re se dae alla morte

     

    Iddha se dai la morte e ieu la vita

    La fija de lu re sta se marita

     

    Iddha sta se marita e ieu me nsuru

    La fija de lu re portau lu fiuru

     

    Iddha portau lu fiuru e ieu la palma

    La fija de lu re è sciuta a Spagna

     

    Iddha è sciuta a Spagna e jeu in Turchia

    La fija de lu re la sposa mia

     

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente lu sergente m’aggiù pijà

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente m’aggiù pijà.

     

    Pur ruotando intorno ad un costante nucleo semantico, il testo presenta diverse redazioni, tra le quali si notano alcune differenze. Tali differenze, tuttavia, sono da considerarsi essenzialmente insite al processo stesso di trasmissione del canto, per lungo tempo affidato all’oralità. Lo stesso non si può affermare, tuttavia, per ciò che riguarda il tema e la struttura musicale, oggetto di modifiche sostanziali e, più o meno deliberate. Nella versione raccolta da Lomax, infatti, il ritmo del canto appare più lento, quasi rassomigliante ad una sorta di “ninna-nanna”, così da simulare l’andamento, lento e cadenzato, delle onde del mare.

    Tale fatto appare sostanzialmente confermato anche nella versione raccolta a Gallipoli da Ettore Vernole negli anni ‘30 del Novecento (Vernole 1934: 270), com’è possibile verificare dallo spartito musicale da egli stesso riportato:

    Tra Spagna e Turchia: il contesto storico

    Tornando al testo – il cui orizzonte tematico appare, come s’è detto, senz’altro evidente – in questa sede è interessante soffermarsi sul contesto storico che ne ha visto la genesi, deducibile grazie all’analisi di due elementi peculiari che lo caratterizzano.

    Il primo è la menzione della Spagna. È a partire dal Cinquecento, infatti, che il Salento entrò a far parte del dominio Spagnolo. Nel 1504 il Trattato di Lione attribuì il possesso del Regno di Napoli alla Spagna. Tuttavia, il dominio spagnolo in Puglia fu messo in discussione venticinque anni dopo, ai tempi della guerra fra Carlo V re di Spagna e Francesco I re di Francia. Ma nel 1529, con la pace di Cambrai, i due sovrani si divisero le rispettive sfere di influenza stabilendo che la Puglia rimanesse territorio spagnolo (cfr. Loiotine Lombardo 2003).

    Stessa importanza riveste nel testo anche la menzione della Turchia. La presenza dei Turchi nel Salento è indissolubilmente legata ad un fatto storico molto importante e noto: la conquista di Otranto nell’estate del 1480, l’eccidio degli “Ottocento Martiri” e la successiva liberazione da parte dell’esercito aragonese nel settembre del 1481 [2]. Anche dopo questi importanti eventi, tuttavia, la Terra d’Otranto si troverà spesso ad essere flagellata dalla minaccia “turca”, rappresentata soprattutto dalla pirateria. Specialmente dopo la caduta di Otranto, infatti, «la pirateria assume per la nostra provincia un andamento periodico […]. È un incubo che tormenta le popolazioni, le quali hanno la disgrazia di vivere sul mare. Anche quando il pericolo non c’è, si teme: lo ha creato la fantasia, e i Turchi, perché per i Salentini barbareschi e pirati levantini in genere erano Turchi, sono stati visti anche quando non c’erano» (Panareo 1933: 5).

    Alla prima metà del Cinquecento sono ascrivibili le maggiori e più frequenti incursioni della pirateria Turca nel Salento. Questa tragica parentesi, apertasi dopo la presa di Otranto, si accentua notevolmente a seguito della battaglia della Prèvesa, il 27 settembre 1538, per poi attenuarsi e avviarsi al tramonto dopo la battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, quando le forze combinate della Lega Santa, sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, ottennero la prima grande vittoria contro l’Impero ottomano. È proprio nella prima metà del Cinquecento, infatti, che sono documentabili le maggiori molestie inflitte dai “Turchi” alla Terra d’Otranto; tra queste possiamo senza dubbio ricordare la presa di Castro del 1537 (una seconda conquista della città, sebbene di minore entità, si avrà anche nel 1573/75) (ivi: 5-7). Dopo la battaglia di Lepanto, le scorrerie della pirateria “turca” continueranno nel Salento per oltre un secolo, ma si tratterà di gruppi sempre meno organizzati: «la pirateria, come istituzione al servizio della politica, può dirsi tramontata nel cinquecento. Quell’altra, autonoma, volgare, rivolta a solo scopo di rapina e di furto, si sostituì nei secoli successivi» (ivi: 13).

    Appare a questo punto chiaro come la nascita del canto debba scriversi proprio in quel lungo e tormentato periodo che vede il Salento uscire da un lungo medioevo ed affacciarsi, a fatica, sulle soglie della modernità.

    Considerazioni conclusive

    Alla luce della breve analisi qui condotta, possiamo senza dubbio affermare che “Lu rusciu de lu mare”, oltre a rappresentare uno dei canti più belli ed evocativi del patrimonio musicale tradizionale salentino, è uno dei più antichi e rappresenta la testimonianza concreta di un preciso orizzonte storico culturale.

    Alla sostanziale invariabilità del testo, ruotante intorno ad un preciso nucleo tematico, non è tuttavia corrisposta la conservazione della originaria melodia, sin dalle origini legata allo stesso significato del testo.

    Dopo una lunga stagione di revival folkloristico, nella quale nel panorama della musica popolare salentina si imponeva sostanzialmente – con poche eccezioni – una versione “moderna” del canto, nell’edizione del 2020 del noto festival della “Notte della Taranta”, il maestro concertatore Paolo Buonvino decide di riproporne una versione polifonica, strumentata secondo la linea melodica “antica”. Che sia il segnale di una nuova consapevolezza nei confronti del patrimonio etnomusicale del Salento? Sarà il tempo a dircelo.

    https://www.youtube.com/watch?v=yBoA6LwwKns

    Bibliografia

    M. Agamennone, Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (Agosto 1954), Roma 2017.

    V. Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista, Bari 2016.

    A. Bitonti, Musica e testi in Salento fra tradizione e modernità, «L’Idomeneo», 19, 2015, pp. 303-312.

    I. E. Buttitta, Continuità delle forme e mutamento dei sensi. Ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Acireale-Roma 2013.

    A. Casetti, V. Imbriani, Canti popolari delle Provincie meridionali, Torino 1871, v. I.

    L. Giancristofaro, Osservazioni sul folklore per una teoria della cultura e delle istituzioni politiche, «Palaver», 9, n. 2, 2020, pp. 319-362.

    E. Imbriani, Religione popolare e identità culturali, in Romano A., Spedicato M. (a c. di), Sub voce sallentinas: studi in onore di p. Giovan Battista Mancarella, Lecce 2013, pp. 189-195.

    G. Loiotine Lombardo, La dominazione spagnola in Puglia, Bari 2003.

    S. Panareo, Turchi e barbareschi ai danni di Terra d’Otranto, «Rinascenza salentina», 1, 1933, pp. 2-13.

    E. Vernole, Il dopolavoro e i cori tradizionali del Salento, «Rinascenza salentina», 4, 1934, pp. 264-275.

    Note

    [1]L’esecuzione è a cura di alcune voci maschili, accompagnate da un mandolino e due chitarre.

    [2] Per un’analisi storica dei fatti relativi alla conquista ottomana di Otranto si può far riferimento, in generale, a Bianchi 2016.

     

  • “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    dall’introduzione del volume di Aurora Quarta

    Il succedersi di quattro periodi storici densissimi di eventi ci ha lasciato nell’arco di poco più di quattro secoli un rilevante numero di castelli, il più delle volte trasformati nel corso delle dominazioni, così che ne è risultato un patrimonio vario oltre che cospicuo.

    Il volume è il risultato di un lungo lavoro di ricerca intrapreso nel 2015 con una tesi di Specializzazione in Rilievo e Analisi Tecnica dei Monumenti Antichi dal titolo “Il castello di Gallipoli: analisi storica e architettonica”, discussa presso la Scuola di Specializzazione “D. Adamesteanu” dell’Università del Salento. L’interesse sullo studio del castello, sempre maggiore, ha comportato la scelta di proseguire il percorso universitario con un progetto di ricerca per il Dottorato in Scienze del Patrimonio Culturale nella medesima Università, di cui si pubblicano in questa occasione una parte dei risultati ottenuti. In sostanza, si è scelto di esaminare uno degli edifici militari più rappresentativi del territorio salentino per una ragione concreta, ovvero la necessità di ottenere finalmente un quadro chiaro dell’evoluzione del sistema difensivo della città.

    Gallipoli è un centro abitato sul mare il cui apparato militare costruito a protezione dell’attuale centro storico, un tempo il limite della città, è ancora straordinariamente conservato: se da un lato, l’articolazione di tale sistema suscita un notevole fascino e si riscontra in letteratura la valenza storico-architettonica di tale patrimonio, dall’altro non è mai stata condotta una ricerca volta ad una maggiore conoscenza. Infatti, i dati a disposizione sul castello si fondano sulla monografia di Ettore Vernole  degli anni ’30 del secolo scorso, la cui ricerca, al tempo innovativa ma superata nei nostri giorni, viene ancora proposta non avendo mai intrapreso uno studio sistematico utilizzando i criteri e le metodologie odierni. Oltre alla volontà di far riemergere il patrimonio fortificato della città da questa fase di stasi, un secondo fattore che ha contribuito alla scelta della tematica è il legame con Gallipoli.

    La scelta dell’apparato militare gallipolino è stata audace poiché si tocca una tematica complessa: proprio per questo, per affrontare in maniera adeguata lo studio del castello di Gallipoli e, di conseguenza, dell’intero sistema difensivo, si è dovuto tener conto dell’elaborata articolazione architettonica e del lungo arco cronologico attraverso il quale sono state attuate le modifiche, i cambi d’opera e i vari ampliamenti. Inoltre, fondamentale è stato l’utilizzo della metodologia di indagine propria degli archeologi, utile nell’esame non solo degli edifici antichi ma di tutte le strutture di interesse storico-architettonico, al fine di interpretarne e ricostruirne minuziosamente lo sviluppo, eseguendo il rilievo architettonico delle parti visibili, rintracciando con una ricognizione archivistica la documentazione edita e inedita, giungendo ad una esaustiva comprensione dell’evoluzione architettonica.

    In particolare, dalla revisione critica della documentazione disponibile sul castello è stato possibile rinnovare le conoscenze sviluppate nel corso di pregresse esperienze di ricerca grazie, anche, all’approccio globale del complesso architettonico. Un aspetto importante è dato dall’importanza dei risultati ai fini della ricerca per altre strutture analoghe: ricostruendo il quadro generale ed aggiornato su tale realtà gallipolina con uno studio storico-architettonico che in maniera diacronica copre l’arco temporale compreso tra il medioevo e l’età contemporanea, è possibile giungere anche a radicali riformulazioni interpretative di cui se ne avvertiva la mancanza all’interno dell’intero panorama della ricerca sulle fortificazioni salentine.

    Dalla presentazione della prof.ssa Carla Maria Amici

    Soltanto un profondo e radicato affetto per la propria città, ed una innata curiosità investigativa hanno potuto spingere Aurora Quarta ad affrontare un palinsesto tanto complesso e tanto articolato come il Castello di Gallipoli, non solo inevitabilmente inserito nel contesto dell’impianto difensivo della cittadina, ma necessariamente collegato ad una intricata serie di eventi storici, architettonici, politici e socioculturali, fino ad oggi scarsamente documentati o addirittura dati per acquisiti in maniera erronea, nell’ambito di un arco temporale lungo quasi un millennio.

    Con la chiarezza espositiva che contraddistingue l’intero volume, evidentemente frutto di un notevolissimo lavoro di ricerca, l’autrice offre una precisa descrizione critica del castello, sia in senso sincronico che diacronico, e ne ricostruisce l’evoluzione nelle sue fasi costruttive, identificandone tecniche edilizie e materiali utilizzati; sempre contestualizzando i risultati ottenuti nell’ambito del costante sviluppo dei sistemi difensivi e delle tecniche ossidionali, che spesso ne hanno motivato trasformazioni, aggiunte, modifiche. Un’accurata, e molto proficua, indagine negli Archivi storici italiani, ma soprattutto spagnoli, ha poi consentito il reperimento di una eccezionale documentazione inedita, sapientemente sfruttata dall’autrice per illuminare, quando possibile, i numerosi lati ancora oscuri del Castello, in un affascinante percorso interpretativo ed esplicativo.

    In questo caleidoscopico mosaico espositivo un tassello di estremo interesse è quello dedicato all’analisi dei graffiti, totalmente inediti, presenti nel livello inferiore del Torrione della Vedetta, che prepotentemente inserisce gli uomini e le loro storie all’interno di una struttura architettonica le cui caratteristiche monumentali sembrano invece escludere l’esistenza in contemporanea della comune vita ordinaria.

    Per ottenere questi risultati, fondamentale è stato il metodo utilizzato dall’autrice: l’analisi autoptica prolungata ed esaustiva dell’edificio, basata su rilievi, diretti o indiretti, che le hanno permesso di conoscere realmente il monumento, in tutta la sua realtà architettonica, prima di procedere alle ricerche collaterali. E questo le ha consentito di riversare il percorso conoscitivo ad illustrazione del testo, inserendo disegni, planimetrie, prospetti, rilievi 3D, schemi esemplificativi, rendendolo quindi chiaro e convincente. Facendo cioè, egregiamente ma credo inconsciamente, ciò che riteneva indispensabile Francesco di Giorgio Martini, uno degli ingegneri/architetti che in maniera diretta o mediata, hanno avuto influenza sulla progettazione del Castello:

    “Sono per molti tempi stati degnissimi autori, i quali hanno differentemente scritto di architettura e di molti edifizi, quelli con caratteri e lettere dimostrando, non per figurato disegno; e in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benchè ad essi compositori li paia avere molto largamente, secondo la mente loro, tali opere illucidate, pure noi vediamo che sono rari quei lettori che, per non aver quei libri alcun disegno, intendere li possano. Ma quando tali autori concordassero la scrittura col disegno, molto più apertamente si potrebbero giudicare, vedendo il segno col significato; e così ogni oscurità sarebbe tolta via. …Adunque iudico il disegno esser per questo necessario a qualunque altra scienzia si sia” (Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, libro VI, capo IV. Codice Magliabechiano II. I.141. ed. Il Polifilo, Milano, 1967, a cura Corrado Maltese, trascr. di Lidia Maltese Degrassi).

    Indice

    Presentazione

    Introduzione

    Capitolo 1

    Gallipoli città fortificata nello spazio e nel tempo

    Capitolo 2

    Gallipoli ed il perimetro difensivo

    • Il castello
      • Il Torrione Poligonale
      • Il Torrione della Bandiera
      • La Cortina orientale
      • Il Rivellino
      • Il Torrione della Vedetta
      • La Cortina settentrionale
      • La Cortina di ponente
      • Il Torrione della Campana
      • La Cortina meridionale
      • La Cappella
    • La cinta muraria

    2.3 Il ponte di accesso alla città

    Capitolo 3

    Il sistema difensivo nelle fonti bibliografiche e d’archivio

    Capitolo 4

    L’analisi architettonica

    • Le fasi costruttive
      • Fase bizantina (ante 1071)

    4.1.2. Fase normanno – sveva (1071-1241/1241-1268)

    • Fase angioina (1269-1442)
    • Fase aragonese I (1442-1484), Fase veneziana (1484-1484) e Fase aragonese II (1484-1501)
    • Fase spagnola (1504-1707)
    • Fase austriaca (1707-1756)
    • Fase borbonica (1756-1882)
    • Fase postunitaria (1883-1946)
    • Fase postbellica (1947-2013) e fase attuale (2013-2017)
    • Materiali e tecniche costruttive
    • Analisi stratigrafica dei prospetti
    Capitolo 5

    La difesa nel tempo

    • Il sistema difensivo in Terra d’Otranto
    • L’evoluzione delle armi da fuoco e l’utilizzo nel castello
    • Architetti e ingegneri nel castello in età moderna
    Capitolo 6

    Stemmi, iscrizioni e graffiti

    Conclusioni

    Postfazione

    Bibliografia

    Sitografia

  • La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    di Associazione Archès

    Cosa erano le “specchie”

    Il termine “specchia”, in Puglia, è usato indistintamente per definire qualsiasi manufatto che si presenta come un accumulo informe di pietre e terra. Le specchie, in realtà, hanno una struttura interna eterogenea che ne suggerisce un’origine ed una destinazione d’uso altrettanto diversificata.

    Lo studio etimologico del termine e l’ubicazione di molte di esse in luoghi elevati, dai quali poter dominare ed osservare il territorio circostante o il mare, ci suggeriscono che sono stati monumenti eretti a scopo di avvistamento e difensivo e non funerario. Più problematica, in assenza di dati materiali, è la definizione della loro cronologia. La loro realizzazione – comunque – potrebbe anche essere avvenuta secondo modalità e tempi differenti.

    Specchia dei Mori (o del Diavolo), ubicata tra Martignano e Martano (archivio G. Palumbo, Museo Castromediano Lecce).

    Le ipotesi degli  studiosi

    De Giorgi ha ritenuto le grandi specchie dei monumenti megalitici, così come i dolmen e i menhir. Lo studioso ha rilevato che quelle presenti nel Salento meridionale sono localizzate per lo più in aree dominanti, tali da permettere un’ampia visuale. De Giorgi – inoltre – ha sottolineato che tutte le grandi specchie sono collegate a vista fra loro, così da dare l’idea di essere state concepite come un organico sistema difensivo.

    D’Andria afferma di aver osservato in una sezione del riempimento della Specchia dei Mori a Martano, opera di scavatori clandestini, la presenza di ceramica medievale [1]. Lo stesso – inoltre – afferma che anche la Specchia Schiavoni  di Manduria conteneva, nel riempimento di pietre e terra, dei frammenti di vetro e ceramica sigillata d’età romana. Lo studioso – pertanto – giunge alla conclusione che le grandi specchie presenti nel Salento sono delle costruzioni d’età medievale[2].

    Arthur, come D’Andria, ritiene le grandi specchie dei monumenti d’età normanna, avendo rinvenuto all’interno di due di esse (Specchia Torricella a Supersano e Specchia di Pozzomauro a Presicce) dei frammenti di ceramica invetriata (cosiddetta a vetrina verde) prodotta localmente [3].

    La specchia “de Amygdalis” di Specchia

    Nel 1905 De Giorgi pubblica un libretto sulle specchie in Terra d’Otranto. Tra le 143 strutture censite, cita quella “de Amygdalis”, una delle poche a non aver visto di persona, di cui tuttavia trova dei riferimenti “negli antichi diplomi riguardanti quello che un tempo si chiamò Specchia prete ed oggi Specchia. Restava in cima alla Serra di Specchia prete (dei Peccatori n.d.r.), metatesi di pietre, a 2300 m. dall’abitato” [4].

    Frontespizio del volumetto scritto da Cosimo De Giorgi e pubblicato nel 1905 dallo “Stabilimento tipografico Giurdignano”.

    Alessandro Rizzo, recentemente, l’ha individuata sulla cima della Serra dei Cianci, a 195 metri s.l.m. [5] La struttura, nascosta da una fitta boscaglia di querce (roverelle, lecci e querce spinose) e di macchia mediterranea (cisto, lentisco, corbezzoli, ecc.), è stata nei secoli rimaneggiata con la costruzione di un muretto a secco perimetrale, in alcuni punti alto più di tre metri.

    Specchia “de Amygdalis” vista da sud, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Specchia “de Amygdalis” vista da nord, nascosta tra la fitta boscaglia.

    Il diametro, ricostruibile grazie alle foto aeree, superava i 25 metri; l’altezza è difficilmente desumibile a causa delle pessime condizioni di conservazione e per la presenza della vegetazione. “La fame di pietra” dei contadini, peraltro, ha contribuito alla dispersione di materiale lapideo utilizzato per la realizzazione di muri e pajare, queste ultime numerose nei dintorni.

    Cima della specchia vista da nord. 

    Muretto a secco posticcio che delimita a nord la specchia.

    Sul terreno circostante si individuano pochissimi frammenti di ceramica acroma, di incerta datazione, che non ci forniscono molte informazioni sulla nostra specchia che, come tante costruzioni del passato, conserva un segreto che solo uno scavo archeologico può svelare.

    Bibliografia

    Arthur P., Tra Giustiniano e Roberto il Guiscardo. Approcci all’archeologia del Salento in età bizantina, in Gelichi S. (a cura di) I Congresso Nazionale di Archeologia Medievale (Pisa, 29-31 maggio 1997), Firenze 1997. 

    Cipolloni Sampò M.,  Manifestazioni  funerarie e struttura sociale, in Scienze dell’Antichità, Storia Archeologia  Antropologia, Vol. 1, pp. 55-119, 1987.

    Corsini L., Salento megalitico,  Taviano (Le)  1986.

    D’Andria F., Insediamenti e territorio: l’età storica, in I Messapi: Atti del XXX° Convegno di studi sulla Magna Grecia (Taranto-Lecce 4-9 ottobre 1990), pp. 393-478, Taranto 1991.

    De Giorgi C., Specchie in Terra d’Otranto, in Riv.Stor.Sal., anno II, n° 7-8, Lecce 1905.

    De Giorgi C., Descrizione Fisica Geologica e Idrografica della provincia di Lecce, pp. 219-228, Lecce 1922.

    Febbraro N. e Cavalera M., Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve, in Annu Novu, Salve Vecchiu, XVII edizione, pp. 29-42, Alessano (Le) 2007.

    Neglia G., Il fenomeno delle cinte di ‘Specchie’ nella penisola salentina, in Società di Storia Patria per la Puglia, Documenti e Monografie, vol. 35, Bari 1970.

    Peroni R., L’Italia alle soglie della    storia, Bari 2004.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

    Rohlfs G., Dizionario toponomastico del Salento. Prontuario geografico, storico e filologico. Ravenna 1986.

    Note

    [1] D’Andria 1991.

    [2] D’Andria 1991.

    [3] Arthur 1997.

    [4] De Giorgi 1905, p. 15. In effetti la struttura megalitica dista esattamente 2,3 km dal centro di Specchia ed altrettanti da quello di Lucugnano.

    [5] Rizzo 2020, pp. 144-146 (scheda n. 23).

     

  • Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    di Marco Cavalera

    L’età protostorica

    Il sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. L’insediamento dista circa 5 km da Specchia.

    Area intorno all’insediamento, dove si nota la trincea per la canalizzazione idrica, scavata negli anni ’80 del secolo scorso, che ha messo in luce alcune evidenze archeologiche.  

    Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[1].

    Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (Bronzo medio). 

    La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio (2.000/1.500 a.C.), vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[2].

     Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (interno). 

    Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale)[3].

    All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale (1.300/1.000 a.C.).

    M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

    In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera[4].

    L’età romana e medievale

    Il pianoro che sovrasta il costone roccioso, sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica, si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono forse pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie individuando, insieme alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia[5].

    Materiale lapideo rinvenuto e pubblicato dal prof. Pagliara (Pagliara 1980).

    Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

    I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

    Miggiano e Montesano visti dalla serra Magnone (Cardigliano). Foto novembre 2005. 

    L’importanza archeologica della località è confermata anche dal ritrovamento casuale, avvenuto nel 1952 in contrada (Fondo Vigne), di un tesoretto “composto da monete coniate dalla zecca di Taranto, sulle quali è impresso su un lato un cavaliere e sull’altro Taras sul delfino, la più antica risale alla fine del IV secolo a. C. le altre sono databili al III secolo a.C: 211 stateri della zecca tarantina, due stateri di Heraclea Lucaniae e un divisionale che presenta tipi e peso apparentemente avvicinabili a quelli delle dracme tarantine. Una testimonianza storica importante che dimostra la grande opposizione ai Romani, a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., da parte del popolo tarantino che si affidò allo spartano Cleonimo (303 a.C.) e poi a Pirro, per contrastare l’avanzata di Roma in Magna Grecia”[6].

    Articolo tratto da: https://www.associazionearches.it/medianum-ricerche-archeologiche-nel-territorio-di-miggiano-montesano-salentino-e-specchia/

    Note

    [1] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26). Le grotte, sia naturali che artificiali, erano spesso utilizzate come luogo di sepoltura collettiva in tutta l’età del Bronzo (II millennio a.C.).

    [2] Ciongoli 1989, p. 159.

    [3] Orlando 1997a, pp. 292-303. Tra il materiale fittile individuato durante le prospezioni di superficie si annoverano: due scodelle a orlo rientrante, una scodella troncoconica, tre anse a rocchetto (Neolitico finale – facies Diana), due frammenti di ceramica a squame e una parete con decorazione incisa (Eneolitico), un’olla ovoide, un frammento decorato con cordoni a riquadri, un fondo di forma non determinabile, due anse a nastro, tre anse a bastoncello verticale, una ciotola con carena media a gradino, una scodella con orlo rientrante (Bronzo recente-finale).

    [4] Orlando 1997a, pp. 290-291.

    [5] Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri –  decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (Pagliara 1980, pp. 221-225).

    [6] https://www.quisalento.it/si-svela-al-marta-il-tesoretto-di-specchia/

    Bibliografia

    Cavalera M., “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia, Montesano Salentino“, Dell’Iride Editore, Tricase 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, pg. 159, Martina Franca (Ta), 1989.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, pp. 19-38, Galatina (Le), 1995.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 290-303, Galatina (Le), 1997.

    Orlando M.A., Santa Maria di Leuca, in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 309-343, Galatina (Le), 1997.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.