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  • “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    “Lu rusciu de lu mare”: un antico canto narrativo del Salento tra storia e cultura popolare

    di Alessio Stefàno

    Un patrimonio musicale dimenticato

    La terra del Salento conserva da sempre un legame privilegiato con la musica, in tutte le sue variegate espressioni. Questo si è manifestato in ogni aspetto della vita delle sue popolazioni: alla nascita, come alla morte dell’individuo; nel gioco dei fanciulli e nel corteggiamento amoroso; nel domestico, nel quotidiano, e persino durante le lunghe ore di duro lavoro nei campi. Non possiamo, poi, non ricordare le numerose ricorrenze sacrali, che da tempo immemore scandiscono l’ordo temporis nella nostra terra: dal Natale, alla Quaresima, ai riti della Settimana Santa, sino ad arrivare alle numerose feste patronali che caratterizzano ogni singolo borgo del Salento.

    Come molti altri aspetti della “cultura popolare”, in questa terra, così come in tutto il Meridione d’Italia, anche il “canto popolare” è entrato nel sistema della proposta turistica e delle politiche di sviluppo locale. Così, il folklore – divulgato attraverso i libri, i documentari televisivi, attraverso la musealizzazione e l’istituzionalizzazione dei “beni demo-etno-antropologici” – ha suscitato un nuovo interesse per le comunità di riferimento (Giancristofaro 2020: 12). Negli ultimi due decenni, in effetti, si è assistito in maniera crescente a pratiche di riappropriazione e patrimonializzazione della “cultura popolare” da parte delle stesse comunità. Considerate testimonianze di un “lontano passato”, le varie tradizioni hanno spesso subito le manipolazioni delle nuove politiche culturali; queste, se da un lato si sono preposte l’obiettivo di salvaguardare le peculiarità delle consuetudini locali, dall’altro hanno portato alla loro riproposizione sul «mercato delle identità» (Imbriani 2013: 193). È accaduto così che, allo spontaneo processo di riaffermazione e riscoperta degli usi e costumi scomparsi o che rischiavano di scomparire si sono presto affiancati, «finendo spesso con il prevalere, vari interessi economici, istituzionali e politici diretti a manipolare a proprio vantaggio le manifestazioni tradizionali» (Buttitta 2013). In quegli stessi luoghi dove le forme “tradizionali” del canto e della musica popolare continuavano – spesso in sordina e in ambito familiare – a vantare una certa diffusione, si è assistito, nel corso degli ultimi decenni, alla nascita di numerosi gruppi di folk revival, i quali si proponevano di eseguire nelle pubbliche piazze i canti e le musiche dei “tempi che furono”.

    Il processo di riscoperta, riappropriazione e riproposizione della “musica popolare” ha, tuttavia, anche portato ad una più o meno consapevole “selezione” del patrimonio musicale tradizionale, finendo spesso col far prevalere un singolo genere: quello della cosiddetta “pizzica-pizzica”. Molti canti popolari – i quali non ben si adattavano ai gusti e alle mutate esigenze del pubblico – sono finiti, così, per essere dimenticati; altri, invece, hanno subito processi più o meno importanti di trasformazione e riplasmazione, soprattutto, nella loro originaria musicalità. Un caso emblematico, in tal senso, è rappresentato da uno dei canti più famosi del repertorio tradizionale salentino: “Lu rusciu de lu mare” (Il rumore del mare).

    Un canto popolare e le sue trasformazioni: Lu rusciu de lu mare

    Il testo del canto è piuttosto noto:

    Na sira ieu passai de le patule

    E ntisi le ranocchiule cantare.

     

    A una una ieu le sintia cantare,

    Ca me pariane lu rusciu de lu mare.

     

    Lu rusciu de lu mare è mutu forte,

    La fija de lu re se dae alla morte.

     

    Iddha se dai alla morte e ieu alla vita,

    La fija de lu re sta se marita.

     

    Iddha sta se marita e ieu me ‘nzuru;

    La fija de lurre me dae nu fiuru.

     

    Iddha me dae nu fiuru e ieuna parma,

    La fija de lu re sta va alla Spagna.

     

    Iddha sta va alla Spagna e ieu in Turchia,

    La fija de lurre, la zita mia.

     

    Una sera io passai dalle paludi/e sentii le ranocchie cantare.

    A una una io le sentivo cantare/che mi sembravano il rumore del mare.

    Il rumore del mare è molto forte/la figlia del re si dà alla morte.

    Lei si dà alla morte ed io alla vita/la figlia del re sta per sposarsi.

    Lei sta per sposarsi, io prendo moglie/La figlia del re mi dona un fiore.

    Lei mi dona un fiore, io una palma/la figlia del re se ne va in Spagna.

    Lei se ne va in Spagna ed io in Turchia/la figlia del re la fidanzata mia.

     

    In alcune versioni è presente la strofa aggiuntiva:

    E vola volavola palomba mia!

    Ca ieulu core meu ne l’aggiu dare.

     

    E vola volavola colomba mia/che io il mio cuore le devo donare.

     

    Il testo è costruito attraverso distici dalla struttura rimica irregolare (AB CB DD EE FF GH II), con la presenza di rime baciate nei tre distici centrali ed in quello finale. Come osservato da Alessandro Bitonti, a livello lessicale il testo è denso di arcaismi come rusciu (rumore, forse dal greco ρόθιον), ranòcchiule (rane), fiuru (fiore), zzita (fidanzata); i verbi mmarita (‘maritarsi’, da maritāre, derivato da marītus) e ‘nzuru (ossia ‘prendere in moglie’, dalla voce latina inuxorāre) che sono usati secondo il loro valore semantico originario (Bitonti 2015: 307-308).

    Possiamo inquadrare questo brano nel genere dei “canti narrativi”, notevolmente diffuso nel Salento e in altre aree della Penisola; anche la sua tematica è nota: l’amore impossibile tra la figlia di un re ed un uomo comune.

    Fig. 1 – Mare in tempesta a Marina Serra (Foto dell’autore)

    La musica che accompagna il testo, nella gran parte delle versioni oggi eseguite, è caratterizzata da un’introduzione strumentale, cui segue un incipit a ritmo più lento (I strofa) e, per trasformarsi, a partire dalla seconda strofa in una tradizionale “pizzica”, sebbene in tonalità minore.

    In realtà, analizzando la documentazione etnografica, ci si accorge facilmente che la versione che si esegue oggi è molto diversa rispetto a quella che possiamo definire come “tradizionale”.

    La documentazione etnografica ed etnomusicale

    Il canto che oggi conosciamo come “Lu rusciu de lu mare” risulta già documentato nella remota rilevazione effettuata da Vittorio Imbriani e Antonio Casetti nella seconda metà dell’Ottocento (Casetti Imbriani 1871: 396). Ecco il testo riportato dagli studiosi:

    De sira nde passai de la padula,

    Nci ‘ntisi ‘nu ranecchiulu cantare.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    E nu ‘lu sentu,

    Ca le parole soi copre lu ‘ientu.

    Lu rusciu de lu mare è troppu forte,

    Iddhu – sse dae la morte, iddha la vita,

    La figghia de lu Rre sse sta ‘mmarita.

    ‘Ogghiu mme ’nzuru.

    La figghia de lu Rre porta lu fiuru.

    ‘Ene ‘ientu de mare, ‘e ne de terra,

    A figghiu de lu Rre fazzu la guerra.

    Li dau ‘na parma,

    La figghia de lu Rre ‘sse nd ‘ae alla Spagna.

    Iddha alla Spagna, iu vadu alla Turchia,

    La figghia de lu Rre la sposa mmia.

     

    La prima registrazione sonora del canto si ha, invece, ad opera di Alan Lomax il 16 agosto 1954 a Gallipoli[1] (Agamennone 2017: 289-290).Il canto venne documentato nel corso del breve soggiorno salentino dello stesso Lomax e di Diego Carpitella, rientrante nel programma della estesa ricognizione etnografica condotta dai due studiosi nel Meridione d’Italia, tra il luglio del 1954 e il gennaio del 1955. La rilevazione salentina si svolse a cavallo tra giovedì 12 agosto e martedì 17 agosto 1954, e produsse l’acquisizione di 79 documenti sonori, raccolti prevalentemente in quattro località: Calimera, Galatone, Gallipoli e Martano (Cfr. Agamennone 2017).

    Riportiamo il testo documentato da Lomax:

    Lu rusciu de lu mare è tantu forte

    La fija de lu re se dae alla morte

     

    Iddha se dai la morte e ieu la vita

    La fija de lu re sta se marita

     

    Iddha sta se marita e ieu me nsuru

    La fija de lu re portau lu fiuru

     

    Iddha portau lu fiuru e ieu la palma

    La fija de lu re è sciuta a Spagna

     

    Iddha è sciuta a Spagna e jeu in Turchia

    La fija de lu re la sposa mia

     

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente lu sergente m’aggiù pijà

    E vola vola palomba mia

    Lu sergente m’aggiù pijà.

     

    Pur ruotando intorno ad un costante nucleo semantico, il testo presenta diverse redazioni, tra le quali si notano alcune differenze. Tali differenze, tuttavia, sono da considerarsi essenzialmente insite al processo stesso di trasmissione del canto, per lungo tempo affidato all’oralità. Lo stesso non si può affermare, tuttavia, per ciò che riguarda il tema e la struttura musicale, oggetto di modifiche sostanziali e, più o meno deliberate. Nella versione raccolta da Lomax, infatti, il ritmo del canto appare più lento, quasi rassomigliante ad una sorta di “ninna-nanna”, così da simulare l’andamento, lento e cadenzato, delle onde del mare.

    Tale fatto appare sostanzialmente confermato anche nella versione raccolta a Gallipoli da Ettore Vernole negli anni ‘30 del Novecento (Vernole 1934: 270), com’è possibile verificare dallo spartito musicale da egli stesso riportato:

    Tra Spagna e Turchia: il contesto storico

    Tornando al testo – il cui orizzonte tematico appare, come s’è detto, senz’altro evidente – in questa sede è interessante soffermarsi sul contesto storico che ne ha visto la genesi, deducibile grazie all’analisi di due elementi peculiari che lo caratterizzano.

    Il primo è la menzione della Spagna. È a partire dal Cinquecento, infatti, che il Salento entrò a far parte del dominio Spagnolo. Nel 1504 il Trattato di Lione attribuì il possesso del Regno di Napoli alla Spagna. Tuttavia, il dominio spagnolo in Puglia fu messo in discussione venticinque anni dopo, ai tempi della guerra fra Carlo V re di Spagna e Francesco I re di Francia. Ma nel 1529, con la pace di Cambrai, i due sovrani si divisero le rispettive sfere di influenza stabilendo che la Puglia rimanesse territorio spagnolo (cfr. Loiotine Lombardo 2003).

    Stessa importanza riveste nel testo anche la menzione della Turchia. La presenza dei Turchi nel Salento è indissolubilmente legata ad un fatto storico molto importante e noto: la conquista di Otranto nell’estate del 1480, l’eccidio degli “Ottocento Martiri” e la successiva liberazione da parte dell’esercito aragonese nel settembre del 1481 [2]. Anche dopo questi importanti eventi, tuttavia, la Terra d’Otranto si troverà spesso ad essere flagellata dalla minaccia “turca”, rappresentata soprattutto dalla pirateria. Specialmente dopo la caduta di Otranto, infatti, «la pirateria assume per la nostra provincia un andamento periodico […]. È un incubo che tormenta le popolazioni, le quali hanno la disgrazia di vivere sul mare. Anche quando il pericolo non c’è, si teme: lo ha creato la fantasia, e i Turchi, perché per i Salentini barbareschi e pirati levantini in genere erano Turchi, sono stati visti anche quando non c’erano» (Panareo 1933: 5).

    Alla prima metà del Cinquecento sono ascrivibili le maggiori e più frequenti incursioni della pirateria Turca nel Salento. Questa tragica parentesi, apertasi dopo la presa di Otranto, si accentua notevolmente a seguito della battaglia della Prèvesa, il 27 settembre 1538, per poi attenuarsi e avviarsi al tramonto dopo la battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, quando le forze combinate della Lega Santa, sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, ottennero la prima grande vittoria contro l’Impero ottomano. È proprio nella prima metà del Cinquecento, infatti, che sono documentabili le maggiori molestie inflitte dai “Turchi” alla Terra d’Otranto; tra queste possiamo senza dubbio ricordare la presa di Castro del 1537 (una seconda conquista della città, sebbene di minore entità, si avrà anche nel 1573/75) (ivi: 5-7). Dopo la battaglia di Lepanto, le scorrerie della pirateria “turca” continueranno nel Salento per oltre un secolo, ma si tratterà di gruppi sempre meno organizzati: «la pirateria, come istituzione al servizio della politica, può dirsi tramontata nel cinquecento. Quell’altra, autonoma, volgare, rivolta a solo scopo di rapina e di furto, si sostituì nei secoli successivi» (ivi: 13).

    Appare a questo punto chiaro come la nascita del canto debba scriversi proprio in quel lungo e tormentato periodo che vede il Salento uscire da un lungo medioevo ed affacciarsi, a fatica, sulle soglie della modernità.

    Considerazioni conclusive

    Alla luce della breve analisi qui condotta, possiamo senza dubbio affermare che “Lu rusciu de lu mare”, oltre a rappresentare uno dei canti più belli ed evocativi del patrimonio musicale tradizionale salentino, è uno dei più antichi e rappresenta la testimonianza concreta di un preciso orizzonte storico culturale.

    Alla sostanziale invariabilità del testo, ruotante intorno ad un preciso nucleo tematico, non è tuttavia corrisposta la conservazione della originaria melodia, sin dalle origini legata allo stesso significato del testo.

    Dopo una lunga stagione di revival folkloristico, nella quale nel panorama della musica popolare salentina si imponeva sostanzialmente – con poche eccezioni – una versione “moderna” del canto, nell’edizione del 2020 del noto festival della “Notte della Taranta”, il maestro concertatore Paolo Buonvino decide di riproporne una versione polifonica, strumentata secondo la linea melodica “antica”. Che sia il segnale di una nuova consapevolezza nei confronti del patrimonio etnomusicale del Salento? Sarà il tempo a dircelo.

    https://www.youtube.com/watch?v=yBoA6LwwKns

    Bibliografia

    M. Agamennone, Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (Agosto 1954), Roma 2017.

    V. Bianchi, Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista, Bari 2016.

    A. Bitonti, Musica e testi in Salento fra tradizione e modernità, «L’Idomeneo», 19, 2015, pp. 303-312.

    I. E. Buttitta, Continuità delle forme e mutamento dei sensi. Ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Acireale-Roma 2013.

    A. Casetti, V. Imbriani, Canti popolari delle Provincie meridionali, Torino 1871, v. I.

    L. Giancristofaro, Osservazioni sul folklore per una teoria della cultura e delle istituzioni politiche, «Palaver», 9, n. 2, 2020, pp. 319-362.

    E. Imbriani, Religione popolare e identità culturali, in Romano A., Spedicato M. (a c. di), Sub voce sallentinas: studi in onore di p. Giovan Battista Mancarella, Lecce 2013, pp. 189-195.

    G. Loiotine Lombardo, La dominazione spagnola in Puglia, Bari 2003.

    S. Panareo, Turchi e barbareschi ai danni di Terra d’Otranto, «Rinascenza salentina», 1, 1933, pp. 2-13.

    E. Vernole, Il dopolavoro e i cori tradizionali del Salento, «Rinascenza salentina», 4, 1934, pp. 264-275.

    Note

    [1]L’esecuzione è a cura di alcune voci maschili, accompagnate da un mandolino e due chitarre.

    [2] Per un’analisi storica dei fatti relativi alla conquista ottomana di Otranto si può far riferimento, in generale, a Bianchi 2016.

     

  • “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    “Il castello di Gallipoli tra architettura militare e graffiti murali”, un libro di A. Quarta

    dall’introduzione del volume di Aurora Quarta

    Il succedersi di quattro periodi storici densissimi di eventi ci ha lasciato nell’arco di poco più di quattro secoli un rilevante numero di castelli, il più delle volte trasformati nel corso delle dominazioni, così che ne è risultato un patrimonio vario oltre che cospicuo.

    Il volume è il risultato di un lungo lavoro di ricerca intrapreso nel 2015 con una tesi di Specializzazione in Rilievo e Analisi Tecnica dei Monumenti Antichi dal titolo “Il castello di Gallipoli: analisi storica e architettonica”, discussa presso la Scuola di Specializzazione “D. Adamesteanu” dell’Università del Salento. L’interesse sullo studio del castello, sempre maggiore, ha comportato la scelta di proseguire il percorso universitario con un progetto di ricerca per il Dottorato in Scienze del Patrimonio Culturale nella medesima Università, di cui si pubblicano in questa occasione una parte dei risultati ottenuti. In sostanza, si è scelto di esaminare uno degli edifici militari più rappresentativi del territorio salentino per una ragione concreta, ovvero la necessità di ottenere finalmente un quadro chiaro dell’evoluzione del sistema difensivo della città.

    Gallipoli è un centro abitato sul mare il cui apparato militare costruito a protezione dell’attuale centro storico, un tempo il limite della città, è ancora straordinariamente conservato: se da un lato, l’articolazione di tale sistema suscita un notevole fascino e si riscontra in letteratura la valenza storico-architettonica di tale patrimonio, dall’altro non è mai stata condotta una ricerca volta ad una maggiore conoscenza. Infatti, i dati a disposizione sul castello si fondano sulla monografia di Ettore Vernole  degli anni ’30 del secolo scorso, la cui ricerca, al tempo innovativa ma superata nei nostri giorni, viene ancora proposta non avendo mai intrapreso uno studio sistematico utilizzando i criteri e le metodologie odierni. Oltre alla volontà di far riemergere il patrimonio fortificato della città da questa fase di stasi, un secondo fattore che ha contribuito alla scelta della tematica è il legame con Gallipoli.

    La scelta dell’apparato militare gallipolino è stata audace poiché si tocca una tematica complessa: proprio per questo, per affrontare in maniera adeguata lo studio del castello di Gallipoli e, di conseguenza, dell’intero sistema difensivo, si è dovuto tener conto dell’elaborata articolazione architettonica e del lungo arco cronologico attraverso il quale sono state attuate le modifiche, i cambi d’opera e i vari ampliamenti. Inoltre, fondamentale è stato l’utilizzo della metodologia di indagine propria degli archeologi, utile nell’esame non solo degli edifici antichi ma di tutte le strutture di interesse storico-architettonico, al fine di interpretarne e ricostruirne minuziosamente lo sviluppo, eseguendo il rilievo architettonico delle parti visibili, rintracciando con una ricognizione archivistica la documentazione edita e inedita, giungendo ad una esaustiva comprensione dell’evoluzione architettonica.

    In particolare, dalla revisione critica della documentazione disponibile sul castello è stato possibile rinnovare le conoscenze sviluppate nel corso di pregresse esperienze di ricerca grazie, anche, all’approccio globale del complesso architettonico. Un aspetto importante è dato dall’importanza dei risultati ai fini della ricerca per altre strutture analoghe: ricostruendo il quadro generale ed aggiornato su tale realtà gallipolina con uno studio storico-architettonico che in maniera diacronica copre l’arco temporale compreso tra il medioevo e l’età contemporanea, è possibile giungere anche a radicali riformulazioni interpretative di cui se ne avvertiva la mancanza all’interno dell’intero panorama della ricerca sulle fortificazioni salentine.

    Dalla presentazione della prof.ssa Carla Maria Amici

    Soltanto un profondo e radicato affetto per la propria città, ed una innata curiosità investigativa hanno potuto spingere Aurora Quarta ad affrontare un palinsesto tanto complesso e tanto articolato come il Castello di Gallipoli, non solo inevitabilmente inserito nel contesto dell’impianto difensivo della cittadina, ma necessariamente collegato ad una intricata serie di eventi storici, architettonici, politici e socioculturali, fino ad oggi scarsamente documentati o addirittura dati per acquisiti in maniera erronea, nell’ambito di un arco temporale lungo quasi un millennio.

    Con la chiarezza espositiva che contraddistingue l’intero volume, evidentemente frutto di un notevolissimo lavoro di ricerca, l’autrice offre una precisa descrizione critica del castello, sia in senso sincronico che diacronico, e ne ricostruisce l’evoluzione nelle sue fasi costruttive, identificandone tecniche edilizie e materiali utilizzati; sempre contestualizzando i risultati ottenuti nell’ambito del costante sviluppo dei sistemi difensivi e delle tecniche ossidionali, che spesso ne hanno motivato trasformazioni, aggiunte, modifiche. Un’accurata, e molto proficua, indagine negli Archivi storici italiani, ma soprattutto spagnoli, ha poi consentito il reperimento di una eccezionale documentazione inedita, sapientemente sfruttata dall’autrice per illuminare, quando possibile, i numerosi lati ancora oscuri del Castello, in un affascinante percorso interpretativo ed esplicativo.

    In questo caleidoscopico mosaico espositivo un tassello di estremo interesse è quello dedicato all’analisi dei graffiti, totalmente inediti, presenti nel livello inferiore del Torrione della Vedetta, che prepotentemente inserisce gli uomini e le loro storie all’interno di una struttura architettonica le cui caratteristiche monumentali sembrano invece escludere l’esistenza in contemporanea della comune vita ordinaria.

    Per ottenere questi risultati, fondamentale è stato il metodo utilizzato dall’autrice: l’analisi autoptica prolungata ed esaustiva dell’edificio, basata su rilievi, diretti o indiretti, che le hanno permesso di conoscere realmente il monumento, in tutta la sua realtà architettonica, prima di procedere alle ricerche collaterali. E questo le ha consentito di riversare il percorso conoscitivo ad illustrazione del testo, inserendo disegni, planimetrie, prospetti, rilievi 3D, schemi esemplificativi, rendendolo quindi chiaro e convincente. Facendo cioè, egregiamente ma credo inconsciamente, ciò che riteneva indispensabile Francesco di Giorgio Martini, uno degli ingegneri/architetti che in maniera diretta o mediata, hanno avuto influenza sulla progettazione del Castello:

    “Sono per molti tempi stati degnissimi autori, i quali hanno differentemente scritto di architettura e di molti edifizi, quelli con caratteri e lettere dimostrando, non per figurato disegno; e in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benchè ad essi compositori li paia avere molto largamente, secondo la mente loro, tali opere illucidate, pure noi vediamo che sono rari quei lettori che, per non aver quei libri alcun disegno, intendere li possano. Ma quando tali autori concordassero la scrittura col disegno, molto più apertamente si potrebbero giudicare, vedendo il segno col significato; e così ogni oscurità sarebbe tolta via. …Adunque iudico il disegno esser per questo necessario a qualunque altra scienzia si sia” (Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura civile e militare, libro VI, capo IV. Codice Magliabechiano II. I.141. ed. Il Polifilo, Milano, 1967, a cura Corrado Maltese, trascr. di Lidia Maltese Degrassi).

    Indice

    Presentazione

    Introduzione

    Capitolo 1

    Gallipoli città fortificata nello spazio e nel tempo

    Capitolo 2

    Gallipoli ed il perimetro difensivo

    • Il castello
      • Il Torrione Poligonale
      • Il Torrione della Bandiera
      • La Cortina orientale
      • Il Rivellino
      • Il Torrione della Vedetta
      • La Cortina settentrionale
      • La Cortina di ponente
      • Il Torrione della Campana
      • La Cortina meridionale
      • La Cappella
    • La cinta muraria

    2.3 Il ponte di accesso alla città

    Capitolo 3

    Il sistema difensivo nelle fonti bibliografiche e d’archivio

    Capitolo 4

    L’analisi architettonica

    • Le fasi costruttive
      • Fase bizantina (ante 1071)

    4.1.2. Fase normanno – sveva (1071-1241/1241-1268)

    • Fase angioina (1269-1442)
    • Fase aragonese I (1442-1484), Fase veneziana (1484-1484) e Fase aragonese II (1484-1501)
    • Fase spagnola (1504-1707)
    • Fase austriaca (1707-1756)
    • Fase borbonica (1756-1882)
    • Fase postunitaria (1883-1946)
    • Fase postbellica (1947-2013) e fase attuale (2013-2017)
    • Materiali e tecniche costruttive
    • Analisi stratigrafica dei prospetti
    Capitolo 5

    La difesa nel tempo

    • Il sistema difensivo in Terra d’Otranto
    • L’evoluzione delle armi da fuoco e l’utilizzo nel castello
    • Architetti e ingegneri nel castello in età moderna
    Capitolo 6

    Stemmi, iscrizioni e graffiti

    Conclusioni

    Postfazione

    Bibliografia

    Sitografia

  • Andiamo! Le nuove proposte Estate2020

    Siete pronti?! Noi sì e non vediamo l’ora di riprendere le nostre attività!!!
    Finalmente possiamo presentarvi le nuove proposte per i prossimi mesi estivi. I
    Borghi, centri storici, paesaggi, le più rinomate località del nostro amato Salento fino agli angoli più nascosti: qui troverete tante “golosità” pronte per essere assaporate.

    Naturalmente ci ritroveremo nel rispetto delle nuove normative in vigore per l’emergenza sanitaria e potremmo goderci la gioia di incontrarci, conoscere e fare nuove esperienze in tutta sicurezza.

    Perciò, cosa aspetti?
    Osserva  le nostre proposte scaricando il pdf qui brochure 2020 e scegli quale sarà la tua.
    Noi ti aspettiamooooo!

     

     

  • I riti della Settimana Santa nel Salento

    I riti della Settimana Santa nel Salento

    di Alessio Stefàno

    Calendari rituali e immagini cultuali

    La Pasqua rappresenta la festa più importante del mondo cristiano Orientale ed Occidentale. Com’è noto, ufficialmente, la Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme e si conclude il Sabato Santo. Nel corso di essa, si ricordano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni terreni di Gesù: quelli della sua Passione, della sua Morte sulla Croce e della sua deposizione nel Sepolcro prima della Resurrezione.

    I “sabburchi” (sepolcri), deposti sugli altari delle chiese il Giovedì Santo (foto di Alessio Stefàno). 

    Al calendario liturgico ufficiale, tuttavia, si affiancano delle celebrazioni di carattere più popolare, che affondano le loro radici nel mondo cristiano antico e medievale; ne è un esempio la ricorrenza dell’Addolorata, celebrata il venerdì precedente alla Domenica delle Palme. Prefigurazione della Settimana Santa, esso è il giorno in cui ricorre la memoria dei Sette Dolori di Maria. Tale titolo si basa su alcuni momenti della vita della Vergine descritti nei Vangeli: La Profezia dell’anziano Simeone sul Bambino Gesù, La fuga in Egitto della Sacra famiglia, La perdita di Gesù nel Tempio, L’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis, Maria ai piedi della Croce, Maria accoglie nelle sue braccia il Figlio morto, Maria vede seppellire Gesù.

    A livello popolare cristiano, segnatamente nei paesi meridionali, culti e relative pratiche rituali, non possono prescindere dalla rappresentazione materica del Sacro (Buttitta 2012, p. 697). I dolori della Vergine si presentificano, dunque, nella sua immagine: la Madonna appare vestita di nero; una, cinque o sette spade le trafiggono il cuore; il fazzoletto nella sua mano ha appena asciugato le lacrime versate per la perdita dell’amato Figlio; il suo sguardo è rivolto a cielo, verso il Padre. Quante madri, nella storia, non si saranno identificate nel suo dolore, a seguito della perdita di figlio o per le pene e le afflizioni della vita quotidiana? È questa la ragione della profonda diffusione, ieri come oggi, del culto della Vergine Addolorata: l’immensa umanità della sua figura e del suo profondo dolore.

    Madonna Addolorata (foto di Alessio Stefàno). 

    La memoria dell’Addolorata è ancora oggi particolarmente viva e sentita a Gallipoli. Qui, a mezzogiorno in punto del venerdì il simulacro della Vergine esce dalla sua chiesa, alla presenza di una gran folla in preda alla commozione, per recarsi in Cattedrale, per poi – dopo la Messa e l’esecuzione della tradizionale Frottola (un oratorio sacro in musica) – percorrere tutte le strade della città (Perrone 2003, pp. 58-60).

    Processione del Venerdì Santo a Gallipoli (foto di Gianluca Tonti). 

    Memorie di grecità

    In alcuni riti della Quaresima e della Settimana Santa, il Salento serba ancora memoria del suo antico legame col mondo Bizantino. Ancora oggi diffusa nell’area dell’hinterland gallipolino è la tradizione del Santu Lazzaru o Lazzarenu. Si tratta una questua itinerante, spesso notturna, dove attraverso l’esecuzione di un canto tradizionale che narra le vicende della resurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, si raccolgono viveri e generi alimentari (un tempo prevalentemente uova e prodotti caseari).

    Ancora oggi nella cultura Ortodossa, il sabato delle Palme è il Sabato del “Santo e Giusto Lazzaro”, la cui resurrezione prefigura l’evento culmine della fede cristiana: la vittoria del Cristo sulla morte (cfr. Stefàno 2020).

    Ma un’eco della grecità di questi territori sono anche i canti di Passione (Passiùna) della Grecìa Salentina. Vere e proprie sacre rappresentazioni, queste si svolgevano nei crocevia dei paesi e rappresentavano, in forma itinerante, le ultime vicende della vita terrena di Cristo (cfr. Costa, 2011).

    Di chiara derivazione Bizantina è anche la preparazione della cuddhura, (una sorta di pane che poteva assumere varie forme e contenente all’interno delle uova sode) donata come segno beneaugurale o portata in chiesa da bambini e ragazzi la mattina di Pasqua per essere benedetta. Il termine “cuddhura” deriva dal greco κολλύρα, e fa riferimento al pane che rappresenta Cristo. Era in uso, infatti, presso una setta di donne nell’Oriente Bizantino, lo scambio di pani benedetti in occasione di alcune importanti festività (Orlando, 2002, pp. 13-16).

    La Grande Settimana

    Con la Domenica delle Palme si entra ufficialmente nel periodo rituale della Settimana Santa. È il giorno in cui si ricorda il trionfale Ingresso a Gerusalemme di Gesù, in sella a un asino e osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (Gv 12,12-15). In questo giorno una consuetudine assai comune era la realizzazione di crocette e panarieddhi: manufatti in palma intrecciata di varie forme dimensioni. I primi avevano la forma di una croce e, una volta benedetti, si andavano a conservare nelle proprie abitazioni, spesso deponendoli accanto alle immagini dei santi o dei parenti defunti; i secondi, invece, andavano a custodire al loro interno dei dolciumi che venivano poi consumati il giorno di Pasqua.

    Il Giovedì Santo segna l’inizio del Triduo pasquale. È il giorno in cui viene commemorata l’Ultima Cena e celebrata l’istituzione dell’Eucaristia. Ancora oggi in tutte le parrocchie (ma un tempo era comune anche nelle chiese minori e nelle cappelle rurali) vengono allestiti gli Altari della Reposizione, nel linguaggio comune chiamati “Sepolcri”. Questi vengono ornati con lampade e candele, con elementi simbolici che richiamano alla presenza del pane e del vino, con fiori; immancabile è la presenza del “grano bianco”, ottenuto da semi lasciati germinare per lungo tempo al buio.

    Il Venerdì Santo è il secondo giorno del Triduo Pasquale. È il giorno delle processioni che commemorano i momenti salienti della passione di Cristo. Apre la processione la Croce dei Misteri, un manufatto ricco di elementi simbolici: il calice, la corona di spine, il velo della Veronica, la lancia, i chiodi, il gallo, la tunica, la scala… è il riassunto della Passione che sta per compiersi, o meglio per essere rappresentata. Seguono le varie statue: Gesù nell’orto degli ulivi, il Cristo alla colonna, la Crocifissione, la deposizione nella tomba e, infine, Maria che piange il Figlio morto. Il loro susseguirsi – in ordine rigorosamente cronologico – rende presenti, qui ed ora, i fatti della fede.

    La storia della salvezza umana può essere sottratta al tempo e al luogo del mito e rendersi tangibile, attuale. Sono questi i momenti in cui «le barriere spazio-temporali che normalmente separano il fedele e la divinità si dissolvono, consentendo, in quel tempo e in quel luogo, il tempo e il luogo del rito, un contatto diretto e immediato, concreto, fisico» (Buttitta 2012, p. 698).

    Ancora oggi, ad alcune processioni, partecipano i Penitenti: figure anonime, scalze ed incappucciate, che si rendono partecipi al dolore del Cristo attraverso dei gesti penitenziali, quali il trasporto di una croce o di pesanti pietre, o ancora il percuotersi il petto e le spalle.

    I flagellanti in Terra d’Otranto

    Un documento prezioso per aver cognizione di peculiari forme penitenziali un tempo diffuse nelle Processioni del Venerdì Santo è rappresentato da un breve saggio di Pietro Pellizzari, pubblicato nel 1889 nell’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, dal titolo I flagellanti in Terra d’Otranto. Lo studioso riporta che la pratica del flagellarsi le carni «è ancora d’uso recentissimo e non al tutto cancellato in qualche paese di queste contrade meridionali». La testimonianza proviene dal piccolo borgo di Muro Leccese, nel cuore del Salento:

    «E poi cominciano a darsi colle discipline dietro le spalle, che le portano tutte spogliate, e ogni botta che si danno si strappano la carne e s’insanguinano tutti. E se per caso c’è qualche innamorato e passa davanti la ragazza, e (essa) non lo vede bene insanguinato si scombinano, non si vogliono più, chè dice (la ragazza) che non s’è fatto onore, perché chi più si scoia più è bravo» (Pellizzari 1889, p. 348).

    Ma tale pratica, sebbene continuasse a resistere, si presentava ormai in una fase di declino:

    «Quest’anno dodici soli son quelli che s’hanno da macellare, chè l’anno passato ne furono tutti proibiti ma essi si chiusero entro la chiesa davanti a Gesù Cristo morto, e chi più potè, dette! si stracciarono tutte le spalle, si uccisero, e finì che bisognò si scassasse la porta e si tirassero le discipline di mano» (ivi, pp. 348-349).

    Ciò che sorprende è come la pratica della flagellazione abbia non solo uno scopo devozionale; addirittura essa può apparire come qualcosa di necessario, quasi “terapeutico”: «E siccome due anni addietro i carabinieri li andavano seguitando e non si poterono flagellare come d’uso, dissero che s’intesero tutti malandati giacché dicono che quello è sangue c’à da uscire» (ivi, p. 349).

    Processione di flagellanti, opera di Francisco Goya (1812-1819). Fonte: wikipedia. 

    Quasi fuoriuscita dai meandri di una storia dimenticata, tale pratica compare davanti ai nostri occhi quasi come “disturbante” e nel nostro pensiero poco ha a che fare con le forme della religiosità e della devozione. Ma è in una realtà ben determinata che essa prende senso: possiamo definirla quella appartenente alla «cultura della miseria», dove «l’assenza di alternative e di chiare prospettive di ordine sociale e politico» portano gli uomini  a rivolgersi, per la risoluzione dei numerosi problemi che affliggono la loro quotidianità, «a un tipo di cattolicesimo, quale è appunto quello popolare, che offre protezione e grazie in cambio di devozioni particolari, di sacrifici, di impegni individuali» (Rossi 1969, p. 107).

    BIBLIOGRAFIA:

    Buttitta Ignazio Emanuele, Simulacri divini. Ruoli cultuali e pratiche devozionali, in T. Pugliatti, S. Rizzo, P. Russo, Manufacere et scolpire in lignamine. Scultura e intaglio del legno in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, 2012.

    Costa Diana, I Passiuna tu Christù. Rito e teatro di una cantica popolare della Grecìa Salentina, «Antropologia e Teatro», n. 2, 2011.

    Orlando Luigi, Tesori da salvare. Canti, riti e tradizioni della Pasqua nella Grecìa Salentina, 2002.

    Pellizzari Pietro, I flagellanti in Terra d’Otranto, «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», VIII, 1889.

    Perrone Cosimo, Riti e manifestazioni di culto a Gallipoli. Tra storia mito e leggenda, 2003.

    Rossi Annabella, Le feste dei poveri, 1969.

    Stefàno Alessio, Le notti di Lazzaro. Storia di una tradizione popolare salentina, 2020 [In corso di pubblicazione].

    Dello stesso autore:

    Tradizione della Caremma

    Per ascoltare una bella registrazione di un Lazzarenu, ecco una versione degli Ucci di Cutrofiano (Aramirè): cliccare qui

  • MEDIEVALIA in Finibus Terrae

    MEDIEVALIA in Finibus Terrae


    ultimo manifesto medievalia

    Pensare il Medioevo del sud Salento. Come appariva il paesaggio, il profilo dei paesi, il modo di vivere, di vestirsi; che aspetto avevano le tavole del tempo, quelle dei signori e quelle dei poveri, quali i gusti e sapori, quali i codici comunicativi ed espressivi usati nel rapporto con il quotidiano e il sacro. Un esercizio di immaginazione prima delle patate e dei pomodori, degli esotismi delle terre del Nuovo Mondo, prima delle fioriture barocche nella pietra, delle conquiste spagnole e francesi.

    “Medievalia in Finibus Terrae” , progetto elaborato dall’Associazione culturale Archès, cerca di rivivere e far rivivere quest’epoca storica nei suoi molteplici aspetti e, contemporaneamente, raccontarli al pubblico che sarà accolto a partire dalle 15 di sabato 2 maggio nel castello di Acquarica del Capo. Nella piazza d’armi sarà rappresentata una rievocazione storica che, per quanto spettacolare, rispetta la correttezza filologica di tutti gli elementi. Saranno infatti allestiti banchetti di armi, di spezie e di giochi medievali illustrati da figuranti: uomini in armi mostreranno tecniche di combattimenti, il falconiere Luciano Levita sarà presente con i suoi superbi rapaci, la capacità di intrattenere e affabulare del ciarlatano “venuto da lontane contrade”, Pier Paolo Pederzini, gli artigiani e i contadini, quest’ultimi impegnati nello scambio di antiche varietà di semi autoctone. Sarà inoltre possibile prendere parte ad un corso di lavorazione della terracotta.

    Alle 18.30 il dott. Gianluca Tonti, co-ideatore di Medievalia, aprirà un seminario didattico che vedrà l’intervento di diversi giovani esperti: l’archeologo Stefano Calo’, lo storico Stefano Cortese,  il tecnico restauratore Andrea Erroi, il presidente di Archès, Marco Cavalera. Nella sala accanto al seminario sarà fruibile la mostra “La linea del tempo. Evoluzione Socio-Culturale del Medioevo Salentino” con totem esplicativi che documentano  l’evoluzione di quest’epoca nel contesto territoriale, arricchita dall’esposizione di abiti gentilmente concessi dal gruppo di rievocazione storica “Peregrinantes et Bellatores” presente all’evento.
    Non a caso l’obiettivo del progetto è quello di sottolineare la lunga estensione temporale del Medioevo che ha favorito la nascita di una varietà e ricchezza di prodotti culturali notevoli. Se nella piazza d’armi si avrà l’occasione di vedere una tranche de vie duecentesca, al piano nobile del castello, a partire dalle 21, le suggestioni create dagli abiti, dalle musiche e dalle danze eseguite dal gruppo “Concentus-Tempus Saltandi” saranno quelle tipiche di una corte del tre-quattrocento, quando il Medioevo sta per lasciare il passo alla stagione rinascimentale. Gli chef dell’Azienda Agrituristica “Il fu Giovanni” di Contrada Palla di Casarano proporranno la degustazione di pietanze fedeli, per quanto possibile, ai ricettari del tempo.

    Il progetto Medievalia in Finibus Terrae si estende anche al primo e al tre maggio, con visite guidate nei luoghi che più di altri conservano le tracce del passaggio di quell’epoca. Immancabile la visita alle 15.30 di venerdì 1 maggio alla preziosissima ed elegante Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, con una puntata alla vicina Soleto. Domenica 3 sarà protagonista Otranto: tra le altre cose, protagonista indiscusso del tour sarà il celeberrimo mosaico della Cattedrale mentre nel pomeriggio si avrà l’occasione di conoscere dettagli poco noti nella Valle delle Memorie. La mattina del due maggio Medievalia si sposta In Finibus terrae, il Capo di Leuca, ripercorrendo alcune tappe dell’antica via dei Pellegrini provenienti da tutta Europa e diretti al Santuario alla fine delle terre, là dove la vista si apre sull’azzurro sconfinato dei mari.

    MEDIEVALIA in Finibus Terrae è la terza edizione del progetto “La linea del Tempo”, realizzato con il supporto della Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo – nell’ambito del “Programma delle Attività culturali per il Triennio 2013 – 2015”, con il patrocinio gratuito del Comune di Acquarica del Capo.

    Il programma dettagliato è disponibile su fb alla pagina “Medievalia in Finibus Terrae”. Info e prenotazioni per le escursioni ai seguenti numeri: 329.6239557 (Francesca) e 327.8410214 (Melissa), medievalia.arches@gmail.com.