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  • La Chiesa della Madonna del Passo di Specchia. Da “Laura bizantina” a Santuario

    La Chiesa della Madonna del Passo di Specchia. Da “Laura bizantina” a Santuario

    Di Giovanni Perdicchia

    La chiesa della Madonna del Passo. Un’antica cripta di origini bizantine trasformata in chiesa alla fine del Cinquecento.

    Fig. 1. Complesso della Madonna del Passo (Specchia).

    Il territorio di Specchia, per la natura carsica del luogo e per la posizione collinare, da sempre è stato segnato da grotte, anfratti e caverne, che da tempi preistorici hanno visto la presenza dell’uomo e vi sono diverse testimonianze della presenza ed attività umana costante dal periodo preromano a quello medievale. Proprio in una di queste grotte ed ai piedi di una delle colline si stanziarono alcuni monaci italo-greci provenienti dall’Oriente, che portarono qui il loro culto verso le immagini sacre, che essi stessi dipingevano sulle pareti (fig. 2). Qui le parole diventavano figure ed episodi di una Bibbia viva ed aperta sulla loro fede e sulle loro tradizioni. Testimonianza concreta di questa presenza rimangono nella parte retrostante della cripta dove resta ancora un lungo corridoio con sedile scavato nella roccia; proprio qui i monaci passavano lungo tempo in preghiera, in meditazione e dormivano nel VIII e IX sec. (fig. 3a e 3b). Monaci italo-greci che probabilmente hanno convertito il luogo e le grotte presenti trasformandole in edificio di culto mariano dedicato alla Madonna del Passo. Il termine Laura ha origini greche e significa “cammino stretto” o “gola” proprio come in questo caso una stretta gola scavata nella nuda roccia.

    Fig. 2. Monaci italo-greci (fonte: https://www.ricocrea.it/2020/04/29/pagine-di-storia-i-basiliani/).

    Fig. 3a. Corridoio interno alla cripta.

    Fig. 3b. Sedile scavato nella roccia all’interno del corridoio. 

    Da un antichissimo tracciato viario di età romana…

    I giorni 8 e 9 settembre si svolge la Festa della Madonna Del Passo, probabilmente così chiamata perché la cripta a lei dedicata si trova sulla strada che tange Specchia e porta a diverse direttrici da Sud a Nord e da Est a Ovest. Si ipotizza, che anticamente, come scrive il Prof. Penna, in quel luogo fosse ubicato un “passo”, un punto di passaggio tra le Serre Salentine, di un percorso stradale di notevole importanza strategica, sia militare, sia commerciale per il territorio del Capo di Leuca seguendo gli antichi tracciati. Da segnalare anche il tesoretto di circa 250 monete d’argento (seppellito nel III secolo a.C.), provenienti da diverse aree della Magna Grecia, di cui 214 recuperate, restaurate, ed esposte al museo Marta di Taranto. Quest’ultima recente notizia avvalora l’ipotesi di un insediamento messapico nel territorio che poi fu conquistato dai romani e presidiato con compiti militari e che, in via ipotetica, potrebbe coincidere con il nucleo più antico del centro di Specchia, sulla collina. Sui tracciati messapici quindi si inseriscono i Romani ed è da notare che il luogo si trova esattamente nella distanza delle XII miglia romane a metà strada tra Castro (17 km), Ugento (15 km) nell’asse est/ovest (le statio romane si trovavano ad una distanza tra le X-XII miglia). Il luogo è stato frequentato sin dai primi secoli forse su un santuario pagano, tenendo conto anche delle testimonianze sul territorio con la presenza di un insediamento romano nell’antico casale Grassano e della chiesa bizantina di S. Eufemia, di Sant’Elia (non più esistente), San Demetrio (anche questo non più esistente) e la cripta di San Francesco, oltre ad alcuni reperti trovati in zona come monete e vari frammenti fittili di epoca romana, come riporta lo studioso Antonio Penna in uno dei suoi volumi su Specchia. Sempre nella zona, nel secolo scorso, è stato smontato il tratto di un’“antica cinta” di incerta datazione; persiste un tratto di muro sospetto che merita ulteriori approfondimenti, oltre ad una serie di blocchi squadrati inseriti nei muri a secco delle vicinanze, tutti di riutilizzo e delle stesse dimensioni  (fig. 4a e 4b).

    Fig. 4a. Tratto di muro sospetto, nei pressi della Madonna del Passo. che merita ulteriori indagini. Fig. 4b. Blocco di riempiego collocato in corrispondenza dell’ingresso del complesso. 

    …alla via dei pellegrini

    Il sito con la conversione divenne un itinerario mariano che conduce alla Serra dei Peccatori ed all’antica via dei pellegrini, chiamata anche la via della Perdonanza (fig. 5). Divenne luogo di incontro, di sosta e di ritrovo per il commercio dove da molti secoli si svolge la tradizionale fiera con il mercato e vendita degli animali, oltre alla transumanza degli stessi. Nel contesto del luogo la cripta si trova affiancata alla masseria del Pozzo, ad altri ambienti ipogei ancora da indagare, ad un trappeto. Nelle vicinanze, in passato, era presente anche un antico cimitero. Inoltre a poca distanza erano ubicate diverse masserie, tra cui Masseria Magnone. In questo contesto si inseriscono anche alcuni toponimi come Catapano, Lo Fisca, le Cento Moscie, Mandre, le Cinque Vie, le Cento Vie attestati nei secoli passati in alcuni atti notarili.

    Fig. 5. Tratto di via basolata lungo la via della Perdonanza. 

    Il primo documento che cita la chiesa della Madonna del Passo è l’inventario della chiesa madre (citata come Madonna de lo Passo), datato al 1539, e quindi la sua eventuale riscoperta va collocata al Medioevo.

    La leggenda del pastore e della pecora con la Madonna

    La scoperta della cripta è legata ad una leggenda che si perde nella notte dei tempi e che ha fatto nascere una devozione molto sentita a Specchia. Si narra di una voragine che ospitava un’antica cripta, scoperta da un pastore che pascolando il suo gregge si accorse che aveva smarrito una pecora, la più grossa e la più generosa di latte. L’uomo, allora, cominciò a cercarla, ma per quanto avesse girato per campagne, fossi e cespugli non riuscì a trovarla. Calata la sera, andò a dormire, ma non riuscì a dormire per l’angoscia, sicché con le prime luci dell’alba si rimise alla ricerca. Passò tutto il giorno invano, ma proprio quando l’uomo stava per perdere ogni speranza di ritrovare l’animale sentì un belato che veniva da una grotta. Entratovi, trovò la sua pecora inginocchiata davanti all’immagine di una Madonna affrescata su una parete. Felicissimo tornò a Specchia e raccontò a tutti l’accaduto, subito considerato prodigioso, sicché si decise di erigere in quel posto una chiesa dedicata alla “Madonna del Passo”.

    Nel corso della storia tanti sono stati gli episodi nei quali gli specchiesi si sono rivolti alla Madonna del Passo, soprattutto nei momenti di difficoltà: dalla peste alle grandi carestie, l’ultimo  é avvenuto l’8 settembre del 1943, giorno proprio dei festeggiamenti della Madonna, quando diffusasi  la notizia dell’armistizio, moltissime donne hanno percorso l’ultimo tratto di strada che porta al santuario in ginocchio, affinché la Madonna facesse tornare incolumi i figli o mariti partiti in guerra. In segno di ringraziamento nel 2022 i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e militari con i loro labari, parteciparono allo solenne processione che si svolge da secoli esattamente l’8 settembre di ogni anno.

    L’interno della cripta

    La cripta nel corso del tempo ha subito diversi rimaneggiamenti. Una di queste fasi si potrebbe riferire al XII-XIV secolo, testimoniato dai semplici archetti pensili di riutilizzo presenti a chiusura della parte in grotta in alto.

    La parte della cripta dedicata al culto, di forma quadrangolare, ospita due altari laterali ed un altare centrale delimitato da un baldacchino con colonne e balaustre in pietra su tre lati, e ne occupa il centro dell’invaso. L’altare principale, con il titolo di Madonna del Passo, è in stile tardo rinascimentale, fatto costruire dal Dottore Geronimo Balsamo ed impreziosito da un dipinto su tavola della Vergine col Bambino che sostituiva l’icona originale ad affresco (fig. 6a e 6b).

    Fig. 6a-6b. Altare centrale. 

    Il baldacchino separa il Bema (presbiterio) dal Naos e ricorda le strutture delle basiliche orientali in cui c’era una netta divisione tra la parte riservata al clero e quella occupata dai fedeli. Tra i blocchi della balaustra si notano alcuni pezzi lavorati più antichi. Alcuni si riferiscono alla vecchia struttura in particolare al portale rinascimentale che ne impreziosiva l’ingresso e che testimonia anche la trasformazione, avvenuta nel XVI secolo, con l’aggiunta di un nuovo prospetto esterno e della volta composta a crociera nella prima parte verso l’ingresso.

    Fig. 7. Lacerti di decorazioni più antiche sulle pareti.

    Fig. 8. Tracce di antica decorazione sotto l’arco della volta a crociera. 

    Il De Rossi nel corso della visita pastorale  del 1711 scrisse: “Ho visitato la chiesa della Madonna del Passo, anticamente era una cripta rupestre ed in seguito per la devozione del popolo fù trasformata in chiesa… Anticamente si svolgevano grandi festeggiamenti… con grande concorso di popolo”. R. Marti afferma: “è questa Chiesa della Madonna del Passo, primordiale santuario di perseguitati cristiani”. Sempre il De Rossi aggiunge: “Serve l’oblato Leonardo Negro di Specchia e c’è anche la cella per l’abitazione del suddetto oblato”.

    Gli altari laterali erano dedicati al Crocifisso ed alla Natività della Beata Vergine, poi rifatti ad inizio Ottocento e dedicati rispettivamente all’Ecce Homo e a S. Luigi Gonzaga. Le pareti dell’ipogeo presentano tracce di antichi affreschi difficili da collocare cronologicamente ma probabilmente, in origine, doveva essere interamente affrescata (fig. 7, 8). Altre tracce di pitture si trovano nella parte alta dell’altare centrale e sono riferibili al primo Seicento con fasce decorate a grottesche. Sulle balaustre ed i blocchi di pietra, alcuni di riutilizzo, che delimitano l’altare principale sono incisi diversi nomi, date, simboli che stanno ad indicare la frequentazione di questo luogo di culto. Ciò fa pensare che questa cappella è stata visitata nel tempo da forestieri pellegrini, che hanno voluto lasciare testimonianza del loro passaggio ed indirettamente confermano il titolo di Madonna del Passo e della sua importanza.

    Sui blocchi oltre ai numerosi nomi dei pellegrini ci sono diversi simboli purtroppo in parte cancellati e difficili da interpretare, ma quello che si intravede con certezza sono i due simboli incisi sui blocchi laterali alla base della balaustra rappresentanti la triplice cinta e la scacchiera di alquerque; questi due simboli, se rappresentati all’interno o all’ingresso di un edificio di culto, assumono una forte valenza simbolica (fig. 9 e fig. 10).

    Fig. 9. Incisioni raffiguranti la “triplice cinta”. 

    Fig. 10. Incisioni rappresentanti la “scacchiera ad alquerque”. 

      Fig. 11. Nella nicchia era collocata una statua dedicata alla Madonna della Fava, trafugata negli anni ’60 del secolo scorso.  

    Chiesa o santuario?

    Riguardo alla definizione di santuario è lo stesso parroco, don Antonio Riva, che ci informa di tale denominazione. Va tuttavia specificato che si tratta di alcune fonti orali e di una vecchia cartolina che lo ricordano come santuario (fig. 12a e 12b). Anche il prof. Penna nel suo libro, con il beneficio del dubbio, lo definisce così; il Marti cita la chiesa allo stesso modo ma in riferimento all’antichità della cripta come “primordiale santuario…”. Di questo non si ha certezza ma rimane il sospetto. Allo stato attuale non essendoci documenti che  possano fugare i dubbi, come una bolla papale che ne attesti l’elevazione della chiesa a santuario, possiamo solo citarlo, nel ricordo dei cittadini e da fonti incerte. All’archivio Diocesano, ad un primo controllo fatto, non sembra ci siano riferimenti al riguardo anche perché i fondi più antichi sono andati dispersi. Quello che è certo e che serviranno ulteriori studi per riempire gli spazi vuoti della storia e preservare al meglio il luogo.

    Fig. 12a. Vecchia cartolina che ricorda la cripta come “santuario” (collezione Don Antonio Riva). 

    Fig. 12b. Vecchia cartolina che ricorda la cripta come “santuario” e il precedente ingresso del cimitero (collezione Giacomo Cazzato). 

    La sistemazione esterna

    All’esterno si trova anche una semplice costruzione volgarmente detta “capanne”, voltata a botte ed aperta con quattro archi che serviva come ricovero per i viandanti e pellegrini, come anche la masseria contigua (fig. 13).

    Fig. 13. Complesso della Madonna del Passo visto da Sud. 

    Nel 1600 la chiesa è attestata da un atto notarile come sede della confraternita del nome di Gesù.

    Intorno alla metà dell’Ottocento viene costruito il nuovo cimitero cittadino lontano dall’abitato. E’ in questo periodo che viene rifatto il prospetto della chiesa-santuario, con un portico neoclassico di ordine dorico che collega idealmente a quel mondo greco, da cui erano partiti i primi monaci.

    Nella parte interna del  portico neoclassico è stato edificato un Calvario disposto nelle cinque grandi nicchie al di sopra dei due ingressi. Sul lato sinistro si colloca l’antico campanile a vela. Nello spazio antistante si trova anche una colonna con la statua della Madonna del Passo che guarda verso il paese a protezione dei suoi abitanti.

    La statua della Madonna

    La statua della Madonna del Passo, conservata nella chiesa matrice, risale al XVIII secolo. Si tratta di un pregevole manufatto in legno policromo di scuola veneziana, che raffigura la Vergine con il Bambino, riportata nell’inventario nel 1878.

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    Fonti archivistiche e bibliografiche:

    Archivio Parrocchiale della Presentazione Beata Vergine Maria di Specchia.

    Archivio Comunale di Specchia.

    Archivio Diocesano di Ugento.

    Archivio di Stato di Lecce.

    De Giorgi C., Bozzetti di viaggio, 1888.

    Degl’Innocenti E., Taranto e la Messapia tra IV e III secolo a. C. Il tesoretto di Specchia al Museo Archeologico di Taranto, Claudio Grenzi Editore 2020.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Youcanprint 2020.

    Fonseca C.D., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina 1979.

    Penna A., Specchia e la chiesa di Sant’Eufemia, Fasano (Br), 1995.

    Penna A, Chiese e Palazzi di Specchia, 2014.

    Ruppi F., I manoscritti di Carmelo Sigliuzzo, Cavallino 2010.

  • Grotte nel territorio di Castiglione d’Otranto: la cripta dello Spirito Santo e la caverna nel fondo Stivale

    Grotte nel territorio di Castiglione d’Otranto: la cripta dello Spirito Santo e la caverna nel fondo Stivale

    di Marco Cavalera

    La cripta dello Spirito Santo

    La cripta dello Spirito Santo è ubicata alla periferia occidentale di Castiglione d’Otranto, in località Casaranello, circa 80 metri a nord dalla Cappella di Santa Maria Maddalena. La zona, nota a metà ‘700 con il toponimo Le Pozze [1], si trova in prossimità di un incrocio stradale molto importante, dove si svolge annualmente la fiera di Santa Maria Maddalena[2]. Non a caso le chiese-cripte e i santuari, a partire dal Medioevo, erano considerati un vero e proprio punto di riferimento, di convergenza e di incontro tra le diverse comunità rurali di un determinato territorio, in occasione di festività religiose e di fiere[3].

    La cripta dello Spirito Santo è un luogo di culto strettamente legato alla fede e alla devozione della piccola comunità rurale di Castiglione d’Otranto; numerosi elementi – infatti – portano ad escludere, in questo caso, una committenza connessa con la presenza nell’area di monaci italo-greci[4].

    La sua struttura architettonica, che si sviluppa nelle formazioni geologiche pleistoceniche, è molto semplice – non ci sono absidi – ed ha subìto dei rimaneggiamenti a seguito di recenti restauri[5]. È costituita da un ambiente a pianta quadrangolare e da un piccolo dromos-corridoio. L’accesso avviene attraverso un lungo corridoio laterale, realizzato nel corso degli ultimi restauri. Si scende – per mezzo di alcuni gradini – direttamente nel vano ipogeo, di modeste dimensioni (largh. 5 m., lungh. 4 m.). Il soffitto della cavità si presenta piano e abbastanza regolare (altezza media: 2,10 m.). Il piano di calpestio è costituito dal banco di roccia. Al centro dell’ambiente è collocata una colonna-pilastro, che presenta una base quadrata, un fusto di forma ottagonale con una piccola cavità centrale e un capitello quadrangolare appena sbozzato, che funge da collegamento tra la colonna e la volta. Il soffitto si caratterizza per la presenza, immediatamente a nord dell’ingresso attuale, di un pozzo-luce (lucernaio) di forma ellissoidale: si tratta di un particolare che si riscontra in numerosi frantoi ipogei salentini. Intorno alle pareti corre un gradino-sedile, largo mediamente 40 cm. Numerosissime sono, inoltre, le piccole nicchie che fungevano da portalucerne o portacandele, come attestato dalle pareti annerite dal fumo.

    Fig. 1. Ambiente della cavità (fonte: Salogentis).

    L’altare è stato collocato nella parete orientale della cripta. Esso è costituito da un unico blocco di pietra, alto 1,20 m., largo e profondo circa 1 m. Alle sue spalle si conservano le tracce di un affresco di cui, nonostante le pessime condizioni di conservazione, si possono riconoscere due figure in piedi su una sfera, una delle quali sembra portare con sé una croce. Questo affresco, recentemente restaurato da don Vittorio Corvaglia, rappresenta il Mistero della Trinità: il Padre (raffigurato con il triangolo sulla testa), il Figlio (seduto o crocifisso) e lo Spirito Santo (rappresentato sotto forma di una colomba). La Sfera, sulla quale è riprodotta la figura del Padre, indica la Terra, dove è stato inviato lo Spirito Santo. Questa iconografia è riferibile cronologicamente al XVII/XVIII secolo.

                                 Fig. 2. Ambiente della cavità con pilastro e altare.

    Fig. 3. Altare con affresco.

    Dall’angolo Sud-Ovest della caverna si apre un breve cunicolo (lunghezza 4 m., larghezza 1,50 m.), che costituiva l’ingresso originario alla cripta, chiuso a seguito dei restauri. Si conservano ancora otto dei gradini che consentivano l’accesso dal piano stradale. Anticamente era collocata, all’ingresso della cripta, una soglia di pietra leccese, che i pellegrini non dovevano in alcun modo calpestare. Il corridoio, prima degli interventi, risultava scoperto in corrispondenza dei primi due gradini, poi si inoltrava nella roccia; attualmente è coperto da una volta realizzata in conci di “tufo” contrapposti, che si appoggiano ai muri laterali.

    La tradizione locale narra che questa cripta è stata da tempi immemorabili meta di pellegrinaggi di penitenti, che vi si recavano – talvolta trascinandosi addosso grosse pietre – per ricevere il perdono dei propri peccati[6].

    Degna di nota è la presenza, nelle immediate vicinanze, di diversi frantoi ipogei. La Cripta dello Spirito Santo – quindi – potrebbe essere interpretata come una cavità originariamente scavata per realizzare proprio un frantoio, convertita in seguito in luogo di culto.

    A circa 80 metri di distanza si trova la chiesetta di Santa Maria Maddalena, la Santa penitente per eccellenza. Di questo ultimo edificio di culto si conosce la data di ricostruzione, 1752, che coincide con quella dell’istituzione dell’omonima fiera. Ignota è la data di fondazione della più antica chiesa tardo-medievale. Preesistenze architettoniche e costruttive unitamente a tracce di antichi affreschi murali lasciano sostenere l’ipotesi di un complesso tardo quattrocentesco[7].

    La caverna nel fondo “Stivale”

    La caverna è ubicata nella periferia occidentale di Castiglione d’Otranto (101 metri s.l.m.), a circa 50 metri ad Ovest della Strada Provinciale Castiglione-Depressa, 50 metri a Sud della S.P Montesano Salentino-Castiglione e a 75 metri a Nord del cimitero del paese, in un fondo incolto denominato “Stivale”, sotto un’antica costruzione rurale (“caseddha”). La caverna è  stata segnalata dal prof. Luigi Moscatello, in seguito ad un sopralluogo effettuato nella località in oggetto nel novembre 2005.

    La cavità ipogea, scavata artificialmente nelle formazioni calcarenitiche del Pleistocene, consta di un ambiente di pianta quadrangolare e di un piccolo cunicolo, che si apre nell’angolo nord-occidentale della parete di fondo della caverna.

    Fig. 4. Ingresso della cavità. 

    La sua apertura, rivolta a Sud, è abbastanza ampia (larghezza 160 cm, altezza 180 cm) da permettere un accesso piuttosto agevole, nonostante la ripida pendenza della rampa, lunga circa 2 metri. La caverna si trova – infatti – circa 1,50 metri più in basso rispetto al piano pavimentale del fondo in cui è ubicata.

    Il vano (larghezza 5 metri, lunghezza 5,40 metri e altezza massima 2,30 metri) presenta un soffitto piano, non perfettamente regolare a causa di un parziale crollo della volta (al centro dell’ambiente si individuano grandi massi crollati dalla volta). Il piano di calpestio è costituito in prevalenza da sedimento terroso-argilloso sciolto, con presenza di numerosi blocchi tufacei e calcarei di piccole e medie dimensioni. Le pareti sono abbastanza regolari e presentano quattro grandi nicchie – semicircolari – scavate ad altezze differenti: due nicchie sono state ricavate nella parete di destra rispetto all’ingresso; la terza è stata scavata nella parete di fronte all’ingresso ed è quella di maggiori dimensioni (larghezza massima 1,10 metri, altezza massima 1,60 metri e profondità 0,80 metri). La stessa parete di fondo si caratterizza per la presenza di numerosi piccoli vani per le lucerne ad olio (all’interno di queste – infatti – si può notare una labile traccia di fuliggine). La quarta nicchia si apre nella parete occidentale della cavità ipogea.

    Fig. 5. Cunicolo interno.  

    Il cunicolo – che presenta una planimetria ovoidale – si apre nell’angolo sinistro della parete di fondo e si sviluppa per una lunghezza di circa 3,50 metri (altezza e larghezza massime: 1,65 metri 1,70 metri. Queste ultime due misure diminuiscono man mano che ci si avvicina al fondo del corridoio). Le pareti laterali del cunicolo presentano due scanalature orizzontali a circa un metro dall’attuale livello del terreno, larghe circa 0,30 metri, che probabilmente fungevano da supporto per la deposizione di utensili funzionali ad attività effettuate nella caverna. Il piano di calpestio è composto da spezzoni calcarei e tufacei di piccole e medie dimensioni.

    Nel soffitto si apre, in prossimità dell’imboccatura del cunicolo, una cavità circolare (probabilmente in corrispondenza del focolare) avente un diametro di 0,80 metri – ora chiusa da alcuni conci di “tufo” squadrati – che doveva mettere in collegamento l’ambiente ipogeo con l’esterno. Questi lucernai sono attestati nella maggior parte delle caverne utilizzate come stalle e ricovero per attrezzi agricoli.

    Sul piano di calpestio sia del vano quadrangolare che del cunicolo si individuano numerosi frammenti di ceramica acroma, che rinviano ad una frequentazione agricolo-pastorale della cavità ipogea in epoca moderna e contemporanea.

    La stessa classe di ceramica è stata rinvenuta, nel corso di una ricognizione di superficie, nel fondo attiguo alla caverna.

    Note e bibliografia

    [1] Toponimo che suggerisce nelle vicinanze della cripta l’antica presenza di “granili”, ampie buche con funzione di depositi di derrate.

    [2] Quella di Santa Maria Maddalena è una delle tante fiere del Basso Salento che traggono origine fin dal basso Medioevo e che vengono poi rivitalizzate, in epoca moderna, dai sovrani borbonici. Per molti decenni la fiera, che si svolge tuttora ogni anno nell’ultima decade di luglio, ha rappresentato un punto di riferimento sia religioso che civile per la popolazione di Castiglione. Essa si teneva nella parte antistante o adiacente la cappella dedicata alla Santa, un po’ distante dal paese, in un luogo ampio e aperto denominato lo Trice. La data certa della sua istituzione si ricava da una lastra lapidea collocata sull’architrave della chiesa: 1752. Dalla stessa epigrafe si trae anche il nome di colui che “ha concesso il privilegio della fiera alla cittadinanza di Castiglione”, ossia Carlo III di Borbone, “re delle due Sicilie e di Gerusalemme” (Cerfeda 2004).

    [3] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 20

    [4] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 20; N. Lavermicocca, “Gli insediamenti rupestri nel territorio di Monopoli”, Roma, 1976, pg. 71.

    [5] Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [6] Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [7] F.G. Cerfeda, “Il culto di Santa Maria Maddalena e l’istituzione della fiera”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    http://www.salogentis.it/2009/10/17/la-cripta-dello-spirito-santo-a-castiglione-di-andrano/

  • La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    di Marco Cavalera

    Introduzione

    La Grotta della Madonna dell’Attarico si apre – nelle formazioni geologiche mioceniche – a circa 3 km a Sud-Est di Andrano e, come scriveva Don Giacomo Pantaleo, “sorge in un luogo ameno, sul dosso di un ripiano (Serra del Mito), dal quale la vista può spaziare, in un vago ed esteso miraggio, sull’azzurro cupo dell’Adriatico, su Castro, su Santa Cesaria, fino all’incurvarsi della costa verso la Palascia di Otranto ad Est e del promontorio di Santa Maria di Leuca a Sud[1]”.

    Fig. 1. Cripta dell’Attarico vista da est.

    L’etimologia

    Riguardo alla sua denominazione, nel linguaggio popolare, permane la risonanza greca “Madonna du Tàricu”. La definizione in oggetto, oltre a rimandare ad una presenza di insediamenti italo-greci nel territorio, farebbe riferimento all’industria della concia delle pelli sviluppata dai “pelicani” della zona e testimoniata dalla coltura della “quercia vallonea”, abbondante nella zona fino a pochi decenni or sono, dalle cui bacche si ricavava l’acido tannico[2] necessario per l’industria della lavorazione delle pelli, prevalentemente di ovini e di vitelli[3] . Queste ultime – una volta scarnite, rasate, conciate e lisciate – venivano usate dai copisti come materia scrittoria (pergamena o cartapecora[4]) per la trascrizione di manoscritti (codici).

    La tradizione storiografica colloca lo scriptorium (sala adibita esclusivamente alla copiatura dei codici) nel vicino cenobio di Santa Maria del Mito, florido centro di cultura medievale gestito dai monaci italo-greci, che dipendeva dal monastero di San Nicola di Casole (a sud di Otranto). Don Francesco Coluccia – in particolare – ha ritenuto che la grotta rupestre della Madonna dell’Attarico “sarà stata utilizzata, come dimora feriale, da qualche monaco della comunità basiliana della vicinissima Abbazia di S. Maria del Mito, che durante la settimana si ritirava in vita solitaria penitenziale e contemplativa nella tranquillità e nel silenzio (sec. XI-XV)”[5].

    Fig. 2. Masseria del Mito (foto di Antonio Fracasso).

    La suddetta ipotesi – che si basa sull’etimologia del toponimo “Attarico”, che deriverebbe dal greco tarikòn, conceria – esclude la tesi che prevedeva l’origine del termine “Attarico” dal gesto materno della Vergine, immortalata nella caverna in un affresco che la raffigura nell’atto di allattare il Bambino. Questo particolare importante farebbe pensare ad una funzione originaria laica della cripta, trasformata in luogo di culto solo in un periodo successivo[6].

    Il suo sviluppo interno

    Fonseca, nella sua monografia sugli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, descrive la Cripta dell’Attarico come “quasi del tutto naturale; l’attuale apertura, che guarda verso il mare, è stata riadattata con un muro a secco. Alcuni gradini originali conducono all’invaso sacrale. L’ambiente non sembra avere attualmente una forma architettonica ben precisa. Sono presenti due cunicoli in gran parte occlusi, uno dei quali doveva comunicare con l’esterno. Le pareti presentano numerose gibbosità e in alcuni punti sembrano esserci avanzi di pilastri non più esistenti, mentre due pilastri addossati inquadrano il corridoio che corrisponde all’accesso murato. […] Il soffitto, molto irregolare, sembra naturale anche se in vari punti si notano delle cupoline; la sua altezza media è di circa due metri. Gli arredi litoidi sono costituiti da tracce di gradino-sedile; una parte di esso è adibito attualmente ad altare – orientato ad Ovest – e alla sua destra vi è un resto di una mensa-ripiano; alcune nicchie sono ricavate nelle pareti[7]”.

          Fig. 3. Ambiente della cavità.

                                            Fig. 4. Altare in pietra del luogo di culto rupestre. 

    Fig. 5. Cunicolo interno.

    Le tracce di affreschi

    All’interno della cripta sono presenti due affreschi in pessimo stato di conservazione: uno riproduce una Croce, l’altro ritrae la Madonna con il bambino (soggetto religioso molto comune nelle cripte bizantine) e ai lati due santi, di cui quello a destra tiene in mano la palma del martirio[8].

               Fig. 6. Altare con tracce di affresco raffiguranti la Madonna e il Bambino.

    Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un intenso culto mariano e una leggenda sorta – probabilmente – dall’atteggiamento della Madonna di allattare il Bambino.

    Fig. 7. Altare con croce latina dipinta.

    La leggenda e l’allegoria

    Si racconta, infatti, che un’umile popolana, dimorante in un casolare della contrada, dato alla luce un figlio non riusciva a sfamarlo col latte del suo seno. Disperata per la crescita stentata del figlioletto, chiese l’intervento della Madonna che, comparendole in sogno, le avrebbe rivelato come risolvere il problema: bisognava eliminare la biscia, annidata tra le pietre del casolare, che sottraeva dal seno della donna il latte proprio mentre dormiva.

    L’allegorica vicenda si presta a due interpretazioni, una di carattere sociale e l’altra di carattere religioso: per quanto riguarda la prima, si fa riferimento al territorio pur fertile di Andrano che, a causa dello sfruttamento dei potenti, ha sofferto la fame e la povertà[9]. A proposito della seconda interpretazione, Don Francesco Coluccia scrive che “la fede ha incontrato difficoltà di crescita, a causa anche di persecuzioni di vario genere, fino a quando la presenza e l’intervento dei Monaci, con la proposta del culto della Madonna e con la catechesi, non ha portato l’annuncio della verità e la pratica di vita cristiana”[10].

    Fig. 8. Ingresso della cripta visto dall’interno (foto Salogentis).

    Ai titoli di coda…

    Nelle immediate vicinanze della grotta venne eretta la Cappella di modestissime dimensioni, sorta tra la fine del ‘700 e i primi dell’800 come chiesetta gentilizia per devozione dei Principi Caracciolo. La  chiesa attuale, costruita sui ruderi della precedente, è stata inaugurata nel 1990.

    Note e bibliografia

    [1] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, p. 23.

    [2] Acido tannico o tannino, estratto dalla corteccia di varie querce, impiegato nella concia delle pelli con il metodo detto appunto al tannino.

    [3] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, pp. 27-30; Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978.

    [4] La pergamena fu il materiale usato in prevalenza dagli amanuensi nei conventi e nelle abbazie, fino alla seconda metà del XIII, quando i codici membranacei divennero più rari e abitualmente si copiò su quelli cartacei (O. Mazzotta, “Monaci e libri greci nel Salento medievale”, Novoli, 1989).

    [5] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 27.

    [6] F. Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [7] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979.

    [8] L’affresco, completamente rovinato e corroso dall’umido, non permette di avanzare una datazione precisa  (probabilmente risale al XIII-XIV secolo). La croce (latina) è affrescata sul ripiano-mensa; sulla parete a N-E si notano tracce di colore (C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 54). Don G. Pantaleo, riguardo all’affresco, scrive: “entrando […] nella grotta, ci si trova di fronte a due affreschi alquanto scoloriti e qua e là picchiettati, ma dai contorni ben definiti: il primo riproduce l’immagine della Madonna, di tipo ovviamente orientale […]; il secondo rappresenta la Croce, forse innalzantesi dal Calvario, con delle figure ai lati” (G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, pg. 24.

    [9] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978; F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    [10] F. Coluccia,  “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    http://www.salogentis.it/2009/05/19/la-cripta-della-madonna-dellattarico

    Clicca qui per approfondimenti sulle origini di Andrano.