Tag: archeologia del Salento

  • Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    Il sito archeologico di Cardigliano (Specchia)

    di Marco Cavalera

    L’età protostorica

    Il sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. L’insediamento dista circa 5 km da Specchia.

    Area intorno all’insediamento, dove si nota la trincea per la canalizzazione idrica, scavata negli anni ’80 del secolo scorso, che ha messo in luce alcune evidenze archeologiche.  

    Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[1].

    Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (Bronzo medio). 

    La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio (2.000/1.500 a.C.), vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[2].

     Cardigliano. Tomba a camera ipogeica (interno). 

    Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale)[3].

    All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale (1.300/1.000 a.C.).

    M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

    In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera[4].

    L’età romana e medievale

    Il pianoro che sovrasta il costone roccioso, sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica, si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono forse pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Cardigliano, loc. Sant’Elia. Sepolture a fossa scavate nel banco roccioso. 

    Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie individuando, insieme alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia[5].

    Materiale lapideo rinvenuto e pubblicato dal prof. Pagliara (Pagliara 1980).

    Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

    I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

    Miggiano e Montesano visti dalla serra Magnone (Cardigliano). Foto novembre 2005. 

    L’importanza archeologica della località è confermata anche dal ritrovamento casuale, avvenuto nel 1952 in contrada (Fondo Vigne), di un tesoretto “composto da monete coniate dalla zecca di Taranto, sulle quali è impresso su un lato un cavaliere e sull’altro Taras sul delfino, la più antica risale alla fine del IV secolo a. C. le altre sono databili al III secolo a.C: 211 stateri della zecca tarantina, due stateri di Heraclea Lucaniae e un divisionale che presenta tipi e peso apparentemente avvicinabili a quelli delle dracme tarantine. Una testimonianza storica importante che dimostra la grande opposizione ai Romani, a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., da parte del popolo tarantino che si affidò allo spartano Cleonimo (303 a.C.) e poi a Pirro, per contrastare l’avanzata di Roma in Magna Grecia”[6].

    Articolo tratto da: https://www.associazionearches.it/medianum-ricerche-archeologiche-nel-territorio-di-miggiano-montesano-salentino-e-specchia/

    Note

    [1] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26). Le grotte, sia naturali che artificiali, erano spesso utilizzate come luogo di sepoltura collettiva in tutta l’età del Bronzo (II millennio a.C.).

    [2] Ciongoli 1989, p. 159.

    [3] Orlando 1997a, pp. 292-303. Tra il materiale fittile individuato durante le prospezioni di superficie si annoverano: due scodelle a orlo rientrante, una scodella troncoconica, tre anse a rocchetto (Neolitico finale – facies Diana), due frammenti di ceramica a squame e una parete con decorazione incisa (Eneolitico), un’olla ovoide, un frammento decorato con cordoni a riquadri, un fondo di forma non determinabile, due anse a nastro, tre anse a bastoncello verticale, una ciotola con carena media a gradino, una scodella con orlo rientrante (Bronzo recente-finale).

    [4] Orlando 1997a, pp. 290-291.

    [5] Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri –  decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (Pagliara 1980, pp. 221-225).

    [6] https://www.quisalento.it/si-svela-al-marta-il-tesoretto-di-specchia/

    Bibliografia

    Cavalera M., “Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Specchia, Montesano Salentino“, Dell’Iride Editore, Tricase 2009.

    Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, pg. 159, Martina Franca (Ta), 1989.

    Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, pp. 19-38, Galatina (Le), 1995.

    Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 290-303, Galatina (Le), 1997.

    Orlando M.A., Santa Maria di Leuca, in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, pp. 309-343, Galatina (Le), 1997.

    Rizzo A., Archeologia e territorio. La componente culturale del paesaggio in un’area del basso Salento, Lecce, 2020.

  • L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    L’antico approdo di Torre San Gregorio (Patù)

    di Marco Cavalera

    Ricerche e scavi

    Le valenze archeologiche di Torre S. Gregorio sono note grazie alle indagini condotte nell’estate del 1971 da Cosimo Pagliara; in quell’occasione furono eseguiti, da un gruppo di sommozzatori che collaborava con la missione britannica di P. Throckmorton, la prospezione subacquea ed il recupero di materiale giacente sui fondali dell’insenatura.

    Baia di San Gregorio vista da Sud. 

    Più recentemente sono state effettuate ricognizioni e rilievi a  mare e a terra nel corso del programma di ricerca del Prog. Strat. C.N.R. – Università di Lecce 251100 – Unità Operativa 2 e dell’insegnamento di Archeologia Subacquea dell’Università di Lecce.

    Baia di San Gregorio vista da Nord. 

    L’antico approdo di Vereto

    Il suo centro interno di riferimento era Vereto, intorno al quale erano piuttosto diffusi gli insediamenti rustici in età romana[1]. L’antica Veretum era collegata al suo porto attraverso l’attuale via vicinale di Volito[2].

      Via vicinale di Volito.

    La baia era ben protetta dai venti dei quadranti settentrionali, orientali e meridionali e fornita di sorgenti. La presenza di queste ultime fu certamente un elemento che ha condizionato la scelta del luogo dove impiantare la struttura portuale. Lo storico locale Tasselli – alla fine del ‘600 – a proposito delle sorgenti di acqua dolce di Torre S. Gregorio, scriveva: “da un Canale trà le Torri di San Gregorio, e del Martello (Torre Marchiello), un’acqua la migliore di tutte somministrata à tutti da un Pozzo, che i Paesani dicono di Olito”[3].

    Pozzo di Volito. 

    Le evidenze sommerse

    I fondali dell’insenatura di Torre S. Gregorio presentano numerose ed interessanti evidenze archeologiche, la più importante delle quali è l’opera frangiflutti posta perpendicolarmente al fianco meridionale dell’insenatura, all’imboccatura della baia (orientata in direzione SE-NO). Si tratta di una costruzione a “pietre perse” che aveva la funzione di proteggere il bacino dai venti meridionali[4].

    Attualmente si presenta come un aggere con profilo interno a scarpa, costituito da pietrame proveniente forse da una cava locale, delle seguenti dimensioni: 50 metri larghezza, 80 metri lunghezza. Il fianco esterno risulta molto intaccato dall’azione dei marosi, mentre quello interno è meglio conservato e mantiene un notevole grado di inclinazione.

    In alcuni tratti la sua altezza, dal piano di posa, è di due metri, mentre la cresta si trova mediamente a 2,30 metri di profondità. Se si considera che il dorso della struttura doveva affiorare (se non emergere), tenendo conto dell’azione del mare che ha spazzato la sua parte sommitale, si può ipotizzare un innalzamento del livello del mare pari a 1,50 – 2 metri[5].

    La grande opera antemuraria di Torre S. Gregorio presenta uno stretto parallelo morfologico con quella coeva di Saturo (Taranto).

    Per quanto riguarda la sua datazione, la presenza di frammenti fittili di età ellenistica e/o tardorepubblicana tra il pietrame e sulla superficie dell’antemurale suggerisce una contemporaneità con le evidenze a terra.

    Le evidenze a terra

    Le vestigia archeologiche sono visibili alla base del ripido pendio che porta all’insenatura. Si tratta di due tratti di fondazioni o camminamenti di servizio all’approdo, entrambi in blocchi di carparo.

    Il primo è ubicato sul declivio, perpendicolarmente alla linea di costa, lungo il costone meridionale del canalone che continua sotto il livello del mare.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (primo allineamento).

    Il secondo allineamento è parallelo alla linea di costa. Il tratto conservatosi è costituito da cinque conci su due filari non uniformi. Circa sei metri più a sud-ovest si nota il “negativo” di un blocco cavato o asportato, e un altro blocco isolato, disposto di taglio e con lo stesso orientamento del tratto descritto. Potrebbe trattarsi dei resti smembrati di un allineamento molto più consistente, che fiancheggiava la riva meridionale dell’insenatura seguendo un percorso più o meno rettilineo a quota 2,5 metri s.l.m.

    Resti di strutture di servizio dell’approdo (secondo allineamento).

    Le strutture di servizio per l’approdo sono state datate al II sec. a.C. grazie al rinvenimento, sotto i blocchi di fondazione, di alcune monete della zecca di Durazzo coniate tra il 238 e il 168 a.C.

    Questo ritrovamento non è casuale. Infatti, dopo la conclusione della seconda guerra punica ed il declino definitivo di Taranto, Brindisi avrà la leadership economica del Salento. I contatti tra le due sponde dell’Adriatico si fanno ben più intensi, specie tra gli importanti terminali di Brindisi e Durazzo. Vengono, in questa fase, ad usufruire dell’incremento di traffici e scambi anche i centri minori, sia dell’Epiro che del Salento (ad esempio Torre S. Gregorio), che dispongono di scali e possono così assorbire parte del movimento di merci e persone.

    Procedendo verso ovest, cioè verso la punta del promontorio, si incontra un pozzo di acqua dolce, mentre una sorgente si trova presso la riva.

    Pozzo di acqua dolce. 

    Immediatamente alle spalle della baia (nella parte alta del promontorio), in località Fangara, era ubicata una cisterna-deposito di forma rettangolare – scavata nel banco di roccia – che presentava una ripida scala che conduceva al fondo unitamente a tracce di intonaco grossolano sulle pareti[6]. Tra il materiale di riempimento vi erano dei frammenti di anfore, alcuni dei quali bollati.

    Le rotte

    La baia dovette essere frequentata, a partire dall’età messapica, da navi che percorrevano la rotta Grecia-Italia attraverso Corcira, il basso Adriatico e il Capo Iapigio. Il piccolo porto messapico subì delle profonde trasformazioni in età tardorepubblicana, quando furono realizzate le strutture di servizio per l’approdo.

    Note

    [1] Vereto, secondo Pagliara, aveva in età storica due porti: Torre S. Gregorio sarebbe stato lo scalo vero e proprio, a carattere mercantile, mentre Leuca era piuttosto “luogo di sosta per natanti impegnati su rotte che avevano termine in porti lontani, sicchè la loro presenza può essere valutata come testimoniante consuetudini cultuali proprie di naviganti” e si configura come “santuario emporico” (luogo indigeno frequentato da Greci) ossia approdo connesso a luoghi di culto  (Daquino 1991; Auriemma 2003, p. 142; Auriemma 2004, p. 275).

    [2] Lungo questa strada, nella proprietà di M.A. Pedone (f.° 7 part. 16) sono venute alla luce “resti di interesse archeologico”: Archivio Soprintendenza Archeologica della Puglia – Corrente – b. Patù 1992 (Auriemma 2004, p. 286).

    [3] Tasselli 1859. Ancora oggi da questo pozzo, denominato Volito, sgorga acqua dolce alla profondità di 5 metri (Daquino 1991).

    [4] Pagliara, nel 1971, ha condotto alcune indagini sulla struttura in oggetto, a conclusione delle quali ha scritto: “l’elemento più notevole sott’acqua è il vestigio di un molo flangiflutti, ottenuto, a quel che è dato vedere, con l’accumulo di pietrame della zona per una gettata di mt. 70 a partire dalla riva. Il moto ondoso ha abbattuto completamente le parti emergenti in antico, sicchè oggi il molo si presenta come una secca piuttosto pericolosa per chi intenda entrare nella cala doppiando il capo da SE” (Pagliara 1969-71, p. 129).

    [5] Auriemma 2003, pp. 136; Auriemma 2004, pp. 279-280.

    [6] Don Vincenzo Rosafio aveva fornito le misure in metri della struttura: profondità 3,50, lunghezza 4, larghezza 3. Vi erano inoltre sette blocchi monolitici di copertura (Rosafio 1968).

    Bibliografia:

    Archeoclub D’Italia. Sede Vereto, Itinerario storico-archeologico tra Giuliano e Patù. Guida fotografica, Galatina (Le), 2002.

    Auriemma R., Archeologia della costa salentina: l’approdo di Torre S. Gregorio, in Studi d’Antichità, XI, pp. 127-148, Martina Franca (Ta), 2003.

    Auriemma R., Salentum a Salo. Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento (Volume primo), pp. 278-286, Galatina (Le), 2004.

    Cavalera M., Tesi di Laurea Specialistica in Archeologia “Archeologia del Paesaggio costiero tra Lido Marini (Ugento) e Torre S. Gregorio (Patù)”, relatrice prof.ssa Rita Auriemma, Anno Accademico 2007-2008.

    Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010.

    D’Andria F.,  L’esplorazione archeologica, in Leuca, p. 47, Galatina (Le), 1978.

    Larva L., Messapia. Terra tra due Mari, p. 273, Galatina (Le), 2010.

    Pagliara C., Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, in Annali Università di Lecce, 5, pp. 121-136, Lecce, 1969-71.

    Sammarco M., Vereto: appunti di topografia, in Ciardo M., Torsello S. (a cura di), Studi in onore di Antonio Michele Ferraro, pp. 53-65, Tricase (Le), 2008.

    Per approfondimenti:

    https://www.associazionearches.it/le-dinamiche-insediative-del-salento-meridionale-in-eta-romana/

    https://www.associazionearches.it/acqua-dalle-rocce-il-canale-volito-patu/

    https://www.associazionearches.it/vereto-antica-citta-messapica-tra-le-pietre-e-gli-ulivi-dellomonima-serra/

     

  • Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    Alle origini di un culto del basso Salento. La chiesa di Santa Marina di Ruggiano tra archeologia e devozione

    “Smarrimenti” è il titolo della rassegna dell’Associazione Archès APS che vede quest’anno la sua seconda edizione. Realizzata con il sostegno del Programma straordinario in materia di cultura e spettacolo 2020 della Regione Puglia, gli “smarrimenti” sono in realtà delle “erranze culturali” tra temi e luoghi diversi del Salento.

    Il terzo incontro della rassegna “Lungo il mio andare. Relazioni, racconti e cronache dei pellegrini del Mediterraneo” è previsto a Ruggiano, nel Santuario di Santa Marina, crocevia di incontri e pellegrinaggi.

    Sabato 20 novembre Marco Leo Imperiale ci condurrà alle “origini del culto di Santa Marina a Ruggiano, tra archeologia e devozione”. Archeologo medievista, dottore di ricerca in “Storia dei centri, delle vie e della cultura dei pellegrinaggi nel Medioevo euromediterraneo”, cultore della materia e membro della commissione di esame della cattedra di Archeologia Medievale (Università del Salento), nel 2008 ha condotto gli scavi archeologici all’interno del santuario che hanno permesso di ripercorrere le vicende costruttive dell’edificio di culto dal Medioevo in poi. Sarà l’occasione, quindi, per conoscere le evidenze archeologiche emerse e mettere in risalto l’importanza avuta in passato dal santuario di Santa Marina, ma con uno sguardo al presente e al futuro.

    L’incontro inizierà alle ore 19, sarà introdotto dagli interventi del sindaco di Salve Francesco Villanova e del parroco di Ruggiano don Luigi Stendardo e si svolgerà nel rispetto della normativa anti Covid vigente.

  • Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Trekking alla scoperta dei “Canaloni” di Salve (Fano e Tariano)

    Domenica 14 novembre, alle ore 9, andremo alla scoperta di uno dei territori più interessanti del Salento, dal punto di vista paesaggistico, archeologico e storico-culturale.

    Il paesaggio rurale di Salve, infatti, offre al visitatore uno spettacolo di inimmaginabile bellezza. Il Canale Fano, delimitato dalla dolce collina nota come Serra di Spigolizzi, si sviluppa lungo due rami paralleli che si approfondiscono di una ventina di metri rispetto al territorio circostante. Il suo ramo occidentale, conosciuto come Canale Fano, si congiunge con il ramo orientale, denominato Tariano, nei pressi della mitica Grotta delle Fate. Si tratta di uno scorcio idilliaco, dalle molteplici peculiarità archeologiche, geologiche, naturalistiche e paesaggistiche.
    Il percorso si snoda dal Canale Tariano – tra preistorici ripari, fornaci d’età romana, i ruderi di un antico frantoio, pajare, ulivi secolari e canneti – al limitrofo Canale Fano, con il suo ruscello alimentato da sorgenti, la sua grotta italo/greca affrescata, dove negli ultimi anni la natura ha preso il sopravvento e ha creato scenari inimmaginabili e meravigliosi.
    Info e prenotazione obbligatoria al 340.5897632. Il luogo di ritrovo sarà comunicato al momento della prenotazione.
    Ai partecipanti verrà consegnato un calendario da tavolo Archès 2022.
    L’escursione si svolgerà nel rispetto delle normative anti-covid 19.

  • Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    Dieci anni di “Archeologia del Salento”

    In occasione della seconda ristampa del volume “Archeologia del Salento”, l’associazione Archès organizza a Salve un’iniziativa che prevede, alle 19, una visita guidata nel Centro Storico, nell’ambito della rassegna Salvestate.

    A seguire, alle 21, sarà offerto un rinfresco sul terrazzo di Palazzo Ramirez e, alle 21.30, sarà la volta di un convegno focalizzato sullo studio e la promozione del patrimonio storico-archeologico ed ambientale salvese, nel contesto del Capo di Leuca, fra presente, passato e futuro. Interverranno gli autori del volume Nicola Febbraro, Anna Lucia Nicolì e Marco Cavalera.

    Prenotazione obbligatoria (solo per la visita guidata) tramite WhatsApp al n. 340-5897632.

     

  • La “Centopietre” a Patù

    La “Centopietre” a Patù

    di Associazione Archès

    Alle porte di Patù

    Alla periferia orientale di Patù è possibile ammirare, nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista, una costruzione molto particolare e massiccia: si tratta della famosa “Centopietre”. A dispetto del nome, i poderosi blocchi di pietra non sono cento ma di meno, in parte disposti a formare i muri e in parte un tetto a doppio spiovente. Si tratta di materiale lapideo di reimpiego, e poiché ne troviamo altri nella chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce, con tutta probabilità esso doveva provenire da un tempio presente nella sovrastante serra, a Vereto.

    Fig. 1. Chiesa di San Giovanni Battista vista dalla Centopietre.

    L’interno dell’edificio è separato in due ambienti nel senso della lunghezza: cinque piedritti (due colonne e tre pilastri) sorreggono un’architrave, che è la struttura su cui poggiano i conci degli spioventi, formata da blocchi con incisi dei triglifi.

    Fig. 2. Centopietre vista dalla Chiesa di San Giovanni Battista.

    A quando risale?

    La commistione di elementi di epoche passate ha sollevato la questione della corretta datazione negli studiosi dall’Ottocento in poi: si trattava di un monumento preistorico, messapico o di epoca più tarda?

    Oggi gli studiosi affermano con certezza che si tratta di un monumento funebre di epoca medievale che riutilizza elementi messapici. Infatti, in seguito ad una campagna di scavi che l’architetto Adriano Prandi ha condotto nel 1950 all’interno e nell’area immediatamente intorno all’esterno della “Centopietre”, sono state rinvenute delle tombe all’interno delle quali i corpi deposti avevano lo sguardo rivolto ad est. Sebbene quei dati archeologici fossero molto lacunosi e a tratti imprecisi, si può affermare ancora oggi che questa costruzione nasca come sacello funerario per accogliere un personaggio facoltoso e tutta la sua famiglia in un’area già destinata come cimitero. Si trattava senz’altro di un personaggio ricco o di ruolo sociale elevato, appartenente o all’aristocrazia o al clero.

    Fig. 3. Tombe scavate nel banco di roccia nell’attiguo fondo loc. Camporè.

    Tra leggenda e storia

    Del resto, una leggenda molto fantasiosa vuole che qui sia stato seppellito, il 24 giugno dell’877 un cavaliere di nome Germiniano (o Giminiano). Si stava profilando uno scontro tra le truppe del re carolingio Carlo e i Saraceni, interessati a conquistare il Capo di Leuca. Prima dello scontro, Germinano venne inviato, secondo i codici cavallereschi dell’epoca, a perorare un’ultima volta la pace ma venne imprigionato e barbaramente ucciso. Ciò scatenò l’ira dei Cristiani i quali, presi dalla furia di vendetta, non solo sconfissero duramente i nemici ma una volta recuperato il corpo lo seppellirono erigendo un monumento funebre così importante per onorarne la memoria.

    La leggenda vuole anche che le spoglie di Giminiano furono riportate in seguito nel suo Paese d’origine, la Francia.

    Il ciclo di affreschi

    Vale la pena osservare quanto ancora si conserva sulle pareti interne, che riportano degli affreschi risalenti allo “scorcio del XII secolo” (datazione attribuita dalla professoressa di storia dell’arte medievale Marina Falla Castelfranchi). Nonostante l’umidità e gli agenti atmosferici degradino lentamente i colori e i tratti, anno dopo anno, si notano ancora la sagoma dei santi affrescati sulla parete occidentale.

    Emergono le figure, più o meno nitide, di ben tredici santi, rappresentati eretti e frontalmente, iscritte in nicchie con colonne decorate come per imitare il marmo colorato e ricche di dettagli architettonici. Alle loro spalle doveva esserci pure un velario continuo che si fermava all’altezza delle ginocchia e di cui rimangono chiaramente le decorazioni dell’orlo tra la quinta, la sesta e la settima figura. La parte più bassa della zoccolatura è invece completamente scomparsa.

    Fig. 4. San Giuliano sulla parete orientale.

    Tra i primi tre, il solo riconoscibile con certezza è San Giuliano giovane, rappresentato con vesti riccamente decorate a losanghe secondo gli stilemi della moda bizantina (fig. 4). Ad essi segue un gruppo di cinque santi con barba che sono molto probabilmente vescovi poiché raffigurati nella quasi totalità con un libro in mano, il loro attributo convenzionale (Fig. 5, 6).

    Fig. 5. Santi vescovi.

    Fig. 6. Santo vescovo. 

    A loro seguono delle figure femminili: Santa Barbara, Santa Margherita e S. Anna col bambino in grembo (Fig. 7).

    Fig. 7. Santa donna.

    Purtroppo in altre zone gli affreschi sono scomparsi del tutto, rimangono delle tracce di colore prive di qualsiasi connotazione. L’unica porzione dove ancora si conserva qualcosa è da ricercare nella parete di fondo, che ripropone una scena di S. Giorgio e il drago – poiché nella parte inferiore sembra di scorgere la coda – e di una Crocifissione: in particolare, si scorge il busto del Cristo fino all’altezza del perizoma, la mano sulla sinistra, i piedi e, sulla destra, la parte superiore del capo della Vergine (fig. 8).

     Fig. 9. Lacerto di affresco raffigurante la Crocifissione. 

    Infine si notano delle tracce di affresco anche sull’architrave centrale sorretta dalle colonne e pilastri, tra i triglifi e le metope (fig. 10).

    Fig. 10. Tracce di affreschi sull’architrave.

    Bibliografia

    Calo’ M., Cavalera M. “Appiedi! Sentieri e cammini del Salento”, Itinerarti Edizioni, Galatina (Le), 2019, pp. 71-75.

    Bonfrate M., De Marco A., “Guida di Patù”, Taccuini di Vereto n. 5, Terra Archeorete del Salento, 2015.

    Falla Castelfranchi M., “La chiesa di S. Giovanni Battista e le cosiddette «Centopietre» a Patù”, da “Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI”, a cura di GIOIA BERTELLI, Edipuglia – Jacabook, Bari-Milano 2004, pp. 269-274.

    Per approfondire

    https://www.associazionearches.it/la-centopietre-di-patu-studi-di-pietro-cavoti/

    Pagine facebook: Associazione Culturale Archès, Archeologia del Salento

    Instagram: https://www.instagram.com/archeologia_del_salento/

     

  • La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

    di Nicola Febbraro e Anna Lucia Nicolì 

    Introduzione

    La Grotta delle Fate (Salve-Lecce), in realtà definirla grotta è improprio, è un inghiottitoio carsico che riceve e canalizza le acque di superficie fino alla falda sotterranea. Venne scoperta, dal punto di visto scientifico, negli anni venti del secolo scorso anche se la sua frequentazione è ben più antica, come dimostrano le numerose iscrizioni presenti sulle sue pareti. La prima esplorazione speleologica è stata effettuata nel 1961 ad opera del Gruppo Speleologico Salentino, autore del rilievo della stessa. Solo di recente è stata oggetto di uno studio multidisciplinare – da parte del Gruppo Speleologico di Tricase e dell’Associazione Culturale Archès – che ha portato alla pubblicazione di una monografia nel 2018 (“Salento Sottoterra”) a cura di Nicola Febbraro e di Marco Piccinni (con i contributi di: Stefano Margiotta, Antonia Belgiorno, Stefano Calò e Stefano Cortese) dalla quale sono state attinte tutte le informazioni e le foto presenti in questo articolo (fig. 1).

    Fig. 1 – Copertina del volume Salento Sottoterra.

    La voragine è ubicata a ridosso del punto di congiunzione fra i due rami del Canale Fano (fig. 2), in un’area ricchissima di testimonianze archeologiche per via della presenza nel fondo dello stesso di numerose sorgenti. Uno studio approfondito della stessa è stato presentato nel 2011 nel volume “Archeologia del Salento” (fig. 3).

    Fig. 2 – Localizzazione di Grotta delle Fate (1) in prossimità della congiunzione del Canale Tariano (2) con il Canale Fano (3). In primo piano la dorsale della Serra di Spigolizzi (4). Foto di Giuseppe Negro (Archivio Fotografico del Comune di Salve). 

    Fig. 3 – Copertina del volume Archeologia del Salento.

    La Grotta delle Fate

    Grotta delle Fate presenta una planimetria abbastanza articolata (fig. 4), si caratterizza per un ingresso oggi ridotto a pochi decimetri di altezza (A2). Lo stesso, un tempo, si ergeva fino ad un paio di metri, prima di essere quasi completamente interrato da detriti alluvionali e, negli ultimi decenni, da rifiuti di vario genere.

    Fig. 4 – La pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino “P. de Lorentis” di Maglie (Lecce).

    Dal suo ingresso ci si immette in un’ampia sala (fig. 5), di dimensioni 25×16 metri per 22 metri di altezza nel punto più alto, parzialmente ostruita da un imponente cono detritico misto a rifiuti (A3). Alcuni grossi massi si sono staccati naturalmente dalla volta, per adagiarsi disordinatamente nella sala. In direzione NO e SE si aprono due prosecuzioni. In prossimità della prima, l’imbocco della prosecuzione è contrassegnato dalla presenza di una croce monogrammatica (A6), che tradisce una frequentazione umana della cavità, seppur occasionale, forse da attribuire al tardo Medioevo (fig. 6).

    Fig. 5 – Primo grande ambiente di Grotta delle Fate (Salve-Lecce). Foto di S. Sammali.

    Fig. 6 – La croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo verso NO.

    La volta si abbassa notevolmente ad arco lasciando spazio all’imbocco di un breve cunicolo (A5), postazione privilegiata da una piccola comunità di chirotteri che in questa porzione della grotta sceglie di trascorrere il periodo del letargo invernale. Superato il cunicolo si accede ad un ambiente che si sviluppa in direzione Nord (fig. 7), di dimensioni 22×7 metri per un’altezza di 4 nel punto più alto (B). Qui sono frequenti i crolli di blocchi di roccia dalle sue pareti. Nella porzione terminale della sala è possibile accedere a due ambienti di modeste dimensioni – dei quali uno raggiungibile dopo aver disceso un pozzetto di tre metri (C3) – tra loro intercomunicanti, dai quali si dipartono due serie di lunghi e stretti cunicoli, che si sviluppano con alcune diramazioni per 55 e 40 metri circa.

    Fig. 7 – La seconda sala che si incontra procedendo verso NO.

    La prosecuzione che dalla sala principale si dirama invece in direzione SE, permette di raggiungere, dopo un ulteriore e drastico abbassamento della volta, un ambiente di 6×5 metri (B) che reca sul lato destro un piccolo pozzetto, 4 metri circa, che porta ad un livello della cavità sovrastato da imponenti crolli. Percorso carponi un breve cunicolo si accede ad un ambiente di 12×6 metri (fig. 8), denominato “Sala Bianca”, ricco di nomi e date che ricordano passate esplorazioni effettuate da non addetti ai lavori.

    Fig. 8 – Ambiente, denominato “Sala Bianca”, sulle cui pareti sono presenti diversi nomi e date. 

    Mosè e i suoi compagni di avventura

    La cavità ha da sempre rivestito una grande importanza per gli abitanti di Salve e dei paesi limitrofi di ogni epoca e sempre fervida ne è stata la fantasia popolare a riguardo. Non mancano, infatti, le leggende che la vogliono abitata, di volta in volta, da orchi, fate ammaliatrici e  scazzamurreddhi dispettosi (gnomi salentini).

    L’insieme delle leggende scritte (a partire dalla fine del seicento) ed orali, che riguardano la voragine, assieme alle oggettive difficoltà di accesso al suo interno, l’hanno resa nel corso dei secoli una fra le più note ed appetibili, del Capo di Leuca e non solo, da parte di folte schiere di persone, che hanno bramato di esplorarla, non tutte riuscendoci.

    Fra i nomi e le date presenti sulle pareti del suddetto ambiente, siamo rimasti colpiti da un’iscrizione in particolare: parla di coraggiosi avventurieri salvesi che hanno esplorato la voragine 70 anni fa. Una firma, realizzata con una matita, così recitava: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco” (fig. 9).

    Fig. 9 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco”.

    Il compianto signor Luigi Ciullo, fotografo di professione, ha immortalato decenni di storia salvese dal 1951 al 2006, anno della sua dipartita. Poco distante da questa prima firma che abbiamo notato ne sono emerse delle altre (B4). Su tutte spiccava quella di un “Vantaggio Cosimino”, con la data: “2-11-950” (fig. 10). Anche in questo caso si tratta di un signore non più in vita e salvese.

    Fig. 10 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Vantaggio Cosimino/2-11-950. Foto di Sandra Sammali.

    Il 2 novembre del 1950, dunque, i tre amici (Luigi, Francesco e Cosimino), hanno deciso di esplorare Grotta delle Fate. Questo era almeno il quadro che emergeva da quanto riscontrato sulle pareti di un ambiente della voragine. Indagini più accurate, svolte una volta rientrati in paese, ci hanno permesso di ricostruire, nel suo complesso, questa pagina di storia salvese, grazie soprattutto al fondamentale apporto di Umberto Lecci (ingegnere originario di Salve ma che vive a Roma), che ci ha fornito un importante fotogramma (fig. 11). Lo stesso ritraeva suo padre (il compianto prof. Alfredo Lecci) assieme agli altri protagonisti di quella meravigliosa avventura, fra i quali vi era il signor Mosè Lezzi (classe 1927), all’epoca (estate del 2016) ancora in vita, che ci ha raccontato l’intera vicenda. La foto era stata ovviamente scattata dal signor Luigi Ciullo.

    Fig. 11 – I cinque intrepidi salvesi, che hanno perlustrato Grotta delle Fate il 2 novembre del 1950. Fra essi vi sono Luigi Ciullo (autore della foto), Mosè Lezzi e il prof. Alfredo Lecci.

    Mosè ci racconta di come sono partiti quantomeno in una cinquantina da Salve (fig. 12). Particolare questo che ci lascia a bocca aperta, considerando le sole tre firme individuate sulle pareti interne dell’invaso carsico e riferibili a questa esperienza. Tutti procedevano a piedi, ci dice Mosè, e qualcuno in bici: fra questi vi era lui. Ci dice anche che nell’occasione forò la ruota ma che dovette comunque “carisciarla” (portarla) con sé sino alla meta e che “eravamo una vera e propria mandria che camminava lungo la via del mare”. Ci tiene poi a precisarci che vi prese parte praticamente tutto il paese. Considerando che vi era quasi un giovane per ogni famiglia. Vi erano, inoltre, persone di ogni estrazione sociale: da un giovane medico ai contadini, dagli artigiani ad un fotografo oltre ad alcuni studenti universitari.

    Fig. 12 – Alcuni fra coloro che presero parte all’avventura del 2 novembre del 1950, ritratti da Luigi Ciullo nei pressi della voragine. Archivio fotografico privato del Signor Antonio Vantaggio. 

    Gli chiediamo poi a chi venne l’idea e come mai scelsero una data così particolare per vivere quell’esperienza. Ci dice che l’idea partì per caso, non ricorda da chi, in una delle “riunioni” serali di paese fra giovanotti, che non avevano a disposizione né cinema, né tv, né android, né qualsivoglia svago 2.0. Ci dice che furono in pochi a decidere di intraprendere questa avventura ma che poi la notizia si sparse a macchia d’olio e che giunsero, in men che non si dica, alla suddetta ed incredibile cifra.

    Riguardo al giorno scelto (la commemorazione dei defunti) ci riferisce che non era vissuto come quello di qualsiasi altra festa paesana: ad esempio quella in onore dei Santi patroni. Bastava recarsi in chiesa o al cimitero, per onorare la loro memoria, per sentirsi liberi da ogni ulteriore vincolo morale/religioso. E fu proprio così che agirono; al mattino si recarono ad ascoltare la messa e nel primo pomeriggio erano tutti in fila in direzione SO: verso il mare. L’alto numero di partecipanti servì a farsi coraggio reciprocamente, considerando che l’avventura, che si apprestavano a vivere, non era della più semplici e che non vi erano precedenti in tal senso, a memoria dei partecipanti.

    Buona parte dei presenti non credeva nelle fate o almeno questo faceva trapelare agli altri, forse per non essere presa in giro. Tutti si dicevano solo curiosi di esplorare quella cavità così fitta di mistero. Non si misero alla ricerca né del tesoro né delle pepite d’oro, in quanto non erano nemmeno al corrente della relativa leggenda.

    Una volta giunti nei pressi dell’inghiottitoio vi fu una prima scrematura. La paura iniziò a farsi sentire, alcune gambe iniziarono a tremare e i cuori a pulsare sempre più forte. Stando a quanto ci riferisce Mosè, i più dichiaravano di avere il terrore dell’eventuale presenza di spiriti malefici al suo interno, alcuni addirittura del demonio in persona. Avrebbero volentieri tenuto nascosto queste loro legittime debolezze ma furono messi spalle al muro dalla realtà dei fatti. In molti, pertanto, preferirono rinunciare ad intrufolarsi nella voragine.

    Appena entrati “imu vardátu all’aria” (abbiamo guardato all’insù), mi dice Mosè, essendo l’ambiente molto più grande di quanto ci aspettavamo. “No sapívane addhú érene scíre” (non sapevamo dove dirigerci) continua, finché uno di noi non ha detto: “Vagnóni! A quái nc’é na carótta!” (ragazzi, qui c’è un buco). Si riferiva al pozzetto che si sviluppa a SE, a qualche decina di metri dall’ingresso, ma ad una quota più bassa (A4).

    Non avevano portato corde con loro e come fonti di illuminazione avevano una batteria di autovettura collegata ad una lampadina, che però non fu molto utile alla causa ed una grossa lampada ad acetilene presa in prestito da qualche pescatore, forse presente tra i cinquanta. Questa era sufficiente ad illuminare a giorno tutto il primo ampio ambiente ipogeo. Calatisi nel pozzetto si sono ritrovati nell’angusto passaggio dove occorre procedere carponi, caratterizzato dalla presenza di qualche grande blocco crollato al suolo, che ha conservato numerose firme incise (B1). Erano tutti molto eccitati, qualcuno forse un po’ impaurito, quando è accaduto l’inaspettato.

    Non si sa bene il perché ma sta di fatto che la lampada si è spenta ed il buio, in un attimo, ha avvolto tutti i presenti. Il panico è regnato sovrano. Alcuni lo hanno manifestato apertamente, altri se lo sono tenuto stretto nel chiuso del loro cuore. Pochi istanti dopo una voce ha rotto il silenzio, la più autorevole presente in quell’ambiente: quella di un giovane medico. Ha chiesto senza esitazioni e con fermezza: “Ci tene nu póspuru an póscia?”(chi ha un fiammifero in tasca?). Seguirono degli attimi di vero panico. Se nessuno avesse avuto un fiammifero a portata di mano, sarebbe stato impossibile percorrere l’accidentata via del ritorno, risalendo il pozzetto fra l’altro, quantomeno nell’arco di poche ore, finché cioè non fosse giunto qualcuno in loro soccorso dall’esterno.

    Fra la concitazione generale, finalmente, uno dei presenti estrasse un fiammifero dalla tasca. Mosè non ricorda chi fu ma di certo si è trattato di un fumatore, che la Provvidenza aveva fatto sì che fosse con loro in quel particolare pomeriggio d’autunno. La fiammella si riaccese immediatamente ed illuminò i visi sbiancati dalla paura dei presenti. Vi fu un gran sospiro di sollievo collettivo ma nonostante ciò la paura, che si era ormai instillata nei cuori di alcuni fra i presenti, suggerì loro di abbandonare mestamente l’ambiente ipogeo. Si assistette, dunque, ad un’ulteriore scrematura dei cinquanta con i quali aveva avuto inizio quest’avventura. Costoro guadagnarono l’uscita e la luce del sole, rassicurati dal fatto che, almeno lei, non li avrebbe di certo traditi. Rimasero così solo in sei a proseguire l’avventura. Si tratta dei cinque ritratti in foto (fig. 11), cui vi è da aggiungere il fotografo: “lu Luigi Ciullo Mozzacane”.

    In quel ramo dell’inghiottitoio giunsero nella sala più interna, quella dalle candide pareti, dove apposero le firme e scattarono la “famosa” foto (B2). Tornarono poi nel primo ed ampio ambiente e da lì proseguirono nell’altro braccio della voragine (C). Ricorda poco Mosè di quest’ultimo, se non che è stato l’unico ad aver avuto il coraggio di intrufolarsi nei lunghi e stretti cunicoli che ne caratterizzano la parte finale, almeno finché ha potuto (D).

    “Prima di noi entrarono altri nella grotta”, ci dice Mosè. “Ricordo bene che me ne parlò in seguito mesciu Totu Siciliano” mentre altri, continua, “mi dissero che all’interno della grotta c’era na ‘cchiatura e che, per poterla recuperare, occorreva recarsi lì con una bella signorina nuda”. Ovviamente non riuscirono a trovare nessuna donna disponibile e del tesoro non se ne seppe più nulla. I pochi temerari rimasti all’interno della cavità, fatto quello che avrebbero dovuto fare, si avviarono soddisfati ed inorgogliti verso l’uscita. Ma mancava ancora un pizzico di pepe finale a quest’avventura.

    Una volta fuori furono accolti dai curiosi, che li avevano aspettati sino a quel momento, nonostante l’attesa fosse durata almeno un paio d’ore. Li subissarono di domande: smaniavano dalla voglia di sapere per filo e per segno cosa nascondesse quel misterioso anfratto. Altri, invece, avevano desistito e si erano avviati col broncio verso il paesello. Qualcuno più accorto, però, si accorse che mancava ancora una persona all’appello. Il mormorio generale, infatti, fu rotto da un perentorio: “E lu Mozzacane addhù stane?” (dov’è Mozzacane?).

    Luigi Ciullo, il fotografo, non era ancora emerso alla luce del sole. Lo stesso, ciondolando sull’uscio, urlò a squarciagola verso l’interno: “Mozzacane!”, “Mozzacane!”. Ma di Luigi si erano perse le tracce. Il tutto durò giusto il tempo che i presenti iniziassero a preoccuparsi sul serio, perché dopo pochi minuti si vide sbucare la sagoma di Luigi dall’imbocco della cavità tra il sollievo di tutti. Con una mano reggeva la macchina fotografica mentre con l’altra, fra lo stupore collettivo, il suo cappello che, per l’occasione, era ricolmo di pipistrelli recuperati, loro malgrado, sulla volta del primo ambiente ipogeo.

    In paese e non solo, nei giorni seguenti, la loro esperienza era sulla bocca di tutti. Ognuno ne raccontò un resoconto alla propria famiglia. Il fascino e la curiosità che aleggiavano attorno a Grotta delle Fate avevano già allora varcato gli stretti ambiti paesani. L’unica verità incontrovertibile che i coraggiosi protagonisti riuscirono a raccontare fu quella che all’interno della voragine non vi era  nulla di particolarmente prezioso ed interessante, a dispetto di favole e leggende.

    Mosè, purtroppo, ci ha lasciati nel gennaio del 2018 e a lui vogliamo dedicare questo articolo.

    © Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta da parte degli autori, è vietata. 

    Bibliografia 

    N. Febbraro, M. Piccinni “Salento Sottoterra – Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“, con i contributi di Stefano Margiotta, Stefano Calò, Stefano Cortese, Antonia Belgiorno, Libellula Edizioni, Tricase 2018.

  • Un monumento in pietra di età romana con iscrizione messapica a Salve

    Un monumento in pietra di età romana con iscrizione messapica a Salve

    Di Nicola Febbraro, Marco Cavalera

    Accadde 100 anni fa…

    Un importante rinvenimento avvenne nel 1924, in un altro fondo, posto però a destra della strada (S.P. che da Salve conduce a Posto Vecchio – Strada Comunale di Mare – nel tratto compreso tra la Cappella e la Masseria S. Lasi) e distante da essa un centinaio di metri, sempre al piede della stessa collina. Nell’eseguire lo scasso per la piantagione di un vigneto vennero fuori dei frammenti di un bassorilievo, con la didascalia in lingua messapica. Il tutto misurava una lunghezza di circa 60 cm e 40 cm di altezza; ma era una parte dell’intero. Quella mancante, rimasta certamente nel terreno, nessuno si preoccupò di trovarla. Il cimelio, dal rilievo alquanto danneggiato, fu portato nel museo di Gallipoli[1].

    panoramica località San Lasi (Salve)
    panoramica località San Lasi (Salve)

    Lo storico locale Aldo Simone, riferendosi alla presenza di un antico insediamento in località Trisciani (Salve) – noto con il nome di Casale San Biagio – riporta la notizia del rinvenimento di sette frammenti lapidei, perfettamente aderenti, attribuibili ad un monumento mutilo composto da un bassorilievo sotto il quale vi è incisa – su una fascia alta circa 10 cm – un’epigrafe in alfabeto messapico.

    Una vicenda mai del tutto chiarita

    Le vicende relative alla sua scoperta e al conseguente deposito presso il Museo di Gallipoli non sono molto chiare.

    Ribezzo riferisce che i frammenti sono stati rinvenuti nel 1931, in località Teresiani (Trisciani), dal signor Donato Romano; Vacca – invece – li riteneva provenienti dalla vicina città di Vereto[2]. La località di rinvenimento, sulla base della descrizione topografica fornita da Simone, potrebbe essere proprio Trisciani.

    Nel Museo di Gallipoli, dopo circa dieci anni dal deposito dei sette frammenti, se ne conservavano solo due che furono studiati da Ribezzo, Whatmough, Parlangeli e De Simone. Ma i dati più esaurienti sono stati forniti da Santoro, che disponeva della documentazione fotografica relativa anche ai cinque frammenti dispersi. Lo studioso riferisce che il bassorilievo consta di una figura maschile assai danneggiata, barbata e seduta su un seggio. Alla destra del personaggio, siede una figura femminile coperta di una lunga veste a pieghe e priva totalmente della testa. La tipologia delle due figure è propria dell’arte tardo-ellenistica[3]. Santoro data il monumento fra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. (tardo Ellenismo), grazie all’analisi delle caratteristiche paleografiche delle lettere incise nell’epigrafe[4].

    Un monumento dedicatorio o commemorativo?

    La sua frammentarietà non permette un’esatta divisione ed ermeneutica del testo. L’epigrafista propone la seguente lettura[5]:

    ]an mitθo apes si argorian[?

    ?]epitaraxen eohoa

    Riguardo all’interpretazione – invece – Santoro ha confrontato il testo con quelli di altre epigrafi in alfabeto messapico e ne ha dedotto una funzione dedicatoria: mitθo e apes sarebbero due nominativi (femminile il primo e maschile il secondo), epitaraxen la terza persona plurale di un verbo, argorian l’oggetto della dedica (moneta o una certa quantità di argento) ed eohoa il destinatario della stessa, che potrebbe corrispondere ad una persona o ad una divinità probabilmente femminile.

    Monumento rinvenuto in località Trisciani (fonte: Simone 1981).
    Monumento rinvenuto in località Trisciani (fonte: Simone 1981)
    Disegno dell’epigrafe del monumento (fonte: Santoro 1982)
    Disegno dell’epigrafe del monumento (fonte: Santoro 1982)

    Simone aveva ipotizzato che il monumento fosse commemorativo della vittoria riportata dai Messapi sui Tarantini, nel 473 a.C., e da riferire al vicino Casale San Biagio. Lo storico – infatti – aveva interpretato la scena del bassorilievo come pertinente un rito, presenziato da due sacerdoti, che precedeva il sacrificio di un animale (capra, montone o capriolo) al quale attribuì quelle che interpretò come le estremità delle zampe posteriori (in basso a sinistra). La relazione fra il rito e la vittoria riportata dai Messapi fu suggerita a Simone dall’interpretazione della parola taraxene, ottenuta dividendo impropriamente il testo epigrafico del monumento, come un aggettivo identificativo degli abitanti di Taranto[6].

    Alcune ipotesi interpretative

    A tal proposito si possono avanzare alcune osservazioni:

    • i resti archeologici che lo storico ha attribuito al Casale San Biagio sono pertinenti ad una villa rustica d’età imperiale e/o tardo antica posteriore, dunque, di almeno tre secoli rispetto alla realizzazione del monumento;
    • il monumento è da riferire ad una fase storica compresa fra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. (romanizzazione della penisola salentina e guerra annibalica), di circa tre secoli successiva e lontana dall’evento bellico che secondo Simone avrebbe dovuto commemorare;
    • la divisione proposta da Santoro ha portato ad individuare la parola epitaraxen che – con alcune riserve – dovrebbe corrispondere alla terza persona plurale di un verbo.

    La presenza del monumento, a breve distanza dall’ipotetico tracciato della via ‘Sallentina’, potrebbe essere messa in relazione con il suo flusso commerciale. Nei pressi del luogo di rinvenimento – infatti – non è stata individuata alcuna testimonianza archeologica, ad esso contemporanea, che sia in grado di giustificarne la collocazione. Non si può escludere – comunque – che eventuali successive ricerche, stratigrafiche e di superficie, possano contribuire a far luce su questo importante ed enigmatico reperto rinvenuto in territorio di Salve.

    Contributo tratto da Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, a cura di Febbraro N., pp. 227-229, Tricase (Le) 2011.  

    BIBLIOGRAFIA

    Daquino C., I messapi e Vereto, pp. 223-256, Cavallino (Le) 1991.

    Santoro C., Vereto in Nuovi Studi Messapici. Le epigrafi (vol. 1), Galatina (Le) 1982, pp. 117-122.

    Simone A., Salve. Storie e leggende, Milano 1981.

    [1] Simone 1981.

    [2] Daquino 1991.

    [3] Santoro 1982.

    [4] L’utilizzo della lingua messapica in un’epigrafe datata a questa fase – che trova riscontro anche in altre realtà del Salento – è significativo della gradualità con la quale avvenne la penetrazione della civiltà romana (il processo di romanizzazione) nella penisola salentina.

    [5] Santoro 1982.

    [6] Simone 1981.

  • Archeologia e paesaggio nel territorio di Torre Vado

    Archeologia e paesaggio nel territorio di Torre Vado

    di Marco Cavalera

    Paesaggio di pietra di Torre Vado

    Adagiata ai piedi di una serra salentina, Torre Vado è una delle mete predilette del turismo balneare del Capo di Leuca.

    torre di Torre Vado vista dalla serra

    La località prende il nome da una torre costiera eretta nella seconda metà del XVI secolo, per volontà degli spagnoli, a difesa del litorale e dell’entroterra dalle scorrerie dei turchi. Silente sentinella di un’insenatura che ospita un porticciolo turistico, il suo profilo merlato si riflette nel blu cobalto del mar Ionio. A poche decine di metri un’accogliente spiaggia libera, perla di candida sabbia, concede la possibilità di un bagno rigenerante a ridosso del nucleo più antico della Marina.

    Torre Vado si presenta come luogo ospitale e familiare con una variegata offerta turistica: impianti sportivi, un lungomare dove è possibile passeggiare in assoluto relax, un’ampia area pedonale teatro dei mercati settimanali e delle manifestazioni per adulti e bambini che si susseguono numerose nel corso della stagione estiva.

    Non si può fare a meno di un’inebriante sosta nelle fresche “Sorgenti”, la principale attrattiva della Marina. Si tratta di sgorghi naturali di acqua dolce usati, nel passato, per dissetarsi e per detergere i tessuti in lino dalle impurità dovute alla lavorazione.

    Il mare antistante – habitat naturale di saraghi, scorfani, cefali e spigole – permette agli appassionati di effettuare ricche battute di pesca.

    Le limpide acque di Torre Vado danno accoglienza a diverse specie di uccelli acquatici e, di tanto in tanto, è possibile osservare anche degli stupendi esemplari di cigno, che scelgono la quiete di questi luoghi nel loro lungo peregrinare invernale.

    Una vasta distesa di natura incontaminata, che ricopre la collina dolcemente digradante verso il mare, custodisce gelosamente una miriade di antiche costruzioni (le pajare) e dedali di muretti in pietra a secco, che rendono unico un paesaggio dominato dal grigio chiaro della roccia calcarea.

    Pajara tra Torre Vado e Morciano di Leuca

    L’invito perciò è di rivolgere uno sguardo più attento e critico al Paesaggio che ci circonda, dove le pietre tramandano storie di millenaria memoria e cocci di ceramica sparsi qua e là sul terreno raccontano frammenti di vita quotidiana.

    A Torre Vado c’è un luogo in cui le rocce trasudano antichità: località Monti Russi. Oggi costellata di villette per il soggiorno estivo, un tempo riparo per l’Uomo di Neanderthal, ha conservato per millenni manufatti in selce ed in calcare del Paleolitico medio e superiore e numerose ossa fossili di fauna pleistocenica.

    Poco distante un canalone (San Vito), scavato dal mare, presenta segni tangibili del transito dell’uomo preistorico, rifugiatosi nelle cavità che si aprono su entrambe le falesie.

    A Posto Vecchio, in località Cantoro, alcune grotte hanno restituito tracce di frequentazione neolitica e dell’età dei metalli.

    In una di queste – Grotta Triscioli I – a seguito di un saggio di scavo organizzato nel 1997 dalla Pro Loco di Torre Vad0 – sono stati messi in luce importanti manufatti in terracotta, fra cui un grande vaso databile al IV millennio a.C. e una ciotola della metà del II millennio a.C.

    Nella medesima località un accumulo di pietre, con un diametro presunto di 25 metri e un’altezza massima di 2,5 metri, permette di ipotizzare la presenza di una grande specchia, struttura eretta a scopo difensivo in età medievale.

    Nelle campagne tra Morciano e Torre Vado, inoltre, recenti ricerche di superficie hanno consentito di individuare alcuni insediamenti agricoli di età romana, dediti in particolare alla produzione e al commercio del grano e dell’olio. Le ville rustiche romane di Morciano gravitavano nell’area di influenza del municipium di Vereto (Patù), che aveva il suo approdo di riferimento nella baia di San Gregorio.

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    Bibliografia:

    Guida ricordo torrevado.info (9 ed.)

    N. Febbraro, Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione (Tricase, 2011).

    S. Calo’, Paesaggio di Pietra (Roma, 2015).