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  • La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    La cripta del Gonfalone di Sant’Eufemia (Tricase)

    di Stefano Cortese 

    Fonti storiche

    Sulla strada che congiunge Sant’Eufemia ad Alessano, nei pressi di alcune vestigia archeologiche (in particolare carraie e tombe), sorge la cripta del Gonfalone, segnalata da un vistoso campanile a vela e dei corpi di fabbrica (fig. 1).

    Fig. 1 – esterno della cripta del Gonfalone. Foto di Alessandro Bianco

    L’invaso è stato scavato nel banco roccioso in epoca imprecisata: le datazioni proposte del bene infatti, oscillanti dall’VIII all’XI secolo, risultano essere senza alcun fondamento, in assenza di documentazione probante sia a livello documentario-archivistico, che a livello artistico.

    I diversi studiosi hanno inoltre asserito una dipendenza della cripta dall’abbazia di san Nicola di Casole o dall’abbazia di santa Maria del Mito, senza indicarne la fonte, anzi avanzando l’ipotesi di una presenza stanziale di un insediamento monastico in loco, forse tratti in inganno dai vetusti testi del Tasselli[1] e Arditi[2]; stando però a quanto riportato in un documento che ho scovato di recente nell’archivio vescovile di Ugento, nel 1615 era dipendenza dell’abbazia commendata del Mito: nella relazione ad limina di quell’anno infatti, trovo scritto che il monastero tricasino “habet amexa ecclesia de S.ta Maria de Confalone”[3].

    Maggiore documentazione è stata però rinvenuta nell’archivio diocesano di Otranto[4] in quanto una quota del casale di sant’Eufemia apparteneva vescovo di Otranto[5], ma non utile a chiarirci le origini della cripta e la sua intitolazione originaria, ancora oggi sconosciuta; l’attestazione alla Madonna del Gonfalone infatti, come sottolinea Accogli[6], dovrebbe essere legate alla influenza francescana e riportata solo dal 1586.

    Probabilmente già concepita a pianta centrale, come le probabili contemporanee chiese greche, l’invaso è sostenuto da una selva di colonne e pilastri, mentre la zona centrale è dominata dal piccolo altare “balaustrato”. Il sacello inquadra una icona della Madonna con Bambino attraverso un ovale circondato da ricche ornamentazioni vegetali di gusto seicentesco e culminante con un timpano triangolare (fig. 2).

    Fig. 2 – altare balaustrato con l’affresco della Madonna con il Bambino. Foto di Stefano Cortese.

    Gli affreschi

    A sinistra dell’altare, lungo la parete sud-ovest, sono presenti diversi affreschi cinquecenteschi: riscontriamo quella che per alcune fonti era una santa ignota, ma che l’iscrizione esegetica a sinistra e l’attributo della torre la fa identificare come santa Barbara (fig. 3); a seguire, un santa con palma del martirio e recante un vassoio con gli occhi, senza dubbio santa Lucia.

    Fig. 3 – Santa Barbara. Foto di Stefano Cortese.

    Un santo di piccola taglia, posizionato su un podio decorato a punta di diamante, divide il pannello della santa siracusana dalla grande scena palinsesto della Dormitio Virginis (fig. 4), o Koimesis[7].

    Fig. 4 – Dormitio Virginis. Foto di Stefano Cortese.

    Erroneamente identificata come una morte di san Bonaventura[8], forse perché tratto in inganno dal titolo mariano del Gonfalone di matrice francescana, in realtà alcune caratteristiche iconografiche non pongono dubbi sulla vera identità della scena. In basso innanzitutto, davanti al motivo a scacchiera tipico dell’epoca quattro-cinquecentesca, compare un angelo mentre recide le mani al sacerdote ebreo Ruben (o Josafa, a seconda della versione del vangelo), intenzionato in origine a rovesciare il catafalco della Vergine defunta; le mani gli verranno poi riattaccate su ordine di Pietro. Domina la scena la Vergine adagiata su un bianco lenzuolo, mentre vicina alla Stessa, insieme ai santi apostoli (di alcuni dei quali si riconoscono le identità grazie alle iniziali dei nomi inclusi nei nimbi[9]), compaiono due figure apparentemente fuori contesto: potrebbero essere san Giacomo, vescovo di Gerusalemme e Hieroteus, vescovo di Atene, secondo un retaggio iconografie bizantine.

    In realtà, nell’affresco preso in esame, compare la figura la figura pontificale, riconoscibile a personale avviso dalla tiara papale ancora conica, ma a 3 corone (quindi con un terminus post quem alla metà XIV secolo), identificabile probabilmente come san Pietro; sulla destra un’altra figura, probabilmente un vescovo, reca un aspersorio. In alto, il Cristo con alla sua sinistra l’eidolon, ovvero l’anima della Vergine.

    A seguire, si staglia il pannello della santa Maria Maddalena, nella sua solita iconografia con il cofanetto di mirra (fig. 5).

    Fig. 5 – Santa Maria Maddalena. Foto di Stefano Cortese.

    Procedendo, in un riquadro sotto la scialbatura, si intravede san Paolo. Dietro l’altare, in una nicchia rettangolare incassata nella parete, sono ubicate scene della Passione: sulla parete di sinistra, è campito un Cristo che sale al calvario, mentre nella parete di fondo è presente la Crocefissione tra la Vergine e san Giovanni Evangelista (fig. 6).

    Fig. 6 – affresco della Crocefissione (XVI secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Sullo sfondo, un paesaggio e una città turrita, mentre il soffitto è costellato da stelle dipinte ad otto punte[10]. La crocefissione, così come la Dormitio Virginis, risulta essere palinsesta: proprio nella porzione centrale risulta lampante un distacco della pellicola pittorica cinquecentesca e che svela la presenza di uno strato di pittura bizantina (XIII secolo?). Per scovare un’altra traccia di bizantinità, bisogna recarsi presso l’uscita posta a nord-est[11], dove sulla parete destra è posta una piccola figura campita su di un blocco, con nimbo perlinato: probabilmente è un Cristo Pantocratore (fig. 7). Il pessimo stato di conservazione non ci consente di avanzare ipotesi certe, ma la collocazione, l’accenno della croce dietro il nimbo e soprattutto il colore porpora dell’himation sembrano essere indizi di un certo peso.

    Fig. 7 – Cristo Pantocratore (affresco del XIII secolo). Foto di Stefano Cortese.

    Alcuni confronti e considerazioni finali

    Alla luce delle attuali condizioni di conservazione della cripta, sarebbe ipotizzabile un utilizzo della cripta a funzione funeraria (e presumibilmente non monastica) a partire dal XIII secolo; non sarebbe peregrino immaginare la presenza di una tomba proprio dove si scorge quello strato di pittura bizantina sotto la Crocefissione.

    Dopo la prima fase bizantina quindi, riconoscibile ad oggi da questi piccoli indizi, è evidente la fase databile alla seconda metà del ‘400, quando probabilmente fu posto lo stemma del Pendinelli[12] all’esterno e campita la prima Dormitio assieme altri frammenti pittorici, tra cui probabilmente un santo vescovo benedicente alla latina, riconoscibile sul muro nord e che trova confronti con il sant’Eligio emerso di recente nella matrice di Tiggiano e lo stesso santo nella cripta della Coelimanna di Supersano e della Madonna della Scalella a Gallipoli.

    Altri frammenti pittorici sono sparsi, sotto le scialbature, nella cripte, ascrivibili in larga parte (almeno per quelli visibili), alle due campagne di decorazione cinquecentesche: con la prima metà del ‘500, una nuova frequentazione dell’invaso portò alla stesura di una nuova pellicola pittorica, a cui sono riferibili la grande maggioranza degli affreschi oggi visibili. I confronti maggiormente tangibili possiamo riscontrarli nella cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri, datata al 1525: qui sia nel ciclo agiografico, che nelle immagini votive in basso, possiamo evidenziare la presenza delle stesse figure e motivi decorativi[13], dovuti o all’utilizzo degli stessi cartoni, o alla presenza dello stesso frescante in entrambi i contesti (fig. 8).

    Fig. 8 – Confronti tra la cripta del Gonfalone e la cappella di santa Caterina dei Francescani Neri (Specchia). Foto di Stefano Cortese. 

    Prima della fase del ‘600, palesato dall’altare con icona e da architetture esterne, è visibile una fase di fine ‘500, forse da datare con precisione agli anni ’80 del XVI secolo, vista l’iscrizione dipinta lungo il dromos di accesso, in prossimità di una corona. A questa fase potrebbe appartenere la ricca decorazione fitomorfa alle spalle dell’altare, in particolare dei fregi che separano diversi pannelli, tra cui uno che divide la scene di vita di un santo, da un santo vescovo (fig. 9); questi fregi trovano i parallelismi con la chiesa di san Domenico ad Andrano (1561), con la chiesa di san Niceta in Melendugno (1569), con l’ex cappella della Madonna del Rosario a Melissano (1575)[14], con la chiesa matrice di Corigliano (1576), col cantiere di Felline presso la Madonna dell’Alto (1577) e la cattedrale di Otranto, in particolare sant’Antonio Abate e alcuni affreschi della cripta.

    Fig. 9 – Cripta del Gonfalone, motivo fitomorfo (fine XVI sec). Foto di Stefano Cortese.

    Solo il restauro delle campiture potrà svelare maggiori informazioni al fine di contestualizzare quello che ad oggi appaiono labili tracce pittoriche quasi nascoste sotto le incrostazioni; quei brandelli di affreschi, ci fanno comprendere la devozioni della popolazione e nello stesso tempo la mole di informazioni alla quale potremmo andare incontro, al fine di riscrivere una storia che a tutt’oggi si manifesta in tutta la sua lacunosità.

    Bibliografia e fonti archivistiche
    • ACV, Archivio vescovile di Ugento, Relazioni ad limina. Alessano (riproduzioni)
    • Accogli F., La cappella del Gonfalone (cap. I) in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Arditi G., Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879
    • Cortese S., “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012
    • Fonseca C. D., Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979
    • Musio S., La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004
    • Tasselli L., Antichità di Leuca, Lecce, 1693
    Note

    [1] L. TASSELLI, Antichità di Leuca, 1693

    [2] G. ARDITI, Corografia fisica e storica di terra d’Otranto, Lecce, 1879, p. 532

    [3]  ARCHIVIO DIOCESANO UGENTO, Alessano. Relazioni ad limina, f. 428, 1615

    [4] F. ACCOGLI (a cura di), La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 79

    [5]  Solo in data 6.11.1988 avvenne il passaggio alla diocesi di Ugento, cosi come ricorda l’epigrafe in piazza s. Eufemia

    [6] F. ACCOGLI (a cura di), op. cit. p. 74

    [7] Una delle più antiche attestazioni di tale iconografia in provincia è presso la cripta di santa Marina a Miggiano; altre dormitio basso medievali possono essere riscontrate nel castello di Acaya, nel santuario della Lizza ad Alezio, nell’abbazia di Cerrate e quella poco conosciuta nella chiesa di santa Maria di Miggiano a Muro Leccese.

    [8]  C. D. FONSECA e altri, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Congedo, Galatina, 1979, pp.189-193; F. ACCOGLI, op. cit. p. 39

    [9] L’espediente è utilizzato soprattutto in alcune ultime cene della seconda metà del XIII secolo come in Casaranello e san Nicola di Celsorizzo ad Acquarica; in C. D. FONSECA, op. cit. pp. 189, sono riportate le iniziali FI(lippo?) e A(ndrea?).

    [10]  Il motivo della stella ad otto punte è visibile nelle cripte basso medievali (XIII-XIV secolo) del Crocefisso di Ugento, nella cripta di san Michele Arcangelo di Galatina e negli scudi campiti sul pilastro nella chiesa di santa Maria della Lizza ad Alezio.

    [11] Esistono due accessi all’ambiente sotterraneo, uno dei quali reca l’ingresso lunettato, l’altro un arco ad ogiva interno.

    [12] S. MUSIO, La documentazione araldica in sant’Eufemia, in La cappella del Gonfalone e il casale di Sant’Eufemia in Tricase (a cura di F. Accogli), Edizioni dell’Iride, Tricase, 2004, pp.115-124. Lo stemma è ubicato all’esterno; l’amico Salvatore Musio lo ha attribuito, in maniera convincente, al vescovo Stefano Pendinelli

    [13]  S. CORTESE, “Le scene e le didascalie”. La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia in Il paese nuovo, 27/05/2012. La figura di san Leonardo a Specchia, appare simile a quella di san Paolo a sant’Eufemia; il Cristo presente nella Dormitio appare simile al personaggio che trasporta la croce nella cappella di Specchia; altre analogie possono essere viste nel ciclo cateriniano dove una figura laterale è identica a quella presente nella scene della Passione a sant’Eufemia; anche il motivo della scacchiera risulta essere comune nei due contesti, così come il motivo decorativo delle vesti di santa Maria Maddalena e santa Barbara col san Marone di Specchia.

    [14] La chiesetta, ritenuta scomparsa, è in realtà ubicata in aperta campagna e presenta il muro ovest nella sua originalità, con campiti una Vergine con Bambino e un sant’Antonio Abate, datati al 1575.

    Contributo pubblicato su “Leucadia. Miscellanea Storica Salentina Giovanni Cingolani“, a cura della Società di Storia Patria della Puglia, sezione di Tricase, Anno IV Nuova Serie, 2012, Edizioni Grifo.

    Per approfondimenti sulla storia del territorio: https://www.associazionearches.it/lucugnano-e-il-suo-territorio-storia-architetture-archeologia-e-paesaggio-di-un-paese-del-capo-di-leuca/

  • La “Centopietre” a Patù

    La “Centopietre” a Patù

    di Associazione Archès

    Alle porte di Patù

    Alla periferia orientale di Patù è possibile ammirare, nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista, una costruzione molto particolare e massiccia: si tratta della famosa “Centopietre”. A dispetto del nome, i poderosi blocchi di pietra non sono cento ma di meno, in parte disposti a formare i muri e in parte un tetto a doppio spiovente. Si tratta di materiale lapideo di reimpiego, e poiché ne troviamo altri nella chiesa di S. Pietro a Giuliano di Lecce, con tutta probabilità esso doveva provenire da un tempio presente nella sovrastante serra, a Vereto.

    Fig. 1. Chiesa di San Giovanni Battista vista dalla Centopietre.

    L’interno dell’edificio è separato in due ambienti nel senso della lunghezza: cinque piedritti (due colonne e tre pilastri) sorreggono un’architrave, che è la struttura su cui poggiano i conci degli spioventi, formata da blocchi con incisi dei triglifi.

    Fig. 2. Centopietre vista dalla Chiesa di San Giovanni Battista.

    A quando risale?

    La commistione di elementi di epoche passate ha sollevato la questione della corretta datazione negli studiosi dall’Ottocento in poi: si trattava di un monumento preistorico, messapico o di epoca più tarda?

    Oggi gli studiosi affermano con certezza che si tratta di un monumento funebre di epoca medievale che riutilizza elementi messapici. Infatti, in seguito ad una campagna di scavi che l’architetto Adriano Prandi ha condotto nel 1950 all’interno e nell’area immediatamente intorno all’esterno della “Centopietre”, sono state rinvenute delle tombe all’interno delle quali i corpi deposti avevano lo sguardo rivolto ad est. Sebbene quei dati archeologici fossero molto lacunosi e a tratti imprecisi, si può affermare ancora oggi che questa costruzione nasca come sacello funerario per accogliere un personaggio facoltoso e tutta la sua famiglia in un’area già destinata come cimitero. Si trattava senz’altro di un personaggio ricco o di ruolo sociale elevato, appartenente o all’aristocrazia o al clero.

    Fig. 3. Tombe scavate nel banco di roccia nell’attiguo fondo loc. Camporè.

    Tra leggenda e storia

    Del resto, una leggenda molto fantasiosa vuole che qui sia stato seppellito, il 24 giugno dell’877 un cavaliere di nome Germiniano (o Giminiano). Si stava profilando uno scontro tra le truppe del re carolingio Carlo e i Saraceni, interessati a conquistare il Capo di Leuca. Prima dello scontro, Germinano venne inviato, secondo i codici cavallereschi dell’epoca, a perorare un’ultima volta la pace ma venne imprigionato e barbaramente ucciso. Ciò scatenò l’ira dei Cristiani i quali, presi dalla furia di vendetta, non solo sconfissero duramente i nemici ma una volta recuperato il corpo lo seppellirono erigendo un monumento funebre così importante per onorarne la memoria.

    La leggenda vuole anche che le spoglie di Giminiano furono riportate in seguito nel suo Paese d’origine, la Francia.

    Il ciclo di affreschi

    Vale la pena osservare quanto ancora si conserva sulle pareti interne, che riportano degli affreschi risalenti allo “scorcio del XII secolo” (datazione attribuita dalla professoressa di storia dell’arte medievale Marina Falla Castelfranchi). Nonostante l’umidità e gli agenti atmosferici degradino lentamente i colori e i tratti, anno dopo anno, si notano ancora la sagoma dei santi affrescati sulla parete occidentale.

    Emergono le figure, più o meno nitide, di ben tredici santi, rappresentati eretti e frontalmente, iscritte in nicchie con colonne decorate come per imitare il marmo colorato e ricche di dettagli architettonici. Alle loro spalle doveva esserci pure un velario continuo che si fermava all’altezza delle ginocchia e di cui rimangono chiaramente le decorazioni dell’orlo tra la quinta, la sesta e la settima figura. La parte più bassa della zoccolatura è invece completamente scomparsa.

    Fig. 4. San Giuliano sulla parete orientale.

    Tra i primi tre, il solo riconoscibile con certezza è San Giuliano giovane, rappresentato con vesti riccamente decorate a losanghe secondo gli stilemi della moda bizantina (fig. 4). Ad essi segue un gruppo di cinque santi con barba che sono molto probabilmente vescovi poiché raffigurati nella quasi totalità con un libro in mano, il loro attributo convenzionale (Fig. 5, 6).

    Fig. 5. Santi vescovi.

    Fig. 6. Santo vescovo. 

    A loro seguono delle figure femminili: Santa Barbara, Santa Margherita e S. Anna col bambino in grembo (Fig. 7).

    Fig. 7. Santa donna.

    Purtroppo in altre zone gli affreschi sono scomparsi del tutto, rimangono delle tracce di colore prive di qualsiasi connotazione. L’unica porzione dove ancora si conserva qualcosa è da ricercare nella parete di fondo, che ripropone una scena di S. Giorgio e il drago – poiché nella parte inferiore sembra di scorgere la coda – e di una Crocifissione: in particolare, si scorge il busto del Cristo fino all’altezza del perizoma, la mano sulla sinistra, i piedi e, sulla destra, la parte superiore del capo della Vergine (fig. 8).

     Fig. 9. Lacerto di affresco raffigurante la Crocifissione. 

    Infine si notano delle tracce di affresco anche sull’architrave centrale sorretta dalle colonne e pilastri, tra i triglifi e le metope (fig. 10).

    Fig. 10. Tracce di affreschi sull’architrave.

    Bibliografia

    Calo’ M., Cavalera M. “Appiedi! Sentieri e cammini del Salento”, Itinerarti Edizioni, Galatina (Le), 2019, pp. 71-75.

    Bonfrate M., De Marco A., “Guida di Patù”, Taccuini di Vereto n. 5, Terra Archeorete del Salento, 2015.

    Falla Castelfranchi M., “La chiesa di S. Giovanni Battista e le cosiddette «Centopietre» a Patù”, da “Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI”, a cura di GIOIA BERTELLI, Edipuglia – Jacabook, Bari-Milano 2004, pp. 269-274.

    Per approfondire

    https://www.associazionearches.it/la-centopietre-di-patu-studi-di-pietro-cavoti/

    Pagine facebook: Associazione Culturale Archès, Archeologia del Salento

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  • La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    La Grotta della Madonna dell’Attarico (Andrano)

    di Marco Cavalera

    Introduzione

    La Grotta della Madonna dell’Attarico si apre – nelle formazioni geologiche mioceniche – a circa 3 km a Sud-Est di Andrano e, come scriveva Don Giacomo Pantaleo, “sorge in un luogo ameno, sul dosso di un ripiano (Serra del Mito), dal quale la vista può spaziare, in un vago ed esteso miraggio, sull’azzurro cupo dell’Adriatico, su Castro, su Santa Cesaria, fino all’incurvarsi della costa verso la Palascia di Otranto ad Est e del promontorio di Santa Maria di Leuca a Sud[1]”.

    Fig. 1. Cripta dell’Attarico vista da est.

    L’etimologia

    Riguardo alla sua denominazione, nel linguaggio popolare, permane la risonanza greca “Madonna du Tàricu”. La definizione in oggetto, oltre a rimandare ad una presenza di insediamenti italo-greci nel territorio, farebbe riferimento all’industria della concia delle pelli sviluppata dai “pelicani” della zona e testimoniata dalla coltura della “quercia vallonea”, abbondante nella zona fino a pochi decenni or sono, dalle cui bacche si ricavava l’acido tannico[2] necessario per l’industria della lavorazione delle pelli, prevalentemente di ovini e di vitelli[3] . Queste ultime – una volta scarnite, rasate, conciate e lisciate – venivano usate dai copisti come materia scrittoria (pergamena o cartapecora[4]) per la trascrizione di manoscritti (codici).

    La tradizione storiografica colloca lo scriptorium (sala adibita esclusivamente alla copiatura dei codici) nel vicino cenobio di Santa Maria del Mito, florido centro di cultura medievale gestito dai monaci italo-greci, che dipendeva dal monastero di San Nicola di Casole (a sud di Otranto). Don Francesco Coluccia – in particolare – ha ritenuto che la grotta rupestre della Madonna dell’Attarico “sarà stata utilizzata, come dimora feriale, da qualche monaco della comunità basiliana della vicinissima Abbazia di S. Maria del Mito, che durante la settimana si ritirava in vita solitaria penitenziale e contemplativa nella tranquillità e nel silenzio (sec. XI-XV)”[5].

    Fig. 2. Masseria del Mito (foto di Antonio Fracasso).

    La suddetta ipotesi – che si basa sull’etimologia del toponimo “Attarico”, che deriverebbe dal greco tarikòn, conceria – esclude la tesi che prevedeva l’origine del termine “Attarico” dal gesto materno della Vergine, immortalata nella caverna in un affresco che la raffigura nell’atto di allattare il Bambino. Questo particolare importante farebbe pensare ad una funzione originaria laica della cripta, trasformata in luogo di culto solo in un periodo successivo[6].

    Il suo sviluppo interno

    Fonseca, nella sua monografia sugli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, descrive la Cripta dell’Attarico come “quasi del tutto naturale; l’attuale apertura, che guarda verso il mare, è stata riadattata con un muro a secco. Alcuni gradini originali conducono all’invaso sacrale. L’ambiente non sembra avere attualmente una forma architettonica ben precisa. Sono presenti due cunicoli in gran parte occlusi, uno dei quali doveva comunicare con l’esterno. Le pareti presentano numerose gibbosità e in alcuni punti sembrano esserci avanzi di pilastri non più esistenti, mentre due pilastri addossati inquadrano il corridoio che corrisponde all’accesso murato. […] Il soffitto, molto irregolare, sembra naturale anche se in vari punti si notano delle cupoline; la sua altezza media è di circa due metri. Gli arredi litoidi sono costituiti da tracce di gradino-sedile; una parte di esso è adibito attualmente ad altare – orientato ad Ovest – e alla sua destra vi è un resto di una mensa-ripiano; alcune nicchie sono ricavate nelle pareti[7]”.

          Fig. 3. Ambiente della cavità.

                                            Fig. 4. Altare in pietra del luogo di culto rupestre. 

    Fig. 5. Cunicolo interno.

    Le tracce di affreschi

    All’interno della cripta sono presenti due affreschi in pessimo stato di conservazione: uno riproduce una Croce, l’altro ritrae la Madonna con il bambino (soggetto religioso molto comune nelle cripte bizantine) e ai lati due santi, di cui quello a destra tiene in mano la palma del martirio[8].

               Fig. 6. Altare con tracce di affresco raffiguranti la Madonna e il Bambino.

    Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un intenso culto mariano e una leggenda sorta – probabilmente – dall’atteggiamento della Madonna di allattare il Bambino.

    Fig. 7. Altare con croce latina dipinta.

    La leggenda e l’allegoria

    Si racconta, infatti, che un’umile popolana, dimorante in un casolare della contrada, dato alla luce un figlio non riusciva a sfamarlo col latte del suo seno. Disperata per la crescita stentata del figlioletto, chiese l’intervento della Madonna che, comparendole in sogno, le avrebbe rivelato come risolvere il problema: bisognava eliminare la biscia, annidata tra le pietre del casolare, che sottraeva dal seno della donna il latte proprio mentre dormiva.

    L’allegorica vicenda si presta a due interpretazioni, una di carattere sociale e l’altra di carattere religioso: per quanto riguarda la prima, si fa riferimento al territorio pur fertile di Andrano che, a causa dello sfruttamento dei potenti, ha sofferto la fame e la povertà[9]. A proposito della seconda interpretazione, Don Francesco Coluccia scrive che “la fede ha incontrato difficoltà di crescita, a causa anche di persecuzioni di vario genere, fino a quando la presenza e l’intervento dei Monaci, con la proposta del culto della Madonna e con la catechesi, non ha portato l’annuncio della verità e la pratica di vita cristiana”[10].

    Fig. 8. Ingresso della cripta visto dall’interno (foto Salogentis).

    Ai titoli di coda…

    Nelle immediate vicinanze della grotta venne eretta la Cappella di modestissime dimensioni, sorta tra la fine del ‘700 e i primi dell’800 come chiesetta gentilizia per devozione dei Principi Caracciolo. La  chiesa attuale, costruita sui ruderi della precedente, è stata inaugurata nel 1990.

    Note e bibliografia

    [1] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, p. 23.

    [2] Acido tannico o tannino, estratto dalla corteccia di varie querce, impiegato nella concia delle pelli con il metodo detto appunto al tannino.

    [3] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, pp. 27-30; Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978.

    [4] La pergamena fu il materiale usato in prevalenza dagli amanuensi nei conventi e nelle abbazie, fino alla seconda metà del XIII, quando i codici membranacei divennero più rari e abitualmente si copiò su quelli cartacei (O. Mazzotta, “Monaci e libri greci nel Salento medievale”, Novoli, 1989).

    [5] F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 27.

    [6] F. Cezzi, “Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione”, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda, Coppola e Moscatello, Alessano, 2004.

    [7] C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979.

    [8] L’affresco, completamente rovinato e corroso dall’umido, non permette di avanzare una datazione precisa  (probabilmente risale al XIII-XIV secolo). La croce (latina) è affrescata sul ripiano-mensa; sulla parete a N-E si notano tracce di colore (C.D. Fonseca, A.R. Bruno, V. Ingrosso, A. Marotta “Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento”, Galatina, 1979, pg. 54). Don G. Pantaleo, riguardo all’affresco, scrive: “entrando […] nella grotta, ci si trova di fronte a due affreschi alquanto scoloriti e qua e là picchiettati, ma dai contorni ben definiti: il primo riproduce l’immagine della Madonna, di tipo ovviamente orientale […]; il secondo rappresenta la Croce, forse innalzantesi dal Calvario, con delle figure ai lati” (G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978, pg. 24.

    [9] G. Pantaleo, “Dall’antica Cellino all’odierna Andrano”, Galatina, 1978; F. Coluccia, “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    [10] F. Coluccia,  “Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese”, Tricase, 1998, p. 28.

    http://www.salogentis.it/2009/05/19/la-cripta-della-madonna-dellattarico

    Clicca qui per approfondimenti sulle origini di Andrano.